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La Corea del Nord tra bomba atomica e medaglie: il sogno sportivo di Kim Jong-un

Andrea Corti

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La medaglia d’oro al collo, l’inno nazionale, il saluto militare. E’ l’estate del 2015 e a Kazan, in Russia, si è verificato un evento di rilevanza storica per lo sport e non solo: la tuffatrice nordcoreana Kuk Hyang Kim ha appena regalato alla sua nazione la prima vittoria in un mondiale di nuoto sbaragliando la concorrenza dalla piattaforma di 10 metri. La commozione al termine della cerimonia lascia spazio a un pensiero per il governo di Pyongyang: “Vorrei ringraziare il nostro Governo e la nostra Nazione per il sostegno che mi hanno dato”. Di sicuro, l’atleta sedicenne è uno dei ‘prodotti’ meglio riusciti della politica sportiva della dittatura asiatica, che negli ultimi anni ha intensificato gli sforzi per dare un’immagine migliore di sé anche attraverso le competizioni internazionali.

In questi giorni, il mondo intero si interroga sulla fondatezza delle notizie diffuse dalla propaganda di Pyongyang, secondo cui sarebbe andato a buon fine il test della bomba a idrogeno, da tempo obiettivo del governo nordcoreano: la dittatura del Leader Supremo Kim Jong-un, d’altra parte, si caratterizza per la sua enigmaticità e per la sua chiusura nei confronti dell’esterno, tanto che ben poco si sa sulle condizioni di vita di un popolo di fatto ‘recluso’ nei confini nazionali. La situazione è peggiorata nell’ultimo decennio, ovvero da quando le Nazioni Unite hanno scelto la strada dell’embargo per materiali militari e beni vari, a seguito dei primi test nucleari di Pyongyang. La politica di isolamento del ‘Caro LeaderKim Jong-il prima e del figlio Kim Jong-un poi hanno fatto il resto, condannando la popolazione ad una situazione simile, se non peggiore, a quella delle più dure dittature del Novecento.

In questo contesto decisamente critico, un segnale di speranza arriva dallo sport, anche se il rovescio della medaglia è tutt’altro che confortante. Nell’ultimo periodo, la Corea del Nord ha intensificato infatti la presenza nelle manifestazioni internazionali, giungendo anche a risultati degni di nota oltre al già citato oro mondiale di Kuk Hyang Kim. A livello mediatico, ha avuto grande risalto la partecipazione della Nazionale di calcio ai Mondiali sudafricani del 2010: se in quel caso l’immagine più forte è stata di sicuro il pianto di Jong Tae-Se durante l’inno nazionale prima del match con il Brasile, nel corso della manifestazione si è sparsa la voce della presunta fuga di quattro giocatori, poi smentita. Non ci sono poi mai state conferme ufficiali sulla voce secondo cui i ‘Cavalli alati’, al ritorno a casa dopo l’eliminazione nel girone iniziale (durante il quale è arrivata anche la pesantissima sconfitta, 7-0, con il Portogallo), sarebbero stati sottoposti a una sessione di sei ore di pubbliche accuse da parte di un pubblico composto da 400 fra studenti e dirigenti di regime “per aver tradito la fiducia di Kim Jong-il”.

Secondo questa versione, l’allora Ct Kim Jong-hun sarebbe stato mandato a lavorare in un cantiere edile per punizione. Quattro anni dopo, la sconfitta in finale dei Giochi asiatici, contro gli eterni nemici della Corea del Sud, avrebbe fatto uscire di senno il Leader Supremo Kim Jong-un (personaggio che non si è fatto scrupolo nei mesi scorsi di far giustiziare a cannonate il responsabile della difesa del Paese, reo di essersi addormentato durante una cerimonia militare): i giocatori sarebbero stati addirittura reclusi nel braccio della morte di un carcere di massima sicurezza.

Detto che non è facile trovare conferme al riguardo, quel che sembra una certezza è la crescente serietà, per usare un eufemismo, con cui dalle parti di Pyongyang sono considerati i risultati sportivi nelle manifestazioni più importanti a livello internazionale.

Ma, per fortuna, non mancano anche esempi positivi, che testimoniano come lo sport a volte sia un agente di distensione dell’atteggiamento della Corea del Nord verso l’esterno. Il più significativo è stato di certo lo svolgimento dell’Asian Cup di sollevamento pesi nel 2013 proprio in Corea del Nord: per la prima volta degli atleti del Sud hanno partecipato ad un evento sportivo svoltosi nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, dopo che la guerra degli anni ‘50 si è conclusa con un armistizio (e non con un trattato di pace). Nell’occasione un giovane sudcoreano, Kim Woo-sik, si è addirittura aggiudicato la medaglia d’oro della categoria 85 kili, facendo sventolare per la prima volta la bandiera di Seul oltre il trentottesimo parallelo.

Dal 1972 gli atleti nordcoreani fanno presenza quasi fissa ai Giochi Olimpici estivi (uniche eccezioni, per ovvie ragioni, quelli del 1984 a Los Angeles e di quattro anni più tardi a Seul), durante i quali si sono aggiudicati 47 medaglie in tutto, di cui 14 d’oro, buona parte nel sollevamento pesi.

Meno bene le cose sono andate ai Giochi invernali, cui la prima partecipazione risale al 1964, con solo un argento e un bronzo nel palmares. Le prospettive sembrano poi essere migliorate con l’entrata in carica di Kim Jong-un, che da subito ha aumentato l’impegno per favorire la diffusione dello sport. Nonostante la fama di crudele dittatore che lo precede, d’altra parte, il Leader Supremo nordcoreano è noto per essere un grandissimo appassionato di basket, e uno dei suoi sogni (di difficilissima realizzazione) sarebbe quello di far disputare nel suo Paese una grande manifestazione come le Olimpiadi o i Mondiali di calcio. Il tempo dirà se lo sport avrà ancora una volta la meglio cambiando le cose lì dove, ormai da decenni, sembrano immutabili.

FOTO: www.theguardian.com

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Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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