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“Indro al Giro”: Cronache sportive dell’Italia strapaesana

Andrea Muratore

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Il 22 Luglio 2001 moriva Indro Montanelli, uno dei giornalisti più stimanti della Storia italiana. tra i suoi lavori più apprezzati non possiamo dimenticare il racconto del Giro d’Italia, narrato in maniera unica e specchio autentico del Belpaese di quegli anni.

Più che una collezione di articoli d’annata, un’antologia di racconti, una raccolta di istantanee dal passato che ci consentono di gettare uno sguardo sull’Italia rinascente attraverso la narrazione del suo più caratteristico evento sportivo. È difficile definire con precisione “Indro al Giro”, libro curato dal giornalista de “La Gazzetta dello Sport” Andrea Schianchi che raccoglie al suo interno le corrispondenze redatte da Indro Montanelli nel corso della sua esperienza da inviato del “Corriere della Sera” alle edizioni 1947 e 1948 del Giro d’Italia. Il libro getta un ponte sul passato, consente di leggere attraverso le parole del grande giornalista di Fucecchio le emozioni, i sentimenti e le aspettative di un’Italia che viveva i difficili anni della ricostruzione, materiale e morale, dopo i lutti del secondo conflitto mondiale e riconosceva nel Giro uno straordinario fattore di unità nazionale.

In tal modo lo interpretò anche lo stesso Montanelli che, relegato alla cronaca sportiva e tenuto in quegli anni distante dall’attualità politica a causa dell’antica adesione al fascismo, ebbe modo di offrire attraverso le sue corrispondenze la sua opinione non solo sull’andamento della corsa ma anche, e soprattutto, sulla realtà a lui contemporanea. Come sottolinea lo stesso Schianchi nella sua introduzione: “Montanelli non si ferma alla superficie, approfitta del Giro per raccontare l’Italia […] non nascondendosi dietro la facile retorica e sempre esprimendo giudizi che, il più delle volte, e nel perfetto spirito del personaggio, sono controcorrente”. Risulta ordinario per i lettori del libro imbattersi in numerosi paragoni tra gli eventi e i protagonisti della “Corsa Rosa” e i personaggi e gli accadimenti della storia italiana ed internazionale del tempo, in digressioni personali di Montanelli riferibili a esperienze della sua esistenza ed in ritratti a tutto tondo dei corridori, analizzati sul piano umano ancor prima che su quello atletico.

Indirettamente, Montanelli trova sempre il modo di esprimere il proprio parere sulle grandi questioni che appassionavano la vita pubblica del paese, esprimendo ad esempio il proprio apprezzamento per Saragat definendo il Giro una “festa socialdemocratica”, ovvero una “perenne domenica”, o sottolineando la grande considerazione nei confronti del leader democristiano Alcide De Gasperi attraverso il paragone con Gino Bartali, l’atleta da lui maggiormente ammirato, come si evince dai diversi apprezzamenti rivoltigli in diversi degli articoli raccolti nel libro.

Leggendo “Indro al Giro” si può gettare uno sguardo diretto sul volto strapaesano dell’Italia, componente essenziale e troppo spesso disconosciuta della realtà nazionale, che nelle edizioni 1947-1948 del Giro ebbe modo di palesarsi non solo nei paesi trepidanti per l’arrivo dei corridori ma anche tra i suoi protagonisti stessi. Accanto a personaggi degni di un capolavoro neorealista come il caporalmaggiore dei bersaglieri Carlo Regina, assiduo pedalatore che seguì l’intero dispiegarsi della carovana rosa nel Giro 1948, o il giovane che Montanelli descrive nell’atto di salutare il passaggio della corsa sul Passo della Porretta levando al cielo un gigantesco pollo allo spiedo, trovano il loro spazio nell’antologia strapaesana anche uomini come il “gregario anarchico” Menon, preso particolarmente in simpatia da Montanelli, o il battagliero triestino Cottur, alfiere della città-simbolo per eccellenza delle divisioni del dopoguerra italiano.

Da Trento a Napoli, il viaggio di Montanelli al seguito della “Corsa Rosa” offrì dunque gli spunti necessari al futuro fondatore del “Giornale Nuovo” per conoscere e comprendere appieno la realtà italiana a lui contemporanea, e rappresentò una palestra formativa di assoluta eccellenza per la crescita di colui che è universalmente riconosciuto come il più grande giornalista italiano del Novecento. “Indro al Giro” consente di conoscere questo periodo per lui cruciale e di pedalare simbolicamente nel passato d’Italia, viaggiando nell’Italia di Coppi e di Bartali attraverso le cronache di un narratore senza eguali, le cui corrispondenze raccolte hanno dato vita a uno dei libri più originali del 2016, imperdibile per tutti coloro che sono appassionati al genere della letteratura sportiva.

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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