Connettiti con noi

Calcio

Il “modello Pozzo” scricchiola: la famiglia sotto indagine per l’acquisto del Watford

Lorenzo De Vidovich

Published

on

C’erano una volta i Pozzo. In realtà ci sono ancora, sono a capo di due squadre di calcio dopo la cessione del Granada nel Maggio scorso al gruppo Desports, colosso cinese del marketing sportivo. Quello che sta però sempre più mostrando segni di cedimento è il modello che la famiglia friulana ha intrapreso negli anni improntato sul binomio valorizzazione-plusvalenza. A mostrare i primi scricchiolii, è l’indagine che sta coinvolgendo la famiglia Pozzo nell’acquisto del Watford. Secondo il The Telegraph (la nostra fonte è la notizia riportata da Wanderers Futbol, leggibile qui), il club inglese alla periferia di Londra allenato da Walter Mazzarri, ha ricevuto un’avvertenza riguardo all’acquisto delle quote del club da parte dei Pozzo, nel 2014. C’è il rischio che qualche documento bancario fosse falso. Il modello in crisi? Forse presto per dirlo, ma ci sono alcuni elementi che vanno presi in considerazione. La linea adottata nelle loro strategie di management sportivo, ha permesso ai Pozzo, o perlomeno all’Udinese, una stabile sanità economica, riuscendo anche a togliersi qualche soddisfazione sul campo, come i vari ingressi fra le regine d’Europa tra la fine degli anni ’90 e i Duemila. Da qualche anno però, lo si è notato, le Zebrette non girano più a dovere. L’anno scorso è arrivata una salvezza sofferta, quest’anno un inizio difficile culminato con l’esonero di Beppe Iachini e la contestazione «ora basta stranieri» ha messo a nudo le difficoltà di un club prima ritenuto fiore all’occhiello del patrimonio calcio, ora diventata realtà troppo cosmopolita incapace di valorizzare le risorse endogene (e pensare che Scuffet ormai tre anni fa sarebbe dovuto andare all’Atletico Madrid). Vero è che il parco osservatori dell’Udinese è fortemente specializzato nei talenti stranieri, ma da ormai tre stagioni le soluzioni estere non portano più frutti, come se i talenti si fossero parzialmente esauriti, e l’era dei vari Handanovic, Inler, Sanchez, fino all’ultimo Allan, sembra essersi una pausa. Oggi, Scuffet e Angella sono gli unici italiani messi a disposizione di Delneri per risollevare i friulani. Altro discorso andrebbe fatto per il nuovo stadio Friuli diventato Dacia Arena: qual è il prezzo dello stadio di proprietà che cambia nome?

Dalle fatiche dell’Udinese, alle documentazioni del Watford. Gino Pozzo, figlio di Giampaolo, prese la testa della società nel 2014. L’indagine sollevata dal The Telegraph parte da una carta di dubbiosa validità. Questo registro, apparentemente creato dal colosso bancario svizzero HSBC, fu presentato alla Federazione inglese ben prima dell’inizio della stagione 2014/2015. Quello che sembra oscuro, è la ragione di questa anticipazione non richiesta. La famiglia italiana potrebbe aver falsificato il documento per ovviare la burocrazia e poter rinforzare la rosa in maggior misura e con tutto il tempo necessario, al fine di prepararsi al meglio alla stagione di Premier League. Proprio il passaggio nella massima serie potrebbe aver influenzato questa operazione frettolosa. Da qui, con dichiarazione ufficiale, il massimo organo del calcio inglese ha dichiarato le seguenti parole: «l’azienda (i Pozzo, ndr), è stata contattata formalmente dalla EFL (English Football League, ovvero la federazione inglese, ndr) per richiedere una documentazione più completa. Nel momento in cui otterremo una risposta, faremo le nostre considerazioni e saranno prese le eventuali sanzioni previste dal regolamento». In altre parole, la Federazione inglese non ci vede chiaro, anzi. Il Watford di Mazzarri, nel frattempo, viaggia a metà classifica (nona posizione a quota 12), oltre le aspettative. In rosa, Odion Ighalo è la scoperta di matrice-Pozzo in attacco, ma anche tanti giocatori passati anche recentemente dalla nostra Serie A: Britos, Holebas, Berhami, Zuniga in prestito dal Napoli e l’italiano Okaka in prestito dall’Anderlecht. Del polverone che potrebbe sollevarsi, ancora non ci sono conseguenze determinanti. Certo è che sapere dei Pozzo sotto indagine, ci fa riflettere su quanto la famiglia friulana stia passando un periodo non proprio dei più rosei. Serve un cambio di paradigma?

1 Commento

1 Commento

  1. Stefano

    ottobre 30, 2016 at 1:38 pm

    La gestione Pozzo non vedo come possa definirsi modello. Da anni cercano il solo profitto senza voler affatto valorizzare giovani talenti o migliorare la rosa dell’Udinese. A loro interessa comprare giocatori a poco e rivenderli al prezzo piú alto possibile, questo é un punto di vista puramente aziendale, va bene per un’impresa quotata in borsa ma non per una squadra di calcio, che deve si avere i bilanci in ordine ma tenere conto anche della passione dei propri tifosi, altrimenti non resta che colorare i seggiolini dello stadio…
    É emblematico quanto successo nel 2011 con Sanchez giocatore esploso in quel campionato che li ha portati alla qualificazione ai preliminari di Champions, venduto al primo giorno di mercato e non rimpiazzato visto che per i Pozzo una plus valenza é meglio che partecipare alla competizione europea piú prestigiosa. Mi é sempre dispiaciuto veder sprecato un campione come Di Natale giocare in una squadra che vendeva uno dopo l’altro tutti i giocatori piú bravi lasciando al povero Totó il compito di mantenere a galla l’Udinese.
    Il vero modello nel nostro campionato si chiama Sassuolo (lo dico da Sampdoriano) squadra che fa crescere giovani talenti Italiani e che con loro vuole migliorarsi costantemente, se le altre squadre imparassero dai neroverdi avremmo anche una nazionale piú forte e (di nuovo) il campionato piú bello del mondo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

14 − tredici =

Calcio

Mario Corso, il poeta maledetto del calcio italiano

Nicola Raucci

Published

on

Corso gioca un calcio in poesia, ma non è un “poeta realista”: è un poeta un po’ maudit, extravagante. Pier Paolo Pasolini

La storia del calcio è come un grande dipinto su un campo d’erba, ricco di migliaia di personaggi. Alcuni riconoscibili, altri meno; ognuno con le proprie caratteristiche. Solcato da una caterva di atleti, podisti o poco più, battuto da una moltitudine di agonisti senza fantasia, si intravede nella miriade di calciatori buoni e di giocatori mediocri la luce dei veri artisti del pallone. Tra questi spunta un ragazzo un po’ così, svagato e dall’aria sorniona, pochi capelli, orecchie a sventola e voce roca. Non si fa fatica a definirlo poeta: Mariolino Corso.

Talento cristallino ed incompreso, genio assoluto sempre in discussione, insolente fino a far saltare i nervi, affinatore delle sue opere nei minimi dettagli, Mariolino, il poeta maledetto, ha scritto pagine di pura bellezza calcistica.

Nasce a San Michele Extra, quartiere di Verona, il 25 agosto 1941. Esordisce nell’Azzurra Verona, società del rione di San Giovanni in Valle, e ben presto passa tra le file dell’Audace. Il ragazzino non è che corra poi tanto ma ha una classe sublime e un piede sinistro divino. Su quei campetti di periferia il suo primo allenatore, Nereo Marini, ne intuisce il dono e lo costringe ad esercitarsi ogni giorno per ore sui calci piazzati alla fine delle sessioni di allenamento.

Nel 1957 l’Inter lo preleva nell’ambito dell’operazione da 9 milioni di lire che porta anche Guglielmoni, il giocatore ritenuto di maggior talento, e da Pozzo alla società meneghina. Per Corso primo contratto da professionista da 70 mila lire al mese.

Debutta in maglia nerazzurra a 16 anni e 322 giorni, siglando la seconda marcatura di Como Inter 0-3 di Coppa Italia, il 12 luglio 1958. Il 23 novembre dello stesso anno esordisce in Serie A in Inter-Sampdoria 5-1 e la settimana successiva segna in Bologna-Inter 2-2 la sua prima rete nel massimo campionato.

Lega indissolubilmente il suo nome ai colori nerazzurri dove milita dal 1957 al 1973. 502 presenze e 94 reti, quattro Scudetti (1962-1963, 1964-1965, 1965-1966, 1970-1971), due Coppe dei Campioni (1963-1964, 1964-1965) e due Coppe Intercontinentali (1964, 1965), oltre a tre stagioni da capitano (1967-1970). È uno dei leggendari interpreti della Grande Inter di Helenio Herrera, dove gioca svariando tra il centrocampo e l’attacco, senza collocazione fissa. Lo si chiamerebbe poeta errante sebbene sovente lo si veda aspettare il pallone sul lato del campo come fosse in contemplazione. Porta il numero 11 sulle spalle ma non è un’ala, predilige accentrarsi partendo dalla destra per calciare con l’unico piede che utilizza: il sinistro. L’essenza di Corso è tutta nel suo piede sinistro, più precisamente è il piede sinistro di Dio, come dirà di lui la sera del 15 ottobre 1961 il CT avversario Mándi, dopo una doppietta (87’ e 90’) e una prestazione sontuosa in Israele-Italia 2-4. “Meglio un piede solo che due scarsi” afferma Mariolino durante le interviste.

Sua prerogativa sono quei calzettoni abbassati fino alle caviglie, in omaggio al suo idolo, Omar Sivori, al quale il talento di San Michele Extra fa tunnel non appena se lo trova davanti. Ma Corso è fatto così, irriverente, dal carattere forte e anarchico fuori e in campo, dove si aggira indisciplinato a scompaginare gli schemi di gioco. Definirlo risulta difficile, uno sforzo impossibile. Tutto e niente, attaccante esterno non proprio velocissimo, centrocampista di manovra a volte eccessivamente compassato e con scarsa propensione difensiva. Brera lo chiama participio passato del verbo correre per quel dinamismo a corrente alternata in cui a progressioni esaltanti fanno seguito lunghe camminate. E lui risponde a modo suo, con giocate imprevedibili, dribbling che spiazzano gli avversari e passaggi risolutivi per i compagni. Espressioni di un genio assoluto, in quanto libero da ogni limite o ruolo. È la palla che deve correre, non lui. Lui crea, ammalia, stupisce ne la Scala del calcio. Non è un calciatore da lavagna e posizione, lui è sregolatezza ed intuizione. Tanto indisciplinato nella tattica quanto ligio agli allenamenti dove affina le doti, primo ad arrivare, ultimo ad andarsene, perché il dono non basta. Occorre dedizione e lavoro.

Herrera, il comandante, dal carattere autoritario, non ama di certo quel ragazzo discontinuo e riservato ma carismatico, che nello spogliatoio ruggisce, permettendosi di interrompe le sue arringhe estatiche, e che si aggira in modo irritante nelle zone d’ombra del campo quando il sole è particolarmente forte. Alla fine di ogni campionato mette puntualmente il nome di Corso in cima alla sua lista di proscrizione. E Angelo Moratti puntualmente se lo tiene stretto, innamorato del suo genio, tutto estro e imprevidibilità.

Nella macchina perfetta della Grande Inter, Corso è Mandrake mago e illusionista, in grado di tirare fuori dal suo piede azioni impossibili. È il tocco di imprevidibilità capace di risolvere le situazioni di stallo. Come a Madrid il 26 settembre 1964 nello spareggio della Coppa Intercontinentale contro l’Independiente. Sotto il diluvio e in un Santiago Bernabeu totalmente a favore degli argentini, l’Inter resiste stoicamente agli assalti e alla superiorità fisica degli avversari. Mandrake gioca una gara incredibile, di grande sacrificio. Poi, ai supplementari al 110’, controlla la palla di petto su cross dal fondo di Peiró e la colpisce al volo di collo esterno, ovviamente, sinistro. Rete e prima Coppa Intercontinentale per l’Inter.

Il 12 maggio 1965, in un San Siro gremito in ogni ordine di posto per la semifinale di ritorno della Coppa dei Campioni, una delle sue magistrali punizioni a foglia morta, dalla proverbiale traiettoria ad effetto, la quale si alza sopra la barriera e scende in maniera imprevedibile e improvvisa, apre all’8’ la storica rimonta contro il Liverpool. Al 62’ esegue un passaggio filtrante di prima con l’esterno del sinistro per l’inserimento di Facchetti che sigla il 3-0. Beneamata in finale verso il secondo trionfo continentale consecutivo.

Il pezzo più pregiato della sua carriera è l’annata 1970-71 quando, partito Suarez, diviene il regista della squadra. Una stagione straordinaria, nella quale la continuità e la tecnica di Mariolino guidano l’Inter ad una entusiasmante rimonta sul Milan da -7 alla conquista dello scudetto. Prestazione da antologia nel decisivo derby di ritorno del 7 marzo 1971, di cui è l’assoluto protagonista. Al 12’ segna l’1-0 con una punizione dai 18 metri battuta a sorpresa ad aggirare la barriera che si insacca a fil di palo alla destra di Cudicini. Alla mezz’ora, vinto il contrasto con Rivera tra l’ovazione del pubblico, dà il via al contropiede per il definitivo 2-0 di Sandro Mazzola.

Una qualità sopraffina quella di Corso che purtroppo non si è potuta ammirare abbastanza in Nazionale. Solo 23 presenze e nessuna convocazione a Mondiali o Europei. Il 16 maggio 1962, dopo essere stato escluso per il Mondiale in Cile dal CT Giovanni Ferrari a seguito di un confronto a muso duro, durante un’amichevole di preparazione tra l’Inter e la selezione cecoslovacca, Mandrake è autore di un goal capolavoro. Tra l’applauso degli avversari e l’ammirazione del pubblico, Corso cerca con lo sguardo il CT nella tribuna di San Siro e gli dedica platealmente un inequivocabile gesto dell’ombrello. Scalpore, indignazione e addio alla maglia azzurra che da allora in poi diventerà sempre più irraggiungibile.

Un ostracismo favorito comunque dallo spirito ribelle del talento veronese, spesso in contrasto con i suoi allenatori, da Edmondo Fabbri a Heriberto Herrera.

Anche sul campo la sua grinta e il suo carattere forte sono sempre presenti, come nella famosa partita della lattina del  20 ottobre 1971 contro il Borussia Mönchengladbach, nella quale prende a calci l’arbitro Jef Dorpmans nel finale concitato. Riceve una squalifica di sei turni nonostante l’annullamento della gara.

L’esperienza da calciatore nerazzurro termina nel 1973, quando l’allora presidente della società milanese, Ivanoe Fraizzoli, richiama in panchina Helenio Herrera. Senza più la protezione di Moratti, Corso viene ceduto al Genoa. Ma i grandi artisti, è risaputo, non escono mai di scena in sordina, così nella partita contro l’Inter a Marassi, Mariolino mette a referto un goal di testa, un colpo di genio del poeta nei confronti del suo eterno amore nel modo più imprevedibile. Il tutto sotto gli occhi di Herrera.

Il periodo genovese ha storia breve a causa di un grave infortunio alla tibia che lo porta a ritirarsi nel 1975.

È la fine della carriera calcistica del poeta maledetto, di un artista del pallone senza eguali, libero e geniale come le sue giocate, in grado di estasiare con il suo estro intere generazioni: Mariolino Corso.

Continua a leggere

Calcio

Ronaldo: Manifesto di un Futurismo “fenomenale”

Matteo Calautti

Published

on

Compie oggi 42 anni Luis Nazario de Lima Ronaldo, per tutti il Fenomeno. La sua data di nascita resta però discussa in quanto, secondo sue dichiarazioni, dovrebbe risalire al 18 Settembre mentre l’iscrizione all’anagrafe è del 22. Per celebrarlo abbiamo messo in parallelo il suo modo di giocare con l’arte futurista.

Quella di Ronaldo Luís Nazário de Lima, universalmente conosciuto come Ronaldo, è una carriera cinematografica ma non nel senso comune del termine. Bensì una carriera rappresentabile per mezzo di fotogrammi, dalla temperatura spesso antitetica: dal freddo glaciale dei periodi bui al caldo dei momenti di energia che ha regalato all’universo del Pallone. Una serie di diapositive diverse per natura che, se sovrapposte, configurano ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto con tre minimi comun denominatori: movimento, velocità ed energia.

«Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno». Così recitava il terzo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Filippo Tommaso Marinetti e pubblicato nel 1909 sul quotidiano francese Le Figaro, con sede a Parigi. Un manifesto che ha sconvolto il mondo dell’arte e alimentato le avanguardie, nella città della raffinatezza per eccellenza. Un contrasto, quello tra impeto ed eleganza, che sembra sintetizzarsi nella rete con cui Ronaldo stupisce il mondo ad appena 19 anni ai Giochi Olimpici di Atlanta 1996, sotto la guida di Mário Zagallo. Il Ghana conduce per 2-1 quando si accende il Fenômeno. Goal del pareggio su punizione dal limite dell’area battuto rapidamente ed astutamente da un compagno. Poi la magia per il 3-2: verticalizzazione per Ronaldo dal settore sinistro della tre quarti, il dianteiro verdeoro resiste alla carica di un avversario e supera Simon Addocon un dolcissimo tocco sotto a girare.

Parigi, dicevamo. La città in cui Marinetti ha divulgato al mondo intero il suo nuovo Credo artistico. «Noi vogliamo inneggiare all’uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita». Una città, la capitale francese, che ha raccolto i fotogrammi con la differenza di temperatura maggiore. Era il 1997 quando Ronaldo sollevava il suo primo trofeo internazionale in Europa, ovvero la Coppa delle Coppe vinta con il Barça grazie ad un suo calcio di rigore proprio contro il Paris Saint-Germain. Era il 1998 quando il Fenômeno trionfò in Coppa UEFA con la maglia dell’Inter nel derby tutto italiano contro la Lazio, proprio al Parc des Princes. Il suo goal, quello del 3-0, è scolpito nella leggenda: un attaccante capace di intimorire, disorientare e far sedere il proprio avversario, affrontato in un duello condotto senza toccare il pallone. Serie di finte che si disperdono nell’aria, un movimento in corsa, Marchegiani seduto e palla in rete.

Tuttavia, era anche il 1998 quando allo Stade de France, nei pressi di Parigi, il Brasile dello stesso Zagallo perse contro la Francia la finale della Coppa del Mondo. Per mesi, se non anni, si è parlato del malore che lo aveva colto la sera prima dell’atto conclusivo contro i Bleus. Per mesi scorrerà nella mente degli appassionati soprattutto il fotogramma in cui Ronaldo scende dall’aeroplano a Rio de Janeiro dimostrandosi debole e barcollante. Ma era anche il 2008 quando, concretizzata la sua “capriola” sportiva al Milan, venne operato a Parigi per l’ennesimo grave infortunio dal chirurgo Eric Rolland con la consulenza di Gérard Saillant, colui da cui era stato operato otto anni prima. Altri due fotogrammi lampeggiano nella mente: l’infortunio nel 1999 a Lecce e la ricaduta nel 2000 a Roma. «Perché per rinascere dovete morire», come scritto ne L’arte contro l’estetica vicino al nome di Joan Salvat-Papasseit, il più importante poeta futurista catalano. E il Fenômeno rinacque più volte nella sua vorticosa carriera.

Dalla staticità e la freddezza delle diapositive tristi alla gioia dell’ultimo periodo interista, quello della rinascita. Una gestione, quella di Ronaldo da parte di Héctor Cúper, delicata e ragionata. Una gestione che portò il brasiliano ad essere quasi decisivo per la vittoria dello Scudetto con sette reti in dieci presenze. Un campionato, però, che sfugge nella funesta Roma, due anni e 23 giorni dopo la rottura del suo tendine rotuleo nella finale d’andata di Coppa Italia. Una nuova diapositiva, quella del famoso “cinque maggio”: mani in faccia, lacrime che sgorgano dai suoi occhi coperti e un’aura nefasta intorno a lui, che sembra faccia ormai parte della sua stessa essenza. Ma ecco che, dopo esser “morto”, Ronaldo rinasce ai Mondiali del 2002, quelli in Giappone e Corea del Sud. Una competizione trionfale per i Verdeoro, mai in discussione e che ha regalato una delle versioni migliori dell’attaccante di Rio de Janeiro, se non la migliore. Otto reti in tutta la competizione, due solamente nella finale di Yokohama ad Oliver Kahn, mai ossidato come quella sera. Accelerazioni, movimento continui sul fronte offensivo, imprevedibilità nel movimento, potenza palla al piede e colpi da autentico giocoliere. Un fotogramma su tutti rimane nella memoria: quello di un Ronaldo in corsa, con le sue possenti leve in movimento. Un’immagine che richiama con un tono di voce assordante l’animale più famoso dipinto dal futurista Giacomo Balla: il cane di Dinamismo di un cane al guinzaglio. «Il primo studio analitico delle cose in movimento», come affermò lo stesso pittore torinese. Due immagini, quella dell’attaccante e quella del cane, in cui si condensano tutti i fotogrammi che ne designano i moti, che lasciano trasparire l’attimo prima ed intuire l’attimo dopo. Autentica metafora della carriera del Fenômeno, fatta di attimi impressi in diapositive instabili.

«Il coraggio, l’audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia», recitava il secondo punto del Manifesto. Un coraggio, quello di Ronaldo, che gode di un colore impuro, a cavallo tra l’ingratitudine e la prontezza nel cogliere l’attimo. In una notte di fine agosto, precisamente 14 anni fa, il Fenômeno voltava le spalle al suo secondo padre Massimo Moratti per inseguire il sogno galactico. Indifferenza pura nei confronti del Barcellona che tanto l’aveva acclamato al Camp Nou sei stagioni prima. Indifferenza pura anche nei confronti della stessa Inter, affrontata con la maglia del Milan nel 2008, con tanto di beffarda esultanza al derby di ritorno. Ma è lecito contestare le scelte in vita a chi è stato privato della piena realizzazione delle proprie potenzialità dalla sua stessa vita?

Ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Uno scorrere perpetuo di diapositive instabili. Ma, forse, è stata proprio questa l’essenza stessa del Fenômeno.

Ronaldo Luís Nazário de Lima, il primo futurista brasiliano.

LEGGI ANCHE: Cruijff e Kandinskij: rivoluzionari tra geometria e colori

 

Continua a leggere

Calcio

Cosa ci fa un canguro in Repubblica Ceca? La curiosa storia dei Bohemians Praga

Leonardo Ciccarelli

Published

on

Per quale motivo una squadra della Repubblica Ceca, di Praga in particolare, ha come stemma e simbolo un canguro?

Se pensate alla cosa, è davvero strano. Il canguro è un animale che vive solo in Australia, il marsupiale è il simbolo stesso dell’Isola-Continente, eppure la Boemia ha adottato questo amorevole bipede come mascotte.

La storia è piuttosto curiosa e deriva dalla pubblicità: nel 1927 l’Australian Soccer Association è in fase promozionale essendo nata da poco (ed avrà un bel po’ di vicissitudini fino agli anni ’60 tanto che la Football Federation Australia, l’attuale organo di governo del calcio australiano, è stata fondata nel 1961), ed invita varie squadre a dei tour sul suo territorio. Niente da fare, rifiutano tutte. Non è tanto per un vezzo, le tournèè erano molto in voga anche all’epoca, ma pensate cosa doveva essere fare un viaggio dalla Cecoslovacchia all’Australia era un’avventura, con aerei scomodi ed un tasso di rischio molto alto. Oggi da Praga a Sydney il volo non è diretto e con un solo scalo ci vogliono oltre 22 ore di viaggio, pensate quindi 90 anni fa.

Una sola squadra accetta, l’AFK Vrsovice che per l’occasione cambia nome in Bohemians, “i Boemi“, affinché gli australiani capiscano la provenienza della squadra.

20 partite per loro, 15 vittorie e quasi 100 gol segnati a testimonianza della debolezza del gioco australiano, ma non importa perché gli australiani sono impazziti per questa compagine cecoslovacca e in preda ai deliri dei sensi che solo il football può regalare, regalano due canguri vivi alla squadra.

Come i due malcapitati marsupiali siano arrivati sani e salvi in Cecoslovacchia, non è dato sapere anche se pare fossero stati affidati a Oldřich Havlín, un giocatore dell’epoca, che ha poi consegnato i canguri allo zoo di Praga dove hanno trascorso in serenità tutto il resto della loro vita. L’AFK Vrsovice si tenne per sempre il nome Bohemians e il logo richiamante l’antico “regalo” degli Australiani.

Questo il tabellino delle partite in Australia nel ’27:

23.04.1927 Colombo British Army XI 2-4 Bohemians

05.05.1927 Perth Western Australia 3-11 Bohemians

07.05.1927 Perth Western Australia 4-6 Bohemians

11.05.1927 Adelaide South Australia 1-11 Bohemians

14.05.1927 Adelaide Australia XI 1-2 Bohemians

18.05.1927 Melbourne Victoria 0-1 Bohemians

21.05.1927 Melbourne Australia XI 1-4 Bohemians

25.05.1927 Wagga Wagga Southern Districts XI 0-9 Bohemians

28.05.1927 Sydney New South Wales 5-4 Bohemians

01.06.1927 Woonona South Coast XI 1-2 Bohemians

04.06.1927 Newcastle Northern District XI 3-4 Bohemians

06.06.1927 Sydney Australia 4-6 Bohemians

08.06.1927 Cessnock South Maitland XI 3-1 Bohemians

11.06.1927 Brisbane Queensland 3-2 Bohemians

15.06.1927 Ipswich Ipswich & West Moreton XI 3-5 Bohemians

18.06.1927 Brisbane Australia 5-5 Bohemians

21.06.1927 Newcastle Newcastle XI 5-2 Bohemians

23.06.1927 Sydney Metropolis XI 3-5 Bohemians

25.06.1927 Sydney Australia 4-4 Bohemians

02.07.1927 Fremantle Western Australia 2-3 Bohemians

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication