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LA LODIGIANI NON GIOCHERA’ IN SERIE A. NESSUNO VUOLE LA FABBRICA DEI SOGNI

Simone Meloni

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La Lodigiani giocherà in Serie A, canta Fabrizio Moro in una delle sue canzoni, rievocando, almeno per il tempo di un verso, quello che è stato il sogno di molti bambini della Capitale nati quando il pallone faceva palpitare il cuore. Perché giocare nella Lodigiani, per un giovine di Roma, voleva dire tanto. Era un vanto, oltre che un privilegio da sfoggiare con gli amici. Un sistema perfetto, quasi scientifico, quello messo all’opera dal presidente Malvicini e dal direttore sportivo Rinaldo Sagramola sin dall’inizio degli anni ottanta. Un vero e proprio serbatoio calcistico, quando i grandi club sapevano osservare e attingere dal basso per costruire le proprie rose. Apprezzato e studiato non solo nel Belpaese, ma anche ben oltre le Alpi.

Bisogna partire dalla fine per dare un senso a questa storia. Dai playout di Serie C2 persi contro l’Olbia. È il 2003, e dopo esattamente vent’anni la Lodigiani è retrocessa in Serie D tra i dilettanti. Le avvisaglie che qualcosa non andasse si erano avute già tre anni prima, con la cessione dello storico centro sportivo della Borghesiana alla famiglia Longarini e il lento declino che aveva portato alla retrocessione dalla Serie C1.

Tuttavia i dilettanti, che probabilmente avrebbero significato bancarotta e conseguente sparizione del club, non arrivano. Il Gruppo Cisco, all’epoca proprietario di una squadra in Serie D e attivo nell’ambiente delle costruzioni, acquista i biancorossi, che contestualmente vengono ripescati nell’ultimo gradino del calcio professionistico italiano. La nuova proprietà nel giro di un paio d’anni cambia nome e simbolo, trasformando quello che fu il terzo polo calcistico capitolino in un’anonima Cisco Roma che poi, qualche anno dopo, verrà rilevata dalla famiglia Ciaccia, divenendo quell’Atletico Roma in grado di morire nella solitudine del Flaminio, dopo aver mancato la Serie B negli spareggi contro la Juve Stabia nel 2011.

Un gruppo di irriducibili dirigenti, capeggiati dal presidente Malvicini, non vuole far morire la Lodigiani e, nel 2005, il club rinasce con il nome di Nuova Lodigiani, trasformata poi in ASD Lodigiani e, nonostante la presenza di una prima squadra durata un paio d’anni, essa è attiva attualmente solo nel settore giovanile. Anni travagliati, in cui tanti volti si sono avvicendati in Via della Capanna Murata. Agli ottimi risultati del settore giovanile, non ha mai fatto seguito quello scatto importante che i tifosi hanno sempre richiesto, vale a dire una prima squadra in grado di valorizzare queste giovani promesse e restituire, almeno in parte, il maltolto di undici anni fa.

Ultima a mettere piede alla Borghesiana è la Reset Group. Agenzia di servizi che crea produce eventi, si occupa di procure sportive, vende e cura l’immagine delle celebrities“, come si legge sul sito ufficiale, gestita dal procuratore Davide Lippi, figlio del celebre Marcello (che diviene presidente onorario del progetto sportivo), e da Carlo Diana, entrambi impiegati in passato nell’area marketing della Juventus.  La società impianta alla Borghesiana una vera e propria accademia, con tanto di presentazione in pompa magna alla presenza dell’allenatore campione del mondo nel 2006.

Tifosi e media si interrogano se l’avvento del sodalizio potrebbe ridare al club la possibilità di rinverdire i fasti del glorioso passato, con i supporter che inoltrano a Marcello Lippi una lettera (https://forzalodigiani.wordpress.com/2015/11/10/la-lettera-dei-fedelissimi-lodigiani-consegnata-a-marcello-lippi-alla-borghesiana/) alla quale però non riceveranno risposta.

Per approfondire la situazione e capire meglio il futuro dei biancorossi abbiamo intervistato l’attuale direttore sportivo, Angelo Pichierri e Tonino Ceci, storica figura sia calcistica che dirigenziale della vecchia Lodigiani.

“La Lodigiani è ancora la terza squadra di Roma” esordisce Pichierri. Cercando su internet è difficile reperire uno spazio totalmente dedicato alla società, notizie e comunicati passano direttamente sul sito della Reset Academy, come conferma il direttore sportivo “La Lodigiani ha tutta la sua autonomia, ma facendo parte di un progetto importante l’aspetto comunicativo passa per i canali della Reset, essendo attualmente la stessa entità”. Il calcio, si sa, è anche e soprattutto fattore di appartenenza e identità, in molti non hanno visto di buon occhio l’utilizzo, nelle maglie, di colori afferibili all’azienda anziché al sodalizio sportivo, anche se Pichierri ci tiene a precisare che: “I ragazzi  conoscono l’importanza di vestire la maglia della Lodigiani e vi sono molto attaccati. Quando mettono piede alla Borghesiana respirano la storia e si rendono conto di quanto il progetto sia importante” . Un progetto che attualmente conta 500 iscritti nel settore giovanile, suddivisi tra Borghesiana e polo di Mentana, dove si allenano 80 ragazzi della scuola calcio.

Dello stesso avviso non è Tonino Ceci, secondo cui oggi essere alla Lodigiani non significa più molto. Cominciando dalla filosofia che ne caratterizzava l’esistenza, alla categoria in cui mettere in mostra il proprio talento. Una volta – sottolinea eravamo una società che produceva talenti e militava in Serie C, oggi il club è relegato a un mero discorso di settore giovanile, in cui chi gestisce la società, pur avendo i mezzi, non ha interessi a riportarla ad alti livelli. Dubito fortemente che i ragazzi sappiano cosa voglia dire indossare quelle maglie”.

L’arrivo di Reset Group, secondo Ceci, non sarebbe in grado di portare giovamento alla Lodigiani. Io credo che il loro ingresso in società sia momentaneo. Penso stiano facendo un anno sabbatico per eseguire verifiche su impianti e società e poi a fine anno decideranno se restare o meno. Onestamente – svela – spero sia una scelta negativa, perché qualora rimanessero non credo abbiano interesse a portare avanti il nome della Lodigiani. Senza dubbio l’obiettivo principale è quello legato al business, se vogliono fare anche calcio possono sfruttare un grande nome“.

Effettivamente, programmare di vedere una partita delle giovanili della Lodigiani e assistervi, per coloro che ricordano ancora la tradizione del club, è qualcosa di difficile ed estraniante. Come già accennato, non esiste più un sito ufficiale del club, e per trovare orario e luogo di una partita bisogna passare per il sito di Reset Academy, dove il biancorosso della Lodigiani non trova spazio e dove non vi è da nessuna parte lo stemma del sodalizio. Andando alla Borghesiana rimangono pochi i riferimenti: se il simbolo della Lodigiani e qualche bandiera trovano spazio, tutto è “griffato” Reset. Infine, assistendo ad un pomeriggio delle giovanili, è facile imbattersi in maglie bianche dove il simbolo sul petto è quello di Reset, e la cromia sul materiale non è assolutamente quella classica del club.

Poche le chance, quindi, di rivedere una Lodigiani su buoni livelli e alla ribalta delle cronache nazionali. “Io penso che quello della Lodigiani sia un nome destinato a sparire a queste condizionidichiara Ceci – ci vuole qualcuno in grado di investire economicamente. Dovrebbero riprovarci le persone di una volta – dice – quei Malvicini e quei Sagramola che hanno reso questo club un esempio nel mondo del calcio. Tutti quelli che hanno provato a intraprendere una strada simile hanno fallito, non capendo il vero spirito con cui operare. Oggi non conta nulla vincere campionati o trofei, se si vuol rimanere su certi livelli bisogna sfornare prodotti da vertice, come abbiamo sempre fatto”.

Un modello che per anni ha reso il club famoso e lo ha eretto a vero e proprio esempio da seguire: Chi spendeva soldi con noi acquistava giocatori già pronti al professionismo. Questo avveniva perché c’era, da parte dei dirigenti di allora, un grande interesse a investire nel settore giovanile. Basti pensare che avevamo osservatori che giravano l’Italia soltanto per seguire il campionato Primavera”.

 Il declino del Flaminio è un qualcosa che per Ceci marcia di pari passo con quello della Lodigiani. “Abbiamo giocato sempre là, per vent’anni – racconta – il sabato era un vero e proprio salottino con buona parte delle tribune piene e tante squadre gloriose che erano nostre ospiti. Oggi giorno una società romana di Lega Pro potrebbe giocare solo all’Olimpico, per come è stato ridotto. È il frutto di una gestione fallimentare. Quando noi, come Nuova Lodigiani, tornammo al Francesca Gianni  (impianto del quartiere San Basilio dove la Lodigiani mosse i suoi primi passi negli anni ‘70) non ci fu data l’agibilità per le tribune, mentre qualche anno prima la Cisco ci disputò addirittura la Serie C1 grazie a deroghe e appoggi”.

Proprio quella Cisco Roma che decretò la fine di un’era e il passaggio alle sabbie mobili in cui la Lodi, come la chiamano i suoi tifosi, è ancora impantanata. “Credo che quella fu una situazione figlia della presunzione e dell’incapacità delle persone che dirigevano. Chi prese la Lodigiani nel 2003 non aveva i giusti interessi. E – aggiunge – dirò di più, non ce li aveva neanche Longarini quando comprò il centro sportivo della Borghesiana nel 2000. La Cisco, poi, ha avuto particolari colpe nel non comprendere quanto importante fosse il settore giovanile. Mentre l’Atletico Roma, presieduto dalla famiglia Ciaccia, fu un vero e proprio esempio di sperpero di denaro.

A parecchi anni di distanza appare quindi impossibile rivedere quelle maglie biancorosse, che hanno segnato la giovinezza di molti romani. Eppure, in un calcio segnato dalle fortune meteoritiche di squadre senza storia né identità alcuna, non sarebbe un male se qualche imprenditore che abbia ancora voglia di investire in questo sport decidesse di intraprendere una strada coraggiosa e rilanciare un marchio storico come quello della Lodigiani. Non è cosa di tutti i giorni comprare una vera fabbrica di sogni.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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