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Il Tragico Match di Las Vegas che cambiò le regole della Boxe

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Il Tragico Match di Las Vegas che cambiò le regole della Boxe

Sono passati trentaquattro anni da quel 13 novembre. Ero bambino; ciononostante nutro un discreto ricordo di quanto successe sul ring e delle conseguenze innescate dai tragici eventi dell’incontro che cambiò la boxe.

La cornice era quella dell’arena all’esterno del Caesar’s Palace di Las Vegas. Pur essendo autunno avanzato, il tepore del deserto regalava una delle calde giornate tipiche dell’eterna estate di quello spicchio di Nevada.

L’anno era il 1982. Sul quadrato si affrontavano un coreano del sud ed un americano di origine italiana: combattevano per il mondiale WBA dei pesi leggeri, che l’italoamericano, un ventunenne di nome Ray Mancini, difendeva per la terza volta. Il destino del giovane campione sembrava quello di percorrere il largo viale verso la gloria. Il talento, il carisma ed il pugno pesante erano dalla sua.

Diversa era la situazione del coreano Duk Koo Kim, ventisettenne di famiglia poverissima, cresciuto lustrando scarpe per le strade di Seul: la sua fidanzata era in attesa di un figlio, che lui non sapeva se sarebbe stato in grado di mantenere. Lo stato psicologico era di massima tensione. Nella polvere dietro la lampada della camera d’albergo che lo ospitava, la notte prima del match, aveva scritto in coreano la frase: “Uccidere per non essere uccisi!”.

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L’incontro tragico di Las Vegas

Durante il match, la necessità e l’incertezza del futuro spinsero Kim a dare il massimo nello scontro con il più quotato Mancini, a quel tempo già consegnato alla storia col nomignolo che ricalcava il suo stile incalzante: Boom Boom.

A metà match, dopo un netto dominio del pugile statunitense, una ferita costrinse l’angolo di Mancini a meditare l’abbandono. L’undicesima ripresa, però, vide Ray Boom Boom tornare padrone del quadrato, con Kim costretto a subire un primo atterramento.

Il massacro

Il tredicesimo round fu uno spettacolo che, con la coscienza di quanto accaduto, stringe il cuore di ogni appassionato: Kim venne colpito trentanove volte al volto e la testa danzò per interminabili istanti sul fragile collo del peso leggero asiatico.

Nonostante questo, il pugile coreano non fece un solo passo indietro. Se l’avesse fatto, forse avrebbe conosciuto suo figlio.

Il definitivo knock-out della ripresa successiva, giunto con il potente destro corto di Boom Boom, fu una naturale conseguenza del round precedente.

Apparve subito chiaro come la situazione fosse delicata: Kim perse i sensi nel proprio angolo, venne immediatamente trasferito in ospedale ed operato per un versamento di alcuni centilitri di sangue nel cranio.

La morte di Duk Koo Kim e la decisione della WBC

Quattro giorni dopo, Duk Koo Kim morì, senza mai aver ripreso conoscenza. Notevoli furono le ripercussioni sul mondo del pugilato.

La WBC, sebbene non direttamente coinvolta, annunciò l’immediato abbandono delle quindici riprese come massima durata dei match sotto la propria sigla, tracciando una strada che poi verrà seguita da ogni altra federazione.

L’ondata emozionale susseguente alla morte di Kim non finì con questi provvedimenti.

A quattro mesi dal match, la madre di Kim si tolse la vita bevendo un flacone di diserbante, proprio nel periodo in cui la fidanzata di suo figlio, dando alla luce il pargolo concepito quando il pugile era ancora in vita, la rendeva nonna.

Poche settimane più tardi, dall’altra parte del mondo, Richard Green, l’arbitro dell’incontro, si sparò alla tempia, senza lasciare alcun biglietto.

L’incubo di Mancini

Ray Boom Boom Mancini, enorme talento della boxe mondiale, non fu più lo stesso: il ricordo di quanto accaduto quel giorno fu una pessima compagnia per tutta la sua carriera.

Nessuno saprà mai quale campione sarebbe potuto divenire il pugile Ray Mancini, senza la pesante zavorra sul cuore generata dalla morte di Kim.

Nei dieci anni successivi al match, Ray combatté solo otto incontri, perdendone quattro.

Nel 2011, in un momento di grande emozione, Ray Mancini incontrò a Los Angeles il figlio di Kim, Kim Chi-Wan, divenuto medico dentista.

Dopo un iniziale momento di comprensibile imbarazzo, il figlio di Kim ruppe l’indugio dell’ex pugile italoamericano, con un commovente abbraccio lungo trent’anni; un abbraccio fatto di lacrime, sofferenza e riconciliazione, nel nome di quel fragile combattente tornato polvere tanto tempo prima, in uno sfortunato pomeriggio di Las Vegas.

Nipote di un insegnante sammarinese migrato nei licei delle vallate alpine, sono nato a Padova nel ’70 ed ho chiuso il cerchio di itinerante storia familiare rientrando nell’antica repubblica del Titano quand’ero trentenne. Avevo prima vissuto in varie parti d’Europa, dei Caraibi e dell’Africa grazie a diversi, talvolta avventurosi, impieghi giovanili. Al contrario, ora, lavoro in banca. Ho coronato il mio amore per le lingue e le letterature straniere all’Università di Urbino, compiendo gli studi in una lunga e poco gloriosa carriera accademica. Appassionato sportivo, ho praticato con alterne fortune il pugilato, il windsurf, il calcio, la canoa olimpica. Seguo il rugby con piglio da intenditore. La scorsa estate ho attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo. Scrivo di boxe perché ne vale la pena: il ring trattiene tra le corde le storie che la fantasia di un romanziere non potrebbe mai eguagliare.

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