Connettiti con noi

Calcio

Italia-Svezia, “Perdiamo tutti”: analisi (logica) dell’intervista più discussa del momento

Lorenzo Semino

Published

on

Strumentalizzare e definire macchiate di semplice razzismo le parole di un tecnico spesso fuori dagli schemi, che ha fatto dell’istrionismo di fronte alle telecamere un punto di forza, sarebbe probabilmente eccessivo. Proprio Sandro Pochesci rischia oggi, stando a quanto riportato dal Corriere della Sera, un deferimento per slealtà sportiva. “Sono un tifoso, purtroppo o per fortuna, nato nel ’63 che vorrebbe rivedere la Nazionale al Mondiale, ma non volevo offendere nessuno” ha peraltro dichiarato il giorno successivo, aggiungendo come “magari qualche giocatore si troverà in disaccordo con le mie parole e farà di tutto per smentirmi”.

Cerchiamo di analizzare, a poche ore dalla gara storica e decisiva di San Siro contro la Svezia, quel che il tecnico romano ha messo a nudo servendoci di analogie e citazioni.

“Oltre ad aver perso da una squadra di profughi, ci siamo fatti menare. Una volta l’Italia menava e vinceva, oggi ci menano e piangiamo”.

Prima un doveroso passo indietro, perché aver utilizzato il termine “profughi” ha generato un domino di reazioni e indignazione che forse avrebbe potuto essere evitato. A guardare la nazionale che ci ha sconfitto a Stoccolma, i giocatori con doppio passaporto non sono poi così tanti come la dichiarazione di Pochesci potrebbe far pensare. Martin Olsson, di madre keniota, Durmaz e Thelin sono gli unici oriundi – non profughi – in una squadra decisamente tendente al biondo.

Detto questo, anche il presidente americano Donald Trump ha criticato l’altissimo numero di siriani presenti nel paese nordico per eccellenza. Pochesci, definendo la Svezia una “squadra di profughi”, avrà probabilmente pensato anche a Zlatan Ibrahimovic, che da solo vale per dieci ed ha trascinato i gialloblù in tutte le competizioni per anni. Peraltro senza grandi soddisfazioni.

Per spiegare il significato della frase “oggi ci menano e piangiamo” basta invece una fotografia, quella spinta di Berg a Chiellini, che viene spostato di qualche metro e colpisce di striscio Buffon in uscita: le ferventi proteste per un fallo in attacco, dettato da semplice foga agonistica, sono servite a qualcosa? Giudicando il risultato, difficile dare torto a Pochesci.


 

“Le primavere sono fatte tutte da stranieri, mentre il calcio deve esser fatto dagli italiani, altrimenti ogni mese esce un oriundo. Andassero a prendere i giocatori dalla Lega Pro…anche perché una squadra di Lega Pro avrebbe vinto contro la Svezia”.

Capitolo Primavera: il discorso ha senza dubbio un fondamento, basti osservare gli attacchi delle grandi squadre italiane che cercano spesso altrove il talento e la fantasia. Prendendo come esempio la sfida Primavera fra Inter ed Hellas Verona, i giocatori “stranieri” in campo erano ben 10 su 22. Stranieri che molto spesso sono perfettamente integrati in Italia, paese adottivo per cui darebbero tutto. Sicuri che si tratti solamente di un problema nel sistema?

In rose che si aggirano intorno ai 30 giocatori, si va dal 35% di stranieri nell’Inter al 17% del Sassuolo, dal 28% rossonero al 21% del Genoa 4° in classifica. La capolista Atalanta ha 5 giocatori non italiani su 27 componenti della rosa, di cui fa parte proprio uno svedese. Eccezion fatta per le due milanesi, quindi, la critica lanciata da Pochesci non può esser presa per vera indiscriminatamente. Anche osservando il regolamento relativo alla registrazione delle rose e ai giocatori cresciuti nel vivaio, in Italia l’ingresso di giovani azzurrini nel calcio dei grandi è più controllato di quanto possa sembrare. Senza contare che Paul Pogba e Alvaro Morata sono cresciuti e stanno crescendo all’estero, sintomo di come star lontani da casa non è sempre un fattore negativo.

A questa nazionale, forse, servirebbero proprio Zaza e Gabbiadini in campo. Magari Zappacosta, forse persino Balotelli. Il capitolo sugli oriundi è troppo complicato, motivo per cui verrà chiuso.

Sul fatto che una squadra di Lega Pro potesse sconfiggere la Svezia i dubbi sono ancora più grandi. Forse la sua Ternana avrebbe messo sul campo più grinta, su questo molti si troverebbero d’accordo.

 “Se vedo che la mia squadra ha paura mi faccio da parte e lascio a uno più coraggioso”

 Venendo subito al destinatario dell’accusa, ovvero Gian piero Ventura, difficile pensare che un addio prematuro potesse cambiare qualcosa in positivo. Certo, incaponirsi su moduli e idee calcistiche divenute improvvisamente prevedibili e fuori luogo dopo la disfatta in Spagna, non sembra essere stata la giusta tattica, va però ricordato come già alla vigilia dell’inizio delle qualificazioni pensare ad un primo posto fosse quasi proibitivo. La differenza sostanziale? In estate si faceva riferimento allo strapotere tecnico della Spagna e non ad una possibile delusione azzurra, cosa che invece si sarà verificata in ogni caso, qualificazione o meno. Ecco che l’Italia è così diventata di colpo una nazionale priva di tecnica ed insicura, proprio la stessa che due anni fa stupiva agli Europei contro Belgio, Spagna e Germania. Quello “più coraggioso” sarebbe Antonio Conte? Ad ogni modo, le dimissioni di Ventura avrebbero generato un terremoto con più danni che vantaggi. Aver deciso di restare in sella con uno spogliatoio in ebollizione, se non come segno di debolezza, può anche esser visto come una scelta coraggiosa. Fare solamente due sostituzioni in 90’ è stato invece un segno di debolezza.

“Perdiamo tutti, noi addetti ai lavori e voi giornalisti”

Frase ancora una volta da analizzare più profondamente. Gli amanti della tattica troverebbero un preciso numero di ragioni che hanno portato alla sconfitta in ogni gara sotto la gestione Ventura, a dimostrazione di come a perdere siano stati solamente i giocatori impegnati sul campo. Visto che “il calcio non è sempre una scienza esatta”, vale la pena ampliare il cerchio come fatto da Pochesci: se si fa riferimento a quel filone di personaggi e quotidiani sportivi che si sono – giustamente o meno, poco importa – schierati dalla parte di chi cerca di esautorare l’allenatore attualmente in carica, anziché spronare fino al termine degli spareggi, ecco che una sconfitta sul campo sarebbe molto amara davvero per tutti.

Anche spostandosi alla stessa distanza da Ventura e dalla squadra, il risultato non cambia: come scritto dal nostro direttore, “il confine della tracotanza con la paura si è fatto davvero sottile”. Paura, paura di perdere, di perdere tutti.

“Quando giochi con la paura ti fai autogol”

 Frase che ha fatto drizzare le orecchie a molti ascoltatori, trovatisi nuovamente di fronte alla deviazione che ha spiazzato Buffon nella sfortunata serata di venerdì. Gli autogol storici e decisivi nei derby più famosi e sentiti d’Italia rendono questa frase veritiera e crudele, ancor di più se si paragona la deviazione di De Rossi a quella di Zaccardo contro gli U.S.A. nel 2006.

A proposito di autoreti, ad inizio campionato proprio Pochesci ha visto il suo portiere mettersi il pallone in porta – forse per paura, forse per sfortuna – contro il Venezia di Filippo Inzaghi, uno che con la maglia azzurra ha fatto la storia. Il giocatore in questione è Alessandro Plizzari, giovane promessa in prestito dal Milan, di nazionalità italiana. Questo a dimostrazione di quanto le leggi dello sport vengano riviste quotidianamente e di quanto il calcio sia strano, come urlò Fabio Caressa a Giuseppe Bergomi nel 4-3 fra Liverpool e Borussia Dortmund che riscrisse le regole del calcio. Proprio come ad Anfield, fra Italia e Svezia tutto sarà possibile. Anche passare il turno da sconfitti.

 LEGGI ANCHE: ITALIA FUORI: E CHE APOCALISSE SIA DAVVERO, PER TUTTI

 

 

Calcio

Criptovalute e blockchain: il calcio è pronto all’economia virtuale

Massimiliano Guerra

Published

on

Ormai i Bitcoin sono entrati nel nostro gergo quotidiano. Molte persone ancora non lo conoscono e ancora fanno fatica a comprenderne il meccanismo. Il Bitcoin è solo una delle tante criptovalute (monete virtuali) che sono presenti nel mercato borsistico mondiale. Cosa c’entra questo discorso con lo sport? C’entra e come perché i Bitcoin e le criptovalute in generale stanno entrando, pian piano, anche nello sport.

I TOKEN DI JUVE E PSG

E’ notizia di ieri l’accordo di partnership raggiunto dalla Juventus con la piattaforma specifica per lo Sport Socios.com che utilizza la tecnologia blockchain. Il progetto prevede il lancio di uno Juventus Official Fan Token, con l’obiettivo di avvicinare la sterminata fan base bianconera al mondo societario della Vecchia Signora. Infatti, attraverso questi token, la cui emissione è prevista per il 2019, sarà possibile per chi ne possiede interagire direttamente nella vita del club, potendo partecipare attivamente ad alcune scelte della Juventus attraverso sondaggi e votazioni. Per poter avere i token della Juventus sarà necessario acquistarli solo su Socios.com attraverso il Chiliz ($CHZ), token nativo della piattaforma. La scelta di puntare forte sul digitale della Juventus fa eco a quella di qualche giorno fa intrapresa anche dal Paris Saint Germain. Anche il club francese infatti è entrato in partnership con Socios.com. L’obiettivo generale è quello di massimizzare l’interazione del tifoso con la società e offrire esperienze uniche, oltre a rendere il settore al passo con i tempi digitali che stiamo vivendo e che vivremo.

REAL MADRID PIONIERISTICO- Il primo piccolo passo è stato già fatto dal Real Madrid. Il club spagnolo è il primo ad accettare i Bitcoin come forma di pagamento. Da gennaio sarà possibile pagare il tour del Santiago Bernabéu utilizzando la criptomoeneta, grazie ad una storica quanto importante partnership con l’agenzia turistica 13Tickets. Il club Campione d’Europa e del Mondo è stato il primo ad adottare la modalità di pagamento, ma la società responsabile del sistema intende implementarla anche nell’altra rivale della capitale spagnola, l’Atletico Madrid. La 13Tickets sarebbe in trattative avanzate per consentire pagamenti in Bitcoin per le visite al Wanda Metropolitano. Attualmente i visitatori che vogliono effettuare un pagamento “normale” pagano 18 euro per il tour. Dato che una criptovaluta ha un valore che cambia nel tempo, è chiaro che il Real Madrid e la 13Tickets dovranno poi rendere più chiare quali tra le innumerevoli esistenti saranno accettate e come potranno avvenire i vari pagamenti.

SCOMMESSE IN BITCOIN- Sembra incredibile ma già da qualche anno all’estero, in particolare negli Usa e in Gran Bretagna, è possibile scommettere con i Bitcoin. Sono tanti i siti che accettano la criptovaluta per aprire conti e piazzare scommesse. Come i normali conti online è possibile giocare online senza alcun tipo di restrizione. Un’innovazione molto affascinante ma che potrebbe dare il via a speculazioni e modalità non del tutto trasparenti. Già con i metodi tradizionali è molto difficile poter controllare un mercato globale e molto complesso come quello delle scommesse, figurarsi con una moneta virtuale. Le informazioni sulle transazioni di Bitcoin sono raccolte pubblicamente e custodite in modo permanente, in modo che chiunque possa vedere il bilancio e le transazioni di qualsiasi indirizzo Bitcoin. Tuttavia, l’identità dell’utente che si cela dietro un indirizzo resta ignota, finché l’informazione non viene rivelata durante un acquisto o in altre circostanze. Dunque quanto potrebbe essere facile tracciare i flussi delle scommesse? Sarebbe possibile fermare o capire i flussi anomali sulle partite? Queste sono solo alcune delle domande che una applicazione più capillare dei Bitcoin alle scommesse potrebbero porci davanti. Non resta quindi che attendere e osservare se veramente queste criptomonete possano impadronirsi anche del mercato delle scommesse, solo allora veramente il problema della loro reale applicazione al betting potrà concretizzarsi.

Continua a leggere

Calcio

Quando lo stadio è un’astronave

Nicola Raucci

Published

on

Isola di Hokkaidō ( 北 海 道 ), la più settentrionale dell’arcipelago giapponese. Capoluogo della prefettura è Sapporo (札幌市), città di oltre 1.9 milioni di abitanti, nota a livello mondiale per le Olimpiadi invernali tenutesi nel 1972, per la prima volta in terra asiatica. Sapporo è una città recente e moderna, in cui muoversi risulta incredibilmente facile. I grattacieli del centro illuminato di Susukino ( す す き の ) si stagliano sui tradizionali edifici nipponici dei sobborghi. Prendendo la Linea Tōhō (東豊線) alla stazione di Ōdōri (大通駅), snodo metropolitano principale, all’interno del omonimo parco alberato dalle numerose fontane, si arriva in una decina di minuti al capolinea di Fukuzumi (福住駅). Una breve camminata sul lungo viale della periferia tra i concessionari d’auto e si giunge ai piedi di quella che sembra una gigantesca astronave dal guscio metallico: il Sapporo Dome (札幌ドーム).

Il Sapporo Dome (soprannominato Hiroba, “piazza”) è uno stadio polivalente progettato dall’architetto Hiroshi Hara per il Mondiale di calcio del 2002. Inaugurato, dopo tre anni di lavori, il 3 giugno del 2001, ha ospitato tre incontri della fase a gironi della manifestazione: Germania – Arabia Saudita 8-0, Italia – Ecuador 2-0 e Argentina – Inghilterra 0-1. Rinnovato nel 2009, è tuttora un impianto avveniristico e innovativo. Situato sul versante collinare di Hitsujigaoka, si estende su un’area di 97.503 m² e ha una capienza generale di 41.484 spettatori. Risulta essere l’unico a livello internazionale ad avere sia una copertura totale, la cupola (Dome), sia un terreno di gioco scorrevole che viene traslato dallo spazio esterno all’interno mediante l’utilizzo del primo sistema di sollevamento ad aria al mondo. Ospita in modo particolare le partite in casa della squadra di calcio dell’Hokkaido Consadole Sapporo (北海道コンサドーレ札幌, club della massima serie giapponese, la J1 League) e della squadra di baseball degli Hokkaido Nippon Ham Fighters ( 北 海 道 日 本 ハ ム フ ァ イ タ ー ズ , formazione che milita nella Pacific League della NPB, Nippon Professional Baseball). Nello spazio esterno è situato il campo da calcio mobile in erba naturale, mentre all’interno vi è il campo da baseball in sintetico.

Prima di una partita di calcio il campo esterno viene spostato dentro l’impianto e prende il posto del terreno di gioco del baseball. Durante il processo di traslazione le gradinate nella parte inferiore ruotano per adeguare la configurazione degli spalti alla forma del campo. Il posizionamento dei posti a sedere negli anelli superiori è ellittica per garantire linee di visione ottimali agli spettatori. Questa possibilità di mutare la disposizione permette all’impianto di ospitare un gran numero di eventi, variando capienza (da 30.000 a 53.796 spettatori) e area dell’arena interna. Il Dome ha ospitato le cerimonie di apertura e chiusura dei Campionati mondiali di sci nordico nel 2007 e la cerimonia di apertura dei Giochi asiatici invernali del 2017. È il primo impianto al mondo in cui si sono tenuti eventi indoor e in notturna di sci. Nello stadio si sono svolte poi le super speciali del Rally del Giappone 2008 e 2010. Inoltre, sarà uno degli impianti della Coppa del Mondo di rugby del 2019 nel Paese del Sol Levante. Uno stadio ricco di attrazioni, utilizzato nel corso di tutto l’anno. Strutturato su quattro piani più due sotterranei, offre un ambiente accogliente. Non solo ristoranti, negozi di merchandise ufficiale e bento stands ma anche un parco giochi, una sala pesi e un punto panoramico a 53 m di altezza: una struttura cilindrica di vetro sospesa fuori dalla cupola che regala una vista mozzafiato dello skyline di Sapporo e della natura incontaminata ai confini della città. Un luogo dedicato a tutti, fornito di un perfetto impianto di climatizzazione e di ogni comfort, come il WiFi gratuito. Dotato di un ampio parcheggio per 1.700 veicoli, è raggiungibile, oltre che dalla linea della metropolitana, da diverse linee di autobus, con tariffe agevolate per bambini e famiglie.

L’impianto coperto e chiuso permette le manifestazioni sportive in ogni situazione. Difatti, lo stadio è stato creato per far fronte perfettamente alle condizioni climatiche e naturali dell’isola di Hokkaidō. Sapporo è caratterizzata da una grande escursione termica stagionale e gli inverni sono freddi. Preda dei gelidi venti provenienti dalla Siberia, le temperature scendono fino a -15°C e le nevicate sono abbondanti, con una precipitazione media annua di 630 cm. L’isola è inoltre fortemente sismica, basti ricordare il terremoto di magnitudo 8,3 avvenuto nel settembre del 2003. Lo stadio costituisce un punto di riferimento per tutta la gente di Sapporo e, in generale, di Hokkaidō, come dimostra l’annuale appuntamento dei tifosi, ragazzi e anziani, del Consadole che dal 2003 si ritrovano a fine inverno, una settimana prima dell’apertura del campionato di calcio, per aiutare lo staff del club a pulire il campo esterno dalla neve. Un momento rituale in grado di rafforzare il sentimento di appartenenza e il legame comunitario per una società che, pur non avendo grandi pretese di classifica, fa registrare sempre un largo seguito di pubblico. Un’immagine emblematica che dovrebbe far riflettere in particolar modo se confrontata al nostro tifo e ai nostri stadi che fin troppo spesso si fanno specchio della decadenza del movimento calcistico italiano.

Continua a leggere

Calcio

Josef Bican, il più grande marcatore della storia dimenticato per colpa della Guerra

Nicola Raucci

Published

on

Avrebbe compiuto oggi 105 anni Josef Bican, un nome che potrebbe non dire nulla, ma che in realtà rappresenta il più grande marcatore della storia del calcio. La sua gloriosa storia venne dimenticata per colpa della guerra. Ve la raccontiamo.

Ho sentito molte volte la teoria secondo la quale era più facile segnare ai miei tempi. Ma le occasioni erano le stesse anche cento anni fa  e saranno  le stesse anche tra cento anni. La situazione è identica e tutti dovrebbero concordare sul fatto che una occasione dovrebbe trasformarsi in un gol. Se avevo cinque occasioni facevo cinque gol, se ne avevo sette ne segnavo sette”. (it.uefa.com)

Vienna, 1913. La capitale dell’Impero austro-ungarico è una autentica polveriera politico-sociale. Tra le sue strade un pezzo di storia del Novecento: Freud, Stalin, Trockij, Tito e Hitler.

Qui nasce il 25 settembre 1913 Josef Bican, il più grande marcatore di tutti i tempi con 805 goal in competizioni ufficiali e 1468 reti a referto contando anche le amichevoli. Unico giocatore ad aver militato e segnato in tre diverse nazionali.

Un campione quasi del tutto dimenticato, emblema di un momento storico tragico, la cui carriera reca le ferite di un secolo caratterizzato da cambiamenti improvvisi e assurde atrocità. Un giocatore sul quale sono nate leggende, dalle cinquemila reti ai numeri spettacolari in allenamento in cui colpiva dal limite dell’area una serie di bottiglie posizionate sulla traversa.

Figlio di Frantisek, boemo di Sedlice, giocatore dell’Herta Vienna, e Ludmila, viennese di origine cecoslovacca, passa l’infanzia nell’indigenza e nella sofferenza. A otto anni perde il padre, dopo un tremendo scontro di gioco. Il lavoro della madre nel dopoguerra permette la sola sopravvivenza. Il giovane Josef detto “Pepi” corre scalzo dietro il pallone, il suo grande amore. Si forma nelle categorie giovanili dello Schustek e del Farbenlutz e a 18 anni firma il suo primo contratto da professionista con il Rapid Vienna, il club più importante della città.

Con il tempo matura una raffinata sensibilità in entrambi i piedi che ne fanno un finalizzatore spietato,  supportato  da  una  velocità  impressionante  (100  metri  in  10,80  secondi)  e  da una struttura fisica possente (178 cm, 77 kg). Il tutto unito ad una forza di volontà senza eguali.

Il suo stipendio arriva in solo due anni alla considerevole cifra di 600 scellini. A 20 anni, il 29 novembre 1933, esordisce nella nazionale austriaca, il Wunderteam. L’anno successivo partecipa ai Mondiali italiani e segna una rete decisiva ai supplementari degli ottavi di finale contro la Francia. In totale con la maglia austriaca disputa 19 incontri con 14 reti a referto. Nel 1935 lascia il Rapid Vienna, con all’attivo 68 reti in 61 presenze, un campionato e un titolo di capocannoniere. Si trasferisce al SK Admira Vienna dove continua a vincere e segnare: due campionati (1936, 1937) e 22 goal in 31 partite.

Nel 1937 va in Cecoslovacchia allo Slavia Praga. Lascia l’Austria ormai vicina all’Anschluss e sfugge al regime nazista, rifiutando di vestire la maglia della Germania. Ritorna nella sua terra d’origine, nella quale era solito trascorrere le vacanze estive in tenera età. Prende la cittadinanza ma non può giocare i Mondiali del 1938 con la selezione cecoslovacca per un cavillo burocratico. Farà il suo esordio il 7 agosto 1938, mettendo a segno una tripletta contro la Svezia.

In seguito all’occupazione nazista, veste la maglia del nuovo Protettorato di Boemia e Moravia. Il12 novembre 1939, nel match dal roboante risultato di 4-4 tra Boemia-Moravia e Germania, Josef mette a referto 3 reti, diventando il  primo e finora unico giocatore ad aver segnato con tre nazionali diverse.

Bican è fin da subito il simbolo della polisportiva dello Slavia Praga, senza dubbio la squadra della sua vita. I tifosi estasiati lo chiamano “il cinico”. Negli undici anni in cui milita tra le fila dei Červenobílí segna 385 goal in 204 partite di campionato, vince 4 campionati di Boemia-Moravia (1939-40, 1940-41, 1941-42, 1942-43), un campionato cecoslovacco (1946-47), 3 Coppe di Cecoslovacchia (1941, 1942, 1945), una Mitropa Cup (nel 1938, capocannoniere con 10 goal) e

10 titoli di capocannoniere (6 del campionato di Boemia-Moravia nel 1938-39, 1939-40, 1940-41,1941-42, 1942-43, 1943-44 e 4 del campionato cecoslovacco nel 1937-38, 1945-46, 1946-47 e 1947-48).

Al termine della seconda guerra mondiale molte squadre europee, tra cui la Juventus, lo desiderano. “Pepi” male informato rifiuta il trasferimento in Italia in quanto teme l’avvento di un governo comunista. Sorte che invece tocca proprio alla Cecoslovacchia. Difatti, nel 1948 il partito comunista, con l’appoggio dell’Unione sovietica, prende il potere. Come già fatto nei confronti del nazismo,  rifiuta  di  aderire  al  partito.  Per  tale  ragione  Bican  e  la  sua  famiglia  vengono emarginati e subiscono il sequestro di diverse proprietà.

Per migliorare la sua reputazione di fronte al regime lascia lo Slavia Praga, club di tradizione borghese, e firma per il Sokol Vítkovice Železárny, squadra delle acciaierie di Ostrava con un largo seguito popolare. Vi milita per tre anni, vincendo l’ennesimo titolo di capocannoniere nel 1950. Successivamente, si trasferisce in seconda divisione allo Škoda Hradec Králové, disputando solo pochi incontri. Su pressione del partito comunista è infatti costretto a lasciare la squadra per la sua crescente e pericolosa popolarità tra la popolazione locale.

Nel 1953 ritorna allo Slavia Praga, rinominato allora in Dynamo Praga, dove gioca fino a 42 anni, con 29 presenze e 22 goal. A fine carriera, nel 1955, nessun onore gli è concesso e viene mandato a lavorare come operaio alla stazione ferroviaria di Holešovice.

Intraprende poi la carriera di allenatore senza particolare fortuna. Muore il 12 dicembre 2001 a Praga, a 88 anni. Ricordato come uomo umile ma sicuro di sé, è stato sempre lontano dalle ideologie totalitarie del tempo. Venerato dal pubblico e osteggiato dai poteri forti, Josef “Pepi” Bican ha scritto soprattutto negli anni bui della seconda guerra mondiale pagine leggendarie di storia del calcio, forse per questa ragione dimenticate troppo in fretta.

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication