Connettiti con noi

Calcio

Juventus e Calciopoli, la Spada di Damocle della clausola compromissoria

Emanuele Cammaroto

Published

on

Riesplode la guerra tra la Juventus e Figc su Calciopoli e sullo sfondo spunta la “spada di Damocle” della clausola compromissoria, ennesimo capitolo controverso di una battaglia senza esclusione di colpi dove ancora una volta gli sportivi si dividono e si interrogano sulle conseguenze che potrebbe avere quest’altro ricorso annunciato al Consiglio di Stato e che fa seguito al mancato pronunciamento del Tar. Dal ricorso in cui Corso Galileo Ferraris (vanamente) aveva chiesto 444 milioni di danni alla federazione, si passa adesso ad una cifra attualizzata ancor più esorbitante: 581 milioni.
 
La nuova offensiva legale del club bianconero arriva nelle stesse ore in cui una sentenza della Corte d’Appello di Roma ha rigettato l’impugnazione proposta dalla Juventus per far revocare lo scudetto 2005-06 assegnato a tavolino all’Inter. A tal riguardo, la Corte d’Appello di Roma ha chiarito nelle sue motivazioni che la questione era competenza esclusiva degli organi sportivi in base al “principio di autonomia degli ordinamenti”. Secondo la Corte d’Appello, insomma, i giudici statali non possono “intervenire su materie riservate alla giustizia sportiva”.
 
La querelle sullo scudetto non è un buon segnale per il popolo juventino, tuttavia in questo momento rappresentava un capitolo a latere dell’impianto accusatorio verso la Figc sul quale si articola l’istanza di maxi-risarcimento. L’ultimo grado di giudizio della giustizia amministrativa è lo spartiacque destinato a scrivere la parola fine della contesa decennale. “Allo stato – fanno sapere da Torino -, i danni economici per lo Juventus Football Club s.p.a. derivati dai citati provvedimenti della Figc sono attuali e in itinere“, scrivono i legali della Juventus nel ricorso al Consiglio di Stato. Rispetto al 2011, abbiamo ricalcolato e la somma non dà più 444 milioni ma circa 140 in più, fino all’astronomica cifra di 581. C’è poi una distinta, nella quale si legge, tra l’altro: 31,6 milioni per perdita ricavi da gare, 24,3 milioni perdita ricavi sponsorizzazioni, 69 milioni perdita ricavi da diritti radiotelevisivi, 245,6 milioni perdita di valore del marchio Juventus, 57,6 milioni perdita valore giocatori, 85 milioni perdita di ricavi per ritardo nella costruzione dello stadio“. Incassato il “no” del Tar, la Juventus rischia di vedersi recapitare analogo verdetto dal Consiglio di Stato e c’è chi sostiene che il pericolo ulteriore sarebbe poi quello di una penalizzazione. Ma è davvero così? Dove sta il confine tra giurisprudenza e teoremi mediatici? Proviamo a fare chiarezza.
La violazione della cosiddetta clausola compromissoria, segnalata nello statuto Figc come “vincolo di giustizia” (art.30), si verifica nel momento in cui una società accusata di un qualunque illecito sportivo adisce la giustizia ordinaria nel corso di un processo sportivo. La Juve avrebbe potuto essere penalizzata, addirittura con la retrocessione nella categoria inferiore (secondo le pene prevista dallo statuto Figc), se nel corso dei vari gradi di giudizio sportivo si fosse rivolta al Tar tramite giudizio incidentale. In questo caso, la violazione sarebbe stata valida nel caso in cui la sentenza fosse stata sfavorevole alla Juventus, ovvero se il Tar avesse respinto il ricorso nel mentre del processo sportivo. In buona sostanza, la Juventus si è rivolta al Tar al termine del processo sportivo per avere risarcimento civile dei danni sofferti per la retrocessione in Serie B. In questo caso, quindi, si tratta di un richiesta di risarcimento per danno emergente e lucro cessante, dovuti alla retrocessione. L’ultima sentenza del Tar risulterebbe quindi estranea a un processo sportivo che ha già emesso i suoi verdetti, e ha respinto il ricorso perché lo stesso Tar si è riconosciuto “impossibilitato a pronunciarsi dopo le decisioni del collegio arbitrale”.
 
Il club bianconero potrebbe contare sulla legge 280 del 2003, che sostiene che “esauriti i gradi della giustizia sportiva e ferma restando la giurisdizione del giudice ordinario sui rapporti patrimoniali tra società, associazioni e atleti, ogni altra controversia avente ad oggetto atti del Comitato olimpico nazionale italiano o delle Federazioni sportive non riservata agli organi di giustizia dell’ordinamento sportivo ai sensi dell’articolo 2, è devoluta alla giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo“.
 
Ma c’è un precedente che potrebbe destare serie preoccupazioni per la Juve: è quello del Pavia, nella passata stagione penalizzato in Lega Pro di due punti in classifica. Lo scorso maggio il Pavia venne punito dopo aver presentato una denuncia alla procura della Repubblica contro il proprio ex direttore generale Massimo Londrosi. Quella sanzione sportiva venne disposta nei confronti del club lombardo “per essere venuto meno al vincolo di giustizia sportiva (“più in particolare, per avere sottoscritto e presentato in data 24 luglio 2015 alla Procura della Repubblica di Pavia, per il tramite della Questura di Pavia, un atto di denuncia – querela nei confronti del signor Londrosi, senza avere preventivamente richiesto ai competenti Organi Federali, né tanto meno ottenuto, l’autorizzazione al ricorso alla giurisdizione statale in deroga al vincolo di giustizia sportiva“)”.
 
L’art. 15 del Codice di Giustizia Sportiva riporta, tra le sanzioni correlate alla violazione del citato art. 30 dello Statuto Figc una “penalizzazione di almeno tre punti in classifica per le società“. Ma viene pure riportato che “nel caso di ricorso all’autorità giudiziaria da parte di società e tesserati avverso provvedimenti federali in materie riservate agli Organi della giustizia sportiva o devolute all’arbitrato, si applicano le sanzioni previste, nella misura del doppio“. Non ci sarebbe solo un eventuale penalizzazione in Serie A, dai 3 ai 6 punti (diminuiti in caso di patteggiamento), a turbare il sonno della Juventus. La società in una eventualità rischierebbe soprattutto fuori dai confini nazionali, dove la Fifa minaccia di prendere provvedimenti verso i club che assumono questo atteggiamento.  In alcuni casi la Fifa ha sospeso da ogni attività paesi come la Grecia, l’Azerbaijan, il Guatemala ed il Kenyaa causa delle ingerenze del mondo politico nelle rispettive federazioni, poiché la Fifa ha ritenuto violato il principio dell’autonomia dello sport“.
 
Morale della favola: l’impressione è che anche stavolta il nuovo ricorso della Juventus equivalga ad un Everest da scalare a mani nude, così come altrettanto difficilmente verranno applicate in ogni caso sanzioni estreme come penalizzazione o retrocessione per un’eventuale violazione della clausula compromissoria.
31 Commenti

31 Comments

  1. carmine erra

    novembre 25, 2016 at 1:41 pm

    Un articolo equilibrato e documentato. Con la presa d’atto della prescrizione dei torti interisti la giustizia sportiva ha dimostrato di AVER VOLUTO guardare solo in direzione Torino, perdendo ogni minima forma di credibilità ed affidabilità. Ben venga il ricorso al Consiglio di Stato auspicando un esito positivo della vicenda.

  2. kosta

    novembre 25, 2016 at 2:01 pm

    Un potere che viene da molto lontano nel tempo sia politico sociale che sportivo sono anni che questo potere trae vantaggi dallo stato, cioè dal popolo italiano tutto . prima i nonni poi i padri dopo nipoti e figli basta non se ne può più di questa arroganza prima rubavano col consenso del potere di tutta la stampa lecchina e suddita tutte le radio le televisioni opinionisti che si otturavano il naso per non sentire l’odore di sterco e dicendo che sentivano aria fresca e profumi poi anche quando questa lobby è stata smascherata hanno continuato nel dire che non era nulla di grave e di compromettente inchinandosi al potere SABAUDO ( o quasi ,fuggiti padroni assoluti di R.C.S.) poi sono tutti

  3. benito

    novembre 25, 2016 at 4:21 pm

    nel caso venisse inflitta tale sanzione sarebbe una goduria inestimabile per l’autore dell’articolo e del direttore Travaglio al quale chiederei che torto ha subito dalla Juve per odiarla tanto e pensare che era, a suo dire, gran tifoso della Juve

    • Fracesco

      dicembre 1, 2016 at 3:14 pm

      Il fatto è un giornale che sta ai fatti e Travaglio un giornalista della scuola di Montanelli, come può pensare che venga meno ai propri principi in cambio di una ridicola fede calcistica.

    • maurizio venezia

      dicembre 2, 2016 at 7:05 pm

      E’ un tifoso onesto e in base ai fatti QUELLI VERI NON QUELLI DI MOGGI SI VERGOGAN E BASTA DI QUELLO CHE HA FATTO MOGGI E LA IUVE

  4. Matteo

    novembre 25, 2016 at 4:27 pm

    Scusami Benito ma dove hai letto frasi d’odio nei confronti della juve in questo articolo? ma lo hai letto? probabilmente no. Mi sembra un pezzo che riassume semplicemente la situazione, senza schierarsi in nessuna delle due posizioni. Lo dico da tifoso Juventino. Saluti

    • LDT

      novembre 28, 2016 at 1:19 pm

      Matteo, ma se paragonano questa vicenda alle ingerenze politiche in Kenya e Guatemala di cosa parliamo? Poteva chiudere l’articolo con “Abbasso la Juve” sarebbe stato più equilibrato.

  5. Angelo Iannaccone

    novembre 25, 2016 at 5:10 pm

    Desta molta perplessità la vicenda del Pavia, in quanto la autonomia dell’ Ordinamento Sportivo, in forza di clausola compromissoria, può valere par gli aspetti civilistici oltre che sportivi, ma per le questioni di natura penale una norma sportiva, che avesse la pretesa di derogare alle norme penali, dovrebbe ritenersi senz’altro illegittima e quindi nulla.

  6. Piergiorgio

    novembre 26, 2016 at 12:46 am

    Visto che Bettega, Giraudo e Moggi erano angioletti innocenti mi piacerebbe davvero sapere per quale ragione la Juventus li ha cacciati.

  7. il Conte rosso

    novembre 26, 2016 at 2:55 pm

    Savoia Agnelli e gobbi non conoscono la vergogna
    Torino come Ekatringburg

  8. Giuseppe

    novembre 26, 2016 at 7:58 pm

    Questo succede solo in Italia, che il ladro ruba, viene punito con il minimo della pena e quando esce chiede il risarcimento…Se fosse successo in un paese serio c’era direttamente la radiazione per tutti, visto che proprio Agnelli disse che Moggi era il male necessario.

    • Fabio

      novembre 28, 2016 at 8:42 am

      Forse non hai seguito gli atti e i successivi sviluppi del “processo”. Al più grande ladro (relazione g.s. del 2011), hanno assegnato uno scudetto……..Piuttosto è singolare che in Italia nessuno ci metta la faccia per decidere e si rinvia tutto…….

  9. Alex D

    novembre 27, 2016 at 9:10 am

    Se la Juve ha adito la giustizia extrasportiva solo dopo aver adito ogni organo della giustizia sportiva – come scrivete in questo articolo – non c’è alcuna violazione della clausola compromissoria. Allora non si capisce cosa c’entri questo precedente del Pavia. Tra l’altro non mi risulta che la FIGC abbia mai agitato lo spettro della clausola compromissoria , neanche davanti al rischio – remoto – di dover pagare mega risarcimento.

    • paolo

      novembre 29, 2016 at 8:46 am

      non sono avvocato ma per quel che ne capisco io ho fatto esattamente la stessa considerazione

  10. Brazov

    novembre 27, 2016 at 10:01 am

    Al di là del tifo, la clausola compromissoria esiste in tutte le federazioni sportive (che io sappia) , se non ti adegui alla giustizia sportiva della federazione e ti rivolgi alla giustizia ordinaria, sei fuori dalla federazione stessa.
    Del resto provate a fare causa al Vs datore di lavoro e vedete se riuscite a conservare il posto di lavoro.

  11. Polpo

    novembre 27, 2016 at 10:49 am

    Scusa Giuseppe: rubato che cosa, di grazia?
    In un processo dove hanno occultato la maggior parte delle telefonate e da dove è emerso che l’unico arbitro coinvolto aveva arbitrato solo una volta la Juve (e che aveva perso) e dove i sorteggi non erano truccati.
    Una relazione di Palazzi su un altra squadra da dove emerge che hanno fatto di peggio ma che orami è prescritta, però le danno uno scudetto.
    Poi se vuoi fare il tifoso va bene, basta dirlo prima.

    • moviemaniac

      novembre 28, 2016 at 11:21 pm

      Ma tu cosa hai letto di tutte le sentenze? E le condanne passate in giudicato di Giraudo e Moggi cosa sono? Il negazionismo applicato allo sport. Lasciamo perdere i perdazzurri e le loro malefatte. La Juve per mano dei suo i dirigenti a fatto il bello e il cattivo tempo, e la JUVE ha detto in tribunale sportivo “una retrocessione in serie B con una forte penalizzazione ci sembrerebbe una pena congrua”. E’ stata la Juve a calarsi le braghe per evitare il peggio. Altre società per molto meno sono state sbattute tra i dilettanti.

  12. obermann

    novembre 27, 2016 at 1:54 pm

    I fatti portati alla nostra conoscenza dai verdetti della giustizia sportiva, di quella penale e di quella civile dovrebbero indurre i vertici della Juve ad un maggiore prudenza, a tenere un profilo più basso, a cercare di far dimenticare le malefatte di quel triste periodo ed invece….

  13. DOMI

    novembre 27, 2016 at 9:45 pm

    Io vorrei solo avere spazio fra questi commenti per poter chiedere scusa allo sport, a nome mio esclusivo.

  14. nessun copy

    novembre 28, 2016 at 11:29 am

    la juve vuol rifarsi l’immagine e cercando di rifarsela chiede pure i soldi
    supponiamo che quello che ha fatto la juve lo avesse fatto una squadra tipo Bari Foggia Palermo ecc.ecc.
    cosa sarebbe capitato
    la signora è già stata salvata mandandola solo in B ma i danni creati alle altre società chi li conteggerà mai?

  15. dragobertus (IT1)

    novembre 29, 2016 at 4:32 am

    Non ricordo che il Milan e la Lazio siano andate in serie B. O no?

  16. kb

    novembre 29, 2016 at 9:08 am

    un articolo sulla Juventus nella rubrica “Io gioco pulito” è un bellissimo ossimoro; fq, grazie per i trenta secondi di ilarità.

  17. Francesco

    novembre 29, 2016 at 10:16 am

    Egregio Emanuele, evitando di trovarmi al centro di sterili polemiche da commentatori-tifosi, che nulla di tecnico hanno da apportare al tema, mi piacerebbe segnalarLe alcuni passaggi del Suo articolo che, secondo il sottoscritto, presentano delle imprecisioni tecniche e che, pertanto, potrebbero portare a conclusioni differenti. Come già accaduto con il suo “collega” di blog Simone Nastasi, quindi, mi piacerebbe scriverLe in privato le mie riflessioni.

    Cordiali saluti,
    Francesco

  18. empireo

    novembre 29, 2016 at 10:28 pm

    Mi fanno ridere le richieste di risarcimento della Juve. Mi piacerebbe invece andare a controllare i loro bilanci. Hanno sempre speso patrimoni inarrivabili per qualsiasi altra società calcistica, non ultima la recente campagna acquisti, dove, se è vero che hanno venduto un giocatore per 120 mln è pur vero che ne hanno comprato uno a 95 mln e altri 5 con analoghe somme. Hanno almeno 2 squadre 2 di fuoriclasse da livelli internazionali, hanno speso somme ingenti, anche se poi la proprietà ha fissato sedi estere per holding organizzative e finanziarie (non parliamo degli stabilimenti produttivi…). Tutto ciò per sottrarsi al pagamento delle tasse. Ricordo che i Maradona e le Loren sono stati sottoposti a misure cautelari, mentre gli Agnelli in Italia ci vivono da evasori nababbi. Questo la dice lunga sulla credibilità dei personaggi. Quanto al lato puramente sportivo, siamo in molti a ritenere che la sudditanza degli arbitri non sia retaggio del passato e che si attui ancora oggi. Inoltre sono 6 anni che gli stessi giocatori fanno gare correndo per 95 minuti senza il calo fisico che aggredisce gli altri umani atleti, quasi che non si generasse l’acido lattico fisiologico nelle persone e negli atleti normali. Zeman aveva lanciato un allarme che è stato lasciato cadere circa gli abusi di pratiche non ortodosse (mi limito a tale eufemismo). Tutte ragioni per ritenere che questa società abbia molti scheletri nell’armadio e finga di fare voce grossa e vittimismo ipocrita, magari al solo scopo di allontanare seri e doverosi accertamenti analitici sulla legalità della propria organizzazione e gestione.

  19. Pierfrancesco

    dicembre 1, 2016 at 2:05 pm

    Ma c’è ancora gente che sproloquia di “Inter graziata dalla prescrizione”, di che vogliamo parlare?

  20. Cristian

    dicembre 1, 2016 at 9:26 pm

    ?????

  21. Piergiorgio

    dicembre 2, 2016 at 12:33 am

    A TO tutti sanno che almeno la metà degli scudetti della Juve sono stati comprati (e pure la prima coppa dei campioni regalata da un arbitro corrotto che ha assegnato alla gobba un penalty per un fallo compiuto dieci metri fuori dell’area di rigore). Nessuno ricorda i due scudetti rubati al Parma di Ancelotti sui quali la RAI ha perfino mandato in onda un servizio speciale? Per gli Agnelli, padroni dell’Italia per almeno un secolo, rubare scudetti è stato facile come per un monello sottrarre caramelle ad una vecchietta cieca.

  22. riccardo

    dicembre 2, 2016 at 5:06 pm

    Forse il ricorso è un idea di Lapo,,,

  23. lovre51

    dicembre 3, 2016 at 1:42 am

    Forse dovresti comperare un metro attuale,oltreche’ un televisore a colori

  24. Marco stamazza

    Marco Stamazza

    dicembre 4, 2016 at 9:59 am

    Ma roba che dovrebbero essere loro a risarcire gli altri club per manacati guadagni dovuti alle partite perse grazie a Moggi. Glieli ridessero gli scudetti, se sono contenti cosi’. Che squallore, non hanno mai ammesso che Moggi, Bettega e compagnia bella hanno fatto qualcosa di sbagliato. Un’arroganza resa possibile solo da una giustizia fallimentare.

  25. Moggi santo

    dicembre 22, 2016 at 3:59 pm

    Quando capirete che la prescrizione dell’Inter è una farsa sarà sempre troppo tardi. La prescrizione viene decretata con una sentenza, non con una relazione di colui che non è stato preso in considerazione da nessuno. Se palazzi fosse stato preso in considerazione ricordo che qualcuno sarebbe finito in C1 o più giù ed altri in B. Ricordo anche che nel preambolo della famosa relazione palazzi fece pure riferimento al fatto che nessun comportamento fosse paragonabile a quelli dei dirigenti bianconeri. Ma di che si parla?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

1 × tre =

Calcio

Lev Yashin: storia dell’invincibile Ragno Nero

Nicola Raucci

Published

on

Il 22 Ottobre 1929 nasceva Lev Yashin, fenomenale portiere russo, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone d’Oro. Per celebrarlo vi raccontiamo la sua incredibile storia.

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

Continua a leggere

Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

Published

on

Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

Continua a leggere

Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

Published

on

Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication