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Jesse Owens: il nero che incantò Hitler

Matteo di Medio

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Avrebbe compiuto oggi 105 anni la Leggenda Jesse Owens, l’eroe afroamericano delle Olimpiadi di Berlino 1936, durante il regime di Adolf Hitler. La partecipazione a quei giochi fu raccontata in maniera sbagliata, falsificando i fatti per come erano accaduti. Owens volle dire la sua verità. Ma non fu ascoltato.

Quando nel 1931 il Comitato Olimpico Internazionale individuò nella Germania il paese organizzatore dei Giochi del 1936, non avrebbe mai immaginato che, a distanza di due anni, proprio in terra teutonica, potesse salire al potere un ometto di piccole dimensioni e ancor più piccole ideologie, divenuto famoso per essere stato l’impersonificazione del male assoluto di tutta la storia del’umanità. Al secolo, Adolf Hitler.

Come non si poteva neanche minimamente ipotizzare lo sfavillio di svastiche, aquile inquisitrici e 120 mila braccia tese il giorno della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Berlino, 1 agosto 1936. Ma cosa sarebbe, anche nell’immaginario collettivo, una nazi olimpiade senza i suoi simboli e i significati ad essi associati?

I presupposti per una manifestazione organizzata seguendo i dettami del movimento del Führer sembravano cosa banale e scontata. E infatti così fu: per ordine di Hitler, all’interno della delegazione tedesca non furono selezionati atleti di origine ebraica.

E che ti aspettavi? L’elite sportiva della razza ariana, rappresentata da “omuncoli torvi e dal naso adunco“? Fosse mai. Peccato, però, che tra questi “non meritevoli” atleti ci fossero i migliori nelle loro discipline, compresa Gretel Bergmann, record di salto in alto. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Torniamo alle Olimpiadi e torniamo agli interrogativi. Come è possibile che venisse organizzato un evento mondiale ispirato da De Coubertin con i valori dell’integrazione, della lealtà e della libertà, nel Paese che aveva voluto come proprio leader colui che rappresentava in tutto l’opposto dell’essenza stessa dei Giochi?
La domanda, oltre a noi, se la saranno posta anche gli Stati che, nel 1933, chiesero al CIO lo spostamento della sede in un’altra città. La risposta del Comitato olimpico fu semplice quanto sorprendente. No.

Come non servì a nulla la visita da parte di Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico a stelle strisce, mandato in Germania prima delle Olimpiadi dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, per monitorare la situazione e decidere se boicottare o meno la partecipazione, come fece la Spagna in lotta con Franco. Quello che Roosevelt, forse, non sapeva è che Brundage era fan sfegatato di Hitler, e non ravvisò particolari motivi per non far partire gli atleti americani alla volta di Berlino. La cosa curiosa è che, come nella Germania, anche all’interno della delegazione USA gli unici due atleti di origine ebraica, furono sostituiti all’ultimo. Alle volte, il caso.

Anche il Führer, a dir la verità, non faceva salti di gioia all’idea di dover organizzare una manifestazione del genere. Fu il suo uomo dietro le quinte, Joseph Goebbels, ministro della propaganda, a spingere affinché fossero fatte a Berlino. Il gerarca nazista, sì era  terribilmente diabolico, ma non per questo stupido: aveva individuato nella manifestazione iridata, il mezzo ideale per allargare il consenso del partito, usando lo stesso strumento, le Olimpiadi appunto, per veicolare, però, non i valori decoubertiniani ma, bensì, la grandezza della Germania.

E grandezza fu. I giochi del 1936 vennero ricordati come una delle edizioni meglio organizzate nella storia delle Olimpiadi. Per la prima volta furono trasmesse in televisione e vennero adibiti dei teatri per consentire la visione anche a coloro che non disponevano del piccolo schermo. Vennero costruiti impianti e nuovi stadi. Ristrutturati quelli vecchi e portati a termine importanti lavori di urbanistica. La cerimonia di apertura, tolte le svastiche di cui sopra, fu solenne e precisa. L’apoteosi al momento dell’ingresso della fiaccola, dopo oltre 3 mila chilometri percorsi in giro per il mondo, fu un momento da ricordare. Anche questa fu una pratica che iniziò ad essere di routine a partire dal 1936.

Come è semplice immaginare, l’idea di una Germania potente e fiera doveva trasmettersi anche sul campo, attraverso le vittorie sportive. E, anche in questo caso, così fu: il medagliere ci racconta un podio in cui a primeggiare è proprio la nazione del Führer con 89 medaglie totali, seguita da Stati Uniti e Ungheria.

In questo clima di orgoglio ed identità nazionale, tra festeggiamenti e marce trionfali, cosa mai sarebbe potuto andare storto? La risposta è Jesse Owens.

James Cleveland Owens, nasce ad Oakville, Alabama, nel 1913. Jesse, soprannome dato dal suo insegnante per via della sua pronuncia “slangata” di J.C., è il settimo di dieci figli di una famiglia che definire povera è un complimento. All’epoca della sua infanzia, l’America viveva la Grande Depressione e gli Stati del Sud erano la fotografia esatta della situazione in cui versava la gente di colore all’epoca. A nove anni si trasferì in Ohio e cominciò a praticare la corsa e il salto in lungo. Gli allenamenti, tra le pause del suo lavoro in un negozio di scarpe, presso l’Università dell’Ohio.

Ma cosa c’entra questo ragazzo del sud, figlio di un contadino, con la magnificenza di Berlino?

C’entra perché Jesse Owens, in quelle Olimpiadi, a 23 anni compiuti, si portò a casa 4 medaglie d’oro rispettivamente dei 100 metri, i 200, la staffetta 4×100 e il salto in lungo. Un afroamericano sul tetto mondiale di fronte al Führer sotto al cielo svasti-stellato. Incredibile.

Ancora più incredibile fu, però, la reazione del Leader tedesco. E qui la storia si mescola con il mito. O meglio dire, la politica si mescola con lo sport. Perché esistono due versioni diverse circa l’episodio.

Siamo in occasione della finale di salto in lungo, 4 agosto 1936. Jesse Owens ha ottenuto l’ingresso all’ultima gara per la medaglia d’oro, in extremis, grazie, anche, ai consigli del suo primo rivale per il podio Luz Long. L’atleta in questione, è un tedescone slanciato dalla chioma bionda, in pieno stile “ariano è meglio”. Ebbene questo simbolo del Reich cosa fa? Aiuta il suo avversario, americano, nero, ad andare in finale? I due, in realtà, nel corso della manifestazione iridata sono diventati buoni amici ed è lo stesso Long a congratularsi per l’oro ottenuto da Owens a suo discapito.

Ma la cosa più sorprendente è che un nero abbia sbattuto in faccia la vittoria al primo sostenitore della superiorità della razza.

Hitler al momento del podio, è una maschera. Lo sguardo fermo non fa presagire niente di buono. Lascia il balcone della tribuna autorità e evita di vedere la premiazione finale. C’era da aspettarselo: la Grande Germania nazista che si inchina ad un “inferiore uomo nero dai tratti primitivi”? Impossibile. I giornali e i media ci mettono poco a trasmettere la notizia del mancato riconoscimento del valore di Owens da parte del leader nazista. E l’opinione pubblica ci mette ancora meno a confermare quanto dietro a quei comici baffetti austriaci si celi il male assoluto da combattere e annientare.

Che Hitler fosse il male, non doveva mica confermarcelo con un gesto del genere. Si sapeva. Ma quello che non si sapeva era che, come in Germania, allo stesso modo negli Stati Uniti, la propaganda svolgeva un ruolo fondamentale nella politica nazionale.

Tanto che quanto appena raccontato è semplicemente falso.

Infatti, come dice lo stesso Jesse Owens nella sua autobiografia, al termine della premiazione in occasione del salto in lungo, al momento di rientrare negli spogliatoi, passando sotto la tribuna riservata ai gerarchi nazisti, il suo sguardo e quello di Hitler si incrociarono per qualche secondo. A rompere l’indugio, fu lo stesso Führer, il quale, alzatosi dalla sua poltrona, agitando la mano per salutare Jesse, riconosceva nei fatti il valore dell’atleta afroamericano.

E’ qui il miracolo: l’impresa di Owens nel vincere quattro ori in terra nazista è qualcosa di incredibile, un gesto che potrebbe rientrare benissimo all’interno di una favola dove c’è un buono e un cattivo e il buono vince.  Questo è sicuro. Un’impresa.

Ma quello che è successo, se è successo, il 4 Agosto 1936 è un altro tipo di miracolo, uno vero. L’uomo senza anima che scopre la sua umanità perché non può fare altrimenti. La  luce della vittoria che penetra nel muro dell’ignoranza e dell’oscuro ideale, palesandosi nella più semplice e spontanea delle manifestazioni: salutare il campione che lascia il campo da vincitore. E allora Hitler diventa il bambino che va allo stadio a vedere i suoi idoli e si innamora dell’uomo nero venuto da lontano. La razza inferiore che fa vacillare i pensieri del leader superiore.

Stiamo esagerando. Sicuramente le idee del Führer non cambiarono: tre anni dopo, infatti, cominciò la sua campagna in terra Europea e gli schifosi rastrellamenti razziali ben noti a tutti. Quello che è sicuro è che in quel giorno il Führer non poté fare altro che complimentarsi con colui che aveva battuto i suoi atleti.

Ad avvalorare questa sensazione impensabile per un Leader senza cuore e coscienza, le parole del giornalista sportivo Siegfried Mischner che ci racconta come Hitler avesse inviato, ad Olimpiadi terminate, una foto autografata da lui a Jesse Owens. Continua, poi, dicendo che l’atleta dell’Alabama tenesse la foto del Führer nel portafoglio.

Il giornalista conclude rilevando un episodio non confermato: dietro il palco sembrerebbe che ci sia stato un incontro tra  Owens e Adolf Hitler in persona e una stretta di mano suggellata da una foto, fatta prontamente sparire.

E’ la verità? Chi lo sa. Di sicuro, quello che traspare in modo netto e chiaro nelle parole di Owens è che durante le Olimpiadi il colore della sua pelle non portò a nessun comportamento discriminatorio nei suoi confronti come la stampa americana voleva fortemente raccontare.

Al suo ritorno in patria, Jesse provò a più riprese a difendere la sua verità in merito ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 ma le sue parole vennero ignorate dai giornalisti che invece volevano convincere la gente del contrario.

“Vero, Hitler non mi ha stretto la mano ma fino a qui non lo ha fatto neanche il Presidente degli Stati Uniti.”

Questa la sua batosta al Presidente Roosevelt. Che si tradurrà  più avanti nel supportare il Partito Repubblicano nella corsa alla elezioni.

Il Presidente, per impegni legati alla campagna elettorale, non aveva potuto, o voluto, organizzare un incontro con il campione dell’atletica per magnificare le sue gesta alla Casa Bianca, cosa che era già accaduta in passato e regolarmente per gli altri atleti. Si diceva, infatti, che il leader democratico avesse portato a termine qualche buona iniziativa in merito alle condizioni della popolazione nera in America ma, nei fatti, aveva chiuso l’occhio di fronte ai molti trattamenti inumani subiti dagli afroamericani, come la quasi assenza di diritti sul lavoro. Anche il New Deal aveva avuto effetti benefici soprattutto per i bianchi.

Da qui nasce il paradosso di Jesse Owens: un nero trattato meglio dai nazisti che dai suoi fratelli americani?

Bastava anche una telefonata. Ma il telefono di Jesse non squillò mai. O un telegramma. Niente.

Dopo le Olimpiadi, Owens continuò a gareggiare e a vincere per poi divenire allenatore.

Muore a 66 anni, in povertà, abbandonato, portato via da un tumore ai polmoni a Tucson nel 1980. E’ sepolto a Chicago.

 Nel 1976 riceve la massima onorificenza per un civile, la “Medaglia Presidenziale della Libertà“. Berlino gli ha dedicato una via nel 1984 nel 1990, Bush padre gli conferisce la “Medaglia D’Oro al Congresso”.

Eppure, all’epoca, Jesse Owens non era considerato come oggi. Le sue parole contro Roosevelt avevano indispettito i giornalisti e l’opinione pubblica.

Ma come? Difende Hitler?

La verità è che per Jesse la situazione in Germania nei confronti degli ebrei non differiva molto dalla condizione che la sua gente sopportava ogni giorno in suolo a stelle e strisce. I neri vivevano in baracche, senza alcun diritto o quasi. I campi dove lavoravano più che “posti di lavoro” erano molto simili ai ben più noti e demonizzati “campi di lavoro” nazisti. E a lui non andò mai bene che, buttando fumo negli occhi della gente con il mostro del nazismo e delle leggi razziali, con la sua faccia a fare da testimonial, il popolo dimenticava le sofferenze patite dai propri connazionali.

Jesse Owens è due volte un simbolo di libertà. Da una parte il campione che si innalza sopra la riluttanza nazista di fronte al primo rappresentante della folle discriminazione razziale e dall’altra l’uomo che combatte affinché la sua verità, seppur scomoda, venga portata alla luce priva del servilismo monotematico della propaganda americana.

Perché in Germania c’era il razzismo. Ma negli Stati Uniti pure.

11 Commenti

11 Comments

  1. Pingback: Strage di Monaco, le colpe dei tedeschi | Io Gioco Pulito

  2. francesco

    marzo 31, 2016 at 3:16 pm

    Che lo avessero imbottito di ogni tipo di farmaci perchè era necessario vincesse il più possibile si può dire o dobbiamo credere a tutta questa storiella buonista ?

  3. Giuseppe

    marzo 31, 2016 at 3:52 pm

    Buon giorno,
    Grazie del bellissimo articolo, complimenti.
    Grazie
    Giuseppe Giacomi

  4. CL

    marzo 31, 2016 at 4:35 pm

    Signor FRANCESCO scusi pensa veramente che gli atleti teutonici non fossero dopati?
    Poi possibile tirar fuori sempre e ovunque (anche qui) sta storia del “buonismo”?

  5. Skywalker

    marzo 31, 2016 at 6:52 pm

    Ottimo articolo. Davvero nient’altro da aggiungere.
    Da leggere fino alla fine prima di vedere il film attualmente nelle sale!

  6. angelo

    marzo 31, 2016 at 10:17 pm

    Owens non fu certo oggetto di discriminazioni raziali da parte dei tedeschi, ma sicuramente lo fu da parte degli americani bianchi, a Berlino poteva anche far pipì dove la facevano i tedeschi bianchi, in seno alla squadra olimpica americana, la pipì poteva farla solo nei bagni dei neri.
    Quest’uomo è stato vergognosamente strumentalizzato dalla propaganda americana.

  7. giorgio piccoli

    aprile 1, 2016 at 2:42 am

    quello che ha detto jasse owens e giustissimo ed avuto un grandissimo coraggio e carattere a denunciare queste cose , come si fa un super atleta trattarlo in questa maniera , e farlo morire in poverta e senza nessun riconoscimento nazionale , e poi dicono che gli americani che sono gli altri i razzisti , loro che per secoli hanno trattato i neri peggio delle bestie . con l aiuto degli ebrei ,

  8. Ettore

    aprile 1, 2016 at 6:31 am

    Sî, bell’ articolo, messo al fondo perô. Bisogna avere il coraggio di riscrivere la storia e non demonizzare per partito preso.

  9. Stefano

    aprile 1, 2016 at 8:47 am

    L ignoranza degli uomini e’ infinita ,purtroppo solo con l umiltà e la conoscenza delle altre culture puoi capire che la stupidità e l’intelligenza nn hanno colore ne’ razza . Ma è’ insita dentro di noi ed è’ generata spesso e in tutto il mondo dal denaro e nn dal colore della pelle

  10. Angelo

    giugno 24, 2016 at 1:12 am

    Unica domanda: se effettivamente trovava sbagliato il comportamento razzistico all’interno degli Stati Uniti di quel tempo, non fu contraddittorio (al di là degli asti personali) sostenere il partito Repubblicano?

    Detto questo, che Hitler l’abbia presa con filosofia o meno, è stata comunque una batosta per l’ideologia nazista… e quanto accaduto contraddiceva quanto dichiarato fino a quel momento da Hitler e dalla sua ideologia.

  11. ALESSANDRO

    agosto 6, 2016 at 5:26 pm

    scusate ma…… dato che è accertato, che i fatti non si svolsero come nelle “leggenda” ……ma che si svolsero diversamente, come da AUTOBIOGRAFIA…. non vi fa strano, che si faccia un film, sulla vera storia di jesse Owens, e ancora non la si racconta correttamente?…. ma dico io, di cosa abbiamo ancora paura?Sapere che Hitler , ha avuto un comportamento sportivo….. fa paura?? bah….. misteri

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Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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L’incredibile impresa di Carlo Airoldi: storia di un eroe italiano

Daniele Esposito

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Avrebbe compiuto oggi 149 anni Carlo Airoldi, un piccolo grande eroe che con la sua impresa ci ha mostrato cosa voglia dire davvero l’amore per lo Sport.

Carlo Airoldi era semplicemente uno sportivo appassionato, maratoneta e podista che aveva vinto solo qualche gara di paese, ma con grande passione. Figlio di contadini, lavorava in una fabbrica di cioccolato.

La sua storia non è nota perché, come sappiamo, chi non vince viene presto dimenticato. Ma, in questo caso particolare, vincere o perdere non ha inciso assolutamente sull’impresa che Carlo ha portato a termine. Qui si va ben oltre.

 

A poco più di un mese dall’inizio delle Olimpiadi di Atene del 1896, Carlo, non potendosi permettere i soldi per affrontare le spese del viaggio, decise di partire per la Grecia a piedi, sfidando qualsiasi corridore e qualsiasi cavallo, con la certezza di essere il migliore e non avere rivali.

Decise di farsi sostenere da un giornale sportivo: “La bicicletta”, al quale promise la corrispondenza e l’aggiornamento riguardo la propria avventura. La sfida era affrontare il viaggio da Milano fino ad Atene, in un mese. Fu un cammino pieno di ostacoli in cui il corridore rischiò anche la vita imbattendosi in gruppi di briganti. Tramite un  piroscafo che lo portò fino a Patrasso, proseguì poi il suo viaggio a piedi fino alla meta tanto bramata, Atene.

Airoldi arrivò nella capitale greca i primi di Aprile, giusto in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici. Ma la sua fama lo precedette, provocando chiaramente preoccupazione e apprensione tra gli organizzatori dei giochi olimpici: la maratona era la gara simbolo della competizione greca e a vincerla doveva essere assolutamente un greco. Grazie ad un cavillo burocratico, infatti, ad Airoldi non venne concessa l’autorizzazione a partecipare alla gara, perché considerato un professionista e i giochi olimpici erano esclusivamente riservati ai dilettanti. Le richieste del consolato italiano furono insistenti, ma servirono a ben poco. La maratona venne vinta, come da copione, da un dilettante greco, Spiridon Louis.

Carlo assistette alla corsa e rilasciò le seguenti parole a “La bicicletta: “E’ necessario che io parta al più presto, giacché ieri ed oggi dura fatica feci a reprimermi. Mi sentivo il prurito nelle mani e non posso tollerare più a lungo i sorrisi ironici di certi villani, ai quali avrei voluto far vedere, se non mi avesse trattenuto il timore di passare per un farabutto, che oltre alle gambe possiedo anche delle buone braccia. Dopo tutto mi consolo perché a piedi vidi l’Austria, l’Ungheria, la Croazia, l’Erzegovina, la Dalmazia e la Grecia, la bella Grecia che lasciò in me un ricordo indelebile.

La storia di Carlo Airoldi è sicuramente una storia che andrebbe raccontata o almeno menzionata nei libri di storia: è intrinseca, al suo interno, la voglia di un uomo di coltivare le proprie passioni nonostante le avversità e gli ostacoli. Carlo era un uomo umile e povero, ma ciò non bastò per frenare la propria indole di sportivo prima, e corridore poi. Dalle sue parole è possibile comprendere quanto l’obiettivo di partecipare fosse importante per lui, ma allo stesso tempo, che il viaggio stesso e la possibilità di credere in un sogno battendosi per quello che si ama, nonostante la sconfitta finale, fosse il vero scopo della sua eroica corsa. Beh, questa è la storia di Carlo Airoldi, un eroe vincente, senza medaglia.

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Esports: quando truccare le partite è un (video) gioco

Emanuele Sabatino

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Qual è il fine a cui tendono gli e-sport? La risposta è molto semplice: emulare nel modo più accurato possibile le stesse situazioni, le stesse dinamiche, della vita reale. O almeno, esclusi i giochi di fantascienza, è quello il proposito dei giochi sportivi e di guerra.

Purtroppo però quando si tenta di emulare al massimo qualcosa, si prendono sia i lati positivi sia quelli negativi. Ed eccoci al punto dolente. Nello sport una delle piaghe più importanti, insieme al doping, è quella del match-fixing, ovvero delle partite truccate.

 Eh sì, anche il mondo virtuale dei joystick e dei mouse e tastiera è entrato nel mirino dei criminali nel settore del match-fixing. Il motivo è sempre lo stesso ed è valido per tutti gli ambiti della vita. Dove girano soldi, tanti soldi, qualcuno vuole prendersi un bel vantaggio aggirando le regole, arricchendosi e trasformando quel mercato e quell’ambiente in marcio.

QUANTI SOLDI VENGONO SCOMMESSI SUGLI E-SPORT?

La domanda che molti, io in primis, mi sono domandato è stata la seguente: “Ok, ma quanti soldi potranno mai generare le scommesse legate agli e-sport?” La risposta è talmente incredibile che ancora oggi fatico a digerire la risposta. Le scommesse abbinate agli e-sport, solo nel 2017 sono state pari a 696 milioni di dollari.

Tantissimi soldi ed il motivo è molto semplice. In tutto il pianeta ci sono 385 milioni di persone che interpretano tre ruoli contemporaneamente: Giocatori, spettatori e scommettitori. A questi vanno aggiunti quelli che scommettono solamente, tra cui le organizzazioni criminali, che muovono tantissima moneta.

L’industria dei videogiocatori si è ampliata, è cresciuta, è diventata lucrosa. In Asia è una realtà già da tempo ed in Europa sta crescendo sempre di più grazie anche all’aiuto di Federazioni, come la Ligue 1 francese che ha istituito la versione virtuale della lega calcistica dove ogni settimana si giocano le stesse partite in programma negli stadi in modo virtuale, e altre squadre che hanno assunto dei pro-player per disputare le partite sotto la propria bandiera.

COME FUNZIONA LA CORRUZIONE

Esistono sono due tipi di corruzione, entrambe fanno leva sul fatto che questi ragazzi ritrovatesi di punto in bianco in auge e in un mondo molto ricco, non sono stati formati per essere professionisti e senza nessuna istruzione dal punto di vista etico. Il primo modo di essere corrotti è se vogliamo “di sopravvivenza”. I pro-player si vendono le partite per auto-finanziarsi l’iscrizione a tornei successivi. Il secondo invece è quello “associativo” dove ci sono dietro le organizzazioni criminali che vanno dai player e li convincono a vendersi le partite dietro lauto compenso.

Ian Smith, commissario per l’integrita della Esport Integrity Coalition (ESIC) ha dichiarato che il giro di scommesse clandestine ed illegali sulle competizioni virtuali si aggira intorno ai 2 miliardi l’anno.

COME SI PUO’ COMBATTERE?

Le quote vengono rilevate in tempo reale, quindi lo stato di allerta si genera subito intorno all’evento. Come per gli sport normali, più si va lontano dalla scena professionista main-stream più il rischio combine diventa concreto.

IL PROBLEMA DELLE SKIN:

Se per combattere le scommesse il vantaggio è quello di avere gli alert delle quote in tempo reale e poter vedere chi ha scommesso seguendo i flussi di denaro. La cosa  che rende più difficoltosa la scoperta e cattura dei giocatori corrotti è il fatto che essi sono internet-addicted, ovvero conoscono molto bene internet ed il mondo dell’informatica e sanno come celare la propria identità. Proprio per questo per ricevere la “mazzetta” per truccare una partita, utilizzano le SKIN. Le skin sono oggetti che vengono usati dai personaggi nei videogiochi. Può essere un’armatura o una spada o anche altro. Più è potente e più è costosa.

Vengono trasferite e vendute anche nel fuori dal gioco nel mercato nero quindi succede uno scenario simile a questo: Criminale vuole corrompere un giocatore. Compra una spada ed un armatura per un importo di 10.000 euro e poi la passa al giocatore da corrompere per perdere la partita. Il corrotto, può rimonetizzare la skin vendendola a sua volta per soldi ad un terzo giocatore.

ARRESTI ILLUSTRI

Nel 2016 il mondo e-sports venne scosso dall’arresto di Lee Seung-Hyun, uno dei giocatori più forti di tutti i tempi di Starcraft 2 che per essersi venduto due partite si è beccato 700.000 KRW di multa, pari a 532 euro, 18 mesi di carcere, 3 anni di spospensione e ban a vita dagli e-sport coreani.

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