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Jesse Owens: il nero che incantò Hitler

Matteo di Medio

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Avrebbe compiuto oggi 105 anni la Leggenda Jesse Owens, l’eroe afroamericano delle Olimpiadi di Berlino 1936, durante il regime di Adolf Hitler. La partecipazione a quei giochi fu raccontata in maniera sbagliata, falsificando i fatti per come erano accaduti. Owens volle dire la sua verità. Ma non fu ascoltato.

Quando nel 1931 il Comitato Olimpico Internazionale individuò nella Germania il paese organizzatore dei Giochi del 1936, non avrebbe mai immaginato che, a distanza di due anni, proprio in terra teutonica, potesse salire al potere un ometto di piccole dimensioni e ancor più piccole ideologie, divenuto famoso per essere stato l’impersonificazione del male assoluto di tutta la storia del’umanità. Al secolo, Adolf Hitler.

Come non si poteva neanche minimamente ipotizzare lo sfavillio di svastiche, aquile inquisitrici e 120 mila braccia tese il giorno della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Berlino, 1 agosto 1936. Ma cosa sarebbe, anche nell’immaginario collettivo, una nazi olimpiade senza i suoi simboli e i significati ad essi associati?

I presupposti per una manifestazione organizzata seguendo i dettami del movimento del Führer sembravano cosa banale e scontata. E infatti così fu: per ordine di Hitler, all’interno della delegazione tedesca non furono selezionati atleti di origine ebraica.

E che ti aspettavi? L’elite sportiva della razza ariana, rappresentata da “omuncoli torvi e dal naso adunco“? Fosse mai. Peccato, però, che tra questi “non meritevoli” atleti ci fossero i migliori nelle loro discipline, compresa Gretel Bergmann, record di salto in alto. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.

Torniamo alle Olimpiadi e torniamo agli interrogativi. Come è possibile che venisse organizzato un evento mondiale ispirato da De Coubertin con i valori dell’integrazione, della lealtà e della libertà, nel Paese che aveva voluto come proprio leader colui che rappresentava in tutto l’opposto dell’essenza stessa dei Giochi?
La domanda, oltre a noi, se la saranno posta anche gli Stati che, nel 1933, chiesero al CIO lo spostamento della sede in un’altra città. La risposta del Comitato olimpico fu semplice quanto sorprendente. No.

Come non servì a nulla la visita da parte di Avery Brundage, presidente del Comitato Olimpico a stelle strisce, mandato in Germania prima delle Olimpiadi dal Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, per monitorare la situazione e decidere se boicottare o meno la partecipazione, come fece la Spagna in lotta con Franco. Quello che Roosevelt, forse, non sapeva è che Brundage era fan sfegatato di Hitler, e non ravvisò particolari motivi per non far partire gli atleti americani alla volta di Berlino. La cosa curiosa è che, come nella Germania, anche all’interno della delegazione USA gli unici due atleti di origine ebraica, furono sostituiti all’ultimo. Alle volte, il caso.

Anche il Führer, a dir la verità, non faceva salti di gioia all’idea di dover organizzare una manifestazione del genere. Fu il suo uomo dietro le quinte, Joseph Goebbels, ministro della propaganda, a spingere affinché fossero fatte a Berlino. Il gerarca nazista, sì era  terribilmente diabolico, ma non per questo stupido: aveva individuato nella manifestazione iridata, il mezzo ideale per allargare il consenso del partito, usando lo stesso strumento, le Olimpiadi appunto, per veicolare, però, non i valori decoubertiniani ma, bensì, la grandezza della Germania.

E grandezza fu. I giochi del 1936 vennero ricordati come una delle edizioni meglio organizzate nella storia delle Olimpiadi. Per la prima volta furono trasmesse in televisione e vennero adibiti dei teatri per consentire la visione anche a coloro che non disponevano del piccolo schermo. Vennero costruiti impianti e nuovi stadi. Ristrutturati quelli vecchi e portati a termine importanti lavori di urbanistica. La cerimonia di apertura, tolte le svastiche di cui sopra, fu solenne e precisa. L’apoteosi al momento dell’ingresso della fiaccola, dopo oltre 3 mila chilometri percorsi in giro per il mondo, fu un momento da ricordare. Anche questa fu una pratica che iniziò ad essere di routine a partire dal 1936.

Come è semplice immaginare, l’idea di una Germania potente e fiera doveva trasmettersi anche sul campo, attraverso le vittorie sportive. E, anche in questo caso, così fu: il medagliere ci racconta un podio in cui a primeggiare è proprio la nazione del Führer con 89 medaglie totali, seguita da Stati Uniti e Ungheria.

In questo clima di orgoglio ed identità nazionale, tra festeggiamenti e marce trionfali, cosa mai sarebbe potuto andare storto? La risposta è Jesse Owens.

James Cleveland Owens, nasce ad Oakville, Alabama, nel 1913. Jesse, soprannome dato dal suo insegnante per via della sua pronuncia “slangata” di J.C., è il settimo di dieci figli di una famiglia che definire povera è un complimento. All’epoca della sua infanzia, l’America viveva la Grande Depressione e gli Stati del Sud erano la fotografia esatta della situazione in cui versava la gente di colore all’epoca. A nove anni si trasferì in Ohio e cominciò a praticare la corsa e il salto in lungo. Gli allenamenti, tra le pause del suo lavoro in un negozio di scarpe, presso l’Università dell’Ohio.

Ma cosa c’entra questo ragazzo del sud, figlio di un contadino, con la magnificenza di Berlino?

C’entra perché Jesse Owens, in quelle Olimpiadi, a 23 anni compiuti, si portò a casa 4 medaglie d’oro rispettivamente dei 100 metri, i 200, la staffetta 4×100 e il salto in lungo. Un afroamericano sul tetto mondiale di fronte al Führer sotto al cielo svasti-stellato. Incredibile.

Ancora più incredibile fu, però, la reazione del Leader tedesco. E qui la storia si mescola con il mito. O meglio dire, la politica si mescola con lo sport. Perché esistono due versioni diverse circa l’episodio.

Siamo in occasione della finale di salto in lungo, 4 agosto 1936. Jesse Owens ha ottenuto l’ingresso all’ultima gara per la medaglia d’oro, in extremis, grazie, anche, ai consigli del suo primo rivale per il podio Luz Long. L’atleta in questione, è un tedescone slanciato dalla chioma bionda, in pieno stile “ariano è meglio”. Ebbene questo simbolo del Reich cosa fa? Aiuta il suo avversario, americano, nero, ad andare in finale? I due, in realtà, nel corso della manifestazione iridata sono diventati buoni amici ed è lo stesso Long a congratularsi per l’oro ottenuto da Owens a suo discapito.

Ma la cosa più sorprendente è che un nero abbia sbattuto in faccia la vittoria al primo sostenitore della superiorità della razza.

Hitler al momento del podio, è una maschera. Lo sguardo fermo non fa presagire niente di buono. Lascia il balcone della tribuna autorità e evita di vedere la premiazione finale. C’era da aspettarselo: la Grande Germania nazista che si inchina ad un “inferiore uomo nero dai tratti primitivi”? Impossibile. I giornali e i media ci mettono poco a trasmettere la notizia del mancato riconoscimento del valore di Owens da parte del leader nazista. E l’opinione pubblica ci mette ancora meno a confermare quanto dietro a quei comici baffetti austriaci si celi il male assoluto da combattere e annientare.

Che Hitler fosse il male, non doveva mica confermarcelo con un gesto del genere. Si sapeva. Ma quello che non si sapeva era che, come in Germania, allo stesso modo negli Stati Uniti, la propaganda svolgeva un ruolo fondamentale nella politica nazionale.

Tanto che quanto appena raccontato è semplicemente falso.

Infatti, come dice lo stesso Jesse Owens nella sua autobiografia, al termine della premiazione in occasione del salto in lungo, al momento di rientrare negli spogliatoi, passando sotto la tribuna riservata ai gerarchi nazisti, il suo sguardo e quello di Hitler si incrociarono per qualche secondo. A rompere l’indugio, fu lo stesso Führer, il quale, alzatosi dalla sua poltrona, agitando la mano per salutare Jesse, riconosceva nei fatti il valore dell’atleta afroamericano.

E’ qui il miracolo: l’impresa di Owens nel vincere quattro ori in terra nazista è qualcosa di incredibile, un gesto che potrebbe rientrare benissimo all’interno di una favola dove c’è un buono e un cattivo e il buono vince.  Questo è sicuro. Un’impresa.

Ma quello che è successo, se è successo, il 4 Agosto 1936 è un altro tipo di miracolo, uno vero. L’uomo senza anima che scopre la sua umanità perché non può fare altrimenti. La  luce della vittoria che penetra nel muro dell’ignoranza e dell’oscuro ideale, palesandosi nella più semplice e spontanea delle manifestazioni: salutare il campione che lascia il campo da vincitore. E allora Hitler diventa il bambino che va allo stadio a vedere i suoi idoli e si innamora dell’uomo nero venuto da lontano. La razza inferiore che fa vacillare i pensieri del leader superiore.

Stiamo esagerando. Sicuramente le idee del Führer non cambiarono: tre anni dopo, infatti, cominciò la sua campagna in terra Europea e gli schifosi rastrellamenti razziali ben noti a tutti. Quello che è sicuro è che in quel giorno il Führer non poté fare altro che complimentarsi con colui che aveva battuto i suoi atleti.

Ad avvalorare questa sensazione impensabile per un Leader senza cuore e coscienza, le parole del giornalista sportivo Siegfried Mischner che ci racconta come Hitler avesse inviato, ad Olimpiadi terminate, una foto autografata da lui a Jesse Owens. Continua, poi, dicendo che l’atleta dell’Alabama tenesse la foto del Führer nel portafoglio.

Il giornalista conclude rilevando un episodio non confermato: dietro il palco sembrerebbe che ci sia stato un incontro tra  Owens e Adolf Hitler in persona e una stretta di mano suggellata da una foto, fatta prontamente sparire.

E’ la verità? Chi lo sa. Di sicuro, quello che traspare in modo netto e chiaro nelle parole di Owens è che durante le Olimpiadi il colore della sua pelle non portò a nessun comportamento discriminatorio nei suoi confronti come la stampa americana voleva fortemente raccontare.

Al suo ritorno in patria, Jesse provò a più riprese a difendere la sua verità in merito ai Giochi Olimpici di Berlino 1936 ma le sue parole vennero ignorate dai giornalisti che invece volevano convincere la gente del contrario.

“Vero, Hitler non mi ha stretto la mano ma fino a qui non lo ha fatto neanche il Presidente degli Stati Uniti.”

Questa la sua batosta al Presidente Roosevelt. Che si tradurrà  più avanti nel supportare il Partito Repubblicano nella corsa alla elezioni.

Il Presidente, per impegni legati alla campagna elettorale, non aveva potuto, o voluto, organizzare un incontro con il campione dell’atletica per magnificare le sue gesta alla Casa Bianca, cosa che era già accaduta in passato e regolarmente per gli altri atleti. Si diceva, infatti, che il leader democratico avesse portato a termine qualche buona iniziativa in merito alle condizioni della popolazione nera in America ma, nei fatti, aveva chiuso l’occhio di fronte ai molti trattamenti inumani subiti dagli afroamericani, come la quasi assenza di diritti sul lavoro. Anche il New Deal aveva avuto effetti benefici soprattutto per i bianchi.

Da qui nasce il paradosso di Jesse Owens: un nero trattato meglio dai nazisti che dai suoi fratelli americani?

Bastava anche una telefonata. Ma il telefono di Jesse non squillò mai. O un telegramma. Niente.

Dopo le Olimpiadi, Owens continuò a gareggiare e a vincere per poi divenire allenatore.

Muore a 66 anni, in povertà, abbandonato, portato via da un tumore ai polmoni a Tucson nel 1980. E’ sepolto a Chicago.

 Nel 1976 riceve la massima onorificenza per un civile, la “Medaglia Presidenziale della Libertà“. Berlino gli ha dedicato una via nel 1984 nel 1990, Bush padre gli conferisce la “Medaglia D’Oro al Congresso”.

Eppure, all’epoca, Jesse Owens non era considerato come oggi. Le sue parole contro Roosevelt avevano indispettito i giornalisti e l’opinione pubblica.

Ma come? Difende Hitler?

La verità è che per Jesse la situazione in Germania nei confronti degli ebrei non differiva molto dalla condizione che la sua gente sopportava ogni giorno in suolo a stelle e strisce. I neri vivevano in baracche, senza alcun diritto o quasi. I campi dove lavoravano più che “posti di lavoro” erano molto simili ai ben più noti e demonizzati “campi di lavoro” nazisti. E a lui non andò mai bene che, buttando fumo negli occhi della gente con il mostro del nazismo e delle leggi razziali, con la sua faccia a fare da testimonial, il popolo dimenticava le sofferenze patite dai propri connazionali.

Jesse Owens è due volte un simbolo di libertà. Da una parte il campione che si innalza sopra la riluttanza nazista di fronte al primo rappresentante della folle discriminazione razziale e dall’altra l’uomo che combatte affinché la sua verità, seppur scomoda, venga portata alla luce priva del servilismo monotematico della propaganda americana.

Perché in Germania c’era il razzismo. Ma negli Stati Uniti pure.

11 Commenti

11 Comments

  1. Pingback: Strage di Monaco, le colpe dei tedeschi | Io Gioco Pulito

  2. francesco

    marzo 31, 2016 at 3:16 pm

    Che lo avessero imbottito di ogni tipo di farmaci perchè era necessario vincesse il più possibile si può dire o dobbiamo credere a tutta questa storiella buonista ?

  3. Giuseppe

    marzo 31, 2016 at 3:52 pm

    Buon giorno,
    Grazie del bellissimo articolo, complimenti.
    Grazie
    Giuseppe Giacomi

  4. CL

    marzo 31, 2016 at 4:35 pm

    Signor FRANCESCO scusi pensa veramente che gli atleti teutonici non fossero dopati?
    Poi possibile tirar fuori sempre e ovunque (anche qui) sta storia del “buonismo”?

  5. Skywalker

    marzo 31, 2016 at 6:52 pm

    Ottimo articolo. Davvero nient’altro da aggiungere.
    Da leggere fino alla fine prima di vedere il film attualmente nelle sale!

  6. angelo

    marzo 31, 2016 at 10:17 pm

    Owens non fu certo oggetto di discriminazioni raziali da parte dei tedeschi, ma sicuramente lo fu da parte degli americani bianchi, a Berlino poteva anche far pipì dove la facevano i tedeschi bianchi, in seno alla squadra olimpica americana, la pipì poteva farla solo nei bagni dei neri.
    Quest’uomo è stato vergognosamente strumentalizzato dalla propaganda americana.

  7. giorgio piccoli

    aprile 1, 2016 at 2:42 am

    quello che ha detto jasse owens e giustissimo ed avuto un grandissimo coraggio e carattere a denunciare queste cose , come si fa un super atleta trattarlo in questa maniera , e farlo morire in poverta e senza nessun riconoscimento nazionale , e poi dicono che gli americani che sono gli altri i razzisti , loro che per secoli hanno trattato i neri peggio delle bestie . con l aiuto degli ebrei ,

  8. Ettore

    aprile 1, 2016 at 6:31 am

    Sî, bell’ articolo, messo al fondo perô. Bisogna avere il coraggio di riscrivere la storia e non demonizzare per partito preso.

  9. Stefano

    aprile 1, 2016 at 8:47 am

    L ignoranza degli uomini e’ infinita ,purtroppo solo con l umiltà e la conoscenza delle altre culture puoi capire che la stupidità e l’intelligenza nn hanno colore ne’ razza . Ma è’ insita dentro di noi ed è’ generata spesso e in tutto il mondo dal denaro e nn dal colore della pelle

  10. Angelo

    giugno 24, 2016 at 1:12 am

    Unica domanda: se effettivamente trovava sbagliato il comportamento razzistico all’interno degli Stati Uniti di quel tempo, non fu contraddittorio (al di là degli asti personali) sostenere il partito Repubblicano?

    Detto questo, che Hitler l’abbia presa con filosofia o meno, è stata comunque una batosta per l’ideologia nazista… e quanto accaduto contraddiceva quanto dichiarato fino a quel momento da Hitler e dalla sua ideologia.

  11. ALESSANDRO

    agosto 6, 2016 at 5:26 pm

    scusate ma…… dato che è accertato, che i fatti non si svolsero come nelle “leggenda” ……ma che si svolsero diversamente, come da AUTOBIOGRAFIA…. non vi fa strano, che si faccia un film, sulla vera storia di jesse Owens, e ancora non la si racconta correttamente?…. ma dico io, di cosa abbiamo ancora paura?Sapere che Hitler , ha avuto un comportamento sportivo….. fa paura?? bah….. misteri

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Federico Turrini: “Quitters never win”. Mi riprendo il tempo che mi è stato tolto

Angela Failla

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Occhi accesi e il sorriso di chi non si è mai arreso. Lo sguardo è fermo, le mani tracciano piccoli segni nell’aria, con una calma quasi surreale. Ma quando indossa la cuffia e si tuffa in acqua sembra quasi un supereroe. Lui è Federico Turrini, 31 anni, toscano, uno dei grandi protagonisti del panorama di nuoto mondiale e attuale capitano della nazionale italiana. Il primo a stupirsi dei suoi successi è stato proprio lui. Con il suo metro e 93 di altezza e la medaglia di bronzo 400 misti agli europei in vasca lunga, si prepara, insieme ai compagni, a dare del filo da torcere alle squadre avversarie nei prossimi Mondiali. Un percorso, il suo, iniziato da piccolino e da allora un crescendo di successi consacrati dalla fascia di capitano. Ma anche un periodo buio, quello della squalifica per doping a soli vent’anni. Ma Federico non si è mai arreso e come recita il tatuaggio sul suo addome: Quitters never win si riprende le sue rivincite e insieme ad esse il tempo perduto.

Nel 2014 ha vinto la medaglia di bronzo in una competizione europea in vasca lunga. Una bella soddisfazione, non è vero?

Le medaglie di bronzo che ho vinto ai campionati europei in vasca lunga sono state sicuramente le emozioni più grandi perché arrivare all’appuntamento estivo, che poi è quello che conclude il ciclo di lavoro che hai fatto durante l’anno, e ottenere quello che avevo prefissato come obiettivo massimo, mi ha riempito di gioia e mi ha anche dato la forza di continuare a lavorare per gli anni successivi.

Nel 2007 durante un controllo antidoping l’hanno trovata “non negativo” e squalificato per due anni. Cosa ha provato?

E’ stato uno dei momenti più difficili della mia vita, anche perché si è trattato più che altro di una ingenuità compiuta ad appena 20 anni. Ho usato un collirio che non pensavo potesse contenere sostanze dopanti. Con me sono stati molto severi perché sono stato costretto ad una squalifica di due anni mentre in casi analoghi le squalifiche sono state diverse. Però, senza voler fare polemica su un capitolo ormai chiuso e ampiamente superato grazie ad altre soddisfazioni che mi ha dato lo sport, devo dire che è stato davvero difficile stare fermo per così tanto tempo senza poter gareggiare. Portare avanti allenamenti senza avere mai una verifica e senza lo stimolo della gara non è facile. Ho avuto una grande forza di volontà. Non nascondo che lì per lì ho anche pensato di smettere di nuotare e fare altro visto che comunque sono sempre andato bene a scuola. Ricordo perfettamente quell’estate: c’erano le Olimpiadi di Pechino, alle quali, ironia della sorte, mi ero pure qualificato. All’inizio non riuscivo nemmeno a vedere le gare. I miei compagni di nazionale mi scrivevano messaggi da laggiù e mi facevano ancora sentire parte di loro. E così qualcosa in me è cambiata. Mi è tornata la voglia di mettermi in gioco. E ho ricominciato ad allenarmi.

E cosa è successo dopo?

Sono stato 14 mesi senza poter competere, allenandomi però tutti i giorni. Quando sono rientrato, mi sono ripreso le mie soddisfazioni. Adesso posso dire di aver una carriera lunga anche perché ho già 31 anni e ancora nuoto. Spero di poterlo fare ancora per un po’ di tempo. Magari se non avessi avuto questo stop, mi piace pensare che la mia carriera si sarebbe conclusa prima. Invece le ho dato più longevità perché mi voglio riprendere il tempo che mi è stato tolto.

Cosa significa essere capitano della nazionale italiana di nuoto?

Essere capitano della nazionale italiana di nuoto è davvero una bellissima soddisfazione, senza dubbio.  Questa qualifica era per me una cosa impensabile! Il capitano viene votato dalla squadra e quindi significa che anche all’interno della squadra la mia figura è riconosciuta e può trasmettere qualcosa ai più giovani. I miei compagni di squadra mi hanno dato fiducia e spero di portare avanti questa carica il più a lungo possibile perché è davvero un bel ruolo. E poi succedere a una figura come quella di Filippo Magnini, che ha fatto la storia del nuoto italiano, è un onore e onere.

Le ha dato qualche suggerimento Filippo Magnini?

Mi sono sentito con Filippo Magnini la sera in cui è uscita la notizia della mia elezione come suo successore e, oltre a complimentarsi, mi ha detto che ero la persona adatta a prendere il suo posto. E questo mi ha riempito di gioia e orgoglio. Mi ha anche dato un po’ di consigli su come interfacciarmi con l’ambiente e su come fare il mediatore tra gli atleti e lo staff.  Ho cercato di fare tesoro dei suoi consigli.

E’ fidanzato con la nuotatrice Chiara Masini Luccetti, che abbiamo intervistato, un po’ come è stato tra Federica Pellegrini e Filippo Magnini, sono tante le coppie di atleti che condividono storie d’amore e allenamenti, non trova?

Il nuoto è uno sport dove maschi e femmine fanno le stesse identiche cose, non c’è divisione come invece può esserci in altri sport. Nuotatori maschili e femminili fanno esattamente gli stessi allenamenti, passano le stesse ore di palestra e quindi è facile che si creino dei legami. Con una persona al di fuori del nostro ambiente non credo sarebbe così facile. Ci assentiamo per grandi periodi e siamo costretti anche a parecchie rinunce soprattutto nel periodo di gara, di conseguenza stare con una persona che condivide le tue stesse passioni e stile di vita è più facile. Una persona che conduce una vita diversa dovrebbe comunque, in qualche modo, adattarsi o sacrificarsi.

Galeotta è stata la piscina, possiamo dirlo?

Hai perfettamente ragione. Io e Chiara ci siamo conosciuti durante un collegiale in Sudafrica perché lei si era aggregata alla nostra squadra per fare un periodo di allenamento insieme a noi e da lì tra una cosa e un’altra è iniziata la nostra storia d’amore. Adesso sono 5 anni che stiamo insieme.

Un aggettivo per definire la sua fidanzata?

Chiara è estremamente talentuosa e anche abbastanza testarda. Per questo mi piace da impazzire.

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