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Calcio

La miglior difesa è la Difesa: la guerra al guardiolismo e la Lazio

Marco Cannaviccio

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Negli ultimi anni abbiamo assistito all’avvento di nuove filosofie, capaci di creare correnti di pensiero innovative e di ribaltare teoremi tattici che per alcuni apparivano obsoleti. L’ultimo decennio ha visto salire alla ribalta impianti di gioco costruiti su pensieri e ideologie tattiche palesemente in contrasto con alcune regole da sempre considerate inattaccabili. I nuovi astri nascenti delle panchine europee, dopo l’avvento del ‘’Guardiolismo’’, hanno cercato di ribaltare svariati capisaldi del calcio. Possesso palla ossessivo, inizio della manovra palla a terra fin dal portiere, gioco offensivo in ogni occasione, integralismo: queste le nuove idee di calcio che hanno preso piede negli ultimi anni, abbagliando platee convinte di assistere alla svolta epocale del gioco del calcio.

Dopo i primi successi, raggiunti più per la bravura dei calciatori che per le nuove impostazioni tattiche, queste filosofie rivoluzionarie però hanno iniziato a scricchiolare, lasciando intravedere tutti i propri limiti. Se è assolutamente condivisibile cercare con costanza nuove soluzioni e idee innovative per migliorare risultati e prestazioni, bisogna anche avere l’umiltà e l’intelligenza di riconoscere eterne alcune ‘’leggi’’ del calcio. Una di queste riguarda gli equilibri e le fondamenta per costruire una squadra vincente: qualunque sia la categoria e chiunque sia al timone della squadra, il primo passo per creare una compagine che possa puntare in alto è sistemare con cura la difesa. A meno di una netta supremazia tecnica, nessuna compagine può basare le proprie fortune solo sul reparto offensivo, preoccupandosi semplicemente di segnare una rete in più dell’avversario.

Il motto ‘’prima non prenderle’’, per certi versi anacronistico e fuori moda, contiene però un fondo di verità: meno saranno le reti subite, più facile sarà vincere l’incontro. Non essendo sempre possibile, per svariati fattori, attuare il proprio gioco, ecco che il saper soffrire e l’essere in grado di difendersi col coltello tra i denti diventa fondamentale per raggiungere determinati risultati. L’esempio lampante di quanto un reparto difensivo di livello possa cambiare l’andamento di una stagione è la Lazio di Simone Inzaghi. Squadra a cui piace giocare a calcio e che non si risparmia in fatto di gioco offensivo, ha però nella linea arretrata il suo vero punto di forza. Dopo la disastrosa annata precedente, in cui al centro della difesa si alternavano onesti mestieranti come Bisevac e Gentiletti, in questa stagione i biancocelesti hanno blindato la retroguardia grazie ad innesti di assoluto valore. Oltre al fondamentale recupero fisico di De Vrij, quello che ha blindato a doppia mandata la difesa laziale è l’avere non uno, ma ben quattro centrali di buon valore, con la conseguente possibilità di rotazione da parte di mister Inzaghi. Grazie agli acquisti azzeccati di Wallace e Bastos e alla crescita esponenziale dell’olandese Hoedt, in ogni partita finora disputata la Lazio ha sempre potuto contare su centrali di assoluto affidamento, chiudendo a doppia mandata la porta biancoceleste.

Con la poca concretezza del reparto avanzato a creare talvolta qualche problema di troppo alla banda di Inzaghi, il maggior merito per una stagione sinora altamente positiva è da ricercare nel reparto arretrato, capace di far sentire al sicuro l’intera squadra e consentendo agli attaccanti di sbagliare anche qualche occasione di troppo. In ottica futura, la Lazio può considerarsi discretamente coperta nel ruolo in questione e in grado di sopperire anche ad una probabile cessione dell’olandese De Vrij durante il prossimo calciomercato, a patto che i soldi incassati vengano poi reinvestiti negli altri ruoli per creare, finalmente, una Lazio in grado di assestarsi con continuità nelle zone nobili della classifica. Perché costruire una buona difesa è assolutamente fondamentale, ma è solo il primo passo verso il successo.

8 Commenti

8 Comments

  1. Zamax

    marzo 10, 2017 at 2:51 pm

    Se lei pensa che il “guardiolismo” si basi solo sul gioco di attacco, e non invece su una visione complessiva del gioco, allora non ha capito niente del calcio degli ultimi vent’anni.

  2. Frank McOnion

    marzo 10, 2017 at 10:10 pm

    Ma è serio quest’articolo?
    No perché i cosiddetti “guardiolisti” si giocano Champions League e campionati nazionali, mentre questa “fantomatica” Lazio, nonostante “una stagione sinora altamente positiva”, lotta per un posto in Europa League con l’Atalanta.
    Gran bel successo.

    • enrico

      marzo 11, 2017 at 2:19 am

      Non si sta facendo nessun tipo di paragone..credo semplicemente che si è voluto sottolineare come il “guardiolismo” inteso come la ricerca di un gioco altamente spettacolare e rischioso venga preso sempre più spesso come modello da perseguire da tecnici che obiettivamente non hanno una rosa neanche minimamente paragonare a quella del Barcellona, City, etc.In questo caso credo si volesse esaltare la lucidità di alcuni allenatori di capire che il gioco di Guardiola non è applicabile con i giocatori a disposizione e si affidano giustamente ad un bel reparto difensivo. Come nel caso della Lazio

      • Frank McOnion

        marzo 11, 2017 at 2:34 pm

        Io non ci vedo nulla di speciale, ma solo il solito difensivismo che tanto piace in Italia, dove personalmente tutti questi “guardiolisti” non li vedo.
        E quei pochi che ci sono mi pare ottengano risultati migliori rispetto alla Lazio pur senza rose stellari.
        Vedi il Napoli dove Sarri ha valorizzato o rivalutato giocatori che con Benitez venivano contestati.
        Oppure il Sassuolo della passata stagione o appunto l’Atalanta di questa.
        All’estero la situzione è radicalmente opposta e puntando sul bel gioco, senza difensivismi e tatticismi esasperati, le squadre minori riescono perlomeno a competere con i club miliardari e ogni tanto pure a vincere qualcosa.

  3. Silvio

    marzo 11, 2017 at 8:16 am

    Il guardiolismo, se hai Messi, Iniesta, Xavi, pique, Mascherano e compagnia bella, lo sa fare anche Luis Enrique …

    Lo stesso Guardiola, a Monaco, a parte fare quello che facevano anche i suoi predecessori (vincere la Bundesliga) ha prodotto poco, in relazione agli investimenti fatti. Lo stesso sta succedendo ora a Manchester. Il merito di Guardiola è stato di cucire, a Barcellona, un vestito perfetto per la stoffa che aveva a disposizione. L’errore è pensare che quello stesso vestito possa essere bello utilizzando la stoffa a disposizione della Lazio o di 100 altre squadre in Italia o nel mondo.

  4. Lucas da Roma

    marzo 12, 2017 at 1:12 am

    Comunque….forza lazzziiooooo!!!!!!

  5. fulgio

    marzo 12, 2017 at 2:32 pm

    Contano solo i giocatori , gli allenatori incidono nelle sconfitte .Quanti scudetti ha vinto il ” grande ” Sacchi con il Milan ….con quel Milan ?.1 ( uno )!!! piu che altro perso da qualcuno per favorire coloro dai quali dipendeva . È come diceva Totò’ ( lui si grande davvero ) : ” ho detto tutto “.

  6. giacinto di leo

    marzo 13, 2017 at 11:20 am

    la novità emersa nel derby di coppa italia LAZIO-ROMA è come tatticamente inzaghi abbia incartato la partita a spalletti. ha infatti messo sulle fasce un raddoppio di marcatura costituito da basta e quella scheggia di colore di lukaku , uno x fascia, raddoppiando con i tre dietro le marcature su salah e emerson. ormai tutti i terzini scendono x supportare gli attaccanti. la cosa nn si è però ripetuta nella seguente partita di campionato. ovvio che la tattica debba x forza riferirsi alle squadre che svolgono preferibilmente un gioco sugli esterni, ma nn mi ricordo di aver mai visto una risoluzione così vincente.

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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