Connettiti con noi

Basket

La Legge Len Bias: quando per cambiare le regole ci deve scappare il morto

Matteo di Medio

Published

on

Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e infine all’età adulta è lastricato di difficoltà, incomprensioni e giri a vuoto. La differenza tra una strada spianata verso la felicità e un cammino tumultuoso dall’incerto epilogo spesso è frutto di situazioni circostanziali, dinamiche sociali, educazione e frequentazioni.

Molti sono i casi di cronaca che tappezzano le prime pagine dei giornali e riempiono i palinsesti televisivi raccontandoci come la transizione verso la maturità di un ragazzo è spesso caratterizzata da storie di violenza, di droga, di problemi familiari e di abbandono.

E, purtroppo, sono agli occhi di tutti, giorno dopo giorno.

Senza voler puntare il dito contro nessuno, negli ultimi anni i media internazionali ci hanno mostrato, a più riprese, come la situazione all’interno delle scuole e delle Università degli Stati Uniti d’America sia spesso caratterizzata da casi di delinquenza e disagio: la criminalità, compresa quella minorile, è parte integrante di un sistema che, nel tempo, ha dovuto fronteggiare momenti di altissima tensione e tragedia. Spaccio e possesso di armi sono, purtroppo troppo di frequente, sinonimo di morte e galera.

E gli artefici sono, al tempo stesso, vittime insanguinate di un contesto che ti mostra la vita in una dimensione irreale, senza rinunce e sacrifici. Dove non si dice mai di no, altrimenti potresti essere escluso, lasciato solo e deriso da chi non sa aspettare e, forse, non saprà mai fermarsi.

Per questo, il governo a stelle e strisce ha messo in moto la macchina istituzionale, organizzando programmi mirati alla prevenzione e la piena conoscenza, attraverso l’educazione approfondita di tutte quelle tematiche che possano indirizzare il giovane verso un approccio alla vita consapevole e rispettoso di sé stessi e degli altri.

Per quanto riguarda l’aspetto dello spaccio e del consumo di droga all’interno degli ambienti scolastici e universitari, è stato creato il D.A.R.E. (acronimo di Drug Abuse Resistance Education) con l’intento di mostrare agli adolescenti gli effetti delle sostanze stupefacenti sulla loro vita e i risvolti che l’ignoranza in merito a questo tema può causare.
Per di più, è stata varata una legge che sancisce la piena responsabilità dello spacciatore nei casi in cui la vendita di droga abbia portato alla morte del compratore, così come i danni ad essa correlati: la legge Len Bias.

Ma chi è Len Bias?
Nato a Landover, nel Maryland, il 18 Novembre 1963, Leonard Kevin Bias, per tutti conosciuto come Len, è considerato da molti addetti ai lavori dell’epoca una delle migliori stelle inespresse del Basket americano. “Frosty” come lo chiamavano gli amici per via di un nomignolo affibbiatogli dal parroco della sua città per sottolineare il suo carattere serio e umile, è un ragazzone afroamericano di oltre 2 metri e quasi 100 chili. Amante sin da piccolo del Football Americano, comincia la sua carriera cestistica con il passaggio dalle superiori al college, presso la University of Maryland. Il suo ruolo, Ala Piccola.

La sua storia è stata riportata alla luce da Kirk Frasier, con il documentario “Without Bias” nel 2009, vincitore di svariati premi.

Da ragazzo grezzo e poco disciplinato, il monumento del college basket Lefty Driesell, coach dell’università, lo trasforma negli anni in un lungo dal rimbalzo facile, dalle splendide mani, con i movimenti di una guardia.
Len è un atleta fantastico, alla continua ricerca della perfezione: decide di allenarsi anche con la squadra di football e in poco tempo si trasforma in un colosso dalle grandi spalle e le braccia possenti.

Sono gli ultimi anni di Michael Jordan in NCAA con North Carolina, e Len vede crescere le sue statistiche e le prestazioni in modo esponenziale. Dopo il passaggio di MJ nella NBA direzione Chicago Bulls, Bias diventa in assoluto la stella del college basket americano, vincendo per due stagioni consecutive il premio di miglior giocatore del campionato.

Con la fama e i fotografi arrivano anche le donne e le amicizie di comodo. Ma Len è un ragazzo serio. Certo, si diverte. Ma come farebbe qualsiasi altro ragazzo che sta per entrare in un mondo più grande di lui. Sul campo, però, è un’autentica furia. Statistiche e percentuali clamorose portano i maggiori talent scout sulle tracce di questo Horse – cavallo, come veniva definito per la potenza abbinata all’eleganza dei movimenti – dal sorriso fresco e spontaneo.

Finita la stagione universitaria, arriva il momento più bello ed emozionante per un adolescente che sta per realizzare il sogno della sua vita: il Draft. L’anno è il 1986 e il giorno è 17 giugno.

In quell’occasione, il volere del general manager Red Auerbach, fresco vincitore del titolo Nba con i Boston Celtics dell’ultimo Larry Bird, ricade sul ragazzo di Maryland che viene scelto dalla franchigia più titolata della storia del Basket a stelle e strisce. Con lui sarebbe continuata la dinastia vincente. Sulle spalle il numero 30.
Il volto di Len si illumina e la felicità traspare chiaramente quando sale sul palco con il cappellino della squadra verde-bianca ad accogliere i meritati applausi e attestati di stima tra cui proprio quelli da parte di Bird, entusiasta all’idea di poter avere un talento del genere come compagno.

L’euforia che ne consegue è massima: dopo la firma con la squadra di Boston, Bias va a festeggiare con un suo nuovo collega. Il giorno dopo si reca presso la sede della Reebok, tornando in Maryland con un contratto milionario in mano e tante scarpe per sé, per i suoi fratelli e i suoi amici.

Finiti i convenevoli, è tempo di festeggiare: Len chiama il suo compagno di squadra Brian Tribble per organizzare una serata celebrativa per l’avvenimento più importante della sua vita: due mesi dopo, avrebbe calcato quei campi che aveva sempre sognato, affianco a stelle NBA a cui si era da sempre ispirato.

Ma l’eccitazione, si sa, a volte, ti porta a superare limiti che non dovresti oltrepassare. Figuriamoci per Len, il ragazzo serio e umile del Maryland, che tanto aveva faticato per raggiungere la vetta della gloria.
Lui e Tribble fanno scorta di alcol: birra e cognac a fiumi.

Ma non basta: Tribble rimedia anche la cocaina.

L’appuntamento è nella stanza di Terry Long, giocatore di football americano, portandosi dietro David Gregg, cestista anche lui. Bussano alla camera 1103.

Alle 6.30 del mattino, dopo un’infinita serata a base di droga e alcol è la voce di Brian Tribble a rompere il silenzio dell’alba.

Dovete riportarlo in vita, non può morire. E’ Len Bias!!”. Queste le parole urlate al 911.

Len Bias giaceva a terra in preda alle convulsioni. Il corpo reagiva ad una dose eccessiva di cocaina.
All’arrivo dell’ambulanza, Bias fu trovato privo di conoscenza e senza respiro. Viene portato d’urgenza presso l’ospedale Leland Memorial Hospital, dove i medici fanno di tutto per rianimarlo. Lui non può morire.
Gli viene impiantato un pacemaker per ristabilire il battito cardiaco. Lui non può morire. E’ Len Bias, nuova stella dell’Nba.

Invece Leonard Kevin Bias, detto Len, detto Frosty, detto Horse, muore alle 8.55 del 19 giugno 1986. A soli 22 anni. A solo pochi passi dalla storia. Il cuore non ha retto. Causa del decesso: arresto cardiaco causato da overdose di cocaina.
Più di 11.000 persone si presentano alla Cole Field House, centro ricreativo dell’Università, per dare l’ultimo saluto a Len. Tutti per te Frosty. Al Garden di Boston sarebbero stati 14 mila per la prima dei Celtics. Qui, invece, più di 11 mila. Solo per te. Pensa cosa sarebbe successo alla tua prima schiacciata. Tra la folla anche Red Auerbach.

Nel suo volto la tristezza di chi sa cosa il basket americano ha perso.

Len viene sepolto al Lincoln Memorial di Suitland, il 30 giugno 1986. La maglia n.30 dei Celtics viene donata dalla franchigia alla mamma Lonise Bias.

Quello che ne scaturisce è un tornado mediatico fatto di falsità e testimonianze mai confermate. I compagni della serata asseriscono che Bias aveva già fatto uso di cocaina altre volte. La famiglia dichiara il contrario. Inoltre, nell’autopsia viene rilevato un alto tasso di cocaina all’interno dello stomaco del giocatore. La verità non è mai stata svelata. Le accuse verso coloro che parteciparono a quella maledetta notte decaddero anche se, anni più tardi, Tribble fu accusato di spaccio e rinchiuso in carcere per 10 anni.

In seguito ai fatti accaduti nella stanza 1103 della Maryland University, gli Stati Uniti intensificarono i controlli all’interno degli atenei e inasprirono le pene nei confronti di chi vendeva la droga: la legge Len Bias, per l’appunto. Un ragazzo dal sorriso sincero e i numeri da superstar. Un atleta che ha fatto la scelta sbagliata, nel momento più bello della sua vita.

Le parole del suo coach ai tempi dell’High School risultano essere tragicamente profetiche: Se circondi Len di stronzi diventa lo stronzo peggiore… se lo circondi di brave persone, diventa la migliore”.

Nel corso della storia dell’NBA andiamo cercando e, forse lo faremo all’infinito, l’erede di Michael Jordan. Quello che sappiamo è che nello stesso anno in cui è nato MJ, veniva al mondo proprio Len Bias. E i paragoni con il 23 più famoso del mondo si sprecano. Poteva essere Len Bias il primo rivale di sua maestà 6 anelli? Chi lo sa. Ma, a detta di molti, forse lo era.

 

2 Commenti

2 Comments

  1. FRANCO MORANDI

    giugno 19, 2017 at 11:35 am

    Bellissimo testo ………..

    Complimenti !!!

  2. Max

    giugno 19, 2017 at 12:18 pm

    Coglionaggine direttamente proporzionale ai kg e cm posseduti.
    Tanta roba.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

17 + 15 =

Basket

Drazen Petrovic: poesia sospesa tra Mozart e Nietzsche

Born in the post

Published

on

Avrebbe compiuto oggi 54 anni Drazen Petrovic, uno dei migliori interpreti della pallacanestro mondiale. Una fiamma così lucente da bruciare troppo in fretta. Il nostro tributo al Mozart del Basket.

Drazen Petrovic had such artistic skills on the basketball court that those who saw him play called him the “Mozart of the Parquet.

Questo è l’incipit della descrizione della Hall of Fame americana confezionata per il croato al momento del suo inserimento ufficiale nell’Arca della Gloria. Chi lo vide giocare fu rapito dalla poesia del suo basket al punto da ribattezzarlo “il Mozart dei Canestri”. Io sono tra questi.

L’ibisco è un fiore splendido, dotato di colori accesi e ricercati. La sua fioritura dura dalle prime luci del mattino fino a metà pomeriggio. Una volta reciso appassisce in un solo giorno. Queste caratteristiche lo rendono inno alla vita all’ennesima potenza che la Natura, madre suprema di tutte le vite, ci regala forse proprio come monito universale alla caducità delle nostre esistenze. Una sorta di rockstar del mondo floreale che proprio quando arriva all’apice del suo splendore ci saluta per sempre.

