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La “Sindrome di Ronaldo”

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La “Sindrome di Ronaldo”

Il 20 novembre si celebra in tutto il mondo la Giornata Internazionale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenzaQualcosa che andrebbe ricordato anche mentre si fa sport, dove tra i più giovani si sta perdendo, quasi sempre per colpe non ascrivibili a loro, il diritto di divertirsi, di giocare e svolgere attività fisica per il solo gusto di farlo e non per motivi che con lo sport non hanno nulla a che fare, soprattutto in giovane età.

Sono tutti Cristiano Ronaldo

La chiamano “Sindrome di Ronaldo”, quella che secondo gli psicologi colpisce i genitori di ragazzini che praticano calcio nei quali si sviluppa senza alcun tipo di remora o freno inibitorio la convinzione di aver partorito il nuovo Cristiano Ronaldo. Con dinamiche patologiche che si sviluppano alquanto bizzarre!

Va detto prima di tutto che per diventare un campione è necessario che si incastrino più variabili: abilità fisico-tecniche e mentali, un buon allenatore e… un buon genitore!(oltre ovviamente una buona dose di fortuna).

Le colpe dei genitori

Approfondiamo qui cosa si intende con “buon genitore” (o, rubando un’espressione di Winnicott che ho sempre amato, “un genitore sufficientemente buono”) se parliamo di giovani calciatori. Innanzitutto, dal momento che tra le abilità mentali su citate compare la motivazione, occorre che il genitore sia capace di distinguere tra ciò che lui stesso vorrebbe per il figlio (e prima ancora magari ciò che avrebbe voluto per sé) e ciò che è il figlio a desiderare. Purtroppo non è così infrequente, anche ad alti livelli, che durante un percorso di mental training (finalizzato al potenziamento proprio delle abilità mentali) emerga che il ragazzo, più o meno inconsciamente, stia cercando di diventare un calciatore per assolvere ad un’aspettativa paterna. Ed è evidente che se non si segue questo sogno per il “sacro fuoco” che nasce da dentro, difficilmente si riuscirà a realizzarlo, finendo così per sentirsi non solo frustrati, ma anche in qualche modo in colpa per non aver saputo tener fede al tacito patto stabilito con il genitore.

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L’importanza di tornare a giocare

Quando si parla di bambini inoltre (e quindi sostanzialmente per tutta la fase pre-agonistica) non va mai dimenticato che l’obiettivo principale deve essere il divertimento. Perché solo così sarà possibile coltivare anche la determinazione ad andare avanti nonostante i sacrifici che inevitabilmente la scelta sportiva potrà comportare (quali ad esempio gli allenamenti nelle differenti, e spesso avverse, condizioni meteo; lo studio da dover organizzare; i week-end sempre impegnati e che di fatto costringono a rinunciare a qualunque altra proposta alternativa…). Per un bambino lo sport non può e non deve comportare una valutazione che generi ansia da prestazione, men che meno se tale valutazione proviene da un genitore che si erge a “Gazzetta dello Sport”, sciorinando voti e giudizi ad ogni prestazione.

Genitori invadenti

Veniamo poi ad un altro aspetto importantissimo che sta assumendo – anche sociologicamente parlando – una preoccupante gravità, non solo per quel che riguarda il calcio. Parliamo dell’incapacità di fidarsi ed affidarsi, con umiltà, ai professionisti a cui si è scelto di dare in mano il proprio figlio, riconoscendone le competenze, siano questi lo Staff Tecnico, la Società Sportiva, così come la Scuola e i suoi insegnanti. Sempre più spesso, infatti, troviamo madri e padri che entrano pesantemente in competizione con il Mister, che da bordo campo urlano indicazioni tecniche in contrasto con quelle ricevute dal ragazzo nel pre-partita, quando non addirittura insulti e imprecazioni indirizzati all’allenatore che “non capisce come utilizzare mio figlio”.

Tale comportamento, oltre ad essere ovviamente confusivo per il ragazzo che perde i riferimenti ed entra in conflitto rispetto alla persona cui obbedire, crea un problema educativo ancora più pericoloso: si insegna così che l’autorità può essere scavalcata, addirittura derisa e squalificata.

L’identikit del genitore medio

I genitori in questione si riconoscono perché, generalmente, iniziano i loro discorsi con l’incipit “Non perché è mio figlio ma…”, con a seguire l’elencazione delle doti – molto spesso incomprese – del figlio calciatore, a dimostrazione che meriterebbe ben più spazio/considerazione/visibilità. Solitamente poi, di pari passo, vengono sminuiti meriti e capacità dei compagni di squadra, “che non sono all’altezza, che non passano in modo corretto il pallone” e che – nei casi più estremi (ma per nulla rari) “giocano un tempo troppo lungo, forse perché intrattengono rapporti personali con l’allenatore o… gli pagano qualche tangente”!!

E non si creda che tale “delirio” da “mio-figlio-è-Cristiano-Ronaldo-come-potete-non-accorgervene” avvenga solo laddove le ambizioni incontrano un certo realistico talento e il bambino o ragazzo in questione solca i campi di settori giovanili più o meno quotati…

Al contrario, queste stesse dinamiche si ritrovano in quasi tutti i campetti anche dell’oratorio. Ho assistito personalmente a padri che minacciavano gli allenatori perché il figlio (che giocava da 5 mesi a calcio e non certo con un talento brasiliano) non restava in campo lo stesso minutaggio di compagni che frequentavano la squadra da 4 anni e che, quanto meno per “esperienza” avevano interiorizzato i rudimenti tattici utili a stare in partita.
Forse vale la pena, a questo punto, chiedersi perché succeda ciò, perché si perda il lume della ragione e del buon senso di fronte al proprio piccolo erede coi tacchetti.

I bambini non sono oggetti

Credo che la spiegazione (o almeno una di quelle possibili) sia che oggi purtroppo sempre più spesso il figlio è un oggetto narcisistico, non un individuo, ma una parte di se stessi, da mostrare ed esibire (e in questo non si può prescindere dalla responsabilità dei social, o, almeno, dal cattivo uso che se ne fa). Come dicevamo all’inizio, pertanto, non ci si interroga neppure su ciò che può essere la sua aspirazione, ma si da’ per scontato che coincida con la propria. E ancora oltre, se si ha l’impressione che il figlio subisca un torto – e teniamo presente che molte volte i bambini non hanno assolutamente la stessa sensazione – si reagisce con l’enfasi che si avrebbe se quel torto lo si fosse subito in prima persona.

In sintesi, il figlio diviene un maxi-schermo su cui si proietta se stessi, le proprie ambizioni – probabilmente frustrate – e la propria emotività.

Accade così che a fine anno calcistico si assista ad un “fuggi fuggi” di genitori che si affannano a cercare la squadra migliore per il figlio, quando basterebbe chiedere al ragazzo che cosa avrebbe piacere di fare per sentirsi rispondere che gli interessa unicamente restare a giocare dove già è, con il suo gruppo di amici.

Il caso emblematico e le riflessioni finali

Emblematico è un aneddoto che può far capire come l’eccesso di intraprendenza genitoriale possa finire per essere un danno per la crescita nell’ambito calcistico. Mi sono imbattuta, non molto tempo fa, nel genitore di un ragazzino talentuoso con tanta passione per il calcio. La ricerca spasmodica, da parte del padre, di un procuratore e/o di un osservatore di una qualche squadra professionistica, è cominciata prestissimo, ancora prima dell’ingresso nella cosiddetta agonistica.

Apparentemente sembravano iniziative vincenti, provini e cambi di squadra si succedevano con frequenza più che annuale. Squadre professionistiche e/o scuole calcio molto in vista nell’ambiente lombardo. Ma questo sembrava non bastare mai, troppo era il talento secondo lui per riuscire a contenere il giocatore in una squadra dove magari giocava poco.

In effetti, mi sono chiesta, perché con un tale talento finiva per solcare poco il campo? I motivi possono essere tanti, ma non credo sia questo il punto; la realtà è che tutta questa rincorsa aveva tolto al ragazzo il piacere del pallone ed aveva affievolito la passione, lasciando soltanto il peso del dover essere il nuovo CR7.

Ebbene alla vigilia di un provino (l’ennesimo) per le giovanili di una squadra di serie A, il ragazzo va dal padre e gli consegna le sue scarpette da gioco annunciandogli, come una liberazione, che non giocherà più a calcio.

Vi risparmio il finale triste fatto di amarezza, di rapporti da ricucire, di rimpianti e di rimorsi; ecco… io ve lo risparmio, risparmiatevelo anche voi!

Marzia Serena Terragni – Psicologa dello Sport, Calcio Profiler

 

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