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Calcio

La prima (e seconda) volta del Var nel Calcio. Che fine farà la figura dell’arbitro?

Massimiliano Guerra

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Il 14 Dicembre 2016 sarà ricordato come una data storica per quanto riguarda il calcio, perché per la prima volta è stato concesso un calcio di rigore grazie al VAR (Video Assistant Referees). E’ accaduto nella Semifinale del Mondiale per Club tra i giapponesi Kashima Antlers e i colombiani dell’Atletico Nacional di Medellin e ad assegnare la massima punizione è stato l’arbitro ungherese Kassai. Scena che si è ripetuta ieri nell’altra semifinale tra Real Madrid e i messicani del Club America dove, a seguito di un goal di Cristiano Ronaldo, in un primo momento convalidato dall’arbitro, è intervenuta la moviola in campo per annullarlo a causa di un fuorigioco. Decisione, poi,  di nuovo corretta dal giudice di gara che ha sancito definitivamente la regolarità del goal del portoghese e il 2 a 0 finale.

VERA PRIMA VOLTA? – Una data storica dicevamo, anche perché mai il VAR  che, ricordiamolo, è in fase di sperimentazione nel Mondiale per Club in Giappone, era entrato cosi in maniera importante su una decisione arbitrale, o quanto meno in maniera ufficiale. Questa precisazione è doverosa perché in maniera ufficiosa la moviola in campo era stata già usata. Tutti ricorderanno la famosa testata di Zinedine Zidane ai danni di Marco Materazzi durante la finale della Coppa del Mondo del 2006 in Germania. Quella testata non fu colta immediatamente dall’arbitro argentino Horacio Marcelo Elizondo e dai suoi assistenti. Quando Materazzi cadde a terra e il gioco si fermò, passarono diversi minuti prima che il fischietto sudamericano decidesse di espellere il fuoriclasse transalpino. Giusto il tempo che qualcuno comunicasse ad Elizondo che, grazie alle immagini tv, Zidane era stato incastrato in maniera inequivocabile. Una volta ricevuta la comunicazione Elizondo, mostrò il cartellino rosso al francese. Il resto poi è storia che tutti sanno a memoria. Di conseguenza quella di ieri è una prima volta a livello ufficiale, ma in realtà la moviola in campo era già pesantemente entrata nel rettangolo verde, in una partita ben più importante di quella di martedì scorso.

ED ORA?-  Massimo Busacca, responsabile degli arbitri della Fifa ha subito commentato questa nuova modalità di decisione: “È stata la prima applicazione dal vivo del sistema Video Assistant Referees. È successo in una competizione Fifa ed è una novità per tutti. Specialmente il fatto di aver visto l’arbitro correre verso ‘l’area replay’ a bordo campo, per consultare il video. Nell’azione della partita di oggi  la comunicazione fra l’arbitro e l’assistente video è stata chiara, la tecnologia ha lavorato bene e la decisione finale è stata presa da Kassai, quindi dall’arbitro. È e sarà sempre così, perché il Video Assistant Referee è solo un supporto tecnico“. L’arbitro svizzero spiega quindi che il VAR sarà solo un supporto tecnico per gli arbitri. Si fa salva quindi, in ogni caso, la discrezione dell’arbitro che rimane l’unico giudice della gara e a cui spetterà sempre la decisione finale su ogni episodio. Allora che applicazione potrà trovare questa nuova tecnologia? L’episodio della partita tra Kashima e Nacional di Medellin, così come quella del Real, ha evidenziato dei limiti del Var fin da subito, a partire dal fatto che la decisione di decretare il calcio di rigore è nata da una svista di Kassai. L’ungherese non ha ravvisato un fuorigioco dei giapponesi che avrebbe reso impossibile la concessione del calcio di rigore.

Un’applicazione dubbia anche nella sua modalità: l’arbitro che, nel pieno di una partita, magari anche con la mente annebbiata dalla fatica, corre verso un monitor per vedere un replay di un azione davanti al pubblico, fa venire più di qualche dubbio sulla possibile applicazione in altri contesti ben più difficili che potrebbero comunque influenzare la decisione arbitrale. Non sarebbe meglio a questo punto che la decisione finale venga presa da una squadra di arbitri posizionata davanti ad un monitor, in un posto tranquillo e senza (si spera) condizionamenti ambientali, sulla falsa riga di quello che accade nel Rugby con TMO?  Con il rischio, però, che la scelta del giudice di gara possa andare in contrasto con la decisione del pool di esperti in regia, come è successo in Real-Club America. Nell’episodio della rete di Ronaldo, il direttore di gara, a conferma delle parole di Busacca sulla discrezionalità, ha ribaltato il giudizio della tecnologia (che dovrebbe essere “freddo” e “scientifico”) che aveva indicato come non valido il secondo goal dei Blancos. Un conflitto del genere potrebbe far sorgere tra i giocatori in campo malcontento e poca fiducia nei confronti dell’arbitro per il resto della partita. Tanti interrogativi che lasciano più di qualche perplessità su quello che potrà essere il futuro dell’uso della tecnologia nel calcio. L’applicazione della Var non ha neanche spento le polemiche perché ovviamente il Nacional di Medellin, dopo aver raggiunto il non invidiabile primato di essere la prima squadra a vedersi decretare un rigore contro, ha protestato per il fuorigioco non fischiato: “La tecnologia ci ha danneggiato” ha tuonato l’allenatore dei colombiani Rueda a fine match. La Fifa ha poi cercato di difendere la decisione di Kassai, dicendo che la posizione del giocatore del Kashima non potesse essere irregolare perché “non sarebbe stato in grado di sfidare l’avversario per la palla”. Polemiche che rappresentano davvero il colmo dato che il Var, nato proprio per rendere le decisioni arbitrali sempre più giuste ed eque, ha già innescato una baruffa alla prima vera applicazione, così come alla seconda con il tecnico del Club America che si è sentito, al pari del collega colombiano, danneggiato. Anche per coloro che ne hanno tratto beneficio, il Var ha destato molte perplessità: sia Zidane che Modric hanno dichiarato che l’utilizzo di questa tecnologia crea confusione e ha bisogno di regole precise che ora non ci sono, auspicando che non avvenga mai applicato ad altre manifestazioni. E’ proprio vero il calcio non è una scienza esatta e ci sono mille modi per vederlo ed intenderlo e forse, su alcuni episodi, neanche tutte le moviole del mondo potrebbero dissipare le polemiche.

 

Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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