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La notte di gloria dell’Albania per l’orgoglio e l’unità nazionale

Andrea Muratore

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È un guizzo rapace quello con cui Armando Sadiku sfrutta l’incertezza del portiere romeno Tatarusanu, capitalizza l’assist di Ledian Memhusaj e insacca il gol grazie a cui le Shqiponjat (“Aquile”) rossonere dell’Albania hanno potuto conquistare un trionfo storico nell’incontro conclusivo del primo turno degli Europei 2016, disputatosi a Lione. La rete di Sadiku rappresenta il coronamento di settant’anni di storia del movimento calcistico albanese, che ottiene il suo più importante successo nella notte magica del Parc Olympique Lyonnais, il primo in una grande manifestazione internazionale, ottenuto ai danni di un’avversaria contro cui l’Albania non vinceva dal 1948 dopo le due sfortunate sconfitte contro le ben più quotate Svizzera e Francia. Grazie al colpo di Lione, l’Albania ora spera ancora una possibile qualificazione nel novero delle migliori terze; nel frattempo, un paese intero si crogiola nella soddisfazione dovuta allo storico successo conseguito in terra francese, che ha portato decine di migliaia di persone a festeggiare animosamente per le strade della capitale Tirana nella notte tra domenica e lunedì.

La vittoria dell’Albania sulla Romania assume dunque connotazioni nazionalpopolari, divenendo motivo di giustificatissimo orgoglio per una nazione nei confronti della quale la gloria sportiva è stata molto spesso avara e venendo sottolineata in maniera evidente dalla decisione del primo ministro Edi Rama, intenzionato a ricompensare le buonissime prestazioni della poco quotata selezione albanese con un premio di un milione di euro e con il dono dei passaporti diplomatici ai suoi componenti al momento del ritorno in patria. Il cammino dell’Albania, qualunque saranno gli esiti degli altri incontri e a prescindere dall’ottenimento della qualificazione agli ottavi, è da sottolineare: a partire dal 7 settembre 2014, quando con un gol di Bekim Balaj le Aquile trafissero il Portogallo all’esordio delle qualificazioni ad Euro 2016, la selezione rossonera è sempre stata costretta a dover remare contro i pronostici, ed è riuscita a superare lo scetticismo che circondavano il suo cammino con prestazioni grintose e con un’organizzazione di gioco figlia del lavoro del massimo artefice della felice parentesi vissuta dal calcio albanese: Gianni De Biasi, fresco sessantenne che ha ricevuto dai suoi ragazzi il regalo più bello e nel corso della rassegna continentale ha mostrato su uno scenario di assoluto prestigio i maiuscoli risultati raggiunti dal suo lavoro. In particolar modo, nonostante le capitolazioni finali, l’Albania ha mostrato carattere e coraggio nel corso delle partite contro Svizzera e Francia, preludio al successo conclusivo contro la Romania che, oltre a mantenere aperte le speranze di qualificazione, ha consentito alla squadra albanese di segnare un’ulteriore pietra miliare sul cammino della piena maturazione.

Con il suo lavoro De Biasi ha forgiato un gruppo compatto, coeso da una profonda alchimia di squadra, ed è divenuto l’idolo incontrastato di un intero popolo: tre milioni di albanesi guardano oggi all’uomo di Sarmede come al principale artefice delle imprese memorabili che hanno contraddistinto la recente storia della nazionale a seguito dell’investitura di De Biasi a commissario tecnico, avvenuta il 14 dicembre 2011. Gianni De Biasi ha cantato a viva voce l’inno nazionale del suo paese adottivo assieme al suo vice Paolo Tramezzani prima della partita con la Romania, testimoniando un legame che oramai è ben più che professionale: l’Albania è paese di sentimenti forti, e di questa realtà gli innumerevoli tifosi che seguono la squadra danno una viva rappresentazione. La campagna continentale della nazionale albanese ha offerto l’occasione per la creazione di un’ideale legame di contatto in supporto ai ragazzi di De Biasi che nelle ultime settimane ha unito i cittadini albanesi risiedenti in patria alle centinaia di migliaia di emigrati popolanti tutte le nazioni d’Europa (600.000 dei quali in Italia); l’Albania è stata in passato terra di diaspora, e poche occasioni come l’Europeo attualmente in corso hanno offerto ad un popolo tanto frammentato l’occasione di riunirsi, seppur solo in maniera metaforica, per celebrare un momento di sincero orgoglio nazionale. Un’ulteriore vittoria da ascrivere al palmarès personale di De Biasi, che ora prospetta di restare alla guida della selezione sino al termine del ciclo di qualificazioni per i Mondiali di Russia 2018, che vedrà l’Albania inserita nel proibitivo girone di Spagna e Italia e che sarà il banco di prova definitivo per testare il grado di maturazione tecnica conosciuto dal movimento locale, già rivelatosi come notevole nel corso di Euro 2016.

Nei fatti, l’exploit dell’Albania rappresenta l’ascesa della classe operaia del pallone al Paradiso: grintosi, lottatori, instancabili, i membri della compagine scelti per Euro 2016 sono al tempo stesso autentici e sinceri rappresentanti del loro popolo e pedine perfette per le strategie calcistiche preferite da De Biasi. A rappresentanza di questa autentica working class sbarcata in Francia per ben figurare si possono prendere i due uomini che hanno costruito l’azione del gol alla Romania che ha fatto svoltare la storia del calcio albanese: il regista Ledian Memushaj e il goleador Armando Sadiku. Il primo ha conosciuto in questo 2016 il coronamento di una carriera professionistica vissuta principalmente nel nostro campionato, riuscendo a ottenere da protagonista la promozione in Serie A con la maglia del Pescara dopo aver salito tutti i gradini della piramide calcistica italiana a partire dall’Eccellenza, campionato in cui esordì nel 2003 con la maglia della Sarzanese; il secondo milita nel remoto Liechtenstein, ed è infatti attaccante del Vaduz che in patria tiranneggia la locale coppa nazionale e contemporaneamente disputa la massima divisione del campionato svizzero.

Entrambi, dunque, sono giunti in Francia a partire dalle periferie del calcio europeo, e sono riusciti a conquistarsi un meritato spazio nella storia di questo Europeo assieme al resto di una squadra composta da giocatori militanti da un capo all’altro del continente, e riuniti in rappresentanza di una nazione che vede in loro una fonte di orgoglio e ispirazione. Al di là del risultato finale dei gironi e di quale sarà il futuro del suo cammino, l’Albania ha già vinto. Ha vinto la piccola selezione rossonera, che è riuscita infine a conquistare l’agognato successo contro la Romania dopo aver ben figurato all’esordio. Hanno vinto i giocatori che dall’esperienza in terra di Francia trarranno forza e stimolo per il proseguimento delle loro carriere. Più di tutti, ha vinto un umile maestro di calcio italiano che in cinque anni ha saputo far volare le aquile laddove, in passato, esse non avevano mai osato avventurarsi.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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