Connettiti con noi

Pugilato

La storia dell’australiano Les Darcy, una fiamma bruciata troppo in fretta

Marco Nicolini

Published

on

13515435_10209941407874412_40088121_n

James Leslie Darcy, detto “Les”, fu un pugile australiano di grande talento, i cui nonni erano emigrati agli antipodi da Tipperary, in Irlanda. Nacque a Maitland, nel Nuovo Galles del Sud, il 31 ottobre 1895, ed esordì quindicenne nel pugilato professionistico con una stupefacente serie di diciassette vittorie consecutive. Perso l’incontro per il titolo australiano dei welter, contro l’esperto Bob Whitelaw, la sua prestazione destò comunque l’attenzione di pubblico ed addetti ai lavori, favorendone il debutto al Sydney Stadium.

In quegli anni perse contro Fritz Fred Holland e Jeff Smith, ma vendicò ogni sconfitta subita in incontri epici che ne sancirono la qualità di combattente e rilanciarono, in suo nome, l’orgoglio nazionale degli australiani. Dall’incontro perso con Smith, avvenuto nel febbraio del 1915 e maturato grazie ad un colpo sotto la cintura da parte del suo avversario, non visto dall’arbitro, infilò un lungo filotto di ventidue vittorie consecutive terminato il 30 settembre del 1916, durante il quale arrivò a fregiarsi, nonostante la piccola statura, del titolo australiano dei pesi massimi. Durante questo periodo, trovò anche il tempo per combattere molti incontri d’esibizione e recitare in un film.

Alla fine del 1916, tutti i passaporti degli australiani in età da militare furono requisiti per impedire diserzioni alla coscrizione obbligatoria in atto: l’Inghilterra reclamava ogni potenziale soldato del Regno e l’Australia stava per pagare un prezzo elevatissimo in termine di giovani vite spezzate. Su una popolazione totale di 4,9 milioni di persone, quasi il 40% della popolazione maschile con meno di 45 anni e più di 17, pari a 420.000 individui, fu arruolata: 61.000 di questi trovarono la morte. La percentuale di deceduti dell’Australia, per numero di soldati impegnati in combattimento, fu la più alta dell’intero conflitto. Les Darcy chiese di aggirare il divieto, essendo in partenza per una serie di match d’esibizione negli Stati Uniti grazie ai quali avrebbe potuto sistemare la propria famiglia, ma rilasciò la dichiarazione per cui, una volta terminati gli incontri, avrebbe raggiunto il Canada per arruolarsi.

Il 27 ottobre 1916, prima che una decisione delle autorità preposte fosse presa al riguardo, Darcy s’imbarcò clandestinamente per l’America, affrontando il viaggio infinito nell’Oceano Pacifico chiuso in uno scompartimento minuscolo. Questa sua condotta, povero ragazzo, gli portò grande sfortuna. Un ricco e prestigioso match, organizzato a New York per pochi mesi dopo il suo arrivo, fu cancellato dal Governatore, il quale spiegò di non gradire la maniera in cui il campione australiano aveva abbandonato il proprio paese. Altri incontri, previsti in tutti gli Stati Uniti per il grande richiamo del suo nome, subirono la stessa sorte. Les, per sfuggire alla povertà, cominciò ad accettare incontri d’esibizione dallo scarso appannaggio finché, a fine aprile del 1917, stramazzò al suolo dopo un inatteso collasso. Ricoverato per una sospetta setticemia, gli furono asportate le tonsille ma, quasi un mese dopo, si spense per una polmonite contratta in ospedale. Il suo corpo ricomposto fu trasportato nell’Australia piegata dalla guerra, dove una processione di mezzo milione di persone lo accompagnò a sepoltura.

Sconfitto in soli quattro incontri, senza mai aver messo un ginocchio al tappeto, Les Darcy è tuttora figura di eroe popolare di grande potenza; se la fuga dall’Australia ne incrinò l’immagine eroica, la sua triste morte solitaria gli donò un’aura romantica che perdura nel tempo. A quasi cento anni dal suo addio alla vita terrena, ogni anniversario dell’infausto giorno della sua morte si ricorda con una bandiera a mezz’asta nel municipio di Sydney. Per generazioni, le penne di giornalisti e scrittori si sono mosse sulla carta con l’ispirazione giunta dalle sue gesta sul ring. Questo accadeva un secolo fa, negli anni in cui James Leslie “Les” Darcy da Sydney, pugile professionista scomparso a soli ventuno anni, scolpiva il proprio nome nel ristretto novero degli immortali.

4 Commenti

4 Comments

  1. BRUNO PISTIDDA

    ottobre 20, 2016 at 3:56 pm

    CIAO CULTORI DEL PUGILATO. QUESTA E’ UN ASTORIA STUPENDA; MA NON E’ UNA STORIA MA UNA REALTA’ IN CUI E’ CADUTO UN VALOROSO DEL PUGILATO. PERHE’ NON RICONOSCERLO SUBITO, D’ACCORDO C’ERANO LEGGI A CUI DOVEVA OBBEDIRE: LEGGI DELLO STATO. MA QUESTA E’ STATA UNA PERSECUZIONE AD UN RAGAZZO INDIFESO, PRIVO DI SOSTENTAMENTI PER VIVERE. ALLE REGOLE CI SONO DELLE ECCEZIONI. IO NON CONOSCEVO QUESTA STORIA E D’ORA IN POI, SONO CERTO, CHE QUANDO SFOGLIERO’ DELLE PAGINE DI PUGILATO,SPORT IN CUI HO PASSATO OTTO ANNI DELLA MIA VITA SUL RING, LO RICORDERO’.’.

  2. Pietro

    ottobre 21, 2016 at 8:46 am

    Le storie come questa devono essere note al grande pubblico perché insegnano quanto le ottusità mentali di piccoli uomini (politici) possano far male a tutta l’umanità. Questa storia ci fa riflettere sul potere che può distruggere qualsiasi cosa, persino il vero talento. Andrebbe raccontata con un bel film.
    Volevo ricordare anche un’altra storia degna di essere raccontata sul grande schermo: quella del povero Angelo Jacopucci detto il Briggetto o L’Angelo Biondo che purtroppo è morto sul ring a causa delle critiche che riceveva sul tipo di boxe che praticava. L’ultimo incontro con Alan Minter, noto picchiatore, invece di combattere come sapeva, scese sul suo piano per far vedere alla gente e ai giornalisti che non aveva paura di prendere cazzotti e finì, anche lui, vittima dell’altezzosa stupidità umana.

  3. michele

    ottobre 21, 2016 at 9:58 am

    Scusami ma non sono d’accordo. Nel momento in cui il tuo paese ti chiama e tutti si arruolano, tu che fai scappi …. e mandi a morire un altro al posto tuo … questo dalle mie parti si chiama “pura vigliaccheria” … sarà pure stato un grande pugile … ma come uomo mi fa letteralmente vomitare e ha avuto quello che si meritava

    • pietro

      ottobre 22, 2016 at 1:21 pm

      I vigliacchi sono quelli che decretano le guerre e a morire ci mandano gli altri… della serie “Armiamoci e partire ” come disse il grande Totò… questi sono gli uomini che mi fanno vomitare e anche quelli che accettano la situazione della guerra senza ribellarsi come invece fece anche il grande Muhammad Alì.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

12 − 10 =

Pugilato

LaMotta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

Marco Nicolini

Published

on

Esattamente un anno fa moriva all’età di 96 anni moriva Jake LaMotta, il Toro del Bronx. Simbolo degli emigranti italiani negli Stati Uniti, fu protagonista di incontri leggendari. Il più emozionante e cruento fu quello contro Robinson. Ve lo raccontiamo.

Il 14 febbraio del 1951, nel giorno degli innamorati, non ci fu amore tra pesi medi sul ring approntato all’interno del Chicago Stadium. Ray Sugar Robinson di Detroit e Jake LaMotta di New York si incontravano per la sesta volta; il bilancio sorrideva al grande boxeur di colore, impostosi in quattro occasioni su cinque, ma era l’italoamericano ad avere in mano il titolo, che difendeva per la terza volta. Sul piatto c’era lo straordinario record di Robinson, in quel momento 122 vittorie contro una sola sconfitta; quell’odiata, unica sconfitta patita proprio dal Toro del Bronx, otto anni prima, peraltro vendicata in un re-match di sole tre settimane più tardi.

Dopo tanti incontri tra loro, il più grande pugile di tutti i tempi sapeva quali fossero i difetti del fighter newyorchese: conosceva il lento ingresso nel match da parte di LaMotta e sapeva di dover imporre un ritmo forsennato nei primi tre round, in maniera tale da accumulare vantaggio in punti e costringere “Toro Scatenato” alla rincorsa. La volontà di Jake LaMotta, però, trascendeva i calcoli accurati, i pugni devastanti, le ferite più profonde. Ray Robinson, dall’alto della sua immensa classe, lo investì con la furia del diretto sinistro e del montante destro, cambiando spesso le basi, in maniera da aggirare la guardia statica di Jake. Le gambe di LaMotta non si piegarono nemmeno per un instante.

Nel quarto round, dopo un’infinita serie di Sugar Ray, Jake rispose dalle corde con un secco gancio sinistro. Le gambe di Ray tremarono ed il pubblico si zittì per la sorpresa: LaMotta pareva tornato dal mondo dei morti, a cui sembrava esser andato in visita nei primi round. Nella quinta ripresa, La Motta tentò di ripetersi, ma Sugar aveva preso le misure e lasciò sfilare il gancio di Jake, per riprendere nuovamente a tamburellare la testa ed il costato dell’avversario. Nei piani di LaMotta vi era l’attesa che il match scendesse ad un ritmo blando, a lui più congeniale; fino al settimo era sicuro di aver vinto, o quantomeno pareggiato, un paio di round, quindi contava di far suo l’incontro dominando il finale, secondo sua caratteristica. Sugar Ray Robinson, però, non abbassò il ritmo: lo incrementò!

I round successivi si trasformarono in un’infinita punizione: LaMotta incassava, Sugar Ray picchiava con violenza inaudita non avendo più bisogno di difendersi, perché i guantoni di Jake erano alti a difesa della testa ed i gomiti attaccati al corpo a protezione della figura. Il campione non portava più colpi e Robinson lo stava tempestando di jab taglienti e poderosi uppercut. Ma Jake LaMotta, all’anagrafe Giacobbe, non cedeva; le sue gambe non si piegavano. Quando Robinson prendeva fiato, lui alzava la testa sanguinante, lo guardava attraverso gli occhi gonfi e lo sfidava col suo infinito orgoglio. Alla fine del decimo round, molti dei quindicimila presenti invocavano l’intervento dell’arbitro Frank Sykora, affinché ponesse termine ad una tale punizione; non era, però, una soluzione così immediata, dato che LaMotta era il campione in carica ed il suo angolo non mostrava segno di volerla finire.

All’undicesimo round, un colpo nella nebbia di LaMotta scosse Robinson; il Toro del Bronx diede segno di avvedersene e si lanciò sull’avversario alla sua maniera, con un nugolo di colpi che, però, Robinson incassò con la grande classe in lui innata. Poi ricominciò l’opera di demolizione. Alla campana del dodicesimo round, LaMotta si avviò all’angolo ormai incapace di vedere e di sentire. Dirà, nell’intervista successiva al match, che il forte dolore l’aveva sentito alla quinta ed alla sesta, ma poi gli sembrava di essere uscito dalla tempesta. Ma non era così. Al contrario, i colpi erano aumentati e si erano fatti più precisi. Due minuti e quattro secondi dall’inizio della tredicesima ripresa, il ring coperto del sangue di un ormai irriconoscibile LaMotta convinse l’arbitro Sykora dell’averne abbastanza di quella mattanza, che alzò il braccio al nuovo campione mondiale dei pesi medi. LaMotta fu condotto all’angolo e poi immediatamente negli spogliatoi, dove sarebbe rimasto attaccato all’ossigeno per oltre un’ora e mezza; prima che superasse le corde, però, uno stanchissimo Robinson riuscì a regalargli un sincero abbraccio. Sapeva che quella era la fine della loro epica serie di battaglie e che lui aveva vinto la guerra, ciò nondimeno non volle privare il suo grande avversario dell’onore che si era meritato. Dirà poche ore più tardi: “Credevo non avrebbe finito la ripresa già alla sesta, ma più lo picchiavo, più sembrava determinato a rimanere in piedi! Non capisco di cosa sia fatto: gli ho rifilato i colpi più duri della mia carriera ed era ancora lì“.

Il sesto match tra Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson, subito ribattezzato “il massacro di San Valentino” lasciò anche molti strascichi polemici, a causa dell’indubbia violenza di alcuni passaggi, soprattutto nelle ultime riprese. The Indianapolis News descrisse l’incontro come “un crimine nel nome dello sport, un malato tributo alla brutalità“. Ognuno deve essere libero di dire la propria opinione, che va rispettata fino in fondo. Il pugilato non è uno sport che favorisca gli incontri impari; nella sua stessa filosofia è un combattimento con precise regole tra uomini disposti allo scontro, dello stesso peso e di similare abilità. Il “massacro di San Valentino” fu un match all’apparenza poco equilibrato ma io, personalmente, lo vedo come un confronto tra la magistrale abilità di Robinson e l’insondabile determinazione di LaMotta. A me mancavano vent’anni per nascere, alla maggioranza dei lettori di questo mio articolo parecchi di più: eppure, è un fatto che noi si sia ancora qui a parlarne e discuterne. Questa è la magia del pugilato, la più controversa disciplina sportiva, ma di gran lunga la più affascinante del pianeta.

Sugar Ray Robinson e Jake LaMotta avevano entrambi trent’anni. Considerato, dai più, il miglior pugile pound for pound di tutti i tempi, Robinson è mancato ormai ventinove anni fa. La Motta, invece, dopo essere tornato a vivere nel suo vecchio quartiere, ha continuato ad essere il vecchio Jake, sempre pronto con parole pesanti per chiunque lo contraddicesse e, alla veneranda età di novantasei anni, è sopravvissuto a tutti i suoi avversari, a molte ex mogli e, purtroppo, anche ad un paio dei suoi figli, prima di spegnersi nel pomeriggio di ieri. Sulla scorta di quanto successo a Chicago, in quel lontano giorno di San Valentino, ed in molti altri frangenti della sua tumultuosa esistenza, mi pare chiaro che per mettere definitivamente al tappeto lo spirito indomabile di Giacobbe LaMotta, avrebbe dovuto scomodarsi il Signore in persona.

Continua a leggere

Pugilato

Giacobbe Fragomeni, i guantoni come redenzione

Giovanni Albanese

Published

on

Compie oggi 49 anni Giacobbe Fragomeni, il pugile che ha trovato nei guantoni la voglia di ricominciare e rinascere. Ecco la sua storia.

Quel nome di “Letizia”, tatuato sul collo, lo accarezza anche durante l’ultimo dei suoi successi. E poco importa se questa volta lo scenario è totalmente diverso da un ring delimitato da sedici corde. Giacobbe Fragomeni a sfidare la sopravvivenza è diventato un esperto, ritrovandosi per spirito di sacrificio nel suo habitat nazionale. E Letizia, che è il nome che nel 2005 ha voluto dare a sua figlia in memoria della sorella, ha certamente il suo primo pensiero.

Il successo all’Isola dei famosi del 2016 lo riporta al culmine della popolarità, lo fa diventare più familiare anche ai non appassionati della nobile arte o a chi della sua storia conosceva ben poco. L’ex campione del mondo professionisti WBC nel 2008 per la categoria dei pesi massimi leggeri ha trasmesso la sua voglia di affrontare la vita anche nelle situazioni più difficili, la voglia di farcela anche quando nessuno regala niente.

La sua storia è meritevole di attenzione e da esempio per chi ogni giorno non smette di sognare di raggiungere un obiettivo. Giacobbe Fragomeni a vent’anni faceva l’asfaltista, alle 4 del mattino andava a lavorare. Fino alle 5 del pomeriggio, poi di corsa in palestra per allenarsi con “nonno Ottaviano Tazzi, colui che, malgrado sette campionati del mondo vinti, non si era mai commosso come quando quel giovane tutto voglia e passione si spinse fino a conquistare il titolo italiano dilettanti di pugilato.

Il pugile nato e cresciuto nel quartiere periferico di Stadera, a Milano, aveva perduto per strada gli anni migliori della sua giovinezza, durante la quale dovette fare i conti con il duro rapporto col padre e con la morte per overdose della sorella Letizia. Nel tunnel dell’alcol, della droga e della voglia di farla finita c’era finito anche lui, ma ad un tratto qualcosa lo portò da un’altra parte. Una sensazione, una voglia improvvisa di riscatto, una sfida con sé stesso nel non abbandonarsi nella trappola di chi alla sorella aveva venduto la morte, lasciandolo solo.

E così Giacobbe restò folgorato dalla boxe, dentro quella palestra dov’era finito solo con l’intento di perdere peso. Ma c’era qualcosa che lo portava oltre con la testa dentro quel ring, c’era un contesto ideale per sfogare tanta rabbia nel rispetto delle regole. Ecco: Giacobbe poteva finalmente sfogare la sua rabbia percorrendo una strada pulita, fatta di sacrificio e apparentemente tante botte, ma in realtà educativa e soprattutto legale.

Come nella boxe, Fragomeni ha vissuto il reality con la sua cruda e accattivante personalità, senza troppi artifici. Anche a costo di rinunciare a qualche simpatia. D’altronde, quel ragazzo, che al tardo pomeriggio ritrovava le forze fisiche per riscattarsi dalla vita dura e faticosa, non badava a chi lo apprezzasse e chi no. E allo stesso modo il Fragomeni nazionale oggi piace così, come è sempre stato.

Continua a leggere

Pugilato

Pietro Boine, Campione Italiano dei Pesi Massimi (a sua insaputa)

Francesco Beltrami

Published

on

Domenica 10 luglio 1910 a Valenza Po’, cittadina piemontese, viene organizzato, nel pieno della calura estiva, un match che vede in palio il titolo di Campione Assoluto (senza cioè distinzioni di peso) del Nord Italia. Valenza è città in forte sviluppo industriale: dalla seconda metà dell’Ottocento cresce l’attività orafa e successivamente quella calzaturiera, e col nuovo secolo tali produzioni iniziano a divenire industriali. Parallelamente si genera un certo fermento sociale e nascono nuove associazioni che aggregano la popolazione in forte crescita numerica, con fini di solidarietà sociale ma ovviamente anche ricreativi: si sviluppano quindi diverse società sportive. L’attività principale è quella ciclistica, sulla pista ellissoidale, di circa 700 metri e con ampie tribune, che occupa la zona oggi limitata da Piazza Gramsci e Via Trieste, nella buona stagione si susseguono settimanalmente corse ed allenamenti con la partecipazione dei campioni del momento, ma va per la maggiore anche la società che si occupa di atletica e ginnastica e anche il nuovo sport del pugilato trova terreno fertile per proporre eventi, fino ad arrivare appunto ad ospitare il titolo dell’Alta Italia.

 

Sul ring salgono Antonio Ferranti, della Libertas Post Resurgo, società atletica di Milano, e soprattutto Pietro Boine, ligure, ventenne che può essere considerato il vero pioniere della boxe in Italia. L’incontro dura poco, Boine è troppo superiore all’avversario e già alla terza ripresa lo mette KO laureandosi Campione. Lui non lo sa, e non lo saprà mai perché il riconoscimento arriverà postumo, ma non ha conquistato solo il titolo dell’Alta Italia, è il primo Campione Italiano dei pesi massimi, sarà la Federazione Pugilistica Italiana negli anni successivi alla sua nascita, che avverrà nel 1916, a stabilirlo, rimettendo ordine nell’attività svoltasi prima della sua fondazione.

 Spostiamo ora la nostra attenzione su Pietro Boine. Nato ad Andora Ligure il 20 settembre 1890 da una famiglia prima benestante e poi sempre più povera, cresce a Portomaurizio, località che unita ad Oneglia negli anni Venti darà vita alla città di Imperia, riesce a studiare fino al Ginnasio poi a 13 anni si imbarca su un mercantile, con la speranza di diventare un giorno commerciante, ma non farà altro che il mozzo, dunque si stanca presto e torna in famiglia. Riparte però ben prima dei vent’anni per la Francia, spinto dalle necessità economiche, fa mille lavori e approda a Parigi dove conosce il pugilato sportivo, se ne innamora a prima vista, e da spettatore diventa praticante. Tornato in Italia va a Milano e insieme al maestro Celestino Caverzasio fonda il Club Pugilistico Nazionale. Combatte a Milano, Binasco, Broni, Verona, fino ad arrivare al match di Valenza, che secondo il CONI sul sito sportolimpico.it fu la finale di un vero e proprio torneo per assegnare il titolo Alta Italia sotto l’egida delle Federazione Atletica Italiana, svoltosi con incontri alle 4 riprese rispettando le regole del marchese di Queensberry.

 

Il sito dedicato alla boxe sportenote.com ricostruisce invece diversamente gli eventi, colloca infatti il torneo domenica 19 luglio, una settimana dopo il match con Ferranti, in tale occasione Boine mette KO in 2 riprese prima Monzani poi Giacomo Rossi confermandosi così Campione.Nel 1911 abbiamo notizia di otto combattimenti sostenuti da Boine, tutti a Milano, sei vittorie e due sconfitte, maturate entrambe contro pugili di scuola britannica, Max Roberts, che Boine aveva in precedenza battuto per KO tecnico alla terza ripresa, e O’Mara. In questo stesso anno Pietro inizia anche a tirare di scherma, sotto le cure del grandissimo maestro Giuseppe Mangiarotti. Otterrà buonissimi risultati nella spada da terreno.

 Nel 1912 dopo una serie di match sostenuti tra Milano e Bologna e tutti vinti a giugno a Milano Boine torna a combattere nel torneo che deve assegnare il Titolo Alta Italia, stavolta articolato in tre diverse categorie di peso. Il pugile di Portomaurizio sosterrà tra il 10 e il 15 giugno sei incontri, uno al giorno, affrontando quattro differenti avversari, Eustacchio Sala e Paolo Zucca due volte, mettendoli tutti KO. Il match decisivo il 15 è contro Alessandro Valli che resisterà 6 rounds.

 A questo punto Pietro va a cercare nuovi stimoli, e nuove e più consistenti borse, in Francia, dove tra il 2 settembre e il 16 novembre, combatterà otto volte. Gli avversari che gli vengono proposti in terra francese sono ben più ostici dei meno esperti pugili italiani, e dopo due successi iniziali ad Aix Les Bains e Ginevra (Svizzera) Boine sarà sconfitto a Lione da Frank Klaus per KO alla terza ripresa. Si riscatterà di fronte al pubblico lionese battendo dieci giorni dopo Jack Meekins e potrà poi approdare a Parigi dove raccoglierà due pareggi e due pesanti sconfitte.

 Tornato in Italia nel 1913 dopo due iniziali successi lascia l’otto marzo il titolo dell’Alta Italia nella mani di Eugenio Pilotta che lo sconfigge a Milano per KO tecnico alla quinta ripresa. Tornerà sul ring due settimane dopo e nel giro di una ventina di giorni tra Milano e Genova otterrà tre vittorie e un pareggio. L’antivigilia di Natale sul quadrato allestito al “Filodrammatici” di Milano con una borsa di ben 500 lire arriva il momento dell’attesa rivincita con Pilotta. Boine non è in buone condizioni di salute, debilitato da un’infezione tifoidea non curata. Nonostante il parere contrario del suo maestro di scherma e amico Giuseppe Mangiarotti che per l’ennesima volta a poche ore dell’inizio dell’incontro lo esorta inascoltato a consultare un medico, vuole comunque combattere. Pilotta è in difficoltà alla prima ripresa, ma riesce a superare il momento difficile mentre a Boine vengono a mancare le energie, l’avversario lo colpisce più e più volte, alla terza ripresa per non cadere Pietro si aggrappa alle corde, fino a che l’arbitro, il cronista della Gazzetta dello Sport Arturo Balestrieri, decreta il KO tecnico.

 

Pietro Boine non si riprese più, mori il 28 gennaio 1914 quattro mesi dopo aver compiuto 23 anni, alla Clinica San Giuseppe a San Vittore per un attacco violento di tifo. Riposa nel cimitero di Portomaurizio a Imperia, di fianco al fratello Giovanni, poeta, saggista e scrittore, anche lui mancato prematuramente (1887-1917) anche lui pioniere, destino di famiglia, del Modernismo. Fu il fratellastro (figlio in seconde nozze della madre) Pietro Giovanni nel 1984 a far traslare accanto a quelle di Giovanni ciò che restava delle spoglie di Pietro da Milano.

 

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication