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Il tricolore all’Ombra della Reggia: lo Scudetto della Juvecaserta

Matteo Latini

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Il tricolore all’Ombra della Reggia: lo Scudetto della Juvecaserta

Compie oggi 50 anni Vincenzo Esposito, uno dei cestisti italiani più forti della storia del nostro Basket. Soprannominato El Diablo fu protagonista di quella cavalcata indimenticabile che portò lo Scudetto a Caserta nel 1991. Riviviamo il cammino trionfale di quella squadra spettacolare.

Il giorno in cui il Sud si scoprì grande anche sotto canestro, arrivò di colpo un 21 maggio di ventisette anni fa. Se nel calcio le gerarchie dell’asse Milano-Torino sembravano ormai essersi incrinate, scalfite dalla Roma di Falcao prima e in rapida successione anche dal Verona di Osvaldo Bagnoli, per ben due volte dal Napoli del proprio Dio calcistico Maradona e dalla Samp dei gemelli Vialli-Mancini, dove il pallone non rotola ma rimbalza solo il Banco di Larry Wright e la Pesaro di Bianchini e Scariolo avevano osato tanto da scardinare quel ferreo corso della storia che mai aveva visto il tricolore scendere più in là dell’appennino bolognese.

Ci pensò Caserta a dire che, forse, un altro mondo era possibile. Lo fece andando a prendersi quello per cui aveva sudato direttamente dai padroni, in quella Milano così distante per chilometri e stile di vita, dove perdere non era un verbo da coniugare con molta frequenza. Accadde oggi e non accadde mai più, tanto che oggi, chi ricorderà esattamente dove si trovava e cosa stava facendo, non ha neanche più una squadra per poter sperare che il passato possa almeno un giorno tornare a palesarsi. La Juvecaserta ora non c’è più, ma c’è stata e ha anche vinto. Aveva iniziato a capire quanto fosse grande all’inizio degli anni 80, quando per la prima volta era arrivata una storica prima promozione in Serie A1, per un club che dal 1951, anno di fondazione, il proprio basket lo aveva giocato sempre e solo nei piani meno nobili della pallacanestro italiana. Mancanza di progetti e liquidità, finché Giovanni Maggiò, il presidente, non si rese conto che le cose sarebbero dovute cambiare. Sulla poltrona del comando, Maggiò vi si era seduto nel 1971, inquadrando fin da subito la società nei ranghi nel professionismo ma senza mai riuscire a trovare il bandolo di una matassa che al numero uno bianconero continuava a sfuggire. Cavaliere del Lavoro, imprenditore del mondo di un mattone che stava ricostruendo tutta l’Italia, Giovanni Maggiò iniziò a sovvertire l’ordine costituito quando nell’estate dell’82 ebbe l’intuizione che alla sua creatura mancasse prima di tutto una casa dove giocare le proprie gare. Detto fatto, diede via al progetto di un nuovo palazzo. Perché nella città della Reggia, anche la palla a spicchi doveva avere il proprio monumento nel quale riconoscersi. Appena cento giorni dopo la posa della prima pietra, anche l’ultimo sei seggiolini era stato fissato, stabilendo un record di operosità destinato a rimanere imbattuto anche a trentasei anni di distanza.

L’altra mossa, Maggiò l’aveva fatta due anni prima, convincendo Giancarlo Sarti a sposare la causa bianconera e ridiscendere l’Italia dal Friuli fino alla Campania. Toscano di Pontremoli, ve ne erano pochi di segreti relativi alla palla a spicchi di cui Sarti non era a conoscenza. Da giocatore aveva iniziato con i colori biancoazzurri di Livorno, spostandosi poi tra Fortitudo, Cantù e Udine, dove nel 1971, raggiunte le trentacinque primavere, aveva slacciato le scarpe da ginnastica per indossare giacca e cravatta, iniziando una nuova vita come direttore sportivo. Su di lui Maggiò puntò le fiches che nell’immaginario del presidente dovevano servire per far decollare Caserta. Ci mise due stagioni Giancarlo Sarti per capire come fare. Poi, terminato l’apprendistato, intuì chi fossero gli uomini giusti sui cui investire. Ristrutturato il Settore Giovanile, il l’ex general manager udinese sconfinò fino in Jugoslavia per piazzare il colpo. Ne tornò indietro con in mano il contratto di un trentacinquenne, Bogdan Tanjević, che il basket giocato lo aveva abbandonato presto, per dedicarsi a quel che più gli riusciva meglio: allenare. Intuizione giusta, perché ancora giovanissimo aveva fatto circolare il proprio nome ben oltre i confini patriottici, portando il suo Bosna alla conquista di una Coppa dei Campioni e soprattutto la Nazionale di Ćosić e Dražen Dalipagić a contendere un oro europeo finito però al collo dell’URSS guidato dallo Zar Aleksandr Gomel’skij.

Tra sigari e schemi, Tanjević inizia a lavorare al futuro, fondendo nel roster gioventù ed esperienza. Dal vivaio, pesca un quindicenne già con sufficiente faccia tosta e punti nelle mani come Nando Gentile, dalla Jugoslavia si porta dietro il peso di Zoran Slavnić, che tra club e Nazionale ha già vinto ogni cosa fosse stata messa in palio. In più, per Boscia e Sarti, il tassello mancante deve venire da oltre Oceano, ma non dagli Stati Uniti. Se qualche anno più tardi Napoli affiderà i propri sogni al piede sinistro di un argentino, Caserta sceglie invece di consegnare le sue speranze nella mano destra di una brasiliano: Oscar Schmidt. È un cerchio che inizia a chiudersi, come nelle più rosee previsioni di Giovanni Maggiò. Targata Indesit, Caserta scala l’A2 in una sola stagione  e sbarca al primo piano del basket tricolore senza essere sazia. Anzi, al primo anno tra i grandi sono già playoff e soprattutto finale di Coppa Italia ma, dopo una cavalcata fatta di imprese tra Cantù e Milano, all’ultimo atto sono appena una manciata di punti a far viaggiare la coccarda tricolore sulle canotte della Granarolo Bologna di Alberto Bucci e Roberto Brunamonti.

Ma ai piedi della Reggia, nonostante la sconfitta, si inizia non solo a percepire di che materia siano fatti sogni, ma anche come sia possibile trovare la strada per realizzarli. Sulle ceneri della delusione, i bianconeri continuano a costruire, accumulando esperienza e consapevolezza. Quando nell’86 Tanjević saluta e vola a Trieste, richiamato dalle sirene della Stefanel, ci si rende conto che la soluzione sia proprio in casa propria. Di scommessa in scommessa, la panca viene affidata a Franco Marcelletti, che di Caserta ne è figlio cittadino oltreché cestistico. Se dal settore giovanile sono giù usciti Nando Gentile e si sta facendo largo anche Vincenzo Esposito, chi quel talento lo ha scovato per primo sarà anche in grado di allenarlo nei professionisti. E infatti, mentre Boscia riparte dal Nord Est, la Juve va avanti per la propria via. Diventata Mobilgrigi, sospinta dalla Mão Santa di Schmidt, Caserta piomba in finale scudetto e di Coppa Korac nella stagione 1986-1987. Ma a un passo dal sogno, viene nuovamente svegliata. In Italia ci pensa la Milano di Dan Peterson, in Europa la Roma di Mario De Sisti. In casa bianconera si mastica doppiamente amaro, anche perché nel successivo ottobre Giovanni Maggiò scompare improvvisamente, lasciando orfana la propria creatura. L’eredità del patron, finisce così nelle mani del figlio Gianfranco, che ad appena 31 anni si ritrova a governare una nave la cui barra rimane però puntata a dritta. Senza più il suo patriarca, Caserta si mette sul petto la scritta Snaidero e prosegue a investire su un gruppo di ragazzi diventati uomini, che finalmente arrivano a esultare veramente. La data è storica: 23 marzo 1988. Quella Coppa Italia che è già stata dura da digerire, diventa soffice e dolce in un’avventura iniziata a Reggio Calabria e conclusa in una Bologna che questa volta si piega al diktat imposto da Gentile, Esposito, Donadoni e Dell’Agnello, dove neanche Varese può nulla, se non incassare quel 113-100 che consacra finalmente la città della Reggia in città del basket. Eppure, il tempo dei festeggiamenti dura poco. La stagione successiva, lo champagne potrebbe essere nuovamente tirato fuori, ma resta in ghiaccia nonostante due finali, alle quali seguono altrettante sconfitte. Campionessa in carica, la Juve prova a bissare una Coppa Italia dove la Knorr della meteora Bob Hill impone ai campani il lascia anziché il raddoppia, ma lo psicodramma si consuma in ambito continentale.

La Coppa delle Coppe porta Caserta a piegare un colosso del basket come lo Zalgaris Kaunas e centrare un atto conclusivo dove spunta il Real Madrid già affrontato nel corso dei gironi di qualificazione. Ne esce un match difficilmente ripetibile, con Nando Gentile che si ritrova il pallone per la vittoria a un soffio della sirena. Errore. Supplementari. E lì neanche lo sfrontatezza di Esposito e la mano santa di Schmidt possono qualcosa contro l’irripetibile genio cestistico di Dražen Petrović. Finisce con gli iberici in trionfo e quando l’anno seguente le velleità di porsi sui troni più importanti naufragano nei playoff scudetto, Gianfranco Maggiò decide si debba sterzare il corso della storia. Richiamato in società Giancarlo Sarti, volato poco prima a Trieste a braccetto con Tanjevic, il vento inizia a cambiare direzione. Tornato per centrare quel successo sfuggitogli nella precedente parentesi bianconera, Sarti opera col bisturi una creatura alla quale il manager toscano sa quanto manchi poco per diventare finalmente bella e compiuta. La prima scelta è di quelle pesanti: via Oscar Schmidt e la sua enorme mole di punti. Ma via anche la leadership fin troppo prorompente del brasiliano. La nuova Caserta, quella vincente, ha bisogno di mettere al centro il talento di Gentile ed Esposito e la grinta di Dell’Agnello. Il resto bisogna andarselo a cercare oltre Oceano, dove batte bandiera a stelle e strisce. Lì dove il gioco è religione, Sarti e Marcelletti pescano da Miami Tellis Frank, ma la vera scoperta la fanno nel New Jersey, dove spiccano i 210 centimetri di Charles Shackleford. Appena lo vede all’opera, Sarti ha un dubbio: possibile che questo qui gli americani se lo lascino portare via? Sì, possibile, tant’è che la Juve si ritrova con il suo centro proveniente direttamente dalla Carolina del Nord, dove Shackleford è nato e ha iniziato a giocare, prima di mettere a dura prova i ferri del Wolfpack Collage. Con le chiavi americane ad accendere il motore campano, Marcelletti inizia una stagione da 20 vittorie e 10 sconfitte, traducibile con il secondo posto in regual season, appena due punti dietro la solita Milano, dove Mike D’Antoni è passato dal campo alla scrivania, ma senza perdere il bellissimo vizio di vincere. Ma la seconda piazza per Caserta vuole comunque dire playoff, dove le canotte griffate Phonola saltano un giro ed entrano nella mischia ai quarti. Lì c’è subito da sudare. I bianconeri si ritrovano davanti i campioni in carica di Pesaro, contro i quali soffrono ma vincono in gara 1, salvo doversi arrendere alla seconda uscita. Serve la bella e serve un super Gentile.

Nando ne piazza 31 in gara 3 e il 91-76 vale la semifinale. Anche qui, poco spazio alle passeggiate. L’accoppiamento riserva la Knorr Bologna di Sugar Ray Richardson, che Caserta l’ha già affrontata e battuta in Coppa Italia. Ma era un’altra Caserta. Questa si prende la prima partita, cade alla seconda e si trova nuovamente al bivio dentro-fuori della terza. Neanche a dirlo, Gentile è in giornate di grazia: gliene bastano 27, questa volta, per regalare il sogno finale a una città intera. Ma c’è ancora da soffrire. Tra la Phonola e quel tricolore, c’è quanto di più propenso a trasformare le ambizioni degli altri incubo: Milano. La Philips ha rispettato i pronostici e, guardato tutti dall’alto in stagione regolare, ha sistemato le pratiche Trieste e Roma per arrivare all’atto conclusivo. Ora che ha levato la canotta, D’Antoni ha per le mani i muscoli neri di Cozell McQueen e Jay Vincent, la freschezza di Fabrizio Ambrassa, la leadership di Riccardo Pittis e soprattutto le mani sempre calde di Antonello Riva, che ormai è per tutti semplicemente Nembo Kid. Che altro? Ah, il vantaggio del campo. Infatti il primo viaggio in terra lombarda fila via 99-90 per le scarpette rosse, ma il PalaMaggiò è tutto fuorché terreno fertile da seminare. E infatti Gentile ed Esposito bombardano con 24 punti a testa, mentre in gara quattro ci penseranno Dell’Agnello e il solito Vincenzino a negare il match point milanese, dopo un terzo capitolo della serie finito nuovamente tre le mani di Milano.

Serve la quinta uscita, ancora lontano da casa. La palla a due che vale uno scudetto si alza dal centrocampo del Forum il 21 maggio 1991 e la coppia Vincent-Riva inizia subito a scuotere le retine. La Philips vola, ma la Phonola le resta attaccata. Il +4 col quale la banda D’Antoni va all’intervallo lungo non spegne la fame casertana, che sembra però fiaccarsi nel terzo quarto. Il ginocchio di Esposito si gira, il dolore lascia poco spazio a diagnosi positive. Lo scugnizzo ci prova ugualmente a rimanere in campo, ma c’è poco da fare. Riesce almeno a procurarsi il permesso di restare ai bordi del parquet, su una lettiga. Tifoso tra i tifosi che assistono al redde rationem casertano. Perché Marcelletti una finale a Milano l’ha già vista sfumare e non vuole rivivere simili incubi. E senza Esposito c’è Gentile che ne piazza 28. E Dell’Agnello 30. E Shackleford altri 20, con altrettanti rimbalzi tirati giù da entrambi i tabelloni. Quando Nando fissa dalla lunetta il punteggio sul 97-88, il Forum sembra una succursale casertana, interamente colorata di tifosi bianconeri che dalle tribune invadono il parquet, dando sfogo alla felicità anche di chi la finalissima l’ha vissuta incollata a Raiuno nei bar ai piedi della Reggia. La bella incompiuta si compie, nove anni dopo aver iniziato a camminare. Portando lo scudetto più a Sud di quanto non era mai stato e non sarebbe più tornato. Ventisette anni dopo non c’è più neanche una squadra, né sogni. Non c’è più neanche Shackleford. Rimangono i ricordi. Almeno quelli, sì, a prova di fallimento.

foto Copertina: sportcasertano.it

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