Connettiti con noi

Pugilato

Jim Braddock, il pugile della porta accanto

Daniele Esposito

Published

on

Il pugilato è uno sport duro e massacrante, fatto di atleti pronti a tutto pur di stendere il proprio avversario.  Ma a volte, esistono pugili che sono prima uomini che combattenti. Raccontiamo oggi, a 43 anni esatti dalla sua morte avvenuta il 29 Novembre 1974, la storia di Jim Braddock, l’irlandese tanto brutale sul ring quanto apprensivo nella vita privata, riportata sul grande schermo dalla pellicola “Cinderella Man” del 2005 dal regista Ron Howard, interpretata da Russell Crowe

Jim Braddok nasce a New York nel 1905 in un sobborgo di Manhattan, Hell’s Kitchen, da una famiglia di origini irlandesi che non versava certo in buone condizioni economiche. Proprio per questo motivo, Jim, fin da ragazzo svolse diversi lavori per racimolare qualche soldo utile al sostentamento dei fratelli. E’ proprio durante questi anni che conosce la boxe e se ne appassiona. Superata la soglia dei vent’anni, proprio la boxe divenne la sua occupazione principale, portando a casa risultati convincenti da peso medio-massimo. I premi di questi incontri sommati a qualche lavoretto sporadico, davano a giovane Jim la garanzia di portare a casa il denaro necessario per sfamare la propria famiglia, la moglie May ed i suoi tre figli.

Braddock entra in un piccolo circuito di pugili dilettanti, ma inizia a perdere un match dopo l’altro. E’ il periodo della grande depressione americana, ed il giovane pugile decide di appendere i guantoni al chiodo, a causa anche dei continui infortuni, e cercare così di ottenere un sussidio statale con il quale garantire le cure alla sua famiglia.


Qui la svolta: Joe Gould, abile manager di Jim, riesce ad organizzare qualche nuovo incontro, grazie ai quali riesce a guadagnare un discreto gruzzoletto. Gli allenamenti sono massacranti e le sue mani dolgono eccessivamente a causa della sua fragilità ossea. Proprio quando la fortuna sembra averlo abbandonato, lo stesso Joe gli offre l’opportunità di sfidare John Griffin, l’incontro fa da apertura ad un altro match event tra il campione in carica Primo Carnera e Max Bear. Ebbene, dopo tre riprese, il giovane pugile di origini irlandesi riesce a mandare al tappeto Griffin, vincendo per K.O. ribaltando tutti i pronostici. Questo exploit, quando la sua carriera sembrava inesorabilmente compromessa, anche per i continui problemi alla mano destra, gli valsero il soprannome di “Cinderella Man“:  come una moderna Cenerentola, Braddock passò da portuale che faticava per portare il pane a casa, a nuova stella del pugilato professionistico.

A questo punto lo attende una nuova sfida, quella contro Lewis, favorito per la vittoria finale. Ancora una volta, contro ogni pronostico, Braddock vince dopo 10 round, le sue gesta riescono ad appassionare la massa e Jim diventa un eroe. Sostenuto da tutta la nazione, batte anche il gigante Lasky dopo 15 durissime riprese.

Adesso Braddock è il miglior contendente per sfidare il campione dei pesi massimi Bear. In uno dei match più lunghi e combattuti della sua carriera, Jim vince ai punti dopo 15 durissimi round, diventando così il nuovo campione del mondo. Una soddisfazione estrema per un uomo che si era sempre dato da fare e che non aveva mai conosciuto la fama.

Dopo una serie di incontri vetrina, Braddock deve difendere il titolo contro Louis “la bomba nera”, dopo uno degli incontri più intensi della storia, in grado di stupire anche i commentatori di tutto il mondo, Jim è costretto a cedere il titolo.

Nel 1938, Jim Braddock, dopo aver battuto Farr in 10 riprese, si ritira definitivamente dalla boxe agonistica per arruolarsi nell’esercito, durante la Seconda Guerra Mondiale, e insegnare la lotta corpo a corpo ai soldati. Il suo nome entrerà nella “Ring Boxing Hall Of Fame”, nella “Hudson County Hall Of Fame” e nell “International Boxing Hall Of Fame”. Sicuramente riconoscimenti di grande spessore, ma quello che davvero conta in questa storia è la determinazione di un uomo capace di rialzarsi dopo la sconfitta.

Spesso la vita può sferrare colpi durissimi, ma la forza di rimanere in pedi, in casi come questi, è tale da far sì che anche le gesta più impensabili ed eroiche vengano compiute. Jim Braddock ha combattuto tanti match nella sua carriera, ma il suo avversario all’interno dell’ring era solo una sagoma da mettere al tappeto, un mezzo per un fine, in fin dei conti ha sempre combattuto per garantire il meglio alla sua famiglia e ad i suoi cari. I risultati ottenuti sono stati la conseguenza della grande passione e la grande determinazione che lo contrastingueva e che lo ha spinto a rimanere sempre in piedi, anche nei momenti più bui.

Jim morì nel 1985, a 69 anni, un match dopo l’altro il pugile di origine irlandese ha garantito una vita migliore alla moglie Mae e ai suoi tre bambini, oltre che a se stesso e questo rimarrà per sempre il suo più grande riconoscimento.

FOTO: www.biografieonline.it

1 Commento

1 Commento

  1. Raffaele

    luglio 31, 2017 at 8:57 pm

    Jim breaddok è da considerarsi un vero eroe per come ha sofferto e ribaltato la sua vita con assoluta determinazione… veramente un grande!!!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quattro × 2 =

Pugilato

LaMotta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

Marco Nicolini

Published

on

Esattamente un anno fa moriva all’età di 96 anni moriva Jake LaMotta, il Toro del Bronx. Simbolo degli emigranti italiani negli Stati Uniti, fu protagonista di incontri leggendari. Il più emozionante e cruento fu quello contro Robinson. Ve lo raccontiamo.

Il 14 febbraio del 1951, nel giorno degli innamorati, non ci fu amore tra pesi medi sul ring approntato all’interno del Chicago Stadium. Ray Sugar Robinson di Detroit e Jake LaMotta di New York si incontravano per la sesta volta; il bilancio sorrideva al grande boxeur di colore, impostosi in quattro occasioni su cinque, ma era l’italoamericano ad avere in mano il titolo, che difendeva per la terza volta. Sul piatto c’era lo straordinario record di Robinson, in quel momento 122 vittorie contro una sola sconfitta; quell’odiata, unica sconfitta patita proprio dal Toro del Bronx, otto anni prima, peraltro vendicata in un re-match di sole tre settimane più tardi.

Dopo tanti incontri tra loro, il più grande pugile di tutti i tempi sapeva quali fossero i difetti del fighter newyorchese: conosceva il lento ingresso nel match da parte di LaMotta e sapeva di dover imporre un ritmo forsennato nei primi tre round, in maniera tale da accumulare vantaggio in punti e costringere “Toro Scatenato” alla rincorsa. La volontà di Jake LaMotta, però, trascendeva i calcoli accurati, i pugni devastanti, le ferite più profonde. Ray Robinson, dall’alto della sua immensa classe, lo investì con la furia del diretto sinistro e del montante destro, cambiando spesso le basi, in maniera da aggirare la guardia statica di Jake. Le gambe di LaMotta non si piegarono nemmeno per un instante.

Nel quarto round, dopo un’infinita serie di Sugar Ray, Jake rispose dalle corde con un secco gancio sinistro. Le gambe di Ray tremarono ed il pubblico si zittì per la sorpresa: LaMotta pareva tornato dal mondo dei morti, a cui sembrava esser andato in visita nei primi round. Nella quinta ripresa, La Motta tentò di ripetersi, ma Sugar aveva preso le misure e lasciò sfilare il gancio di Jake, per riprendere nuovamente a tamburellare la testa ed il costato dell’avversario. Nei piani di LaMotta vi era l’attesa che il match scendesse ad un ritmo blando, a lui più congeniale; fino al settimo era sicuro di aver vinto, o quantomeno pareggiato, un paio di round, quindi contava di far suo l’incontro dominando il finale, secondo sua caratteristica. Sugar Ray Robinson, però, non abbassò il ritmo: lo incrementò!

I round successivi si trasformarono in un’infinita punizione: LaMotta incassava, Sugar Ray picchiava con violenza inaudita non avendo più bisogno di difendersi, perché i guantoni di Jake erano alti a difesa della testa ed i gomiti attaccati al corpo a protezione della figura. Il campione non portava più colpi e Robinson lo stava tempestando di jab taglienti e poderosi uppercut. Ma Jake LaMotta, all’anagrafe Giacobbe, non cedeva; le sue gambe non si piegavano. Quando Robinson prendeva fiato, lui alzava la testa sanguinante, lo guardava attraverso gli occhi gonfi e lo sfidava col suo infinito orgoglio. Alla fine del decimo round, molti dei quindicimila presenti invocavano l’intervento dell’arbitro Frank Sykora, affinché ponesse termine ad una tale punizione; non era, però, una soluzione così immediata, dato che LaMotta era il campione in carica ed il suo angolo non mostrava segno di volerla finire.

All’undicesimo round, un colpo nella nebbia di LaMotta scosse Robinson; il Toro del Bronx diede segno di avvedersene e si lanciò sull’avversario alla sua maniera, con un nugolo di colpi che, però, Robinson incassò con la grande classe in lui innata. Poi ricominciò l’opera di demolizione. Alla campana del dodicesimo round, LaMotta si avviò all’angolo ormai incapace di vedere e di sentire. Dirà, nell’intervista successiva al match, che il forte dolore l’aveva sentito alla quinta ed alla sesta, ma poi gli sembrava di essere uscito dalla tempesta. Ma non era così. Al contrario, i colpi erano aumentati e si erano fatti più precisi. Due minuti e quattro secondi dall’inizio della tredicesima ripresa, il ring coperto del sangue di un ormai irriconoscibile LaMotta convinse l’arbitro Sykora dell’averne abbastanza di quella mattanza, che alzò il braccio al nuovo campione mondiale dei pesi medi. LaMotta fu condotto all’angolo e poi immediatamente negli spogliatoi, dove sarebbe rimasto attaccato all’ossigeno per oltre un’ora e mezza; prima che superasse le corde, però, uno stanchissimo Robinson riuscì a regalargli un sincero abbraccio. Sapeva che quella era la fine della loro epica serie di battaglie e che lui aveva vinto la guerra, ciò nondimeno non volle privare il suo grande avversario dell’onore che si era meritato. Dirà poche ore più tardi: “Credevo non avrebbe finito la ripresa già alla sesta, ma più lo picchiavo, più sembrava determinato a rimanere in piedi! Non capisco di cosa sia fatto: gli ho rifilato i colpi più duri della mia carriera ed era ancora lì“.

Il sesto match tra Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson, subito ribattezzato “il massacro di San Valentino” lasciò anche molti strascichi polemici, a causa dell’indubbia violenza di alcuni passaggi, soprattutto nelle ultime riprese. The Indianapolis News descrisse l’incontro come “un crimine nel nome dello sport, un malato tributo alla brutalità“. Ognuno deve essere libero di dire la propria opinione, che va rispettata fino in fondo. Il pugilato non è uno sport che favorisca gli incontri impari; nella sua stessa filosofia è un combattimento con precise regole tra uomini disposti allo scontro, dello stesso peso e di similare abilità. Il “massacro di San Valentino” fu un match all’apparenza poco equilibrato ma io, personalmente, lo vedo come un confronto tra la magistrale abilità di Robinson e l’insondabile determinazione di LaMotta. A me mancavano vent’anni per nascere, alla maggioranza dei lettori di questo mio articolo parecchi di più: eppure, è un fatto che noi si sia ancora qui a parlarne e discuterne. Questa è la magia del pugilato, la più controversa disciplina sportiva, ma di gran lunga la più affascinante del pianeta.

Sugar Ray Robinson e Jake LaMotta avevano entrambi trent’anni. Considerato, dai più, il miglior pugile pound for pound di tutti i tempi, Robinson è mancato ormai ventinove anni fa. La Motta, invece, dopo essere tornato a vivere nel suo vecchio quartiere, ha continuato ad essere il vecchio Jake, sempre pronto con parole pesanti per chiunque lo contraddicesse e, alla veneranda età di novantasei anni, è sopravvissuto a tutti i suoi avversari, a molte ex mogli e, purtroppo, anche ad un paio dei suoi figli, prima di spegnersi nel pomeriggio di ieri. Sulla scorta di quanto successo a Chicago, in quel lontano giorno di San Valentino, ed in molti altri frangenti della sua tumultuosa esistenza, mi pare chiaro che per mettere definitivamente al tappeto lo spirito indomabile di Giacobbe LaMotta, avrebbe dovuto scomodarsi il Signore in persona.

Continua a leggere

Pugilato

Giacobbe Fragomeni, i guantoni come redenzione

Giovanni Albanese

Published

on

Compie oggi 49 anni Giacobbe Fragomeni, il pugile che ha trovato nei guantoni la voglia di ricominciare e rinascere. Ecco la sua storia.

Quel nome di “Letizia”, tatuato sul collo, lo accarezza anche durante l’ultimo dei suoi successi. E poco importa se questa volta lo scenario è totalmente diverso da un ring delimitato da sedici corde. Giacobbe Fragomeni a sfidare la sopravvivenza è diventato un esperto, ritrovandosi per spirito di sacrificio nel suo habitat nazionale. E Letizia, che è il nome che nel 2005 ha voluto dare a sua figlia in memoria della sorella, ha certamente il suo primo pensiero.

Il successo all’Isola dei famosi del 2016 lo riporta al culmine della popolarità, lo fa diventare più familiare anche ai non appassionati della nobile arte o a chi della sua storia conosceva ben poco. L’ex campione del mondo professionisti WBC nel 2008 per la categoria dei pesi massimi leggeri ha trasmesso la sua voglia di affrontare la vita anche nelle situazioni più difficili, la voglia di farcela anche quando nessuno regala niente.

La sua storia è meritevole di attenzione e da esempio per chi ogni giorno non smette di sognare di raggiungere un obiettivo. Giacobbe Fragomeni a vent’anni faceva l’asfaltista, alle 4 del mattino andava a lavorare. Fino alle 5 del pomeriggio, poi di corsa in palestra per allenarsi con “nonno Ottaviano Tazzi, colui che, malgrado sette campionati del mondo vinti, non si era mai commosso come quando quel giovane tutto voglia e passione si spinse fino a conquistare il titolo italiano dilettanti di pugilato.

Il pugile nato e cresciuto nel quartiere periferico di Stadera, a Milano, aveva perduto per strada gli anni migliori della sua giovinezza, durante la quale dovette fare i conti con il duro rapporto col padre e con la morte per overdose della sorella Letizia. Nel tunnel dell’alcol, della droga e della voglia di farla finita c’era finito anche lui, ma ad un tratto qualcosa lo portò da un’altra parte. Una sensazione, una voglia improvvisa di riscatto, una sfida con sé stesso nel non abbandonarsi nella trappola di chi alla sorella aveva venduto la morte, lasciandolo solo.

E così Giacobbe restò folgorato dalla boxe, dentro quella palestra dov’era finito solo con l’intento di perdere peso. Ma c’era qualcosa che lo portava oltre con la testa dentro quel ring, c’era un contesto ideale per sfogare tanta rabbia nel rispetto delle regole. Ecco: Giacobbe poteva finalmente sfogare la sua rabbia percorrendo una strada pulita, fatta di sacrificio e apparentemente tante botte, ma in realtà educativa e soprattutto legale.

Come nella boxe, Fragomeni ha vissuto il reality con la sua cruda e accattivante personalità, senza troppi artifici. Anche a costo di rinunciare a qualche simpatia. D’altronde, quel ragazzo, che al tardo pomeriggio ritrovava le forze fisiche per riscattarsi dalla vita dura e faticosa, non badava a chi lo apprezzasse e chi no. E allo stesso modo il Fragomeni nazionale oggi piace così, come è sempre stato.

Continua a leggere

Pugilato

Pietro Boine, Campione Italiano dei Pesi Massimi (a sua insaputa)

Francesco Beltrami

Published

on

Domenica 10 luglio 1910 a Valenza Po’, cittadina piemontese, viene organizzato, nel pieno della calura estiva, un match che vede in palio il titolo di Campione Assoluto (senza cioè distinzioni di peso) del Nord Italia. Valenza è città in forte sviluppo industriale: dalla seconda metà dell’Ottocento cresce l’attività orafa e successivamente quella calzaturiera, e col nuovo secolo tali produzioni iniziano a divenire industriali. Parallelamente si genera un certo fermento sociale e nascono nuove associazioni che aggregano la popolazione in forte crescita numerica, con fini di solidarietà sociale ma ovviamente anche ricreativi: si sviluppano quindi diverse società sportive. L’attività principale è quella ciclistica, sulla pista ellissoidale, di circa 700 metri e con ampie tribune, che occupa la zona oggi limitata da Piazza Gramsci e Via Trieste, nella buona stagione si susseguono settimanalmente corse ed allenamenti con la partecipazione dei campioni del momento, ma va per la maggiore anche la società che si occupa di atletica e ginnastica e anche il nuovo sport del pugilato trova terreno fertile per proporre eventi, fino ad arrivare appunto ad ospitare il titolo dell’Alta Italia.

 

Sul ring salgono Antonio Ferranti, della Libertas Post Resurgo, società atletica di Milano, e soprattutto Pietro Boine, ligure, ventenne che può essere considerato il vero pioniere della boxe in Italia. L’incontro dura poco, Boine è troppo superiore all’avversario e già alla terza ripresa lo mette KO laureandosi Campione. Lui non lo sa, e non lo saprà mai perché il riconoscimento arriverà postumo, ma non ha conquistato solo il titolo dell’Alta Italia, è il primo Campione Italiano dei pesi massimi, sarà la Federazione Pugilistica Italiana negli anni successivi alla sua nascita, che avverrà nel 1916, a stabilirlo, rimettendo ordine nell’attività svoltasi prima della sua fondazione.

 Spostiamo ora la nostra attenzione su Pietro Boine. Nato ad Andora Ligure il 20 settembre 1890 da una famiglia prima benestante e poi sempre più povera, cresce a Portomaurizio, località che unita ad Oneglia negli anni Venti darà vita alla città di Imperia, riesce a studiare fino al Ginnasio poi a 13 anni si imbarca su un mercantile, con la speranza di diventare un giorno commerciante, ma non farà altro che il mozzo, dunque si stanca presto e torna in famiglia. Riparte però ben prima dei vent’anni per la Francia, spinto dalle necessità economiche, fa mille lavori e approda a Parigi dove conosce il pugilato sportivo, se ne innamora a prima vista, e da spettatore diventa praticante. Tornato in Italia va a Milano e insieme al maestro Celestino Caverzasio fonda il Club Pugilistico Nazionale. Combatte a Milano, Binasco, Broni, Verona, fino ad arrivare al match di Valenza, che secondo il CONI sul sito sportolimpico.it fu la finale di un vero e proprio torneo per assegnare il titolo Alta Italia sotto l’egida delle Federazione Atletica Italiana, svoltosi con incontri alle 4 riprese rispettando le regole del marchese di Queensberry.

 

Il sito dedicato alla boxe sportenote.com ricostruisce invece diversamente gli eventi, colloca infatti il torneo domenica 19 luglio, una settimana dopo il match con Ferranti, in tale occasione Boine mette KO in 2 riprese prima Monzani poi Giacomo Rossi confermandosi così Campione.Nel 1911 abbiamo notizia di otto combattimenti sostenuti da Boine, tutti a Milano, sei vittorie e due sconfitte, maturate entrambe contro pugili di scuola britannica, Max Roberts, che Boine aveva in precedenza battuto per KO tecnico alla terza ripresa, e O’Mara. In questo stesso anno Pietro inizia anche a tirare di scherma, sotto le cure del grandissimo maestro Giuseppe Mangiarotti. Otterrà buonissimi risultati nella spada da terreno.

 Nel 1912 dopo una serie di match sostenuti tra Milano e Bologna e tutti vinti a giugno a Milano Boine torna a combattere nel torneo che deve assegnare il Titolo Alta Italia, stavolta articolato in tre diverse categorie di peso. Il pugile di Portomaurizio sosterrà tra il 10 e il 15 giugno sei incontri, uno al giorno, affrontando quattro differenti avversari, Eustacchio Sala e Paolo Zucca due volte, mettendoli tutti KO. Il match decisivo il 15 è contro Alessandro Valli che resisterà 6 rounds.

 A questo punto Pietro va a cercare nuovi stimoli, e nuove e più consistenti borse, in Francia, dove tra il 2 settembre e il 16 novembre, combatterà otto volte. Gli avversari che gli vengono proposti in terra francese sono ben più ostici dei meno esperti pugili italiani, e dopo due successi iniziali ad Aix Les Bains e Ginevra (Svizzera) Boine sarà sconfitto a Lione da Frank Klaus per KO alla terza ripresa. Si riscatterà di fronte al pubblico lionese battendo dieci giorni dopo Jack Meekins e potrà poi approdare a Parigi dove raccoglierà due pareggi e due pesanti sconfitte.

 Tornato in Italia nel 1913 dopo due iniziali successi lascia l’otto marzo il titolo dell’Alta Italia nella mani di Eugenio Pilotta che lo sconfigge a Milano per KO tecnico alla quinta ripresa. Tornerà sul ring due settimane dopo e nel giro di una ventina di giorni tra Milano e Genova otterrà tre vittorie e un pareggio. L’antivigilia di Natale sul quadrato allestito al “Filodrammatici” di Milano con una borsa di ben 500 lire arriva il momento dell’attesa rivincita con Pilotta. Boine non è in buone condizioni di salute, debilitato da un’infezione tifoidea non curata. Nonostante il parere contrario del suo maestro di scherma e amico Giuseppe Mangiarotti che per l’ennesima volta a poche ore dell’inizio dell’incontro lo esorta inascoltato a consultare un medico, vuole comunque combattere. Pilotta è in difficoltà alla prima ripresa, ma riesce a superare il momento difficile mentre a Boine vengono a mancare le energie, l’avversario lo colpisce più e più volte, alla terza ripresa per non cadere Pietro si aggrappa alle corde, fino a che l’arbitro, il cronista della Gazzetta dello Sport Arturo Balestrieri, decreta il KO tecnico.

 

Pietro Boine non si riprese più, mori il 28 gennaio 1914 quattro mesi dopo aver compiuto 23 anni, alla Clinica San Giuseppe a San Vittore per un attacco violento di tifo. Riposa nel cimitero di Portomaurizio a Imperia, di fianco al fratello Giovanni, poeta, saggista e scrittore, anche lui mancato prematuramente (1887-1917) anche lui pioniere, destino di famiglia, del Modernismo. Fu il fratellastro (figlio in seconde nozze della madre) Pietro Giovanni nel 1984 a far traslare accanto a quelle di Giovanni ciò che restava delle spoglie di Pietro da Milano.

 

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication