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Julio Velasco, lo Sport è una questione di Leadership. Ma non solo

Paolo Valenti

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Abbiamo avuto il piacere di intervistare Julio Velasco, indimenticabile coach della Pallavolo Italiana e grande manager sportivo oggi impegnato anche nell’insegnare i concetti di gestione di una squadra e degli aspetti fondamentali per il successo. Ne è emersa una conversazione a 360 gradi, nella quale il tecnico ha espresso il suo punto di vista su gioco di squadra, leadership, amore per il calcio e per gli altri sport, numerosi, che ha praticato.

Julio Velasco quando ha deciso di mettere a disposizione degli altri le esperienze maturate come coach di successo?

Le prime volte è stato alla fine degli anni ottanta: all’epoca allenavo la Panini e mi venne chiesto di parlare con un manager dell’azienda, che poi andò a lavorare altrove. L’esperienza gli era piaciuta e così mi presentò ai suoi nuovi responsabili. E così via fino a diventare un secondo lavoro. Voglio precisare che io non faccio formazione per manager perché non ho mai lavorato in un’azienda e a me non piacciono le persone che insegnano cose che non hanno mai fatto. Quello che io propongo è una riflessione sullo sport, sul gioco di squadra, sulla motivazione, in base a quella che è stata la mia esperienza. Non mi permetterei mai di dare dei giudizi assoluti su come vanno fatte le cose.

Come è possibile mettere a frutto nel mondo delle aziende le esperienze vissute come allenatore sportivo?

Questo è qualcosa a cui devono pensare i manager che lavorano nelle aziende. Questa è la prima cosa che io chiarisco a chi mi ingaggia: (ridendo) se quello che dico non c’entra niente con la vostra vita, non è una mia responsabilità! Chi mi ha invitato, che sia un amministratore delegato, un direttore generale o del personale, prenderà spunto dalla mia testimonianza e vedrà come declinarla al meglio nel suo contesto lavorativo. Io credo molto nella specificità delle cose, nell’esperienza e, soprattutto, nel lavoro quotidiano. Non possiamo pensare che una sola conferenza possa cambiare le cose: come dicevo prima, è uno spunto sul quale poi andare a lavorare ogni giorno. Amo dire sempre che il gioco di squadra è un metodo: si può anche scegliere di non attuarlo ma se lo si sceglie ha delle regole che tutti gli sport hanno sviluppato in modo quasi inconsapevole. Il mondo delle aziende a volte confonde, credendo che il gioco di squadra sia volersi bene e tirare tutti dalla stessa parte. In realtà non è così. Lo sport non vive né di gente che si ama né che tira dalla stessa parte ma solo di persone che giocano in un certo modo: giocano di squadra. Si fa confusione anche quando si dice che si vince perché si gioca di squadra: anche chi perde gioca di squadra, solo che lo fa meno bene.

Per far funzionare una squadra c’è bisogno di un leader. Quali sono le difficoltà maggiori che un leader può incontrare per essere ascoltato dalla sua squadra?

La prima cosa che un leader deve possedere è sapere dove deve guidare, dove vuole andare, al di là delle doti carismatiche che può avere in maniera più o meno spontanea. La seconda è come intende raggiungere il suo obiettivo, pertanto deve sapere molto di ciò di cui parla: questa è la prima cosa che chi risponde a un capo osserva, vuole capire se sa. Sapere non vuol dire, poi, avere molte informazioni. Io amo citare una frase di Borges che diceva: la cultura è quello che rimane dopo aver dimenticato tutte le informazioni. La conoscenza è un po’ questo. Se io mi devo relazionare con dei giocatori di pallavolo, devo sapere molto di pallavolo. La gente se ne accorge, capisce se uno “la sa lunga”… Secondo me queste cose vengono prima di tutto: sapere dove andare, come farlo e quindi sapere molto di ciò di cui si parla.

Quanto conta l’ambizione in un leader? Possono esistere leader poco ambiziosi?

Secondo me ci possono essere leader di tutti i tipi, non esiste un paradigma del leader. La leadership deriva da tante cose: personalità, ambizione, modo in cui si fanno le cose. Nello sport come in altri campi ci sono leader di ogni tipo per cui io non credo che le persone debbano puntare a seguire un modello predefinito di leadership. La cosa importante è essere se stessi, rispettare le proprie caratteristiche personali e sulla base di queste sviluppare una leadership che tenga conto di certi principi senza andare a violentare le proprie caratteristiche.

Mi piacerebbe adesso passare a trattare temi più strettamente sportivi. Lei non è stato solo l’allenatore della nazionale di pallavolo italiana più forte di sempre ma ha lavorato come dirigente anche nel mondo del calcio. Che differenze ci sono tra i due ambienti, al netto del diverso giro d’affari?

In realtà è proprio il giro d’affari che fa la differenza e, come conseguenza, porta un’attenzione al mondo del calcio che è ovunque e che determina una pressione che è completamente diversa da qualunque altro sport. Non ci sono persone diverse dagli altri sport nel mondo del calcio: c’è una situazione che è diversa. Si può avere l’impressione che i calciatori siano personaggi inarrivabili: in realtà sono solo dei ragazzi che fanno quella professione semplicemente perché gli piace giocare a calcio. Guadagnano cifre importanti perché il mondo si è sviluppato in questo modo ma sono convinto che se il calcio comportasse gli stipendi che si guadagnano giocando a pallamano o a pallavolo, continuerebbero a giocare a calcio lo stesso. I calciatori, rispetto ad altri professionisti dello sport, devono gestire situazioni molto più complesse: alta esposizione mediatica, contratti, fama. Tutto questo determina la necessità di affrontare delle circostanze che non sono affatto semplici. Il mondo del calcio è un ambiente che io rispetto molto perché sono pienamente consapevole delle difficoltà che comporta gestirlo, che tu sia un presidente, un dirigente, un allenatore o un calciatore.

Come venne accolto lei da un mondo, quello del calcio, che sembra essere piuttosto impermeabile alle contaminazioni di esperienze provenienti dal suo esterno?

Non è vero che il mondo del calcio sia impermeabile alle contaminazioni provenienti dall’esterno, anzi, credo che negli ultimi anni si sia aperto moltissimo. Penso che sia normale che chi nel calcio non ha mai lavorato non possa essere accolto come qualcuno che c’è sempre stato. Ma è la stessa cosa che avviene nella pallavolo o in un altro ambiente di lavoro. Se un manager proveniente dalla Apple o dalla Sony arriva in un giornale, credo che sia normale che chi sta da tempo in quel giornale si chieda se il manager è capace di fare qualcosa. Questo è del tutto naturale. Credo che ogni ambiente nutra delle perplessità nei confronti di persone che provengono dal suo esterno. Il calcio, in realtà, è un ambiente che si adatta moltissimo sia per incorporare gente a lavorare che per confrontarsi.

Le sarebbe piaciuto allenare una squadra di calcio?

A me sarebbe piaciuto giocare col numero dieci nell’Estudiantes de la Plata! Come dico sempre, siamo al novantotto per cento calciatori frustrati: volevamo giocare a calcio e non ci siamo riusciti e quindi ci siamo orientati verso un altro sport. A dire il vero, comunque, non invidio gli allenatori di calcio: credo che sia un mestiere difficilissimo. 

E’ inutile quindi che le chieda se è meglio giocare o allenare…

Non c’è dubbio. Io credo che tutto sia inversamente proporzionale alla distanza dal campo: la cosa migliore è giocare, poi viene allenare, stare nello staff tecnico e fare il dirigente. Il più distante dal campo è il tifoso. Il tifoso soffre e io lo so perché sono tifoso della mia squadra: quando ero bambino e perdevamo il derby, il lunedì non volevo andare a scuola. Il tifoso durante la partita soffre perché non può fare niente se non, quando è allo stadio, urlare. Se vede la partita in televisione è ancora peggio. L’allenatore può fare qualcosa: decidere un cambio, dare un’indicazione. Se sono un giocatore posso influire ancora di più. Se sono il presidente posso influire con la strategia societaria ma il giorno della partita non posso fare nulla e soffro anche io.   

Come nacque la sua passione per lo sport?

In modo naturale. Io prima giocavo a calcio dalla mattina alla sera, poi ho fatto altri sport. Spesso si arriva a decidere più per il gruppo nel quale ci si trova meglio che per lo sport in sé, almeno quando si è molto giovani. Mi piace l’atletica, mi piace ovviamente il calcio, il rugby. Mi piace vederli ma mi piaceva anche giocarli. 

Lo sport viene vissuto solo come un lavoro ben remunerato o la passione che suscita nel momento in cui ci si avvicina ad esso rimane viva anche nei momenti in cui si è arrivati al top?  

No, la passione non si dimentica. Sicuramente nel mio caso ma credo che sia un discorso che vale per chiunque. Certo, quando lo sport diventa un lavoro subentrano i problemi legati al lavoro ma questo succede anche a un musicista quando diventa professionista e deve fare i contratti, litigare per le commissioni, succede allo scrittore quando deve trattare con la casa editrice. Però credo che lo sport, come la musica e l’arte, sono attività privilegiate che ti permettono di vivere di una cosa che ti piaceva da giovane. Semmai il problema grosso è per i giocatori che adesso, grazie alla medicina e alle metodiche di allenamento, smettono di giocare molto tardi, tra i trentacinque e i quaranta anni: si è molto avanti per cominciare una nuova attività ma si è troppo giovani per non fare niente, al di là della situazione economica. La gente a volte questo non lo capisce, dice: eh ma Cristiano Ronaldo guadagna un sacco di soldi… ma poi Cristiano Ronaldo cosa fa quando smette di giocare? Nel primo anno potrà godersi i soldi, poi cosa farà nei successivi quarant’anni della sua vita? Se non ci si riesce ad inserire nello sport che si è fatto, se non si diventa allenatori o dirigenti, avendo quindi la possibilità di rimanere nel proprio ambiente, è molto difficile questa fase per un giocatore, anche se è arrivato ai massimi livelli. Per gli allenatori è diverso, perché più o meno si smette di allenare nell’età in cui tutti vanno in pensione.         

E’ stato il problema che ha vissuto in maniera evidente Totti l’anno scorso.

In realtà io credo che Totti questo problema lo debba ancora affrontare. Gli piace fare il dirigente? Sa come studiare per fare il dirigente? E’ un problema di gestione delle abitudini. Uno come lui, che è sempre stato un fenomeno, si trova a dover fare un’attività per la quale non è un fenomeno, perché io credo che una persona possa essere un fenomeno in una sola attività, è difficile che si sia fenomeni in più di una. Certo, a Roma Totti qualunque cosa faccia sarà sempre Totti, sarà sempre venerato. Ma in generale io vedo che più grandi si è stati come campioni e peggio è. È la differenza che passa, per tornare agli esempi di prima, con un musicista, che finchè può stare in piedi o seduto può continuare a suonare.   

C’è un giocatore di pallavolo che le ha dato più soddisfazione allenare?

Io ho avuto un gruppo che mi ha dato grandi soddisfazioni, nominarne solo uno sarebbe un’ingiustizia. E’ stato un gruppo allargato, che si è aggiornato e ha avuto degli innesti che hanno garantito un lungo periodo di vittorie all’Italia.

E un giocatore di calcio che le avrebbe fatto piacere allenare?

Tanti! Considerando che il calcio è uno sport molto popolare, chi arriva in serie A, o nella massima divisione di un campionato straniero, è davvero l’elite dell’elite di quello sport. Senza stare a scomodare i migliori in assoluto come Messi, Cristiano Ronaldo, Maradona, Pelè, Cruijff o Di Stefano, mi sarebbe stato sufficiente allenare un qualunque buon giocatore arrivato a vestire la maglia della nazionale. Comunque non ho mai sognato di allenare i giocatori di calcio, sono contento di aver allenato i giocatori della pallavolo. Di certo mi è piaciuto, quando sono stato dirigente, vedere da vicino gli allenamenti dei calciatori: è stata un’esperienza davvero molto bella.    

 

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Esports: quando truccare le partite è un (video) gioco

Emanuele Sabatino

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Qual è il fine a cui tendono gli e-sport? La risposta è molto semplice: emulare nel modo più accurato possibile le stesse situazioni, le stesse dinamiche, della vita reale. O almeno, esclusi i giochi di fantascienza, è quello il proposito dei giochi sportivi e di guerra.

Purtroppo però quando si tenta di emulare al massimo qualcosa, si prendono sia i lati positivi sia quelli negativi. Ed eccoci al punto dolente. Nello sport una delle piaghe più importanti, insieme al doping, è quella del match-fixing, ovvero delle partite truccate.

 Eh sì, anche il mondo virtuale dei joystick e dei mouse e tastiera è entrato nel mirino dei criminali nel settore del match-fixing. Il motivo è sempre lo stesso ed è valido per tutti gli ambiti della vita. Dove girano soldi, tanti soldi, qualcuno vuole prendersi un bel vantaggio aggirando le regole, arricchendosi e trasformando quel mercato e quell’ambiente in marcio.

QUANTI SOLDI VENGONO SCOMMESSI SUGLI E-SPORT?

La domanda che molti, io in primis, mi sono domandato è stata la seguente: “Ok, ma quanti soldi potranno mai generare le scommesse legate agli e-sport?” La risposta è talmente incredibile che ancora oggi fatico a digerire la risposta. Le scommesse abbinate agli e-sport, solo nel 2017 sono state pari a 696 milioni di dollari.

Tantissimi soldi ed il motivo è molto semplice. In tutto il pianeta ci sono 385 milioni di persone che interpretano tre ruoli contemporaneamente: Giocatori, spettatori e scommettitori. A questi vanno aggiunti quelli che scommettono solamente, tra cui le organizzazioni criminali, che muovono tantissima moneta.

L’industria dei videogiocatori si è ampliata, è cresciuta, è diventata lucrosa. In Asia è una realtà già da tempo ed in Europa sta crescendo sempre di più grazie anche all’aiuto di Federazioni, come la Ligue 1 francese che ha istituito la versione virtuale della lega calcistica dove ogni settimana si giocano le stesse partite in programma negli stadi in modo virtuale, e altre squadre che hanno assunto dei pro-player per disputare le partite sotto la propria bandiera.

COME FUNZIONA LA CORRUZIONE

Esistono sono due tipi di corruzione, entrambe fanno leva sul fatto che questi ragazzi ritrovatesi di punto in bianco in auge e in un mondo molto ricco, non sono stati formati per essere professionisti e senza nessuna istruzione dal punto di vista etico. Il primo modo di essere corrotti è se vogliamo “di sopravvivenza”. I pro-player si vendono le partite per auto-finanziarsi l’iscrizione a tornei successivi. Il secondo invece è quello “associativo” dove ci sono dietro le organizzazioni criminali che vanno dai player e li convincono a vendersi le partite dietro lauto compenso.

Ian Smith, commissario per l’integrita della Esport Integrity Coalition (ESIC) ha dichiarato che il giro di scommesse clandestine ed illegali sulle competizioni virtuali si aggira intorno ai 2 miliardi l’anno.

COME SI PUO’ COMBATTERE?

Le quote vengono rilevate in tempo reale, quindi lo stato di allerta si genera subito intorno all’evento. Come per gli sport normali, più si va lontano dalla scena professionista main-stream più il rischio combine diventa concreto.

IL PROBLEMA DELLE SKIN:

Se per combattere le scommesse il vantaggio è quello di avere gli alert delle quote in tempo reale e poter vedere chi ha scommesso seguendo i flussi di denaro. La cosa  che rende più difficoltosa la scoperta e cattura dei giocatori corrotti è il fatto che essi sono internet-addicted, ovvero conoscono molto bene internet ed il mondo dell’informatica e sanno come celare la propria identità. Proprio per questo per ricevere la “mazzetta” per truccare una partita, utilizzano le SKIN. Le skin sono oggetti che vengono usati dai personaggi nei videogiochi. Può essere un’armatura o una spada o anche altro. Più è potente e più è costosa.

Vengono trasferite e vendute anche nel fuori dal gioco nel mercato nero quindi succede uno scenario simile a questo: Criminale vuole corrompere un giocatore. Compra una spada ed un armatura per un importo di 10.000 euro e poi la passa al giocatore da corrompere per perdere la partita. Il corrotto, può rimonetizzare la skin vendendola a sua volta per soldi ad un terzo giocatore.

ARRESTI ILLUSTRI

Nel 2016 il mondo e-sports venne scosso dall’arresto di Lee Seung-Hyun, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi di Starcraft 2 che per essersi venduto due partite si è beccato 700.000 KRW di multa, pari a 532 euro, 18 mesi di carcere, 3 anni di spospensione e ban a vita dagli e-sport coreani.

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Tra povertà e persecuzione dei Rohingya, in Myanmar resiste solo lo Sport

Nicola Raucci

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La Corte penale internazionale dell’Aja ha annunciato che verrà aperta un’indagine sulle deportazioni in Myanmar, in passato nota como Birmania, nei confronti dei Rohingya, minoranza di fede islamica vittima di violenza e brutalità. Sotto accusa in particolare i vertici dell’esercito, accusati di genocidio. In un paese così devastato, lo Sport può rappresentare una speranza, una valvola di sfogo per chi non vede più un futuro.

Myanmar, Paese dell’Indocina, dalle condizioni di vita tra le più difficili al mondo. Sotto dittatura militare dal 1962 al 2015, la stagnazione economica, l’isolamento internazionale e i disastri naturali acuiscono i problemi che derivano dalla povertà diffusa e dai conflitti etnici che storicamente affliggono queste terre, tra i quali la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, per cui la nazione è tornata all’onore delle cronache nell’ultimo periodo.

A Yangon, città di oltre 5 milioni di abitanti e capitale fino al 2005, tra Anawrahta Road e Maha Bandula Road, strade del quartiere commerciale d’epoca coloniale che si diramano attorno alla Sule Pagoda, stupa birmana di oltre 2000 anni, simbolo inequivocabile della bellezza e della storia di questo Paese, i ragazzi vestiti di stracci palleggiano con piroette incredibili in una sorta di danza. Giocano a chinlone, sport tradizionale e nazionale del Myanmar. Uno dei tanti sport simili presenti nel Sudest asiatico: kator (Laos), sipa (Filippine), cầu mây (Vietnam), sepak raga (Brunei, Indonesia, Malaysia e Singapore) e il più famoso di tutti a livello internazionale, ovvero il sepak takraw (Thailandia). Giravolte e acrobazie incredibili tra l’umidità asfissiante, il frastuono incessante del traffico e i mille odori del mercato.

Il chinlone è praticato ovunque e da chiunque: uomini, donne e bambini, spesso insieme. Le esibizioni più rilevanti avvengono tra la folla, accompagnate dalla musica tradizionale in un’atmosfera mistica, dove movimenti e note si fondono in una simbiosi inestricabile veloce e fluida. Contraddistinto da regole rigorose per quanto concerne il posizionamento e l’orientamento di ciascuna parte del corpo in ogni specifica mossa, da eseguirsi in totale armonia con le altre, l’esibizione vede cinque o, più frequentemente, sei giocatori in cerchio. Senza l’uso di mani o braccia si passano una palla di fasce di rattan, bambù o canna che emette un tipico suono sordo quando colpita. Durante i passaggi i giocatori effettuano un movimento circolare intorno al giocatore posizionato al centro che si esibisce nelle diverse mosse. L’obiettivo è non far cadere la palla per più tempo possibile, realizzando contemporaneamente il maggior numero di movimenti perfetti.

Le origini del chinlone risalgono a circa 1500 anni fa. Il suo stile caratteristico deriva dalle esibizioni, influenzate dalle arti marziali e dalle danze tradizionali, ideate per intrattenere la corte reale birmana. Nel corso dei secoli sono state fatte diverse variazioni, soprattutto riguardo alle centinaia di movimenti da effettuare nel palleggio. Storicamente snobbato dagli europei che lo consideravano alla stregua di un semplice gioco indigeno più che un vero e proprio sport, ha tuttavia registrato un aumento di interesse internazionale nel primo Novecento, quando si sono tenute alcune dimostrazioni in diverse parti d’Europa e Asia. Nel 1953 il capo dell’Associazione Atletica Birmana, U Ah Yein, ricevette l’incarico dal governo di redigere un regolamento ufficiale. Queste regole fecero del chinlone uno sport a tutti gli effetti nel Myanmar e lo stesso anno si tenne a Yangon la prima competizione riconosciuta. Altra tappa fondamentale nella storia del chinlone è stato il 2013, durante i XXVII Giochi del Sud-est asiatico (SEA Games) svoltisi in casa, a Naypyidaw. In occasione di tale evento, è stato incluso come sport separato e le regole sono state aggiornate in modo da avere due squadre che si sfidano in campi circolari distinti. Il punteggio dipende dal livello della performance nello stesso lasso di tempo a disposizione.

La cerimonia di chiusura ha inoltre sottolineato l’importanza e la centralità del chinlone nella cultura birmana. Agli ultimi SEA Games di agosto 2017 a Kuala Lumpur in Malaysia il chinlone è entrato stabilmente tra gli sport della manifestazione, nella disciplina del sepak takraw, con quattro specialità: “senza ripetizione (primo livello)”, “stesso tocco”, “collegamento” e “senza ripetizione (secondo livello)”. Uno sport unico, capace di far risaltare la magnificenza delle tradizioni e della storia della Birmania, al di là dei suoi templi millenari e della sua incantevole natura. Una magnificenza che purtroppo viene tuttora eclissata dalle piaghe della povertà, della fame e dei conflitti armati.

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L’apparenza prima di tutto: DNP, la pillola “magica” che fa dimagrire…e uccide

Emanuele Sabatino

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DNP è l’acronico del 2,4-dinitrofenolo, nitrocomposto derivato dal fenolo. È un composto tossico per l’uomo e per gli animali; l’avvelenamento da dinitrofenolo provoca un brusco aumento del metabolismo, sudorazione intensa (con cui il corpo cerca di dissipare calore), collasso e quindi può portare alla morte.

E’ famoso del mondo del fitness per i suoi miracolosi effetti dimagranti tant’è che, neanche c’è bisogno di dirlo, è una sostanza molto famosa nel mondo del bodybuilding in fase di cutting – definizione.

Chi l’ha provato giura di aver sentito una sensazione di forte bruciore all’interno del corpo, come se il corpo “si stesse cuocendo dall’interno”, questo perché non c’è un limite massimo all’aumento di temperatura corporea che può comportare questa pillola. Una percezione sgradevole, unita a tachicardia, palpitazioni e forte sudorazione. In un articolo precedente abbiamo parlato dell’efedrina come metodo rischiosissimo per dimagrire, quest’ultima aumenta dal 3 al 10% il tasso metabolico a riposo, il DNP del 50%. Percentuali pazzesche che però devono far riflettere sulla possibile, anzi molto probabile, letalità di questo “veleno”.

Scoperto agli inizi del 1900, inizialmente il suo scopo principale era quello di detonatore della dinamite TNT, nel 1931 degli studi scientifici videro le incredibili proprietà dimagranti e il DNP venne introdotto in tantissimi integratori alimentari. Venne bandito due anni più tardi da una giovanissima FDA (Food and Drug administration).

Tra il 2007 e il 2013 sono stati registrati quasi sessanta casi di reazioni mortali dei quali si sospetta la causa sia l’assunzione di pillole a base di DNP. Ultimo dei più eclatanti quello di una ragazza inglese, Eloise Parry, morta dopo aver ingerito otto pillole di DNP.

La Food Standard Agency britannica ha preso molto sul serio la minaccia per la salute del DNP e ha lanciato una campagna per prevenire altri drammi causati da esso. Gli effetti collaterali della molecola sono oggi noti e non ci sono dubbi circa la sua pericolosità: si va dal vomito al mal di testa alle difficoltà nel respirare fino febbre molto alta (che può superare i 43°) al coma e, come spesso è successo nella storia del DNB, alla morte. Il problema è che una volta innescata la reazione che “velocizza il metabolismo” questa non si arresta.

Vietato ufficialmente, come spesso accade, il DNP è facilmente reperibile sul mercato nero. Il problema però è che i laboratori che lo producono, privi di ogni licenza, spesso mentono sulla grammatura di una singola pillola, aumentando quindi il rischio di letalità esponenzialmente. Anche i costi variano tantissimo ed una confezione di DNP va dai 180 ai 2000 euro.

La BBC ha intervistato una ragazza che ha assunto dinitrofenolo ma è riuscita a sopravvivere: “All’inizio senti un po’ di energia in più, ma poi quando pensi che questa energia svanirà non succede ed il corpo comincia a surriscaldarsi sempre di più. Ho avuto la sensazione di essere ricoperta dalle fiamme e sentivo la mia pelle bollire. E’ stato terribile, il mio cuore batteva così forte che temevo potesse esplodere o fermarsi da un momento all’altro. E’ stata la peggior esperienza della mia vita”.

In una società dove l’apparenza e la perfezione fisica viene intesa come chiave del successo, dove le persone, anche consci dei rischi, sono pronti a prendere di tutto pur di perdere un chilo di grasso, questi veleni altamente pericolosi avranno, purtroppo, sempre una grandissima fetta di mercato ed una clientela numerosa.

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