 

Drazen Petrovic è stato un ibisco in tutto e per tutto. Uno dei più belli che siano mai fioriti.

Solo 290 partite in NBA prima che il fato lo strappasse con violenza a questo mondo, proprio quando nel pieno della sua fioritura, era a detta di tutti pronto per dominare anche in America. La sua esperienza oltreoceano è stata una sorta di enclave contenuta in un immateriale territorio di pura Leggenda. Arrivato in America a 25 anni già da mito vivente del basket europeo, se ne è andato a soli 28 per entrare ad un livello di leggenda superiore, quello dove stanno le anime di chi ha lasciato un segno indelebile nel proprio tempo.

Petrovic è stato l’incarnazione perfetta del nietzschiano concetto di volontà di potenza.

A 15 anni gioca e dà spettacolo nella squadra della sua città, Sebenico.

A 20 anni è già nel Cibona Zagabria, la squadra più importante dell’allora Jugoslavia.

A 21 mette 112 punti in una singola partita di campionato. Avete letto bene. CENTODODICI.

40 su 60 al tiro, 10 su 20 da tre e 22 su 22 dalla lunetta.

Nella stagione 85/86 finisce il campionato a oltre 43 punti di media partita.

Vince tutto quello che si può vincere, comprese due Coppe dei Campioni consecutive.

Ma non gli basta.

La sua natura lo porta a  desiderare di misurarsi ad un livello sempre superiore. Accetta l’offerta (sontuosissima peraltro) del Real Madrid.

Fa sfracelli anche in Spagna. Una partita su tutte. Finale di Coppa delle Coppe contro la nostra Snaidero Caserta. Contro un altro supremo virtuoso della tripla. Il brasiliano Oscar Schmidt.

Vince il Madrid su Caserta 117 – 113 dopo i supplementari.

Vince Petrovic su Oscar 62 – 48.

Mostruoso.

E’ il momento di andare in America a dimostrare agli infedeli che anche un europeo può dominare nell’università del basket. Saluta Madrid con queste parole.

In Europa sono il più forte e ho vinto tutto. Non mi interessa continuare a vincere e collezionare coppe. Cerco altre sfide e voglio dimostrare di poter giocare nella NBA.”

Vola a Portland dove non trova esattamente l’ambiente più adatto per un esordiente.

Nel backcourt della squadra infatti giocano i boss della franchigia. Clyde “The Glide” Drexler e Terry Porter. Una stella assoluta e un ottimo play. Impossibile trovare i minuti per esprimersi, ma Drazen non demorde, perché Drazen sa di poter giocare, sa di meritarsi un posto fisso in squadra.

Così cambia, approda a New Jersey, e lì la storia cambia in maniera definitiva. Mozart comincia a suonare sul serio. La prima stagione da titolare la conclude con 20 punti di media tirando oltre il 50 da due e il 40 da tre. L’America comincia ad apprezzare. Lui ritornando sul fallimento di Portland dirà:

Non ho mai dubitato di me stesso. Uno è bravo a suonare il piano, a Roma o a Portland; la musica è sempre la stessa ma le orecchie sono diverse.

Già…il pianoforte…come Mozart.

La seconda stagione va ancora meglio. I punti diventano 22, e lo portano tra i migliori cannonieri della lega. In odore di All star game, ma non viene convocato. Finirà la stagione votato per il terzo quintetto dell’anno. Primo europeo della storia e secondo non americano dopo Olajuwon a finire nei quintetti ideali di fine stagione. Comincia a stargli stretta anche New Jersey. Drazen vuole una squadra che competa per il titolo.

Purtroppo quella splendida stagione per lui sarà anche l’ultima.

La sua carriera parla di 4461 punti in 290 partite. Una percentuale al tiro del 50% (non così facile per una guardia) e 43% da tre. Tutt’oggi è il quarto di tutti i tempi  per percentuale di tiro oltre l’arco.

Guardando queste cifre emerge come una guardia che tirava tanto, e bene.

Ma era molto, molto di più. Questi sono i numeri, alcuni dei numeri. E i numeri vanno a costituire una sorta di mappa.

Ma la mappa non è il territorio. Il “Territorio Petrovic” lo raccontò molto bene in un’intervista di qualche anno fa il grande Sergio Tavcar, mitico telecronista di Telecapodistria. Petrovic era una sorta di deviato, un malato di basket fin da bambino. Un monomaniaco che realizzava tutta la sua essenza come essere umano solamente dentro un campo di basket. Ore ed ore passate nelle palestre ad allenarsi e tirare tutti i santi giorni, prima e dopo la scuola. Un bambino schivo che, complici una malformazione congenita all’anca che lo faceva camminare in maniera scomposta e il successo del fratello maggiore Aza, appariva come un brutto anatroccolo solitario. Ma la forza di volontà di quest’uomo era qualcosa di sovraumano. La fede incrollabile in sé stesso lo accompagnerà per tutta la sua vita, e sarà più ancora del talento immenso, il motivo principale per cui Petrovic divenne Petrovic, il Mozart dei canestri.

Il suo interpretare ogni partita come una guerra tra lui, solo lui, e tutti gli avversari invece che un limite divenne la sua forza. I virtuosismi demoniaci e la tensione superomistica con cui viveva il basket avrebbero fatto impallidire anche Kobe Bryant.

Mise 44 punti in faccia a Vernon Maxwell quando quest’ultimo prima della partita dichiarò “Deve ancora nascere un europeo bianco che mi faccia il culo.”

Ne mise 24 in faccia a Jordan e al Dream Team nella finale delle Olimpiadi.

Petrovic  in un unico essere umano racchiudeva tutti i concetti trainanti del pensiero di Nietzsche.

La volontà di potenza è per Nietzsche la volontà che vuole se stessa. Non un mero desiderio concreto di oggetti specifici, ma una forza impersonale, una pulsione infinita di rinnovamento, di se stessi e dei propri valori. Il suo uomo, che spesso viene definito “superuomo”, ma che in realtà è più un “oltreuomo”, infatti per poter assumere su di sé con leggerezza tutto il peso di questa volontà , accetta e afferma l’inesorabile ripetizione dell’attimo creativo, sottostando in pieno alla teoria dell’eterno ritorno.

Petrovic era un ubermensch nietzschiano. Un oltreuomo.  E quell’attimo creativo che ripeteva all’infinito era il pallone che andava ad accarezzare il cotone. Lo aveva reso una forma d’arte assoluta. Poesia, come la musica di Mozart.

La sua storia con la nazionale , prima quella slava e poi quella croata, parla di un oro agli europei e uno ai mondiali. Parla di un amore viscerale che lo accompagnerà fino all’ultimo momento della sua vita.

Sarà proprio durante un viaggio in macchina dopo una partita con la Croazia che troverà la morte.

Il suo rapporto intenso con la nazionale e con l’amico del cuore Vlade Divac è magistralmente rappresentata nel documentario Once Brothers, un gioiellino visivo che sembra rubare il canovaccio ad uno dei romanzi fiume di due o tre secoli fa. Due uomini valorosi uniti da un’amicizia profonda vengono irrimediabilmente divisi dalla guerra, che li allontana per sempre senza possibilità di chiarimento fino alla morte di uno dei due.

A chiudere il cerchio c’è la visita, forse tardiva, di Divac alla famiglia di Petrovic, conclusa col serbo che depone fiori e fotografie sulla tomba del croato.

Ma per una volta andiamo oltre le divisioni etniche e nazionalistiche. Perché lì giace uno dei fiori più belli del basket, di quel basket che come la musica di Mozart diviene poesia assoluta.

E la poesia non appartiene a nessuno, non conosce bandiere. E’ di tutti.

E basta.

A Sebenico, nel campetto dove Drazen ha imparato a tirare c’è un’iscrizione che recita:

“Durante la tua vita hai raggiunto l’eternità e lì resterai per sempre”

Michele Ghilotti, il Profeta – Born in The Post

Continua a leggere

Basket

Mirza Teletovic, dai bombardamenti in Bosnia al mondo Nba

Lorenzo Martini

Published

on

Compie oggi 33 anni Mirza Teletovic, il cestista bosniaco la cui vita rappresenta una storia di rivincita e rinascita dopo un’infanzia segnata per sempre dagli orrori della guerra.

Barclays Arena, Brooklyn, 14 gennaio 2014. Un LeBron James ancora in veste Miami Heat si sta involando in contropiede verso il canestro, i due punti sembrano una formalità. Eppure, neanche il tempo di entrare in area che il giocatore dei Brooklyn Nets in maglia 33 si avventa su King James, lo strattona, lo abbraccia con forza fermando la sua corsa. E’un flagrant foul, un fallaccio ai limiti della sportività.

Lebron è inferocito, vorrebbe avventarsi sull’avversario, lo guarda a muso duro e gli urla addosso. E lui? Con tutta tranquillità fissa James, alza le mani e gli ride in faccia, impavidamente. Ride in faccia al giocatore più forte della lega, dopo averlo quasi strozzato…!

Quel giocatore è Mirza Teletovic, e se ride in una situazione del genere un motivo ci sarà. Semplicemente, nel suo modo di vedere il basket è inconcepibile provare ansia o timore. E’ un gioco, nient’altro, e per questo va preso con serenità, col sorriso. Anche quando un avversario scatenato vorrebbe prenderti a pugni.

Una concezione del basket, questa, priva di pressioni esterne o preoccupazioni, che nasce dal difficile passato di Mirza. Un passato in cui “the real pressure is to survive.”.

Mirza Teletovic nasce a nel 1985 a Mostar, Bosnia. E non ha nemmeno 7 anni quando, nel 1992, inizia la guerra in Jugoslavia, durante la quale la sua città verrà assediata per oltre un anno e mezzo. 18 mesi interminabili, in cui i bombardamenti si susseguono e le granate piovono dal cielo senza posa.

Le razioni di cibo sono sempre più misere, la paura cresce di giorno in giorno, così come sale il numero di vittime. Mirza è ancora un bambino, eppure ogni volta che i suoi rientrano in casa annunciano la morte di conoscenti, di vicini di casa, di parenti…Mamma, c’è rimasto qualcuno vivo?”, chiede un giorno alla madre, ormai vinto dalla disperazione.

Ma, per fortuna, a 300 metri da casa c’è un campetto da basket. Un posto molto comune, semplice, che diventa però una valvola di sfogo indispensabile per Mirza, oltre che per tanti giovani del luogo. Si sveglia alle 6 di mattina e in men che non si dica è già in campo, a giocare anche fino a mezzanotte.

Spesso però, le epiche battaglie sul campetto devono essere interrotte. Perché non di rado per la città si diffonde il suono delle sirene: è imminente un nuovo bombardamento. In quel caso Mirza torna a casa immediatamente, come ha promesso ai suoi, e aspetta finchè non cessa l’allarme.

In queste occasioni non gli resta che barricarsi dentro casa, anche per giorni. Col cugino maggiore si mette davanti alla finestra e inizia a contare le granate che cadono al suolo: saranno almeno un centinaio, ogni giorno, per mesi e mesi.  Un centinaio di granate che non solo lo terrorizzano, ma lo tengono lontano dal suo amato campo da basket.

Oggi, a più di 20 anni dalla fine della guerra che ha devastato la Bosnia-Herzegovina, Mirza è un ottimo giocatore  NBA, dopo una carriera più che soddisfacente. Una carriera iniziata a 17 anni nello Sloboda Tuzla, in Bosnia, per poi passare prima nell’Ostenda, in Belgio, e poi per sei stagioni nel Saski Baskonia, nella competitiva ACB spagnola.

Nel luglio 2012 arriva il contratto della svolta, con i Brooklyn Nets. Qui può mettere in mostra tutto il suo talento, esibendo il suo tiro da 3 chirurgico, malgrado la sua stazza considerevole. Ai Nets è un giocatore amato dal pubblico, soprattutto per il suo approccio spudorato e privo di timori: per quanto una partita sia tirata, per quanto un tiro possa sembrare decisivo, niente è paragonabile al terrore del bombardamento della terra in cui vivi.

Nella stagione 2015-2016 Teletovic è passato ai Phoenix Suns, dove ha trascorso una stagione difficile, visti i continui infortuni che hanno colpito il roster. Eppure, il bosniaco si è inserito alla perfezione nella nuova squadra, risultando spesso un fattore determinante quando è uscito dalla panchina. Al punto da raggiungere un primato: con le sue 165 triple, è diventato il recordman di ogni epoca per triple mandate a bersaglio partendo dalla panchina.  

Arriva poi l’ingaggio con i Milwaukee Bucks nel 2016. Nel Wisconsin passa 2 anni prima di doversi fermare indeterminatamente a causa di complicazioni di un’embolia polmonare che lo aveva messo fuori gioco nel 2015. Oggi, a 33 anni, è un free agent, ma siamo certi che dopo aver passato quello che ha passato, per Mirza non è poi un gran problema.

Continua a leggere

Basket

Brandon Roy, il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Lorenzo Martini

Published

on

Compie oggi 34 anni Brandon Roy, uno dei talenti più forti della NBA recente, la cui ascesa è stata fermata solo da una serie infinita di infortuni. Ecco la sua storia.

Se la NBA è il più affascinante palcoscenico del basket mondiale, dove si possono ammirare i giocatori più forti del globo, lo si deve soprattutto alla cultura cestistica che anima gli States, dalle sponde del Pacifico fino alle coste atlantiche. Una cultura che ha radici profondissime e che mira a plasmare un futuro campione fin dalla nascita. Ed è per questo che, nella crescita di un giocatore, sono fondamentali i suoi primi anni di carriera, i vari coach che si incontrano nella propria strada. In alcuni casi un allenatore capace può davvero fare la differenza.

Lo scorso anno ad aver dimostrato di essere un coach in gamba è stato un certo Brandon Roy, nominato Naismith National High School Coach of the Year. Il miglior riconoscimento possibile per un allenatore a livello di High School, ottenuto grazie alla fantastica stagione della sua Nathan Hale, High School di Seattle, che ha chiuso l’annata da imbattuta e con ben 29 vittorie all’attivo.

-ffadf68cde490121

Per chi segue la NBA da pochi anni il nome di Brandon Roy non dirà granché. Per tutti gli altri, una lacrimuccia starà già rigando le loro guance. Perché Roy per molti è stato un’icona, il simbolo del giocatore old school che vince solo grazie al suo immenso talento, senza il bisogno di un atletismo robotico, tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA. Uno dei più grandi what if del basket americano. Ed è proprio per questi motivi che la storia di Brandon merita di essere ricordata. Tanto per essere masochisti, e lasciare che quella lacrimuccia si tramuti in un pianto a dirotto senza posa.

Brandon nasce a Seattle, nel luglio 1984. Il basket scorre a fiotti nelle strade di Emerald City e lui si innamora facilmente della palla a spicchi, sfruttando le opportunità che gli offre l’Amateur Athletic Union, un’associazione no-profit che permette di giocare anche ai meno abbienti. Fin da subito Roy mostra un talento innato e alla Garfield High School diventa immarcabile per i suoi coetanei. Le sue giocate prodigiose lo rendono un prospetto molto interessante, al punto che si ventila l’ipotesi del salto in NBA senza passare per il College. Ma la pressione inizia a pesare sulle sue spalle, meglio imboccare una strada più lunga ma anche più rassicurante per il suo futuro: sceglie di abbandonare la sua amata Seattle, destinazione gli Washington Huskies. Un ateneo tutt’altro che vincente, visto che l’unico accesso alle Final Four risale al 1953.

L’arrivo di Brandon viene accolto come una manna dal cielo, e lui ripaga a suon di trentelli. In 4 anni a Washington non solo riceve decine di premi personali, ma gli ultimi due anni porta la sua squadra tre le sedici migliori d’America, un risultato storico per gli Huskies. Il tutto con ben 20 punti di media ad allacciata di scarpe e una padronanza nel palleggio impressionante.

Il 2006 è l’anno dell’approdo nel basket che conta. Al Draft viene selezionato alla sesta pick dai Minnesota Timberwolves, che lo girano subito a Portland in cambio di Randy Foye, scelto alla settima. Per i Blazers sarà l’inizio della svolta.

Rip City viene da una stagione disastrosa, culminata con ben 61 sconfitte e la nomea di squadra-cuscinetto. E Brandon cosa fa? Malgrado un infortunio alla caviglia, diventa subito il leader dei suoi Blazers, siglando ben 17 punti di media a partita e aggiudicandosi il premio di Rookie of the Year. E dopo il draft del 2007, il futuro non potrebbe sembrare più roseo. Perché oltre a Roy e ad un ancora acerbo Lamarcus Aldridge, si aggiunge in roster anche Greg Oden, un centro con tutte le carte in regola per dominare negli anni successivi. Ma si sa, Portland e la fortuna non vanno mai a braccetto: il futuro radioso di Oden diventa un’infinita odissea di infortuni, che culminerà con la prematura fine della sua carriera.

Con uno ambiente in subbuglio e un roster fin troppo rimaneggiato, Brandon decide di caricarsi la squadra sulle spalle e trascina i suoi Blazers ad un record di 41-41, un risultato neanche lontanamente immaginabile l’anno prima. Per sfortuna i suoi sforzi non sono sufficienti per raggiungere i playoff, ma è solo questione di tempo: nelle tre stagioni successive Portland, dopo anni bui e segnati dalle sconfitte, raggiunge per tre volte di fila i playoff, capitanata dal nostro eroe.  

E sebbene in tutti e tre i casi arrivino sconfitte al primo turno, B-Roy diventa l’idolo di Rip City, e non solo. Sarà per le sue eleganti movenze con cui brucia gli avversari, sarà per il suo raffinato killer instinct che lo rende un letale spettacolo per gli occhi, sarà perché dalle sue mani esce un basket lindo, puro, senza sbavature, ma al contempo concreto, perché quando c’è da infilare la retina Brandon sbaglia raramente. Sul parquet appare davvero un artista.

Ed è proprio qui, quando la parabola della sua carriera non sembra possa conoscere la discesa, ecco che arriva la sberla. La sfiga, come al solito, colpisce in pieno volto i Blazers. Roy, da sempre falcidiato dagli infortuni, si ritrova con due ginocchia di cristallo, prive di cartilagine. Nel suo ultimo anno ai Blazers, nel 2011, la situazione è critica, il suo utilizzo in campo va centellinato. Finchè nel 2012, dopo una brevissima parentesi in maglia Timberwolves, si rende conto che non gli è più possibile danzare sul parquet. E Brandon, malgrado il suo talento cristallino, decide di appendere le scarpe al chiodo.

 Ma non ha deciso di abbandonare il basket. Perché è ancora lì, sui parquet, ad insegnare pallacanestro. Prima la insegnava direttamente sul campo, ai suoi avversari. Ora invece sta in panca e la spiega ai suoi giovani allievi, tra l’altro con ottimi risultati. E se solo B-Roy avrà come coach un miliardesimo del talento che aveva da giocatore, ecco lo aspetta un futuro splendente da allenatore.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication