Connettiti con noi

Storie dell'altro mondo

La Lazio e lo Scudetto della Grande Guerra

Marco Piccinelli

Published

on

Il terzo scudetto per la SS Lazio potrebbe diventare realtà nei primi giorni di Agosto, quando si riunirà, nuovamente, il Consiglio Federale della FIGC.
Non si sta parlando di uno scudetto recente, ovviamente, dato che il Campionato 2015/2016 è stato vinto (di nuovo) dalla Juventus allenata da Allegri. Si sta facendo menzione dello scudetto della Grande Guerra, quello del 1914-1915, alla sua assegnazione ai biancazzurri ex-aequo col Genoa data la prematura interruzione del Campionato a causa della Guerra.

La rivendicazione

La rivendicazione dello scudetto, ormai in dirittura d’arrivo e ‘pronto’ per essere formalmente assegnato, è stata portata avanti da un avvocato romano, Gian Luca Mignogna che, nel maggio 2015, scriveva un lungo articolo pubblicato dal Nuovo Corriere Laziale in cui faceva il punto della situazione calcistica che aveva portato all’interruzione del campionato arrivato alle battute finali.
A quei tempi la massima serie del calcio italiano era organizzata su base territoriale e non v’era abbondanza di società come oggigiorno: la Prima Categoria era l’odierna Serie A e l’organizzazione era articolata in sei Gironi Interregionali, composti a loro volta da sei squadre ognuno. Le prime due e le quattro migliori terze di ciascun girone si qualificavano per i quattro Gironi di Semifinale composti ognuno di quattro squadre, le prime classificate di ogni singolo Girone di Semifinale si qualificavano per il Girone Finale, che a sua volta assegnava il titolo di Campione dell’Italia Settentrionale ed il diritto a giocare la finalissima scudetto con la squadra Campione dell’Italia Centro-Meridionale. «Le squadre dell’Italia Centrale erano ripartite in un Girone Toscano composto di sette squadre ed un Girone Laziale composto di sei squadre, le prime due di ciascun girone si qualificavano per l’unico Girone di Semifinale che assegnava il primato territoriale ed il diritto a disputare la finale per il titolo di Campione dell’Italia Centro-Meridionale, la cui vincente si sarebbe contestualmente conquistata il diritto a giocarsi la finalissima scudetto con la squadra Campione dell’Italia Settentrionale».

L’Italia, però, entrò in Guerra e la FIGC adottò la sospensione ad libitum delle attività sportive: l’inettitudine dei Generali del Regio Esercito e la (errata) convinzione che il conflitto si risolvesse entro breve tempo, fece saltare i piani alla Federazione sportiva che, forse, riteneva possibile disputare le fasi finali del campionato a Guerra conclusa.
La Lazio, al momento della sospensione del campionato, era la prima del girone a 8 punti, superando di due lunghezze il Roman (6 punti) e il Pisa (6 punti) e di otto il Lucca (0 punti). Le cose andarono diversamente e i campionati ripresero nel 1919: stagione calcistica 19/20.
L’Avvocato Mignogna, dunque, nell’articolo del maggio 2015 sopracitato, scriveva: «Come definire l’interrotto campionato anteguerra del 1914-1915? Non c’è dubbio che tra le tante opzioni a propria disposizione la FIGC adottò quella che si rivelò assolutamente più ingiusta, più iniqua e più invisa ai colori biancazzurri: assegnare d’ufficio con una deliberazione postbellica lo scudetto al Genoa e dichiarare la Lazio meramente Campione dell’Italia Centro-Meridionale, con l’aggravante dell’ex aequo con i principianti dell’Internazionale Napoli che sino alla sospensione avevano disputato e vinto il solo derby d’andata giocato in casa contro il Naples! Senza dubbio alcuno tale decisione fu palesemente immeritoria, perché lo scudetto 1914-1915 fu assegnato a tavolino” senza le opportune e necessarie motivazioni sportive».

Ma se qualche lettore potrà storcere la bocca a riguardo, vista la complessità della materia trattata e la questione stessa tutt’altro che lineare, basterà fare riferimento allo scudetto della stagione calcistica 1921/1922 assegnato sia alla Novese che alla Pro Vercelli.

Il precedente tedesco

La questione di uno scudetto assegnato ex post non deve meravigliare: nel 2007, infatti, la federazione calcistica tedesca (DFB) deliberò di far disputare centotredici anni dopo (!) lo spareggio fra Viktoria Berlino ed Hanau valevole per l’assegnazione definitiva del titolo di Campione di Germania per l’anno 1894. Scriveva Fabio Belli sul Nuovo Corriere Laziale del 22/6/2015: «La Federcalcio Tedesca ha infatti stabilito uno spareggio tra il Viktoria Berlino e l’Hanau, riconoscendo l’illegittimità della sospensione del titolo del 1894, quando ancora in Germania il calcio era separato in divisioni regionali. Il 21 luglio del 2007 è stata dunque indetta una gara di spareggio, la cui cronaca viene dettagliatamente illustrata sul blog “L’uomo nel pallone” di Simone Cola. Il 21 luglio il Viktoria Berlino, nonostante una partenza veemente degli avversari, sconfigge l’Hanau per 3 a 0, legittimando la vittoria ed il titolo con un pareggio per 1 a 1 nella gara di ritorno. Entrambe le partite vengono giocate con palloni uguali a quelli dell’epoca, pesanti e cuciti a mano. Lo ha voluto il presidente della DFB di allora, Theo Zwanziger, ideatore e principale fautore della doppia finale.” L’impossibilità dello svolgimento della finale nel 1894 fu procurato dal fatto che l’Hanau non poteva percorrere i 400 chilometri che lo separavano dalla sede della finale. Una motivazione ben più opinabile rispetto alla sospensione d’imperio decisa a causa dello scoppio della Grande Guerra. A livello giuridico, il fatto che la DFB abbia riaperto un caso di oltre cento anni prima, in cui la mancata disputa della partita era stata peraltro causata non da forza maggiore, ma dal forfait di una delle due squadre, potrebbe essere un precedente decisivo per rendere il dovuto omaggio a una squadra come la Lazio del 1915, che più di ogni altra ha versato un tributo in termini di caduti e feriti alla causa bellica».

La petizione

L’avvocato Mignogna, insomma, dopo l’articolo apparso sul Nuovo Corriere Laziale, non rimane con le mani in mano e anzi promuove una petizione in collaborazione col settimanale, «indirizzata alla  Presidenza della Federazione Italiana Giuoco Calcio», sulla piattaforma change.org chiamando all’unità tutti i network laziali: è la Vocatio ad unitatem, così come riporta la pagina stessa della petizione online.

L’oggetto, in sostanza, è quello di nominare «una commissione straordinaria ad hoc per riesaminare oggettivamente il contesto storico, sociale e sportivo in cui sarebbe stata adottata la delibera postbellica con cui d’ufficio risulta assegnato lo scudetto 1914/1915 al Genoa, irreperibile presso gli archivi della Federcalcio».
La petizione arriva a 32.000 firme e l’iniziativa viene ripresa da più parti fino ad avere riverbero nazionale con tanto di articolo in risposta del Secolo XIX di Genova da parte di Piero Campodonico: «Lotito sta chiedendo una cosa assurda, in quella stagione la Lazio doveva ancora affrontare la vincente del Girone Sud per poi potersi confrontare con il Genoa nella finalissima. Quello di Lotito è un palese conflitto d’interessi dato che la decisione finale spetta al Consiglio Federale di cui lui fa parte».
Nessuno, infatti, nega che la popolarità di Lotito sia – attualmente e non al momento della petizione presentata su Change – ai minimi storici, tuttavia menzionarlo come lo scudetto di Lotito è fare del massimalismo, ignorando (come se non ci fossero mai state) le trentaduemila sottoscrizioni per la richiesta della commissione straordinaria per l’assegnazione ex aequo del Titolo.

Il dossier emerotecario

La ricerca prodotta dal proponente la petizione attraverso giornali e riviste dell’epoca ha redatto un vero e proprio dossier delle cui conclusioni, articolate in sette punti, è bene riportarne alcune:

  • «come chiaramente riportato dai giornali dell’epoca la Lazio fu inconfutabilmente la squadra Campione dell’Italia Centrale, il cui girone finale risultò del tutto definito per effetto dei risultati conseguiti sul campo e/o a tavolino;
  • in forza dell’annullamento dello spareggio tra Internazionale di Napoli e Naples, così come disposto dalla Figc per acclarate irregolarità di tesseramento, la Lazio si aggiudicò puranche il titolo di squadra Campione dell’Italia Centro-Meridionale; ciò comportò che la squadra capitolina fu l’unica ad essersi effettivamente qualificata per la finalissima nazionale valida per l’assegnazione del titolo tricolore 1914/15, prevista con la vincente del girone finale dell’Italia Settentrionale, poiché tale girone fu interrotto ad una giornata dal termine per l’improvvisa insorgenza bellica senza determinare un’effettiva vincitrice;
  • il girone finale dell’Alta Italia rimase incompiuto in forza della delibera adottata dalla Figc il 23.05.1915, che di fatto consacrò la seguente classifica provvisoria: Genoa pt. 7, Internazionale pt. 5, Torino pt. 5 e Milan pt. 3;
  • come è noto con successiva delibera post bellica la Figc dell’epoca assegnò d’ufficio il titolo di Campione d’Italia al Genoa, senza tenere in nessuna considerazione il primato sportivo conseguito dalla Lazio nella stagione calcistica 1914/15».

Qui il dossier emerotecario completo e scaricabile.

Nel frattempo gli articoli sull’assegnazione dello scudetto ex aequo col Genoa si moltiplicano e – addirittura – oltrepassano l’oceano. Oggi il New York Times, infatti, pubblica un articolo titolando «Lazio Inches Closer to a Title … From 1915» e dando conto della notizia per cui la squadra biancazzurra «sarebbe vicina a vincere il campionato italiano di calcio. Il campionato del 1915» («Lazio is closing in on the Italian soccer championship. The championship of 1915»).

Il quotidiano newyorkese riporta, dunque, la spinta delle trentamila firme come condizione primaria per far sì che si insediasse la commissione della FIGC: «Prompted by a petition signed by 30,000 Lazio fans, a committee of the Italian Football Federation is set to recommend that Lazio be declared co-champions of a tournament that concluded more than 100 years ago».

La BBC, poi, nella giornata del 21 Luglio, cita la questione dell’assegnazione del terzo Titolo: «Lazio could win their third league championship after the Italian Football Federation (FIGC) set up a commission to look at the outcome of the 1914-15 season following a fans’ petition».

3 Commenti

3 Comments

  1. Viktor

    luglio 27, 2016 at 8:31 am

    ma per favore, l’anno prima il Casale aveva vinto la finale con la Lazio 9-1, e quello precedente ancora la Pro Vercelli vinse 6-0

    • antonio setzu

      luglio 29, 2016 at 1:23 pm

      E quindi?

      • Odoacre

        agosto 19, 2016 at 2:11 am

        E quindi se l’Internazionale Napoli per la Lazio erano principianti cosa era la Lazio per le squadre del Nord? La Lazio con le napoletane nel 13-14 aveva vinto 1 a 0 ed 8 a 2. Nel 12-13 un pari per 1 a 1 ed una vittori per 2 -1. Partite molto più equilibrate delle finalissime.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

4 + 7 =

Calcio

Puskas, l’Honved e la Squadra d’Oro: il calcio al tempo della Rivoluzione Ungherese

Andrea Muratore

Published

on

Il 24 Ottobre 1956 i carri armati dell’Unione Sovietica entrano a Budapest per arginare l’insurrezione del giorno prima da parte degli studenti ungheresi contro il regime filorusso. Anche il calcio svolse un ruolo cruciale nella vicenda, divenendo simbolo di libertà attraverso la figura del Leggendario Ferenc Puskas, che con la squadra dell’Honved e la nazionale rappresentò la rinascita dello Stato Magiaro.

Aranycsapat: la “Squadra d’Oro”. Ferenc Puskás, Gyula Grosics, Nándor Hidegkuti, Zoltán Czibor e Sándor Kocsis: questi i nomi più illustri della grande nazionale ungherese che conquistò fama planetaria nei primi Anni Cinquanta imponendo una rivoluzione al gioco del calcio, disputando alcuni dei match più importanti e densi di significato della storia del pallone ma finendo, dopo anni sulla cresta dell’onda, per essere inghiottita dal gorgo della Storia, vittima di eventi traumatici che avrebbero sconvolto la squadra, la nazione ungherese e il mondo intero. Avendo come colonna portante i giocatori della Honved di Budapest e venendo guidata in modo superlativo dal visionario CT Gusztav Sebes, la “Squadra d’Oro” trionfò ai Giochi Olimpici di Helsinki 1952, vinse la Coppa Internazionale, antesignana dell’Europeo, annichilì definitivamente il mito della supremazia inglese nel calcio espugnando Wembley con un roboante 6-3 nel 1953, replicò nella rivincita concessa a Budapest con un inappellabile trionfo per 7-1 e rimase imbattuta per oltre quattro anni, dal 1950 sino al 4 luglio 1954. Quel giorno, nell’atto conclusivo dei Mondiali disputatisi in Svizzera, l’Ungheria subì infatti la rimonta della Germania Ovest, che compì il celebre “miracolo di Berna” vincendo per 3-2 annullando il doppio vantaggio di Puskás e compagni e negando il trionfo a una squadra che sino ad allora aveva ridicolizzato la concorrenza sul suolo elvetico, segnando 25 gol nelle precedenti quattro partite.

Nonostante le sia mancato il coronamento definitivo, la Grande Ungheria è stata definita da numerosi commentatori come la più forte squadra nazionale della storia del calcio, e il suo mito non cessa di vivere ancora oggi, tenuto vivo da narratori d’eccellenza come Federico Buffa, che recentemente ha dedicato una delle sue celebri monografie al volto maggiormente noto della “Squadra d’Oro”, Ferenc Puskás. Egli merita di essere considerato tra gli assoluti protagonisti della storia sportiva del Novecento, delle sue gesta sui campi da gioco si è scritto e parlato moltissimo e anche delle semplici cifre basterebbero per quantificare la grandezza di un’attaccante inimitabile: 616 gol in 620 partite tra Honved e Real Madrid, 84 in 85 incontri disputati con la nazionale ungherese. Vent’anni di carriera, in pratica, vissuti alla media di un gol a partita: qualcosa di impensabile ai giorni nostri. Ma la statura di Puskás travalica la sfera sportiva, in quanto la sua figura è divenuta una delle maggiormente rappresentative per il popolo ungherese nel secolo scorso. Le tormentate vicissitudini affrontate dall’Ungheria in tutto l’arco del XX secolo hanno conosciuto il proprio acme proprio nei giorni in cui la “Squadra d’Oro” andò incontro a un improvvisa e imprevista fine e l’intero popolo ungherese viveva ore drammatiche, tragiche e esaltanti allo stesso tempo.

Il ruolo giocato dall’ Aranycsapat nella storia del Novecento ungherese si palesò compiutamente nei giorni della Rivoluzione del 1956, quando l’avvio di una stagione di riforme interne e la progressiva destalinizzazione mise a soqquadro il sistema comunista dell’Ungheria filosovietica, portando allo scoppio di aperte rivolte che spinsero le forze armate dell’Unione Sovietica a marciare sul territorio magiaro per reprimere gli aneliti di libertà della popolazione e ristabilire l’ordine. Nel frattempo, i componenti della “Squadra d’Oro” si trovavano in larga parte all’estero con la Honved, impegnata nel doppio confronto contro gli spagnoli dell’Athletic Bilbao nell’ambito della neonata Coppa dei Campioni. Impossibilitati a tornare nella patria sconvolta e totalmente estraniati dall’obiettivo calcistico, divenuto secondario vista la pressante necessità di avere notizie fresche sulle sorti delle famiglie in Ungheria, i giocatori non riuscirono a dare il meglio e finirono eliminati nel corso della gara di ritorno contro l’Athletic disputata all’Heysel di Bruxelles. Tuttavia, dopo che i carri armati sovietici ebbero occupato in maniera brutale Budapest, la “Squadra d’Oro” si rifiutò di tornare nel paese sconvolto e, data la solidarietà provata da molti suoi componenti per gli ideali dei giovani rivoltosi repressi, decise di dare un suo contributo personale al riscatto morale dell’Ungheria dopo la tragica esperienza rivoluzionaria. Su pressante iniziativa di Puskás, infatti, la squadra avviò un tour mondiale di partite amichevoli contro selezioni e squadre di club prestigiose al fine di veicolare attraverso le gesta sportive un messaggio di speranza per i connazionali oppressi. Sfiduciati dalla Federcalcio ungherese e addirittura intimiditi dalla FIFA che vietò loro (maledetto politicaly correct!) di continuare a utilizzare il nome “Honved”, le glorie della nazionale ungherese che aveva incantato il mondo diedero mostra di sé in Brasile, Spagna, Portogallo, Italia, attirando ovunque decine di migliaia di spettatori negli stadi toccati dalla tournée, che del resto segnò il canto del cigno della “Squadra d’Oro”, dato che i fuoriclasse della Honved, fucina di talenti della nazionale ungherese, decisero in seguito di ricostruire le proprie carriere nei campionati professionistici dell’Europa occidentale.

Fu probabilmente in quei giorni che si cementò definitivamente il legame fra il popolo ungherese e il suo più grande fuoriclasse, Ferenc Puskás, che di li a poco avrebbe incantato i campi di tutta Europa con la maglia del Real Madrid dominatore dello scenario calcistico continentale. Sebbene separati da lui, infatti, gli ungheresi videro da allora in avanti in Puskás la bandiera che teneva alto il buon nome della nazione nel mondo, l’ambasciatore di un paese governato da uomini che gli avevano interdetto l’ingresso entro i suoi confini ma che Puskás non tradì mai, dandogli lustro con anni di prestazioni sublimi sui campi da gioco, a cui fece seguito una carriera da allenatore giramondo che lo avrebbe portato verso mete sportivamente esotiche, quali Grecia, Australia, Cile e Paraguay, come a condurre un perenne pellegrinaggio in attesa di poter finalmente rimettere piede nella sua terra. Avuto modo di rientrare in Ungheria dopo la caduta del regime comunista, Puskás poté toccare con mano l’affetto che la sua gente continuava a nutrire per lui anche a oltre trent’anni di distanza dalla Rivoluzione, dimostrato eloquentemente nella partecipazione del pubblico alle gare della squadra ungherese durante il brevissimo intermezzo di Puskás da commissario tecnico di una nazionale magiara oramai decaduta datato 1993 e commoventemente ribadito negli ultimi anni della vita del fuoriclasse, che furono contraddistinti dall’incedere inarrestabile dell’Alzheimer. La morte di Puskás, il 17 novembre 2006, fu commemorata dall’Ungheria con il lutto nazionale. La sua salma fu trasportata nella centralissima Piazza degli Eroi a Budapest e ricevette gli onori militari prima di essere tumulata nella Cattedrale di Santo Stefano, come concesso solo ai grandi della storia ungherese. Ancora oggi, chi viaggia in Ungheria può toccare con mano quanto sia sentito negli ungheresi il ricordo del loro più grande talento sportivo, paragonabile esclusivamente a quello di Imre Nagy, il leader politico della corrente riformista dei comunisti ungheresi che ispirerà i rivoltosi del 1956 e pagò con la vita la sua apertura mentale e i suoi ideali di progresso. Maglie commemorative e foto della “Squadra d’Oro” sono venduti praticamente ovunque nella capitale, e continuano giorno dopo giorno ad essere raccontate le sue gesta che non smettono di affascinare anche a più di sessant’anni dalla dissoluzione forzata dell’Aranycsapat.

Continua a leggere

Calcio

Lo Spirito di Eric Cantona

Paolo Valenti

Published

on

“Il calcio dà senso alla tua vita. Lo credo veramente. Ma anche la tua vita, la tua storia, la tua essenza danno significato al tuo calcio”.

Comincia così l’articolo che Eric Cantona, stella del Manchester United degli anni Novanta e della nazionale francese, ha deciso di pubblicare per The Players Tribune col titolo “Qual è il senso della vita?”. Un pezzo particolare, in certi passaggi toccante, nel quale l’ex calciatore e successivamente protagonista anche nel mondo del cinema, decide di raccontare la storia dei suoi ascendenti. Un percorso a ritroso che in parte aiuta a interpretare gli aspetti caratteriali di un uomo che non ha mai amato i parametri dell’ordinarietà.

Il suo racconto comincia con la storia dei nonni materni, che nel 1939 furono costretti a scappare da Barcellona per evitare la persecuzione e le rappresaglie del generale Franco. Trovarono rifugio in Francia, in un campo che, nel tempo, accolse più di centomila profughi spagnoli. Provocatoriamente, Cantona si chiede cosa sarebbe accaduto se la Francia avesse deciso di respingerli. “Ma no, i francesi mostrarono compassione, perché l’umanità deve sempre mostrare compassione verso coloro che soffrono”. E’ il primo passaggio, il primo elemento che permette di comprendere le scelte di vita di un personaggio articolato. E che, in qualche modo, spiega anche l’attitudine ribelle e sfrontata dell’Eric Cantona calciatore, quello che in carriera collezionò molteplici squalifiche per comportamenti non propriamente oxfordiani, la più clamorosa delle quali a seguito dell’aggressione a un tifoso del Crystal Palace che gli impedì di giocare per nove mesi e lo costrinse a centoventi ore di lavori socialmente utili. Ma il nipote di due oppositori antifranchisti, che rinunciarono alle loro vite e alle loro comodità per non piegarsi a una dittatura, poteva sopportare senza batter ciglio i ripetuti insulti di uno spettatore sistemato a due metri dal campo di gioco?

Così, da oppositori di regime a migranti, i nonni di Cantona ricominciarono daccapo, lavorando alla costruzione di una diga a Saint-Étienne Cantalès: ”Questa è la vita dei migranti. Vai dove devi andare. Fai ciò che devi”. Più o meno le scelte che, analogamente, fecero i bisnonni paterni, scappati dalla miseria della Sardegna nel 1911 per provare a inseguire un’esistenza dignitosa. Una storia intrisa di fame, guerra e malattia: il bisnonno di Eric, infatti, a causa dei gas respirati nelle battaglie della prima guerra mondiale, fu costretto negli ultimi anni della sua vita a curarsi con l’eucalipto. Anche il figlio fu segnato dai drammi del Ventesimo secolo: la seconda guerra mondiale gli lasciò in eredità un padrino da accudire la notte presso un ospedale psichiatrico, vittima dei traumi mentali causati dagli orrori a cui aveva assistito. Un lascito familiare che ha costruito in qualche modo il sentire di Eric Cantona che, arrivato al successo e alla fama, non ha perduto il senso delle cose importanti e della responsabilità sociale che un fenomeno come il calcio, perennemente in bilico tra sport e show business, è tenuto a supportare.

Da qui il sostegno a Common Goal, movimento nato da un’iniziativa di Juan Mata e Juergen Griesbeck, i cui aderenti, principalmente calciatori professionisti, devolvono l’1% dei loro ingaggi per finanziare attività con scopi sociali. Cantona ne è orgogliosamente diventato primo mentore, consapevole che il calcio sia della gente, ricchi e poveri, capaci di provare le stesse emozioni davanti alle storie di un’ora e mezza raccontate ogni settimana dai tornei di tutto il mondo. Chi ha meno ha diritto ad essere aiutato per il semplice fatto di contribuire al calcio, spesso con maggior passione rispetto a chi ha di più. Un principio non rivoluzionario ma particolarmente sentito da chi l’animo rivoluzionario lo respira nel proprio DNA.
Un animo che porta colui che nel 2001 venne eletto giocatore del secolo del Manchester United da parte dei suoi tifosi a spiegare quale fosse il segreto per il quale la squadra di Sir Alex Ferguson giocasse un calcio così sublime. Per Cantona la risposta è molto semplice: dopo ore e ore di allenamento, nel momento in cui scendevano in campo per disputare una partita ufficiale, i calciatori erano liberi di giocare come volevano. Niente di più adatto per un ribelle come Eric: cos’è il calcio se non espressione di libertà?

Continua a leggere

Motori

7 anni senza il Sic

Luigi Pellicone

Published

on

23 ottobre 2011. Sette anni fa, si interrompe la corsa di Marco Simoncelli. Sepang, Malesia. Marco vuole vincere e ha il consueto approccio da guerriero alla corsa. Secondo giro: Sic, in piena bagarre, nel tentativo di non lasciare cadere la moto, scivola a terra, tradito dalla perdita di aderenza dell’anteriore e taglia in due la pista. Da dietro arrivano Edwards e Rossi. Impatto inevitabile. Simoncelli perde il casco e resta immobile, sull’asfalto. Alle 11.07 la comunicazione del decesso. La MotoGP perde un campione. Gli appassionati, un idolo.

Già, perché Sic, era un motociclista “sui generis”: alto, lungo, dinoccolato, piedi e mani troppo grandi per domare una 800 cilindri a 4 tempi capace di sviluppare 240 cavalli di potenza. Eppure, Simoncelli, correva. Correva, rideva, vinceva. E rideva. Un po’ fumetto, un po’ eroe. Anche per quella “zazzera”, che lo identificava. “Per favore, non mi chiedere dei capelli eh? Non so perché li porto così. Ma non li taglio: sono più famosi di me”.

Sic, abnegazione e coraggio. Sic, pilota vecchio stampo. Sic, centauro “pane e salame”: quelli che abbassano la visiera, entrano in pista e corrono. Quelli che, in curva, aggrappati alla moto, aprono il gas per primi e frenano per ultimi. La staccata al limite unico “state of mind”: il vero pericolo è ritrovarsi dietro, e non davanti, agli avversari in rettilineo. Nessuna alternativa per un bambino che aveva un sogno: “andare forte sulle moto grosse”.

Sic andava forte. Giudicato eccessivo, irruento dagli avversari. Marco, a sentirli, gli scappava da ridere. Perché lui, con buonumore, se ne fregava. “Diobò parlan così, perché han preso la paga”. Il  suo accento e modo di fare, irresistibilmente romagnolo, irritava specialmente gli spagnoli. Sic, ci godeva da matti a batterli e punzecchiarli. Memorabile un commento tranchant.Devono farsi un esame di coscienza, e pensare che se sono dietro, non è per colpa mia per il sorpasso che ho fatto lì, ma perché magari devono fare un po’ meno pugnette e darci un po’ più di gas“.

Sic et simpliciter: semplice. Come il modo di intendere la vita: pochi fronzoli. “Quando andiamo a far spesa al supermercato e compriamo quello che ci piace, senza guardare il prezzo. Quello è già essere ricchi”. Babbo Paolo sempre al seguito,  la sorellina come mascotte, la fidanzata a bordo pista. Intorno a lui gli amici di sempre. Prima della gara, una piadina e un saluto alla fidanzata. “Le ombrelline? Ho rinnovato il contratto alla Kate”. Lei dava sempre un bacio al casco del Sic prima della partenza, si salutavano così. L’ultima volta sei anni fa. Nel rivederle quelle immagini, si prova ancora un profondo senso di ingiustizia. Paolo Simoncelli ha trovato la forza di spiegarselo. “Sono incazzato con Dio, ma  d’accordo con mia moglie quando dice che se Marco fosse stato un muratore, quel giorno sarebbe caduto dall’impalcatura”.

Invece è caduto in pista. Succede perchè “Diobò son le corse”. Quattro parole ripetute spesso da chi affrontava la gara come una sfida innanzitutto con sé stesso. Sempre più forte, sempre più coraggioso. Sic non era un campione, lo è diventato partendo da lontano, sgasando su e giù per i colli romagnoli. Il sogno, diventare campione del mondo. Coronato in 250. A modo suo, di prepotenza. E di prepotenza, così come in pista, è entrato nel cuore della gente.

Sic non ha fatto in tempo a vincere un titolo in MotoGP. Però il suo nome corre ancora: nel 2017 la “Sic58” la scuderia intitolata a Marco per aiutare i bambini che altrimenti non avrebbero mai potuto correre, è scesa in pista nel motomondiale della Moto3. Che peccato, non vederlo in griglia. Immaginiamo la risposta scanzonata del Sic. Diobò, son le corse.

 

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication