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Calcio

Serie A, il campionato meno combattuto d’Europa. La riforma diventa vitale

Massimiliano Guerra

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Stiamo facendo vari incontri ma pensare di dire a quelli della parte destra della classifica di serie A di diminuire l’organico da 20 a 18 squadre è pura utopia”. Questa è la dichiarazione di resa del Presidente della Figc Carlo Tavecchio rispetto alla possibilità di tornare ad una Serie A a 18 squadre. Una riforma necessaria, quasi indispensabile se si vuole salvare la spettacolarità e la competitività di un campionato che non più di 10 anni fa era, senza dubbio, il più combattuto e affascinante. Un campionato che ora sta diventando noioso e senza nessuna squadra in grado di dar fastidio alla Juventus. L’ultima giornata è stata la prova di tutto questo: le prime sette della classe hanno vinto tutte (chi soffrendo, chi meno) e hanno ormai chiaramente staccato tutto il resto del gruppo. Per non parlare della zona retrocessione che, a gennaio, sembra decisa al 99%. A dire questo sono i numeri che confrontati con gli altri 4 massimi campionati europei sono più che preoccupanti.

CONFRONTO – In nessuno degli altri 4 maggiori campionati europei esiste un divario più ampio di quello che c’è in Italia tra la zona salvezza e quella retrocessione. In Serie A ad essere nell’ultimo posto disponibile per salvarsi c’è ora l’Empoli che può comodamente gestire ben 7 punti di vantaggio dal Palermo terz’ultimo ed in questo momento in Serie B. Se andiamo a vedere la lotta salvezza in Inghilterra, Spagna, Francia e Germania, scopriamo che qui è ancora tutto da decidere. Partiamo dalla Premier: ad essere in Championship ora sarebbero Sunderland, Swansea e Hull City (qui siamo alla ventesima giornata), con i black cats che hanno un solo punto di ritardo dal Crystal Palace, quattro dal Middelsbrough e sei addirittura dal Leicester campione in carica. Passiamo alla Bundesliga. In Germania, dove le squadre sono 18,  l’Amburgo terz’ultimo è a tre punti di distacco da ben tre squadre, il Werder Brema, il Wolfsburg ed il Borussia Monchenbladbach . Dietro l’Amburgo, che in questa posizione andrebbe agli spareggi con la terza della Seconda Divisione, c’è l’Ingolstadt attardato di appena una lunghezza ed in piena corsa per rimanere a galla. Più attardato il Darmstadt che paga lo scotto del noviziato in Bundesliga.  In Francia la situazione è ancora più ingarbugliata al momento: nel giro di 6 punti ci sono ben nove squadre che potrebbero scendere nella Serie B transalpina. Dal Lorient ultimo a 15 punti alla coppia Lille e Nancyquota 21, tutti rischiano grosso. Chiudiamo con la lotta salvezza nella Liga. Qui Granada ed Osasuna sembrano molto attardate rispetto al gruppetto formato da Gijon, Valencia, Laganés e Deportivo la Coruna che si giocheranno la loro carte per evitare di scendere in seconda divisione e che sono racchiuse in appena 5 punti. Di certo il Valencia è un’intrusa in questa lotta per non retrocedere e le recenti dimissioni di Cesare Prandelli sono la testimonianza di una stagione fin qui disastrosa.

LOTTA AL TITOLO- Non è solo la lotta alla retrocessione a dimostrare quanto sia necessaria la riforma al nostro campionato, ma anche quella per il titolo. Solo in Italia ed in Spagna le capoliste Juventus e Real Madrid possono vantare un vantaggio potenziale (entrambe devono recuperare una partita) sulle dirette inseguitrici. Un dato anomalo se si confrontano le ultime stagioni con il terzetto Real, Barcellona e Atletico Madrid a lottare fino alla fine per il titolo, al contrario degli ultimi quattro campionati in Italia dove la Juve di media ha festeggiato sempre con 4-5 giornate d’anticipo. In Premier League il super Chelsea di Conte (tredici vittorie di fila prima dello stop con il Tottenham ) ha solo 5 punti di vantaggio sul Liverpool  e ben 7 sul Manchester City, ma l’impressione, vedendo le partite, è quella che tutte le squadre possano dire la loro fino in fondo. Molti combattuti anche i campionati in Germania e Francia: in Ligue 1, la sorpresa Nizza comanda la classifica con due punti sul Monaco e ben cinque sul ricchissimo e fortissimo PSG. In Germania, il Bayern è in vetta con appena tre lunghezze sul Lipsia, squadra rivelazione del campionato. Dati alla mano sembra inevitabile una riforma della Serie A. Il rischio è quello di creare un campionato di seconda fascia in Europa, che non attiri più sponsor e che, cosa ancora peggiore, perdi l’interesse degli appassionati, ormai annoiati da campionati chiusi a gennaio. Un processo, questo di disamoramento, che già è partito e che solo chi tira le redini del sistema calcio Italia può in qualche modo arrestare.

11 Commenti

11 Comments

  1. Ehol

    gennaio 13, 2017 at 11:08 am

    Non sono d’accordo. Non è il numero di squadre a rendere noioso il campionato, ma la ripartizione dei guadagni alle squadre. In Inghilterra il campionato è a 20 squadre come la serie A ma è molto più combattuto, perchè anche una squadretta prende almeno 60 milioni dai diritti televisivi (e con quella cifra, una squadra competitiva per rimanere nella serie la puoi fare).
    Pescara, Crotone e Empoli sulla carta, solo per il budget a loro disposizione partivano già perdenti ancora prima che finisse il mercato di Giugno e solo una gestione scriteriata del Palermo sta togliendo l’Empoli dalla zona retrocessione. L’anno scorso, Carpi e Frosinone erano nella stessa barca: possono permettersi un bel campionato di B, ma la A è per loro proibitiva. Tavecchio ha ragione: i club fanno muro per evitare di rimanere impastoiati in lotte che non vogliono fare. Nessuno ci tiene a vivere sulla sua pelle un avvincente campionato per non retrocedere. È banale, ma per migliorare il campionato italiano non è la lotta alla classifica, ma la qualita delle partite singole che farebbe bene allo stesso. Finchè si vedono partite tra squadre di media classifica che sono di un noioso totale, i rischi di disamoramento restano altissimi. Posso anche guardare un Empoli-Pescara (per fare due nomi a caso) se messo in prima serata, ma bisogna che sia una bella partita, non una noia mortale … E la bella partita, due squadre con un budget di poco meno di 10 milioni, non so come la possano offrire: al massimo mettendoci tanto agonismo. Ma, ahimè, pochissimo spettacolo …

  2. n.t.

    gennaio 13, 2017 at 2:15 pm

    Il problema non è di numero di squadre, anche se personalmente preferirei anch’io una serie A a 18 per salvaguardare un minimo di qualità e poter dare più spazio alla Nazionale.
    Il problema è che il calcio italiano è FINTO. E’ wrestling, teatrino, una manfrina completamente pilotata.
    La classifica delle cosiddette grandi (Juventus, Napoli, le romane e le milanesi) è pompata da aiutini continui a danno delle cosiddette medie e piccole. Non solo dagli arbitri, ma anche dagli organi di lega che dovrebbero essere imparziali e invece sono totalmente asserviti a poteri vari (politici, economici, criminosi).
    Riforma del calcio italiano? Un presidente di Lega super partes, una classe arbitrale sganciata dalla Lega, un meccanismo sanzionatorio per gli arbitri che non dipenda da “a danno di chi” hanno commesso errori (oggi funziona proprio così), una politica di inclusione allo stadio e non di esclusione, Iniziamo da lì.

  3. Marco Prampolini

    gennaio 13, 2017 at 3:21 pm

    I veri problemi sono la ripartizione dei diritti tv se fosse come in Inghilterra il divario tra la prima e l’ultima non sarebbe di 70 milioni ma solo di 20.E poi i pilotaggi arbitrali a favore delle 7 grandi a volte addirittura incredibili.Date pari opportunità a tutti e il campionato non sarà noioso. Olretutto con questo andazzo nelle competizioni europee facciamo figure barbine.

  4. mariella

    gennaio 13, 2017 at 10:32 pm

    La caratteristica più negativa della nostra Serie A è la presenza di Stadi semivuoti. E ciò costituisce la logica conseguenza dell’esistenza in organico di squadre di paesotti, fortunati sol perché hanno per presidente un danaroso o un affarista. Così stanno in serie A Sassuolo, Empoli, Crotone, Udinese e Chievo ed, invece, non ci sono Bari, Messina, Reggio Calabria, Taranto, Catania ecc. E, notare, quest’anno saranno retrocesse TRE squadre del Sud!

  5. Baldo

    gennaio 13, 2017 at 11:47 pm

    E’ una grandissima bugia dire che il campionato di serie A è noioso perchè è a 20 squadre. Con il forte disequilibrio che c’è nella ripartizione dei diritti televisivi anche se il campionato fosse a 16, 18 squadre non cambierebbe assolutamente nulla. E un altro esempio è la Coppa Italia che privilegia sempre i più forti: volete che ci sia entusiasmo di nuovo attorno al calcio? Allora mandate il Napoli a La Spezia e non il contrario oppure il Torino a Pisa e non il contrario. L’unica cultura che c’è in Italia è quella del grande che mangia il piccolo.

  6. Stefano

    gennaio 14, 2017 at 6:03 pm

    è una semplice questione di danaro, come sempre nella vita.
    le prime squadre in italia guadagnano troppi soldi a discapito delle piccole. 20 squadre sono ridicole se il livello è quello di crotone &co.
    l’inghilterra che ha un campionato tatticamente mediocre si è venduta meglio all’estero e grazie ai soldi che racimola in giro per il mondo può permettersi giocatori che noi ci possiamo solo sognare.
    urge mettere immediatamente qualcuno ai vertici che sia un manager vero, non un caso umano disperato che riorganizzi il tutto. ma si sa che chiedere di cambiare alle squadre che hanno il potere è impossibile

  7. iddu

    gennaio 14, 2017 at 7:47 pm

    smettete di andare allo stadio (parlo di serie a) e di comprare abbonamenti alle pay-tv. semmai andate a vedere le serie minori.
    finchè continuerete a riempirli (soprattutto le”grandi”,perchè quell’altre riempiono assai poco) non cambierà mai nulla.

  8. lazzini renzo

    gennaio 14, 2017 at 8:11 pm

    Troppi scandali, troppi soldi, tanto fanatismo, definirlo sport, il calcio, mi sembra quasi esagerato. Se poi ci mettiamo la situazione economica,attuale, cioè la continua crisi, che riduce le possibilità finanziarie delle famiglie italiane, trovo normale l’allontanamento dagli stadi.

  9. Gius

    gennaio 16, 2017 at 9:07 am

    Una serie di forzature statistiche degne della peggiore tradizione di Repubblica. Si poteva affrontare l’argomento in maniera più seria.
    Una citazione per tutte: definire combattuto il campionato tedesco. Al limite del ridicolo

  10. claudio

    gennaio 16, 2017 at 10:52 am

    Il problema è economico come molti hanno scritto riguardo la suddivisione dei diritti (vero e unico introito in serie A) ma il numero delle squadre c’entra eccome al contrario di quello che affermano diversi commenti. Intanto 2 squadre in meno si tradurrebbe subito in: più lotta per i punti e quindi più impegno con le grandi e meno squadre con cui dividere i diritti. Che poi vadano divisi più equamente sono stra-d’accordo. In ultimo gli stadi; fanno schifo; sono scomodi, fatiscenti, inadatti al calcio etc.. Sai che c’è? Resto a casa con la TV. Ieri sera a Firenze, migliaia di fiorentini a morire di freddo perchè il Franchi non ha nemmeno una copertura….e ho detto tutto.

  11. Noia mortale

    febbraio 6, 2017 at 12:18 pm

    Ambèh! E il problema della noia mortale che rappresenta la Serie A da ormai 25 anni sarebbe il numero di squadre? Ma per cortesia! Il campionato non è ancora finito ma io già lo immaginavo da giugno il nome del vincitore… E la colpa sarebbe del Crotone!? Davvero urge una riforma, per diventare un campionato “competitivo” (sic!) come la Bundesliga. Ossia una roba che si riassume in Bayern Bayern Bayern, e altre squadre a fare da comparsa. Ritengo normale che vi sia un divario in fatto di albo d’oro e resa fra le 3 grandi e le altre, ma qui ormai è un abisso, un solco scavato dal 1991, quando vi fu l’ultima neovincitrice (la Sampdoria di Vialli e Mancini). Salvo il “break” in epoca giubilare delle 2 squadre capitoline, la Serie A degli ultimi decenni è stata una mera questione fra le 3 big (l’Inter ha atteso 17 anni ma si è rifatta con gli interessi). Le altre, alternandosi, hanno giocato il ruolo di comparse o poco più.
    Non si pretende un “caso Leicester” all’anno in Italia, ma quel che è certo è che la Premier è molto più variabile: il Chelsea che ritorna a vincere dopo secoli, ed alza anche la prima Champions; il Liverpool che vince in Europa ma è ancora a secco in campionato dall’89; l’Arsenal che è una delle più forti in campionato. ma è ancora priva di titoli europei; il ritorno del Man City; gli “scudetti” di Blackburn e Leeds negli anni ’90. Insomma, non solo United.
    Ve lo ricordate quando ancora vincevano Verona e Cagliari?
    La Serie A è ormai di una monotonia e di una noia sconcertante. Il terzetto d’oro e la sua pletora di pagliacci da studio televisivo che sbraitano, sbracciano, e s’incazzano pure se “quest’anno siamo secondi e non abbiamo bissato la champions dell’anno scorso”? MA CI RENDIAMO CONTO o no che questi ci pigliano bellamente per il culo? Pronostico sui prossimi campionati? Forse riprenderà l’alternanza Juve-Milan, forse ci sarà un altro decennio di “squadra che vince non è Inter”… fino alla prossima vittora dei nerazzurri di un mondiale per club. Nei secoli dei secoli!
    Ma ora sappiamo che la colpa di tutto questo, ed anche del dominio totale Real-Barça, è da imputarsi unicamente al Crotone 🙂 … E so’ soddisfazioni, eh…
    Così va il calcio ed il mercato? Lo so benissimo, mica scendo dal monte. Fatti miei di non spenderci un centesimo d’euro per questa farsa, ormai assimilabile più agli psicodrammi teatrali del wrestling WWE che al calcio in se. La vera riforma partirà quando (e se) i semplici tifosi smetteranno di foraggiare questa pagliacciata, fra abbonamenti e quant’altro. E se persino un moloch inamovibile come il baseball negli U.S.A. è in crisi di pubblico e di finanze, ciò non appare impossibile.

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Calcio

Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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