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La chiamarono la Guerra del Calcio

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La chiamarono la Guerra del Calcio

Il 20 Luglio 1969 terminava dopo neanche una settimana quella che viene definita la “Guerra del Calcio” tra Honduras e El Salvador. Un conflitto che portò morti e feriti e che ebbe al centro della vicenda il pallone. Vi raccontiamo come andò.

Il calcio, durante la storia del Centro – Sudamerica, ha più volte avuto a che fare con questioni che con un rettangolo di gioco c’entravano ben poco. Pensiamo ad esempio ai mondiali del 1978 in Argentina quando, al governo di Buenos Aires, si trovava la giunta militare guidata dal generale Jorge Rafael Videla.

In quel caso la vittoria finale della nazionale di casa albiceleste, arrivata dopo un torneo non privo di polemiche e contestazioni, esaltò il nazionalismo della popolazione locale e diede prestigio indirettamente anche al regime militare. In altri casi, però, il mondo del pallone è stata la causa belligeranti di alcuni conflitti tra stati.

Un esempio che si può fare in questo ambito è quello che avvenne, a metà luglio del 1969, tra i due piccoli paesi del Centro America di Honduras e El Salvador. L’episodio vide il mondo del pallone ricoprire un ruolo di primissimo piano tanto che, tale conflitto, passò alla storia con l’appellativo di “Guerra del Calcio” ( guerra del Fútbol, nella locale lingua spagnola) o Guerra delle Cento Ore.

Il tutto, per l’esattezza, ebbe inizio in tempi ben più lontani. Era infatti la metà del XIX secolo quando, dopo la fine del dominio spagnolo sulla regione, il governo di Tegucigalpa e quello di San Salvador si scontrarono su una questione riguardanti i confini tra i due stati.

El Salvador si lamentava su tre punti in particolare: l’esiguità del proprio territorio rispetto a quello honduregno; rivendicava uno sbocco sull’Oceano Atlantico e, per quel che riguarda il lato del Pacifico, si chiedeva come mai solo all’Honduras fosse stata riservata l’esclusiva sovranità sul Golfo di Fonseca, un grande crocevia commerciale della zona. Per cercare di calmare gli animi, ad inizio anni ’60 del XX secolo, scesero in campo gli Stati Uniti d’America.

Il grande paese americano voleva istituire un mercato comune con 5 piccoli paesi centro-americani tra cui, appunto, El Salvador e Honduras per impiantare, in quelle zone climaticamente perfette, delle grosse piantagioni di banane. Non vi fu, però, nessun organo di controllo che tenne sotto occhio il reale sviluppo e quindi ne trassero benefici solamente alcuni degli stati interessati inizialmente.

Tra Honduras e El Salvador, nello specifico, il secondo si sviluppò molto più del primo. Tutto ciò comportò un notevole sviluppo demografico dalle parti di San Salvador che però, viste le dimensioni molto più piccole rispetto al suo vicino, chiese aiuto al governo di Tegucigalpa.

Per trovare una soluzione a tale situazione si firmò, nel 1967, quella che passò alla storia come la “Convenzione bilaterale sulla immigrazione”. Essa era un vero e proprio accordo tra i due stati che permetteva, ai cittadini salvadoregni di transitare, risiedere e lavorare in territorio honduregno.

Da quel momento circa 300.000 salvadoregni passarono il confine tra i due stati. I cittadini dell’Honduras però, visto che il loro paese non aveva raggiunto il livello di sviluppo del suo vicino, non presero bene questo arrivo in massa e chiesero al governo honduregno di fare qualcosa.

Il presidente dell’Honduras, per tenere buoni i suoi concittadini, diede il via ad una riforma agraria per redistribuire i terreni del paese. Quei terreni che volevano essere ridati, però, erano stati occupati dai salvadoregni dopo la firma del trattato del 1967.

Precisamente, un provvedimento dell’aprile 1969 prevedeva la confisca delle terre e l’espulsione di tutti coloro che avevano nel Paese proprietà terriere, ma senza essere nati in Honduras. Tutti i contadini salvadoregni furono quindi privati di ogni loro bene e rispediti in patria.

Il governo di El Salvador provò in tutti i modi a difendere gli interessi dei suoi concittadini ma senza esito positivo e, così facendo, i rapporti tra di stati confinanti diventarono tesissimi.

Il caso vuole che le nazionali calcistiche dei due stati si sarebbero dovute affrontare, di lì a poco, per decidere chi si doveva qualificare alla fase finale del Mondiali di Messico 1970. I match si svolsero l’8 e il 15 giugno 1969: l’andata a Tegucigalpa e il ritorno a San Salvador.

A Tegucigalpa vinse l’Honduras per 1 a 0 con un gol all’89esimo minuto. Contemporaneamente, in Salvador, dove la gara veniva trasmessa in diretta tv, una ragazza di 18 anni, Amelia Bolanos, figlia di un generale dell’esercito, rimasta provata per la sconfitta patita dai propri beniamini, si sparò un colpo di pistola al cuore. Alla giovane, elevata al rango di martire ed eroina nazionale, furono tributati funerali di Stato. L’opinione pubblica salvadoregna giurò vendetta per la gara di ritorno del 15 giugno.

Una settimana dopo, infatti, la nazionale honduregna trovò un clima alquanto infuocato. Per questo motivo non giocò quasi, durante i 90′ del match, e perse 3-0. La situazione che si trovò di fronte può essere riassunta dalle parole del ct della nazionale di Tegucigalpa che, al termine dell’incontro, riuscì a dire solamente questa frase: ”Meno male che abbiamo perso”.

Le due partite, però, non avevano sancito un vincitore che meritava di passare il turno: il regolamento delle qualificazioni mondiali per la CONCACAF prevedeva l’accesso alla finale per la squadra che avrebbe ottenuto più punti nella mini-classifica determinata dai due incontri. Avendo, le due nazionali, vinto una gara a testa era necessario uno spareggio che si giocò il 27 giugno successivo allo stadio Azteca di Città del Messico.

Le due contendenti arrivano all’appuntamento imbottite di propaganda mediatica contro i rispettivi nemici. Sul campo, però, fu partita vera e si concluse 2-2 nei novanta minuti. Furono così necessari i supplementari in cui a spuntarla fu El Salvador con un gol al 101′ di Mauricio Rodriguez.

Pochi, però, osarono pensare che quella qualificazione poteva portare ad un vero e proprio scontro a fuoco tra i due stati. Il governo di Tegucigalpa, infatti, decise, appena poche ore dopo la fine del match, di interrompere qualsiasi relazione diplomatica con El Salvador e di inasprire i provvedimenti contro gli immigrati salvadoregni rimasti.

La scintilla arrivò poche settimane dopo: il 14 luglio infatti, senza una dichiarazione di guerra, El Salvador attaccò Honduras adducendo come motivazione la salvaguardia dei propri cittadini e dei propri confini.

Entrò in campo pure l’OSA (l’Organizzazione degli Stati Americani) che cercò di mediare tra le due parti. All’inizio, però, El Salvador rifiutò perchè voleva difendere i diritti dei suoi concittadini.

La situazione cambiò pochi giorni dopo il 20 luglio, quando lesercito honduregno riuscì a respingere una pericolosa offensiva dell’Alto Comando dell’esercito salvadoregno. A quel punto il governo di San Salvador accettò la proposta dell’OSA e quindi la guerra finì dopo soli 5 giorni di ostilità.

La fine ufficiale del conflitto, in realtà, avvenne il 5 agosto quando l’ultimo soldato salvadoregno tornò in patria. Anche se il conflitto durò solamente pochi giorni, si rivelò particolarmente sanguinoso: persero la vita circa seimila persone, decine di migliaia risultarono essere i feriti e circa 150.000 quelli rimasti senza casa e terra.

Il trattato di pace verrà firmato solamente nel 1980. La questione dei confini sarà risolta, invece, dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1992.

Il nome del conflitto venne dato dal giornalista polacco Ryszard Kapuściński che si trovava, per lavoro, in quelle zone allo scoppio delle ostilità. Mi sembra giusto chiudere con una frase dello stesso inviato di Varsavia che ci spiega bene, ed in maniera chiara, ciò che avvenne in quei pochi giorni di metà estate del 1969:I due governi sono rimasti soddisfatti della guerra, perché per qualche giorno Honduras e Salvador hanno riempito le prime pagine dei giornali di tutto il mondo e suscitato l’interesse dell’opinione pubblica internazionale. I piccoli stati del Terzo, del Quarto e di tutti gli altri mondi possono sperare di suscitare qualche interesse solo quando decidono di spargere sangue. Strano ma vero”.

Illustrazione di copertina: Gonzalo Rodriguez

Classe 1991. Romano e laureato in storia. La mia passione per lo sport, in particolare rugby e calcio, comincia fin da piccolissimo. Il lato culturale l'ho acquisito nel corso del tempo e con un po' di fatica. Con i miei articoli cerco di unire i miei tre interessi principali: sport, storia e cultura.

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