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Calcio

Il viaggio di Javi Poves: la storia di un calciatore anti-sistema

Andrea Loiacono

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Ultimamente dal mondo del calcio potremmo aspettarci qualsiasi cosa: Tévez vola in Cina per 40 milioni di euro a stagione, Oscar per 25, il tanto criticato Pellè per 15. Molti altri giocatori universalmente considerati mediocri riescono a strappare il contratto della vita e garantirsi una “discreta” pensione. Tutto ciò ormai è normalità, ma c’è chi ha avuto il coraggio di rinunciare alla vita di calciatore professionista, non sentendosi rappresentato da un mondo ormai governato dalle logiche del denaro.

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E’ l’agosto del 2011 quando il calcio spagnolo viene scosso da un’incredibile notizia, Javi Poves, calciatore dello Sporting Gijòn, a soli ventiquattro anni annuncia il suo addio al calcio dichiarando «Il calcio professionistico è solo denaro e corruzione, è capitalismo, e il capitalismo è morte. A cosa mi serve guadagnare 1000 euro invece di 800, se so che derivano dalla sofferenza di tanta gente?». Una vera e propria bomba, che colpisce non solo il calcio spagnolo, e neanche quello europeo, ma tutta la società capitalistica occidentale. Rinnegando l’appartenenza al sistema calcio, Poves, mette in discussione il sogno di milioni di bambini, e svelando i lati più oscuri del mondo del pallone, la sua storia tiene incollati alla televisione e ai giornali migliaia di persone, i più grandi appassionati e i critici più feroci, politici e tifosi.

Ma facciamo un passo indietro. Javier “Javi” Poves Gòmez nasce a Madrid nel 1986 e all’età di 8 anni entra a far parte delle giovanili dell’Atlético Madrid, dopo aver compiuto tutta la trafila, a 19 anni viene ceduto alla terza squadra di Madrid, il Rayo Vallecano, che lo gira per due anni in prestito al Las Rozas e al Navalcarnero, militanti nell’equivalente della nostra serie D; quindi nel 2008 arriva la chiamata dello Sporting Gijòn B, e dopo due stagioni come riserva, arriva finalmente il tanto atteso esordio nella Liga, nel maggio del 2011, contro l’Hércules. Il coronamento di un sogno, penserebbero in molti, ma non è così, perché è in questo periodo che Javi inizia a vedere il calcio con un occhio diverso, e manifesta i suoi primi malumori. In quanto membro della prima squadra dello Sporting, gli viene regalata dalla società un’automobile, ma lui, sostenendo di sentirsi male al solo pensiero di possedere due auto, la restituisce immediatamente. Chiede inoltre alla società di non essere pagato tramite bonifico bancario perché non vuole che si speculi con il suo denaro, in merito dichiara a La Naciòn «non voglio far parte di un sistema basato su guadagni milionari resi possibili dalla morte di altra gente in America del Sud, Africa o Asia. La fortuna di questa parte del mondo è la disgrazia del resto. Mi definiscono anti-sistema, ma non so neanche io cosa sono».

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Le dichiarazioni di Poves creano una tempesta mediatica inimmaginabile, e così, per chiarire le proprie esternazioni, nell’estate del 2011 si concede a numerose interviste, escluse quelle televisive però, nelle quali spiega meglio i propri piani per il futuro. Javi dichiara  «Voglio conoscere veramente il mondo, sapere com’è. Andare in Africa. Non serve molto denaro. Sono stato in Turchia in hotel che costavano 3 euro. Non voglio prostituirmi per vivere, come il 99% della gente. Se non posso vivere una vita pulita in Spagna, lo farò in Birmania. O dovunque sia».

Vola in Senegal, dove vive per alcuni mesi con una famiglia del posto, senza però aderire a qualsiasi organizzazione non governativa, in quanto in disaccordo con le loro politiche solidali. Qui contrae la malaria, perché per protesta contro le case farmaceutiche non vuole vaccinarsi, ma guarisce poco dopo (ammirabile la coerenza) grazie a dei rimedi naturali. Quindi torna a Madrid, soggiorna per un po’ a Roma, e dopo la fine della relazione con la sua storica fidanzata decide di dare una significativa svolta alla sua vita. Dormendo in alloggi a buon mercato o, come spesso accade, per strada, e spostandosi in autostop e autobus, parte per il Messico. Quindi è la volta di Cuba, Paese dal quale viene deluso per la grande povertà e per la totale mancanza di libertà. Dopo un mese arriva in Venezuela, il governo di Hugo Chàvez lo impressiona per la grande attenzione nei confronti dei poveri e dei disagiati. Da qui in poi però si perdono le sue tracce, del resto è difficile localizzare un uomo che viaggia senza cellulare e che utilizza internet ogni tre o quattro giorni per poter parlare con la famiglia.

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Nel 2013, però, Quique Peinado vuole intervistare Javi per raccontare la sua storia nel libro Calciatori di Sinistra. Accetta, ma a modo suo, perché non rilascerà una vera e propria intervista, ma risponderà ad un questionario scritto, in cui, come dichiara l’autore del libro «racconta aneddoti sconnessi riguardanti i suoi viaggi, messaggi al mondo intero, scritti con un linguaggio messianico e difficile da capire». Nel questionario Poves espone tutte le idee maturate nel corso degli ultimi anni, è un fiume in piena. Scrive di non considerarsi nè di destra nè di sinistra, esterna i suoi dubbi sui veri autori degli attentati alle Torri Gemelle, sulla spontaneità della Primavera araba. Soprattutto, però, dichiara di essere contro il Sionismo e contro gli Ebrei, causa, a suo dire, di tutto ciò che di brutto accade nel mondo. Un brutto colpo scoprire che colui che era stato idealizzato come il supereroe che combatte il capitalismo, in realtà non è altro che un complottista, antisemita, o forse, più semplicemente, un ragazzo molto confuso.

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Ultimamente però Javi è ricomparso sui nostri radar. Infatti è tornato in Spagna nel 2014, e ha aperto a Madrid un Bio-Bar, in una recente intervista ha anche dichiarato (e ci mancherebbe altro) di ammirare Putin, e di considerarlo il miglior politico in circolazione.

Dopo la fallimentare avventura come imprenditore, decide di vendere il bar, e con il ricavato fondare una società di calcio, il Mòstoles Balompié, una società in cui fare calcio in maniera differente, in cui i ragazzi non vengono trattati come “mercanzia”.

Un personaggio controverso, a tratti potremmo definirlo confuso, ha idealizzato un nemico dal quale liberarsi a tutti i costi, a quanto pare è tornato sui suoi passi, tornando nel mondo dal quale era fuggito, che però ha avuto il coraggio di andare controcorrente in un mondo in cui la parola d’ordine è omologazione.

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10 Commenti

10 Comments

  1. ENRICO GIRALDO

    gennaio 16, 2017 at 9:12 am

    Buongiorno, mi scusi dott. Andrea Loiacono. Ho letto con piacere l’articolo su Javi Poves del quale conoscevo la storia, ma ne avevo perso le tracce. Mi dispiace molto leggere, oltre alla cronologia di date che contraddistinguono la particolare scelta di vita di questo ex giocatore professionista, anche le sue valutazioni personali che non le competono e che non corrispondono alla verità. Come può definire ‘ragazzo confuso o complottista antisemita, una persona di un livello di umanità e di uno spessore intellettuale unico che lei chiaramente non sarà in grado di raggiungere neanche se potesse disporre di cento vite. L’assioma essere contro il sionismo, uguale antisemita, poi, è frutto di una sua congettura, che dimostra i suoi valori e le sue reali competenze. So che non risponderà e questo sarà la conferma della sua pochezza…. + Poves – Loiacono

    • Andrea Loiacono

      gennaio 16, 2017 at 11:51 am

      Ciao Enrico, se conosci la storia di Poves penso che tu abbia letto il libro di Quique Peinado “Calciatori di sinistra” nel quale si parla della storia che ho raccontato. L’assioma essere contro il sionismo=antisemita è sbagliato, senza dubbio, ma accusare l’intera comunità ebraica di essere la causa a tutti i mali del mondo penso sia chiaramente antisemitismo. In secondo luogo il livello di umanità e lo spessore intellettuale sono valutazioni soggettive, perché a mio modo di vedere una persona che incolpa una specifica comunità come la causa di ogni male nel mondo, non ha un “livello” di umanità così alto. Terzo, e mi scuso, non volevo scrivere “complottista antisemita” ma “complottista, antisemita” differenziando le due cose, in quanto considero tale una persona che aderisce a numerose teorie complottiste. Spero di esserti stato d’aiuto, un saluto!

  2. ENRICO GIRALDO

    gennaio 27, 2017 at 9:57 am

    Buongiorno Dott. Loiacono, le sue speranze sono vane. Apprezzo la sua risposta, lei comunque, non mi è stato d’aiuto. Primo, non ci conosciamo per cui al “Buongiorno”, non si risponde “Ciao”, ho una figlia che ha quasi la sua stessa età.
    Non ho letto quel libro, anche perché ho scritto che avevo perso le tracce di Poves, sapevo solo la notizia del suo abbandono del calcio professionistico. Per quanto mi riguarda considero importante e unica la sua scelta di vita e questo “personalmente” (ma non ha nessuna importanza perchè è una mia considerazione) vale di più di qualsiasi dichiarazione. Le valutazioni che si fanno sulle dichiarazioni delle persone sono aria fritta, quello che a mio avviso era più giusto sottolineare era il suo comportamento unico e fuori dall’ordinario, senza doverlo screditare con giudizi. Anche perché Poves continua ad avere una vita coerente con la sua scelta. I giudizi sono figli di una visione “ufficiale” della realtà e io mi
    auguro che lei abbia ragione, non per me, ma per lei. Definire “complottista” chi pensa con la propria testa e non riesce a farsi prendere per il culo da ricostruzioni di comodo, a mio avviso, dimostra solo di avere una mente lucida, non confusa (è questa la cosa che trovo più insolente nell’articolo, definire “confuso” qualcuno perchè non ha le sue stesse idee). E’ per questo motivo che mi sono permesso di fare una valutazione personale e definire Poves, persona di spessore. Ripeto, la sua scelta è unica, probabilmente era più giusto sottolineare questa, anzichè porre l’accento sulle sue dichiarazioni personali, che come le sue e le mie lasciano il tempo che trovano.
    Per finire, apprezzo molto chi scrive notizie riguardanti aspetti particolari di uno sport che ho amato tantissimo, ma che difficilmente si fa apprezzare, perchè completamente corrotto (dicono che sia lo specchio della nostra società, ma io non ci credo…).
    In realtà ci sono anche in Italia, esempi positivi… Damiano Tommasi per citarne uno recente… continui a scrivere parlando di questi aspetti del mondo del calcio e sarò lieto di leggere i suoi articoli…
    – Buffon – Bonucci – Cassano
    + Poves + Petrini + Damiani
    Buona giornata e Forza Bari

  3. Diego

    agosto 9, 2017 at 1:17 pm

    Sono stupefatto e sbalordito dalla scelta di questo ragazzo. Conoscevo la storia ma credevo la sua fosse soltanto una mattana che sarebbe presto rientrata. Scopro, da questo articolo di cui ringrazio l’autore, che non è stato così. Che dire ? Sarà anche un ragazzo confuso ma in un mondo standardizzato questo ragazzo ha mostrato coraggio al limite dell’incoscienza, e soprattutto che la libertà può lambire l’emarginazione quando te ne prendi talmente tanta da ritrovarti solo con te stesso perché gli altri non arrivano a quel tuo livello di disobbedienza. Può anche capitare che vengano esternate opinioni non proprio condivisibili, ma credo facciano parte del processo di maturazione del personaggio. Grazie comunque per l’articolo.

  4. Amos

    settembre 19, 2017 at 3:17 am

    Ciao Andrea, non ci conosciamo e non so come stasera sono arrivato fin qui ma ho letto l’articolo e ci tenevo a farti i complimenti.
    Ignoravo questa storia e complice la fluidità narrativa sono arrivato alla tua stessa analisi che è ben diversa dall’esprimere un giudizio.
    Ancora complimenti

  5. Luca

    settembre 19, 2017 at 5:16 am

    A 24 anni é ammissibile vivere in un mondo parallelo e fa parte del processo di maturazione condivisibile o meno peró la connessione calcio=morti in africa e asia proprio non la comprendo e gia questo mi sembra sufficiente per definire questo ragazzo un idealista confuso.
    Poi lasciamo perdere il discorso ebrei perché quando si tocca questo tasto scattano automatiche le difese d ufficio (in questo caso da parte dell autore) e il classico “antisemita” che ci sta sempre bene ovunque.

  6. CARLO

    settembre 19, 2017 at 10:34 am

    PERFETTAMENTE D’ACCORDO CON POVES GOMEZ.E’ POCO DIGNITOSO PROSTITUIRSI IN MONDO DOVE VIGE LA REGOLA DELLA OMOLOGAZIONE PER VIVERE TUTTO IN FUNZIONE DEL DANARO,MA E’ ANCHE VERO NON E’ DA TUTTI AVERE LA FORZA AD USCIRE DAL SISTEMA PER QUESTI ULTIMI SAREBBE AUSPICABILE RIDURRE PERLOMENO I DANNI…………………….

  7. Alessandro

    settembre 26, 2017 at 2:25 pm

    Questa è la prima volta che sento parlare di questa persona, non è strano visto che dei calciattori sappiamo anche il numero di scarpe e di fidanzate?

  8. Aldo

    settembre 27, 2017 at 8:31 am

    Volevo solo chiarire una cosa: i complottisti, sono quelli che i complotti li mettono in atto, non quelli che li denunciano.

  9. ndr60

    settembre 28, 2017 at 12:55 pm

    Tanto di cappello alle scelte di questo ragazzo che sarà tutto tranne che confuso. Purtroppo il calcio odierno è parte fondamentale dello show business che ha il preciso compito dei circenses romani: tenere buono il popolo e non farlo pensare ad altro. Il calcio è un business globale del fatturato di miliardi (10 miliardi di euro/anno, per quello europeo) e i calciatori sono gli attori/vittime principali: osannati o triturati, secondo le convenienze degli investitori e/o azionisti.
    Auguro a Poves di trovare la sua strada, lontano dai riflettori ma vicino a persone che gli vogliano bene come essere umano, e non come un pezzo di carne da sfruttare e poi buttare via.

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Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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Dario Fo: il Premio Nobel che amava il calcio “vecchie maniere”

Matteo di Medio

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Il 13 Ottobre 2016 moriva Dario Fo, uno degli artisti italiani più stimati al mondo. Un uomo che aveva capito come sarebbe finito il nostro calcio e l’aveva detto chiaro e tondo.

Sono passati due anni esatti della morte del premio nobel per la letteratura Dario Fo. Dopo giorni di ricovero all’ospedale Sacco di Milano, l’istrionico drammaturgo salutava il mondo, lasciando una traccia indelebile nel panorama artistico nazionale ed internazionale. Un uomo senza peli sulla lingua, in prima fila nelle battaglie contro i poteri forti. Logiche di potere che nel tempo hanno coinvolto tutti i livelli della società compreso lo sport, in particolare il calcio.

Dario Fo, che in un’intervista aveva dichiarato di aver praticato da dilettante il nuoto di fondo e la corsa di montagna, evidenziò il cambiamento radicale che l’universo sportivo ha vissuto nel corso del tempo, passando da una logica popolare verso una visione solo legata al business e al successo a tutti i costi. Lo sport come specchio di una collettività che stava perdendo la dignità e l’allontanamento dei valori di comunità che il popolo italiano, e non solo, stava vivendo e che, tragicamente, vive quotidianamente. “Quando ero giovane io, accadeva che fare dei viaggi, andare in un’altra città al seguito della tua squadra del cuore era costoso ed un privilegio che si concedeva ai gruppi di supporters ufficiali dell’équipe. Ora ci sono questi “faccendieri” che organizzano trasferte e chiamano chi vogliono loro, approfittando dei soldi che circolano in quantità maggiore nelle casse delle squadre. Questo mutamento radicale di sistema ha provocato la creazione di un clima più acuto, più esacerbato, aggressivo. Lo sport ora è diventato un affare da gestire, come in una lotta tra multinazionali, con conseguente perdita di valori, quelli genuini che nutrivano le discipline. Quello spirito della correttezza sportiva che caratterizzava i tempi miei non c’è più o c’è sempre meno: mi riferisco al motto del “Vinca il migliore”, non un modo di dire puro e semplice, piuttosto un sentire vero, profondo, che albergava nell’animo dei giocatori e degli atleti“. Accuse forti che risultano essere tremendamente profetiche visti i tempi moderni e la direzione che lo sport sta prendendo giorno dopo giorno, anche in tema di demonizzazione a tutti costi dei tifosi:Quando perdi le relazioni con il prossimo, perdi la dignità, la generosità verso il tuo compagno, verso il collega e il “diverso” diventa il tuo principale nemico, da aggredire, da mortificare“.

Forte e diretto come sempre, si scagliò contro il razzismo e i “poveri” del calcio: “I giocatori che vengono dall’Africa nei grandi club italiani sono pagati meno. E’ una guerra di poveri contro i ricchi. Diverso è per il Rugby, uno splendido sport non ancora macchiato dalle grandi logiche del guadagno e del potere. Tutto il contrario del football americano, che vive la sua giornata di gloria con la finale di Super Bowl“. Sempre il business al centro della critica e la guerra contro quei Presidenti di calcio spinti solo da mire affaristiche. Ed è stato proprio il calcio moderno ad allontanarlo dalla passione per il pallone, in particolare per la sua Inter di cui era tifoso: “Ero tifoso dell’Inter di Meazza, ma ho smesso di seguire da vicino questo sport quando sono iniziate le manfrine e lo si usava per fare politica. Certe cose non mi piacciono. Adesso mi appassiono soprattutto per la Nazionale che spero torni ad essere vincente come nel 2006“. Così diceva nel 2014 quando Thohir era a capo della squadra nerazzurra da poco più di un anno. E anche per il magnate indonesiano, l’artista varesino non lesinò bordate che, anche in questo caso, risultarono essere in linea con quanto sarebbe accaduto in tempi non sospetti con il passaggio di proprietà al gruppo cinese Suning: “Pensate che si senta a casa a Milano? Che abbia dentro lo spirito milanese? Oppure credete che sia venuto qua perché considera l’Inter un affare? Purtroppo non c’è più la dimensione greca dello sport, la voglia di confrontarsi che avevano tutte le Polis. Gli anni sono passati e i valori sono diversi“.

Ma non risparmiò neanche il Milan e la città in generale:”Lo sport è lo specchio della società e in questo caso della città. Io fingo di non interessarmene ma in realtà il calcio un po’ lo seguo e non posso non accorgermi che si sono perse la chiarezza, la pulizia e l’esempio che Milano ha dato per anni. Sfoglio i giornali e leggo solo di ‘business’, di ‘progetti’, di giocatori da comprare e vendere come se il mondo del pallone fosse diventato il mercato degli Obej Obej. Prima le due società milanesi non erano così“.

Dedicò anche un libro ad un pugile sinti, raccontando la storia di Johann Trollmann, deportato nei campi di concentramento nazisti.

Un personaggio scomodo che ha sempre detto quello che pensava, giusto o sbagliato che fosse, e che, per quel che concerne lo sport, aveva centrato in pieno le dinamiche che lo stanno lentamente portando al collasso.

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Bruno Neri, storia del calciatore partigiano che non si piegò al Fascismo

Simone Nastasi

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Il 12 Ottobre 1910 nasceva a Faenza, Bruno Neri, il calciatore partigiano divenuto simbolo della Resistenza al Regime Fascista. Lo celebriamo raccontando la sua storia e quel gesto che gli valse la gloria eterna.

 

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

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