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La Dorada Temporada a Las Palmas, tra Baloncesto e Fútbol

Matteo Calautti

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Si può diventare protagonisti di un movimento sportivo nazionale distando più di 1700 km dalla capitale del proprio Paese? Las Palmas, comune di circa 400 mila abitanti situato a Gran Canaria, isola dell’arcipelago delle Canarie, ci sta insegnando che sì, è possibile. Un comune spagnolo che sta vivendo infatti un inizio di stagione sportiva a dir poco magico.

Protagonista assoluta è sicuramente Gran Canaria, società cestistica iscritta alla Liga ACB, il massimo campionato di pallacanestro spagnolo. Durante lo scorso weekend è andata in scena a Vitoria, nei Paesi Baschi, la Supercopa ACB, manifestazione ufficiale fondata nel 1984 che attualmente prevede la partecipazione di quattro compagini: la squadra ospitante, la vincitrice della Liga ACB, quella della Copa del Rey e la squadra meglio qualificata in Europa. In questo caso, quindi, il Real Madrid campione nazionale, il Barcellona secondo in campionato, Gran Canaria finalista della Copa del Rey e semifinalista di Eurocup e, infine, il Saski Baskonia ospitante e quarto in Eurolega.

In semifinale i canari si sono imposti a sorpresa contro i padroni di casa con il risultato di 84-80, davanti agli occhi del loro nuovo acquisto Andrea Bargnani. Una semifinale decisa nei minuti conclusivi, in cui la stella americana Kyle Kuric ha condotto i suoi compagni al successo con un bottino di 24 punti, impreziositi da quattro triple consecutive nel secondo quarto. Al termine della terza frazione le due compagini erano sul pari, ma nell’ultimo quarto gli isolani hanno potuto amministrare il vantaggio procurato dalle triple del finlandese Sasu Sallin e del naturalizzato macedone Bo McCalebb, vecchia conoscenza italiana tra le fila della Mens Sana Siena. In finale, la prima della loro storia, Gran Canaria con un pesante risultato di 79-59 ha dato un’autentica lezione di pallacanestro al Barcellona, vincente nel Clásico di semifinale contro i Blancos. Juan Carlos Navarro e compagni nulla hanno potuto contro gli affamati canari di coach Luis Casimiro, arrivato in estate dopo un’esperienza annuale al Siviglia. Grande prestazione dei soliti McCalebb (15 punti, 5 rimbalzi e 5 assist) e di Kuric (10 punti), di fronte ad un inerme Tyrese Ric, grandissimo acquisto estivo dei Blaugrana strappato ai russi del Khimki. Delusione assoluta per i ragazzi di coach Georgios Bartzokas e prima gioia ufficiale per gli isolani, giunti alla 22esima partecipazione consecutiva alla Liga ACB.

Una storia emozionate quella del protagonista assoluto di questa Supercopa ACB, ovvero Kyle Kuric. Guardia americana di origine slovacca, cresciuta cestisticamente tra l’Indiana ed il Kentucky, durante la passata stagione ha vissuto il momento più difficile della sua vita. Era il novembre del 2015 quando fu regolarmente convocato ad una trasferta di campionato alla Fernando Buesa Arena contro i baschi del Saski Baskonia. L’atleta natio di Evansville non scese in campo a causa di un forte mal di testa che lo colpì durante la giornata. Dopo la partita lo staff medico iniziò a preoccuparsi delle sue condizioni e quindi la società optò per il trasporto all’ospedale di Barcellona, nel quale arrivò la terribile notizia: il cestista era stato colpito da un meningioma, ovvero un tumore cerebrale che ha origine nelle meningi.

La notizia scosse tutta la Spagna: vuoi per le tre operazioni al cervello necessarie, vuoi per una diagnosi così terribile ed improvvisa a fronte di una “banale” emicrania. Difficile trovare le parole per descrivere la forza d’animo di questo grande uomo di 193 cm. Esattamente cinque mesi dopo, infatti, l’americano è rientrato con la canotta della sua Gran Canaria davanti a settemila persone, nel contesto di un’ovazione straordinaria che non può che emozionare. Come spesso accade, il destino gli ha riservato la possibilità di rifarsi nei confronti della sua stessa vita. In quella Fernando Buesa Arena che ha visto l’inizio del suo incubo e con una prestazione magnifica che ha condotto i canari in finale contro il Barcellona. Una finale che gli ha permesso di ottenere, oltre al successo di squadra, anche il titolo di MVP della manifestazione.

Non solo baloncesto nella dorada temporada di questa meravigliosa isola. Infatti, nel fútbol il Las Palmas di Quique Setién non se la passa affatto male. Il Club Desportivo Las Palmas nacque nel 1949 dalla fusione delle cinque squadre delle Isole Canarie, ovvero Gran Canaria, Club Victoria, Arenas Club, Atlético Club e Marino. Sotto la guida di Pancho Arencibia la selezione dei migliori giocatori dell’arcipelago conquistò subito una doppia promozione nei primi due anni, debuttando così nella Primera División nella stagione 1951/52. Il miglior piazzamento dei canari nella massima divisione spagnola risale nell’Época de oro dei primi anni Sessanta: secondo poto dietro al Real Madrid nella stagione 1968/69, un anno dopo il terzo posto dietro a Blancos e Barcellona.

Il Las Palmas conquistò nuovamente la Primera División sotto la guida di Paco Herrera, al termine di quelli che potrebbero costituire i Playoff più pazzi della storia della Segunda División. Da un lato il Real Zaragoza sesto in classifica ribaltò in semifinale il pesante 0-3 casalingo con la sorprendente vittoria per 1-4 al Montilivi contro il Girona terzo, non promosso direttamente nonostante avesse terminato la classifica a pari punti rispetto allo Sporting Gijón secondo. Dall’altro il La Palmas si sbarazzò del Real Valladolid grazie al goal in trasferta segnato all’Estadio José Zorrilla. Nella finale d’andata a La Romareda il Real Zaragoza superò i canari con il risultato di 3-1, vedendo però sfumare la promozione nella finale di ritorno a causa della regola dei goal in trasferta perdendo 2-0 all’Estadio de Gran Canaria.

Se la stagione 2015/16 è stata molto tranquilla per gli isolani grazie ad un sereno undicesimo posto, quella appena cominciata è già una Primera da sogno. Debutto pirotecnico e vincente al Mestalla contro il blasonato Valencia, sconfitto a domicilio con un pesante 2-4 in cui si sono resi protagonisti due nuovi acquisti degli isolani: il bomber croato Marko Livaja ed il centrocampista ghanese Kevin-Prince Boateng. Il primo è una recente conoscenza del calcio italiano che ha ultimato il settore giovanile all’Inter, dotato di un grande potenziale ma anche di un carattere parecchio “fumantino”, prelevato in estate dal Rubin Kazan‘. Carattere particolare ed esperienza italiana in comune con l’ex trequartista del Milan, reduce da un ritorno negativo con i rossoneri e diventato, grazie alla rete contro i valenciani, l’unico giocatore in attività ad aver segnato nei principali campionati calcistici europei: Premier League, Serie A, Bundesliga e La Liga.

Uno schieramento tattico molto particolare quello di Quique Setién, a cavallo tra un 4-2-3-1 ed un 4-3-3 classico, utilizzato soprattutto in trasferta. Al momento gli unici punti di riferimento, oltre al portiere Javi Varas, sono la difesa a quattro capitanata da David García Santana (a Las Palmas dal 2003), la coppia di mediani composta da Roque Mesa e Vicente Gómez e, infine, la titolarità di bomber Livaja. Ma le alternative non mancano. Infatti, il tecnico di Santander varia spesso la composizione dei trequartisti alle spalle dell’unica punta: da Tana (attuale capocannoniere con 3 goal) a Momo, da Viera al marocchino El Zhar passando per il jolly Boateng, per un totale di 10 goal e 4 assist. Infine, valida anche l’alternativa a Livaja, ovvero l’argentino Sergio Araujo, cresciuto nel Boca Juniors ed autore fin qui autore di due goal ed un assist in un totale di 179 minuti, per lo più spezzoni di gara. L’ultima rete delle quali segnata proprio contro il Real Madrid di Zinédine Zidane, valsa il pareggio all’85’ e l’intensificarsi del nervosismo di Cristiano Ronaldo per la precedente sostituzione.

È questa la dorada temporada dello sport a Las Palmas?

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Mirza Teletovic, dai bombardamenti in Bosnia al mondo Nba

Lorenzo Martini

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Compie oggi 33 anni Mirza Teletovic, il cestista bosniaco la cui vita rappresenta una storia di rivincita e rinascita dopo un’infanzia segnata per sempre dagli orrori della guerra.

Barclays Arena, Brooklyn, 14 gennaio 2014. Un LeBron James ancora in veste Miami Heat si sta involando in contropiede verso il canestro, i due punti sembrano una formalità. Eppure, neanche il tempo di entrare in area che il giocatore dei Brooklyn Nets in maglia 33 si avventa su King James, lo strattona, lo abbraccia con forza fermando la sua corsa. E’un flagrant foul, un fallaccio ai limiti della sportività.

Lebron è inferocito, vorrebbe avventarsi sull’avversario, lo guarda a muso duro e gli urla addosso. E lui? Con tutta tranquillità fissa James, alza le mani e gli ride in faccia, impavidamente. Ride in faccia al giocatore più forte della lega, dopo averlo quasi strozzato…!

Quel giocatore è Mirza Teletovic, e se ride in una situazione del genere un motivo ci sarà. Semplicemente, nel suo modo di vedere il basket è inconcepibile provare ansia o timore. E’ un gioco, nient’altro, e per questo va preso con serenità, col sorriso. Anche quando un avversario scatenato vorrebbe prenderti a pugni.

Una concezione del basket, questa, priva di pressioni esterne o preoccupazioni, che nasce dal difficile passato di Mirza. Un passato in cui “the real pressure is to survive.”.

Mirza Teletovic nasce a nel 1985 a Mostar, Bosnia. E non ha nemmeno 7 anni quando, nel 1992, inizia la guerra in Jugoslavia, durante la quale la sua città verrà assediata per oltre un anno e mezzo. 18 mesi interminabili, in cui i bombardamenti si susseguono e le granate piovono dal cielo senza posa.

Le razioni di cibo sono sempre più misere, la paura cresce di giorno in giorno, così come sale il numero di vittime. Mirza è ancora un bambino, eppure ogni volta che i suoi rientrano in casa annunciano la morte di conoscenti, di vicini di casa, di parenti…Mamma, c’è rimasto qualcuno vivo?”, chiede un giorno alla madre, ormai vinto dalla disperazione.

Ma, per fortuna, a 300 metri da casa c’è un campetto da basket. Un posto molto comune, semplice, che diventa però una valvola di sfogo indispensabile per Mirza, oltre che per tanti giovani del luogo. Si sveglia alle 6 di mattina e in men che non si dica è già in campo, a giocare anche fino a mezzanotte.

Spesso però, le epiche battaglie sul campetto devono essere interrotte. Perché non di rado per la città si diffonde il suono delle sirene: è imminente un nuovo bombardamento. In quel caso Mirza torna a casa immediatamente, come ha promesso ai suoi, e aspetta finchè non cessa l’allarme.

In queste occasioni non gli resta che barricarsi dentro casa, anche per giorni. Col cugino maggiore si mette davanti alla finestra e inizia a contare le granate che cadono al suolo: saranno almeno un centinaio, ogni giorno, per mesi e mesi.  Un centinaio di granate che non solo lo terrorizzano, ma lo tengono lontano dal suo amato campo da basket.

Oggi, a più di 20 anni dalla fine della guerra che ha devastato la Bosnia-Herzegovina, Mirza è un ottimo giocatore  NBA, dopo una carriera più che soddisfacente. Una carriera iniziata a 17 anni nello Sloboda Tuzla, in Bosnia, per poi passare prima nell’Ostenda, in Belgio, e poi per sei stagioni nel Saski Baskonia, nella competitiva ACB spagnola.

Nel luglio 2012 arriva il contratto della svolta, con i Brooklyn Nets. Qui può mettere in mostra tutto il suo talento, esibendo il suo tiro da 3 chirurgico, malgrado la sua stazza considerevole. Ai Nets è un giocatore amato dal pubblico, soprattutto per il suo approccio spudorato e privo di timori: per quanto una partita sia tirata, per quanto un tiro possa sembrare decisivo, niente è paragonabile al terrore del bombardamento della terra in cui vivi.

Nella stagione 2015-2016 Teletovic è passato ai Phoenix Suns, dove ha trascorso una stagione difficile, visti i continui infortuni che hanno colpito il roster. Eppure, il bosniaco si è inserito alla perfezione nella nuova squadra, risultando spesso un fattore determinante quando è uscito dalla panchina. Al punto da raggiungere un primato: con le sue 165 triple, è diventato il recordman di ogni epoca per triple mandate a bersaglio partendo dalla panchina.  

Arriva poi l’ingaggio con i Milwaukee Bucks nel 2016. Nel Wisconsin passa 2 anni prima di doversi fermare indeterminatamente a causa di complicazioni di un’embolia polmonare che lo aveva messo fuori gioco nel 2015. Oggi, a 33 anni, è un free agent, ma siamo certi che dopo aver passato quello che ha passato, per Mirza non è poi un gran problema.

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Brandon Roy, il raffinato killer dalle ginocchia di cristallo

Lorenzo Martini

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Compie oggi 34 anni Brandon Roy, uno dei talenti più forti della NBA recente, la cui ascesa è stata fermata solo da una serie infinita di infortuni. Ecco la sua storia.

Se la NBA è il più affascinante palcoscenico del basket mondiale, dove si possono ammirare i giocatori più forti del globo, lo si deve soprattutto alla cultura cestistica che anima gli States, dalle sponde del Pacifico fino alle coste atlantiche. Una cultura che ha radici profondissime e che mira a plasmare un futuro campione fin dalla nascita. Ed è per questo che, nella crescita di un giocatore, sono fondamentali i suoi primi anni di carriera, i vari coach che si incontrano nella propria strada. In alcuni casi un allenatore capace può davvero fare la differenza.

Lo scorso anno ad aver dimostrato di essere un coach in gamba è stato un certo Brandon Roy, nominato Naismith National High School Coach of the Year. Il miglior riconoscimento possibile per un allenatore a livello di High School, ottenuto grazie alla fantastica stagione della sua Nathan Hale, High School di Seattle, che ha chiuso l’annata da imbattuta e con ben 29 vittorie all’attivo.

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Per chi segue la NBA da pochi anni il nome di Brandon Roy non dirà granché. Per tutti gli altri, una lacrimuccia starà già rigando le loro guance. Perché Roy per molti è stato un’icona, il simbolo del giocatore old school che vince solo grazie al suo immenso talento, senza il bisogno di un atletismo robotico, tanto richiesto al giorno d’oggi in NBA. Uno dei più grandi what if del basket americano. Ed è proprio per questi motivi che la storia di Brandon merita di essere ricordata. Tanto per essere masochisti, e lasciare che quella lacrimuccia si tramuti in un pianto a dirotto senza posa.

Brandon nasce a Seattle, nel luglio 1984. Il basket scorre a fiotti nelle strade di Emerald City e lui si innamora facilmente della palla a spicchi, sfruttando le opportunità che gli offre l’Amateur Athletic Union, un’associazione no-profit che permette di giocare anche ai meno abbienti. Fin da subito Roy mostra un talento innato e alla Garfield High School diventa immarcabile per i suoi coetanei. Le sue giocate prodigiose lo rendono un prospetto molto interessante, al punto che si ventila l’ipotesi del salto in NBA senza passare per il College. Ma la pressione inizia a pesare sulle sue spalle, meglio imboccare una strada più lunga ma anche più rassicurante per il suo futuro: sceglie di abbandonare la sua amata Seattle, destinazione gli Washington Huskies. Un ateneo tutt’altro che vincente, visto che l’unico accesso alle Final Four risale al 1953.

L’arrivo di Brandon viene accolto come una manna dal cielo, e lui ripaga a suon di trentelli. In 4 anni a Washington non solo riceve decine di premi personali, ma gli ultimi due anni porta la sua squadra tre le sedici migliori d’America, un risultato storico per gli Huskies. Il tutto con ben 20 punti di media ad allacciata di scarpe e una padronanza nel palleggio impressionante.

Il 2006 è l’anno dell’approdo nel basket che conta. Al Draft viene selezionato alla sesta pick dai Minnesota Timberwolves, che lo girano subito a Portland in cambio di Randy Foye, scelto alla settima. Per i Blazers sarà l’inizio della svolta.

Rip City viene da una stagione disastrosa, culminata con ben 61 sconfitte e la nomea di squadra-cuscinetto. E Brandon cosa fa? Malgrado un infortunio alla caviglia, diventa subito il leader dei suoi Blazers, siglando ben 17 punti di media a partita e aggiudicandosi il premio di Rookie of the Year. E dopo il draft del 2007, il futuro non potrebbe sembrare più roseo. Perché oltre a Roy e ad un ancora acerbo Lamarcus Aldridge, si aggiunge in roster anche Greg Oden, un centro con tutte le carte in regola per dominare negli anni successivi. Ma si sa, Portland e la fortuna non vanno mai a braccetto: il futuro radioso di Oden diventa un’infinita odissea di infortuni, che culminerà con la prematura fine della sua carriera.

Con uno ambiente in subbuglio e un roster fin troppo rimaneggiato, Brandon decide di caricarsi la squadra sulle spalle e trascina i suoi Blazers ad un record di 41-41, un risultato neanche lontanamente immaginabile l’anno prima. Per sfortuna i suoi sforzi non sono sufficienti per raggiungere i playoff, ma è solo questione di tempo: nelle tre stagioni successive Portland, dopo anni bui e segnati dalle sconfitte, raggiunge per tre volte di fila i playoff, capitanata dal nostro eroe.  

E sebbene in tutti e tre i casi arrivino sconfitte al primo turno, B-Roy diventa l’idolo di Rip City, e non solo. Sarà per le sue eleganti movenze con cui brucia gli avversari, sarà per il suo raffinato killer instinct che lo rende un letale spettacolo per gli occhi, sarà perché dalle sue mani esce un basket lindo, puro, senza sbavature, ma al contempo concreto, perché quando c’è da infilare la retina Brandon sbaglia raramente. Sul parquet appare davvero un artista.

Ed è proprio qui, quando la parabola della sua carriera non sembra possa conoscere la discesa, ecco che arriva la sberla. La sfiga, come al solito, colpisce in pieno volto i Blazers. Roy, da sempre falcidiato dagli infortuni, si ritrova con due ginocchia di cristallo, prive di cartilagine. Nel suo ultimo anno ai Blazers, nel 2011, la situazione è critica, il suo utilizzo in campo va centellinato. Finchè nel 2012, dopo una brevissima parentesi in maglia Timberwolves, si rende conto che non gli è più possibile danzare sul parquet. E Brandon, malgrado il suo talento cristallino, decide di appendere le scarpe al chiodo.

 Ma non ha deciso di abbandonare il basket. Perché è ancora lì, sui parquet, ad insegnare pallacanestro. Prima la insegnava direttamente sul campo, ai suoi avversari. Ora invece sta in panca e la spiega ai suoi giovani allievi, tra l’altro con ottimi risultati. E se solo B-Roy avrà come coach un miliardesimo del talento che aveva da giocatore, ecco lo aspetta un futuro splendente da allenatore.

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Il cuore grande di Marc Gasol

Lorenzo Martini

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Questa è l’immagine che da ieri sta facendo il giro del mondo. Una donna, stremata e incredula, salvata da una nave di Open Arms a 80 miglia dalle coste libiche. Il suo nome è Josephine e la sua è una storia tragica: partita dal Camerun, dopo un lungo periodo in Libia stava per esaudire il suo sogno di raggiungere l’Europa. Un sogno però infrantosi sul suo gommone, rivoltatosi a causa del mare mosso. Lei, inspiegabilmente ignorata dalla guardia costiera libica, è rimasta in balia del Mediterraneo per ore e ore, aggrappata ad un pezzo di legno e alla speranza di non dover morire. Una speranza che, alla fine, non è stata tradita.

Una foto che tocca nel profondo. E tra i milioni di pensieri che possono venire in mente guardando una scena simile, dovrebbe far riflettere che al fianco di Josephine c’è un uomo che guadagna 20 milioni di dollari l’anno. Guardatelo attentamente: è proprio lui, Marc Gasol. Il centro spagnolo dei Memphis Grizzlies, superstar NBA che non solo ha vinto di tutto con la sua Spagna, ma da anni si conferma come uno dei lunghi più forti nel basket oltreoceano.

Cosa ci fa un personaggio di questo spessore su una nave delle ONG, su una nave di volontari? Ebbene, fa il volontario. A raccontarlo è stato lo stesso Marc, in un’intervista a El Pais: “Nel 2015 ho incontrato Óscar Camps di Open Arms e sono rimasto impressionato dalla sua convinzione, dal modo in cui ha messo a disposizione di questa causa tutte le sue risorse finanziare, logistiche e personali per aiutare queste persone. Ammiro questo tipo di persone, che fanno qualcosa, che non aspettano che gli altri lo facciano”.

Da allora il più piccolo dei Gasol ha iniziato a collaborare con Open Arms, trascorrendo parte delle sue vacanze estive a sostenerne la causa. Un gesto bellissimo, che si va a aggiungere a quanto lui e il fratello Pau fanno con la Gasol Foundation, un’associazione no-profit il cui scopo consiste nel sostenere famiglie americane in difficoltà economiche, con programmi alimentari e attività fisiche salutari.

A El Pais Marc ha spiegato cosa lo ha spinto a supportare Open Arms: Ho due figli e voglio essere da esempio per loro. Posso immaginare la situazione di un padre che deve affrontare viaggi come questi in cui si rischia tutto per raggiungere un paese dove poter vivere in pace e con dignità. Penso che se fossi al suo posto vorrei che qualcuno mi aiutasse mettendo a disposizione il suo tempo, i suoi soldi, dandomi una mano. Penso che dovremmo tutti contribuire in qualche modo. È molto diverso sentire o leggere che un tot persone sono morte in mare. Molto diverso è vederle, vedere una persona morta e capire che quella persona era il centro del mondo nella vita di qualcuno.

Del resto, nel salvataggio di Josephine, Marc ha anche assistito al ritrovamento di due corpi privi di vita, una donna e un bambino adagiati su un pezzo di legno. Ed è per questo che oltre alla gioia per aver salvato una vita c’è tanta amarezza, manifestata con un tweet fin troppo esplicito:Frustrazione, rabbia, impotenza. È incredibile come così tante persone vulnerabili vengano abbandonate alle loro morti in mare. Profonda ammirazione per quelli che stavolta chiamo i miei compagni di squadra”.

Evitando di entrare nel merito della questione e dei relativi risvolti politici, non si può che applaudire al gesto di Marc. Una star internazionale, un atleta famosissimo, ma anche una persona umile, concretamente vicina ai problemi umanitari dei nostri tempi. Un campione sul campo, che in quest’occasione ha dimostrato il suo valore anche nella vita. Un modello, un esempio, da cui non ci resta che imparare.

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