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La Psicologia dello Sport: nuovi risvolti per le prestazioni degli atleti

Francesca Di Giuseppe

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Oggi ci diamo alla Psicologia. No, non siamo impazziti e nemmeno abbiamo cambiato obiettivi e finalità. Semplicemente abbiamo deciso di affrontare un tema in Italia ancora poco conosciuto, se non ignorato, come la Psicologia dello Sport.

Lo spunto è saltato fuori leggendo del primo Congresso Movimento PdS (Psicologi dello Sport) che si terrà dal 18 al 20 marzo prossimi all’Istituto Superiore Cavour Marconi Pascal di Perugia. “La psicologia applicata allo sport” sarà l’argomento nel corso del quale verrano posti tre obiettivi di fondo: capire cos’è la Psicologia dello sport, metodi e progetti operativi in Italia; porre le basi per generare sinergie con gli altri settori del mondo sportivo e, infine, l’operatività dello psicologo dello sport cioè analizzare campi di applicazione, benefici per dirigenti, tecnici, squadre e singoli atleti di ogni livello. Il tutto per realizzare, come si legge nella brochure dell’evento: “Un’opportunità di confronto sui temi operativi ricorrenti con gli interlocutori principali dello psicologo dello sport (allenatori, istruttori, preparatori atletici, medici fisioterapisti e dirigenti)”.

Ma come nasce la Psicologia dello sport? Ecco le tappe più importanti:

1890: anno in cui si sviluppano le prime opinioni in materia di aspetti psicologici dell’educazione fisica;

1897: Norman Triplett affronta i primi studi sulla performance in situazioni di agonismo;

1925: Coleman Griffit istitutì il laboratorio di Psicologa dello sport presso l’Università dell’Illinois;

1965: a Roma si tiene il primo Congresso mondiale di Psicologia dello sport, fortemente voluto dalla psichiatra Ferruccio Antonelli, che riunì molti esperti del settore. In quello stesso anno, sempre a Roma, nacque anche l’International Society of Sport Psychology;

1970: Ferruccio Antonelli convinse l’editore Luigi Pozzi a pubblicare l’International Journal of Sport Psychology. Il decennio fu inoltre ricco di studi sul miglioramento della performance, personalità dell’atleta e motivazione;

1993: Singer e colleghi realizzano la prima edizione di Handbook of Research on Sport Psychology in cui furono raccolte le ricerche più significative pubblicate fino a quel momento.

Storia nel corso della quale anche l’Italia ha avuto una parte significativa che, purtroppo, non ha portato a un’evoluzione decisa. Mentre infatti in altri paesi industrializzati, lo psicologo sportivo è un professionista che ha competenze e titoli riconosciuti, nel nostro paese esistono ancora molte fragilità. In primis la formazione non avviene ancora all’interno delle università ma presso centri e/o organizzazioni private, inoltre non esiste un albo ufficiale dei professionisti abilitati alla pratica della Psicologia dello sport.

Per cercare di capire bene questo universo, abbiamo intervistato Massimiliano Di Liborio, psicologo dello sport di Pescara.

Massimiliano Di Liborio, psicologo dello sport. Ci parli della sua formazione.

“Dopo la Laurea in Psicologia, incuriosito dalla Psicologia dello Sport, ho deciso di orientare il mio tirocinio in questo settore. Compresa la necessità di formazione che richiede il poter lavorare serenamente in questo settore, mi sono specializzato con un corso annuale di perfezionamento in Psicologia dello Sport presso il Suism di Torino, poi un corso annuale di Pnl, Corsi di Ipnosi e diversi seminari presso la Scuola dello Sport a Roma. Naturalmente anche oggi la mia formazione continua, non solo per passione ma anche per necessità, infatti la produzione Scientifica in questo settore è molto fertile. Inoltre, ogni volta che si lavora in un Sport specifico bisogna conoscere le attività che caratterizzano lo Sport in questione. Al momento sono impegnato nel terminare la mia formazione come Psicoterapeuta ad indirizzo Dinamico. Nella mia formazione nella Psicologia dello Sport, sono stato molto fortunato ad incontrare dei Maestri di altissimo spessore professionale ed umano, parlo dei professor Maurizio Bertollo, Laura Bortoli, Claudio Robazza a Chieti  e il professor Giuseppe Vercelli a Torino”.

Perché ha indirizzato i suoi studi verso lo sport?

“Ho sempre praticato sport. Molto divertimento e molte sensazioni positive. Ho praticato per molto tempo discipline da combattimento (Karate, Kick Boxing e Bjj). Sono sport duri che ti mettono in contatto te stesso. Il passo poi è stato breve e per certi versi dettato dalla curiosità di capire a fondo quali fossero le dinamiche ed i fattori che entrano in gioco nella prestazione. Spesso mi chiedono se per essere uno psicologo dello sport si debba necessariamente essere stati degli atleti professionisti, solitamente rispondo di no, anche se credo nella necessità di sapere cosa significhi ‘sudare’, e non per il caldo”.

Cosa fa lo psicologo dello sport?

“Bene, su questo punto credo ci sia un po’ di confusione all’interno del mondo dello sport, purtroppo. La Psicologia dello Sport è una disciplina molto variegata. Cercando di riassumere, lo psicologo dello sport interviene principalmente su due dimensioni: la prima è quella legata all’ottimizzazione della prestazione. In questa dimensione il focus è l’ottimizzazione dei fattori mentali che possono incidere sulla prestazione, il fine ultimo di questo intervento è quello di mettere l’atleta in condizione di esprimere in pieno il proprio potenziale. Spesso le abilità mentali vengono date per scontate, ma in realtà sono appunto ‘abilità’ e come tali possono essere sviluppate; un esempio è quello delle abilità attentive, molto importanti nella prestazione. Esistono diversi training attraverso i quali è possibile avere degli ottimi incrementi, in tempi brevi. La seconda dimensione è quella legata al benessere psicofisico, ovvero un lavoro che si compone di interventi operati con il fine di promuovere il movimento come forma di benessere e prevenzione. Naturalmente Psicologia dello Sport è anche molto altro: ricerca, formazione dei tecnici, lavoro sulla coesione di squadra, prevenzione e recupero infortuni, prevenzione dell’over-training ecc”.

Trova che esista diffidenza verso la sua professione?

Sono sincero, diffidenza poca. Forse a volte un po’ di confusione. Lo stereotipo che lo psicologo nello sport sia ‘quello che cura la mente’ dell’atleta è ancora presente. In realtà, come cercavo di spiegare prima, nello sport, lo psicologo ‘allena la mente’ e più che ‘curare’ l’atleta, si ‘prende cura’ dello stesso. Devo anche dire che le cose stanno cambiando; sono sempre meno gli atleti che hanno problemi a dire che lavorano con lo psicologo dello sport e sempre di più quelli che, anche pubblicamente, ci annoverano come componenti del team che li seguono. Se penso agli atleti che ho seguito, quelli che seguo, e alle società con le quali collaboro, no, diffidenza direi proprio di no…di solito è bastato spiegare il lavoro che avremmo portato avanti insieme”.

In Italia non esiste un Albo per psicologi sportivi. Lo ritiene un vuoto da colmare?

“Sinceramente credo che l’urgenza si trovi nello stipulare delle intese ed alleanze tra le Federazioni, le società sportive  ed i nostri ordini professionali. Questo al momento credo sia un vuoto da colmare, anche se negli ultimi periodi pare ci si stia muovendo anche in questa direzione… Per quanto riguarda l’albo, abbiamo quello degli Psicologi, che garantisce alti livelli di formazione, credo basti. Poi naturalmente, sarà il professionista a valutare la propria capacità d’intervento nei settori specifici. Questo è semplicemente il mio punto di vista, naturalmente”.

Quanto può essere determinate una figura professionale come la sua all’interno di una qualsiasi società sportiva?

Bene, per essere obiettivi bisognerebbe ascoltare cosa ne pensano le società che hanno all’interno del loro staff lo psicologo dello sport. Posso dirle, però, che la nostra è una figura professionale molto importante, sotto diversi profili. Lo psicologo dello sport, nel corso del tempo, acquisisce tutta una serie di competenze specifiche e trasversali che lo mettono in grado di operare in diverse dimensioni, estremamente utili ed estremamente concrete per le società sportive. La gestione del rapporto società-genitori, la condivisione della vision all’interno della società, la possibilità di fornire ai tecnici strumenti per migliorare la gestione delle dinamiche del gruppo/squadra, lo sviluppo di questionari per indagare aspetti specifici, l’ottimizzazione della comunicazione tra allenatore, staff dirigenziale e atleti, facilitare la condivisione obiettivi società/allenatore/atleta, ne sono alcuni esempi”.

Cosa si sente di consigliare a un giovane che vuole intraprendere la strada della Psicologia sportiva?

La disciplina è in continuo movimento, esiste la possibilità di lavorare bene in questo settore, anche se non è facile. Competenza, pazienza, giusto atteggiamento, passione e iniziativa sono indispensabili per andare per iniziare e per andare avanti. Anche la capacità di creare reti e di avere dei buoni rapporti con i colleghi sono alla base del poter lavorare bene, in questa direzione l’iscrizione ad una delle associazioni di Psicologia dello Sport che sono presenti sul territorio, può tornare molto utile. La capacità di coltivare i propri sogni è indispensabile a mio avviso, in fondo, assieme ai tecnici ed a altre figure professionali aiutiamo gli atleti a realizzare i loro, e come spesso si dice, questo è un grande onore, ma anche un grande onere”.

FOTO: illustrazione di Vivek

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Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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