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Calcio

Il PSG e le accuse di razzismo nello scouting

Paolo Valenti

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Il PSG e le accuse di razzismo nello scouting

Non era sufficiente al PSG il coinvolgimento nella vicenda Football Leaks, che ha portato sulle pagine dei giornali di tutta Europa (e non solo) le indiscrezioni sulle operazioni occulte del club dello sceicco qatariota Al Thani mirate a mitigare gli effetti del Fair Play finanziario. A Parigi, evidentemente, ci tengono a primeggiare anche negli scandali.

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Scouting e Razzismo

E così, a pochi giorni di distanza, un altro episodio è andato a minare la reputazione del club, questa volta con connotati ancor più sgradevoli: quelli della discriminazione. Stando, infatti, a quanto pubblicato in uno specifico report da Mediapart, una rivista di investigazione indipendente online, fino a pochi mesi fa nel PSG l’attività di scouting dei calciatori veniva effettuata non solo valutando le loro qualità fisiche e tecniche ma anche i loro dati razziali. Gli osservatori che visionavano giovani talenti utilizzavano come criteri di selezione non soltanto la capacità di colpire il pallone con entrambi i piedi, il colpo di testa, il dribbling, l’altezza e il peso: anche il colore della pelle veniva inserito nelle loro schede anagrafiche. Stando ai documenti visionati da Mediapart, i giovani calciatori venivano segnalati come francesi, neri, nord africani o delle Indie Occidentali.

 

Colpa di chi?

Come ha reagito la società all’indignazione sollevatasi dopo le rivelazioni di Mediapart? La linea difensiva è stata quella di assegnare la responsabilità del fatto a un singolo individuo, Marc Westerloppe, capo degli osservatori delle zone fuori Parigi del PSG fino a pochi mesi fa. Il quale, sulla questione, ha preferito non rilasciare alcuna dichiarazione.
Da quanto risulta dal report pubblicato, nel 2014 Westerloppe avrebbe dichiarato che nella squadra c’era bisogno di effettuare un “bilanciamento” dal momento che in giro per Parigi c’erano già troppi indiani e africani. Quel sistema di schedatura sembra essere stato utilizzato dal 2013 fino alla primavera di quest’anno, quando Westerloppe ha lasciato il club e il corpo degli osservatori di cui era a capo è stato aggregato in un più ampio team di scouting di giocatori applicato su tutto il territorio francese. Circostanza che, in qualche modo, rende formalmente sostenibile la dichiarazione rilasciata dal PSG in un comunicato ufficiale, nel quale si afferma che “La Direzione Generale del Club non era mai stata a conoscenza di un sistema di registrazione etnica all’interno di un reparto di recruiting”.

Le reazioni

Parole che, veritiere o meno, non hanno impedito all’opinione pubblica di commentare aspramente la vicenda, venuta paradossalmente alla luce a pochi mesi dalla vittoria del mondiale della Francia, celebrata anche come un successo dell’integrazione razziale. Agli occhi degli osservatori, i coni d’ombra restano però decisamente ampi, convergendo sulla tipica domanda che tutti si fanno in questi frangenti: come facevano i dirigenti a non sapere? E, in caso non sapessero, che capacità di controllo hanno dimostrato di avere sull’operato dei loro collaboratori?

Interrogativi che hanno ulteriormente aggravato il danno reputazionale già inflitto al PSG dallo scandalo Football Leaks e che, una volta di più, attivano l’allarme sulla necessità di prevedere sistemi di controllo efficaci che preservino il calcio dalle sue deviazioni più letali. la ricerca della vittoria senza valori e l’ignoranza.     

 

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