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Calcio

Referendum Catalogna, un anno dopo: perché il Barca non sarà mai indipendente dalla Liga

Matteo di Medio

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Ad un anno dal referendum, torna al centro della cronaca la questione catalana. Manifestazioni e cortei si sono susseguiti in tutta la regione. Ma se l’Indipendenza politica può essere un sogno coltivabile, per quanto riguarda il calcio sembra essere uno scenario del tutto improbabile. Ecco perché.

Che i catalani non si sentissero pienamente spagnoli lo sapevano anche i sassi. E non c’è bisogno di essere conoscitori delle politiche interne al Regno di Filippo VI. Basterebbe accendere la televisione. Sono anni, infatti, che la massima espressione “pop” dell’indipendentismo, il Barcellona (e i suoi tifosi), fa di tutto per farcelo notare. Televisioni, stampa e giornalisti fanno di tutto per non farcelo dimenticare. Ad un anno dal Referendum disconosciuto dal Governo centrale di Madrid, la questione è finita di nuovo al centro della cronaca, con manifestazioni e mobilitazioni in tutta la Catalogna durante il fine settimana appena trascorso. Una situazione che sottolinea ancora una volta un desiderio, per una cospicua parte del popolo catalano, di un cambiamento che è atteso da tempo immemore. Cambiamento che però non riguarderà certamente l’aspetto calcistico della vicenda, perché, se indipendenza dalla Spagna sarà, indipendenza dalla Liga spagnola non sarà. Inimmaginabile veder giocare il Barca in un campionato catalano composto da Espanyol, Girona e compagnia cantante e una Liga one man show con il Real Madrid campione di Spagna in vestaglia e ciabatte, per tutti i secoli dei secoli a seguire.

Il problema grande però riguarderebbe il dover gestire la sopraggiunta condizione con la Fifa e la Uefa per il riconoscimento della Federazione Calcio Catalana, cercando di ottenere il lascia passare per la partecipazione dei club alla Champions League e all’Europa League e a questo punto anche della Catalogna all’Europeo, ai Mondiali e alla contorta Nations League. Campa cavallo. Fa prima ad esordire il figlio di Leo Messi. E anche se lo scorso anno di questi tempi il capo dello Sport Spagnolo così come quello della Federazione tuonarono contro il referendum, lanciando l’anatema dell’esclusione del club dal Campionato in caso di Indipendenza, è davvero utopistico pensare che l’Estelada non possa continuare a sventolare in tutti gli stadi di Spagna.

Senza contare poi che all’interno della comunità (già) autonoma non tutti sono per la fuga, anzi, e a risentire del divorzio dovranno per forza di cose essere anche i club che pur difendendo la propria identità non hanno mai manifestato questa intolleranza alla corona reale, vedi Espanyol che è tutto tranne che indipendentista. La grande spinta per la salida viene sostanzialmente solo dal Barcellona e la sua tifoseria. E le manifestazioni sono sotto gli occhi di tutti sia allo stadio che non, trasformando il club di Bartomeu nel braccio armato (di pallone) della propaganda indipendentista in uno scenario condensabile con un “Barca contro tutti”.

La faccenda, però, è molto più intricata di quello che sembra. E anche se i rapporti tra il Governo centrale e la città sono ai minimi storici e ogni volta che si incontrano Real e Barca succede l’impossibile, il tutto non si risolverà certamente con un Adiòs o un Adèu. Barcellona e Liga dovranno necessariamente abbracciarsi in una convivenza che è simile ai matrimoni combinati che quasi non si vedono più. La creazione di un campionato di Catalogna (che nessuno avrà voglia di guardare) e l’allontanamento di Messi e i suoi fratelli produrranno una reazione a catena da evitare esattamente come fa una coppia di sposi che non si può permettere il divorzio. Continuano ad odiarsi ma guardano la televisione insieme. E proprio come nei matrimoni combinati l’unico amore che li tiene uniti è quello per i soldi o la paura di perderli. L’uscita dalla Liga avrà un impatto degno di un asteroide lanciato a tutta velocità verso quello che è considerato uno dei, se non il, campionato migliore d’Europa. E se è vera questa definizione molta parte del merito è proprio del Barca, che insieme al Real Madrid spadroneggia da anni (anche in Europa), condendo egregiamente un bel buffet ricco di ingredienti che fanno tanto gola ai soliti diritti tv e sponsor, che poi sono quelli che pagano, quindi comandano. E il crollo dell’appeal della Liga è naturale conseguenza qualora gli azulgrana facessero il famoso passo di lato. Questo la Liga lo sa bene e altrettanto bene sa quanto peso economico ha la figura di Messi nel campionato, tanto più adesso con l’addio di Cristiano Ronaldo e prima ancora di Neymar. I tre che hanno monopolizzato completamente l’attenzione di tutti, dagli addetti ai lavori fino ai bambini in fila per una maglietta. Tanto che le dichiarazioni dello scorso anno sull’eventuale espulsione dei blaugrana dalla competizione sembrarono più un tentativo per far desistere dal votare per l’indipendenza il nutrito popolo barcellonista piuttosto che una reale intenzione.

Ma se è vero che il campionato non può permettersi di salutare con lo Champagne il Barcellona, è altrettanto legittimo pensare che lo stesso club voglia far tutto tranne che preparare le valigie. E se non basta più neanche il blasone, vedi la questione Neymar, figuriamoci quanto sarà difficile trattenere, o anche semplicemente comprare, i campioni che avranno come prospettiva quella di andare a giocare nei campi sperduti della bellissima Catalogna e finire nelle brevi sport del giornale locale. In aggiunta verrebbe a mancare anche la ricca fetta degli introiti che simbioticamente la Liga riversa nella casse blaugrana. Che a loro volta foraggiano le casse cittadine (1,2% del Pil). Un ecosistema che andrebbe distrutto. Messi correrà all’aeroporto mezz’ora dopo la decisione e con lui gli altri giocatori, gli sponsor milionari, l’attenzione mediatica, la Champions e la fortuna del Barcellona. In pratica sparirebbe uno dei club più prestigiosi della storia del calcio, relegato a fare i 100 a 0 contro le povere squadre che dovranno portarsi l’abaco in trasferta. A meno che non si voglia fare come con Andorra, le cui squadre hanno garantita la possibilità di partecipare ai campionati spagnoli per decisione della Federazione. Ma questa è solo un’ipotesi e non è detto che venga applicata.

Altro discorso poi è la Nazionale. L’invincibile Armada che ha vinto tutto quello che poteva vincere era ed è composta da giocatori nativi della Catalogna che acquisiranno lo status di cittadino straniero e dovranno rinunciare per sempre alla Roja e la Roja a loro. E se è noto a tutti che nello spogliatoio si tirano i coltelli ogni volta che si riuniscono per una qualsiasi partita, è altrettanto vero che difficilmente il gruppo catalano sarà contento di dire no ad una cassa di risonanza tanto ampia come i Mondiali o gli Europei. Viceversa le Furie Rosse non vorranno privarsi dei loro big. La convivenza continuerà ad essere forzata così come continueranno le prese di posizione dei vari interpreti, primo fra tutti l’integralista Piquè che si spese platealmente a mostrare il suo lato più indipendentista, come il dito medio alzato durante l’inno che va di pari passo con le coppe alzate in maglia spagnola ma anche con quelle di club come la Copa del Rey, trofeo monarchico per eccellenza.

Insomma, se Maometto non va alla Montagna, la Montagna va da Maometto. E se pure la Montagna non vuole fare tutto quel tragitto si accorderanno per un incontro a metà strada. Indipendenza o meno, il Barcellona e i suoi tifosi continueranno a rivendicare legittimamente il loro dissenso ma a finire nel prime time della Liga e quest’ultima continuerà legittimamente a lamentarsi e a contare i soldi dei diritti tv e sponsor derivanti da questa permanenza. Come nei matrimoni combinati. O di convenienza, per l’appunto. Tutti infelici e scontenti. Ma molto, molto ricchi.

Perché la Catalogna non sarà Spagna, ma di sicuro il Barcellona lo sarà per sempre.

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Lev Yashin: storia dell’invincibile Ragno Nero

Nicola Raucci

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Il 22 Ottobre 1929 nasceva Lev Yashin, fenomenale portiere russo, unico estremo difensore ad aver vinto il Pallone d’Oro. Per celebrarlo vi raccontiamo la sua incredibile storia.

Scorrendo l’albo dei vincitori del Pallone d’oro, si legge il nome di un solo portiere: Yashin, anno 1963. Per tutti era il Ragno Nero, per via di quella uniforme scura che indossava e di quelle braccia lunghe dotate di mani magnetiche in grado di rendere la porta inviolata in ben 270 occasioni. Lev Ivanovich Yashin (Лев Иванович Яшин) nasce a Mosca il 22 ottobre 1929 da una famiglia di classe operaia. A 6 anni perde la madre per tubercolosi e già all’età di 14 anni, durante la Seconda guerra mondiale, è costretto ad andare a lavorare in una fabbrica per componenti aeree al fine di contribuire allo sforzo bellico del Paese. Quel ragazzone alto sogna di diventare un grande attaccante di calcio ma ha dei riflessi felini ed afferra ogni oggetto che gli viene lanciato. Sotto l’egida del padre, Yashin affina così le sue doti di portiere.

Sono anni terribili, si mangia solo ciò che si trova e il giovane Lev sviluppa un’ulcera. Le condizioni di salute peggiorano ed a 16 anni è in cura in un sanatorio sul Mar Nero. Nel 1947 ritorna nella capitale per il servizio militare dove le sue qualità sportive non passano inosservate. Nel 1949 viene invitato ad unirsi alle giovanili di calcio della polisportiva del Ministero degli affari interni, la Dinamo Mosca. L’esordio è da incubo. Amichevole contro il Traktor Stralingrado, il portiere avversario rinvia la palla che, con il favore del vento, giunge fino alla porta di Yashin. Lev va incontro alla sfera con le mani protese in alto nello stesso momento in cui uno dei difensori sopraggiunge per respingere. Scontro fortuito e palla in rete. Risate generali e carriera che inizia con il piede sbagliato. Altra partita e seconda occasione che arriva al momento di sostituire il portiere titolare, la Tigre Aleksej Khomich, a tre minuti dalla fine. La Dinamo è in vantaggio 1-0 e il compito per Yashin dovrebbe essere facile. Ma accade di nuovo, palla alta, Lev esce e si scontra con un compagno, 1-1. La dirigenza è infuriata e vuole Yashin fuori rosa. Il portiere ottiene una terza e ultima possibilità contro la Dinamo Tblisi. Finisce 5-4 per la Dinamo Mosca, con 4 goal del Tblisi in dieci minuti. Yashin viene perciò definitivamente allontanato e la carriera calcistica sembra arrivata prematuramente al capolinea.

Tuttavia, Lev continua ad allenarsi senza tregua in attesa di una nuova chance. Per un periodo passa ad essere portiere nella squadra della Dinamo Mosca di hockey su ghiaccio, vincendo la Coppa sovietica nel 1953. Convocato dalla nazionale per i Mondiali di hockey del 1954, rifiuta la chiamata sognando ancora il ritorno al calcio. La svolta arriva nello stesso 1954, a seguito dell’infortunio di Khomich, la Dinamo Mosca lo richiama tra i pali di un campo di football. Da allora difenderà la porta della formazione moscovita in 326 partite, per tutta la sua carriera, e quella della nazionale sovietica in 74 incontri. Ben presto Yashin diventa il Ragno Nero, una leggenda in grado di ipnotizzare tifosi e giocatori avversari. Con la nazionale vince il torneo di calcio alle Olimpiadi di Melbourne del 1956, con solo due reti al passivo, e i primi Europei del 1960 in Francia, battendo in entrambe le occasioni la Jugoslavia in finale. Con la Dinamo centra il campionato sovietico nel 1954, 1955, 1957 e 1959. Ma al Mondiale del 1962 in Cile l’URSS è nuovamente eliminata ai quarti di finale dai padroni di casa, come nel Campionato del mondo del 1958 in Svezia. Yashin dà prova di una prestazione deludente tanto che il quotidiano francese L’Équipe gli consiglia il ritiro. In patria diviene il capro espiatorio della eliminazione e Lev, trentatreenne, pensa seriamente di appendere gli scarpini al chiodo.

Come tante altre volte nella sua vita, il Ragno Nero decide però di rialzarsi e continua a migliorarsi, allenandosi in maniera maniacale, rimanendo in campo per ore per rafforzare il fisico ed affinare la tecnica. Arriva a parare i rigori con i muscoli addominali nonostante i cronici e tremendi dolori che lo colpiscono allo stomaco fin da giovane. Nel 1963, nell’amichevole per celebrare il centenario della FA tra Inghilterra e Resto del Mondo, Yashin gioca il primo tempo. 45 minuti bastano per mandare in estasi i 100.000 spettatori di Wembley con le sue parate. Il Ragno Nero è tornato e in quella stagione da antologia vince per la quinta volta il campionato sovietico, con appena 6 reti subite in 27 partite, e il Pallone d’oro.

Negli anni successivi porta l’URSS al secondo posto agli Europei del 1964 (sconfitta dalla Spagna in finale) e al quarto posto al Mondiale del 1966, miglior piazzamento assoluto della nazionale sovietica. Con la Dinamo vince la Coppa dell’URSS nel 1966-1967 e nel 1970. Dopo essere stato riserva ai Mondiali del 1970, Yashin si ritira a 41 anni, con all’attivo 22 anni di carriera. Il 27 maggio 1971, a Mosca, in uno Stadio Lenin esaurito in ogni ordine di posto dinanzi a 103.000 spettatori gioca la partita d’addio, Dinamo Mosca contro il Resto del Mondo. Fu la fine di una autentica leggenda. Il più forte portiere di tutti i tempi, un colosso imbattibile.

Atleta longevo, con una abnegazione per il lavoro e una forza di volontà fuori dal comune, copriva lo specchio della porta in maniera impeccabile con interventi spesso impossibili. Il suo stile era tuttavia sobrio ed efficace, basato in primis sul posizionamento. Abile a parare i calci di rigore, ne ha neutralizzati più di 150 in carriera. È stato uno dei più grandi innovatori del ruolo, guidando la linea difensiva e partecipando alla costruzione del gioco fin oltre l’area di rigore. È stato anche un uomo del popolo legato alle sue radici e alla sua terra che per la maggior parte della carriera ha percepito solo lo stipendio di dipendente statale. Uomo umile che cambiava al massimo tre maglie di gioco in un anno, allorquando le maniche erano ormai consumate. Uomo semplice che per allentare la tensione prima di una partita fumava una sigaretta e sorseggiava un drink. Nel 1985, a seguito di una tromboflebite, subisce l’amputazione di una gamba e nel 1988 gli viene diagnosticato un cancro proprio allo stomaco, suo tormento per tutta la vita. Muore il 20 marzo 1990 a 60 anni, convinto fino alla fine che non ci fosse niente di più grande della gioia di parare un rigore su un campo da calcio.

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La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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