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Il Mistero Scaini: la triste storia di un ragazzo che non era Paolo Rossi

Francesco Beltrami

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Il Mistero Scaini: la triste storia di un ragazzo che non era Paolo Rossi

Il 21 Gennaio 1983 se ne andava Enzo Scaini, il calciatore prematuramente scomparso a seguito di un banale intervento chirurgico al ginocchio. Una morte ancora avvolta nel mistero.

Giampiero De Andreis ed Emanuele Gatto sono due giornalisti appassionati del loro mestiere e della verità, e insieme hanno confezionato un libro per i tipi delle Edizioni Eraclea, presentato in questi giorni, in cui ricostruiscono, 36 anni dopo, la morte di un giovane calciatore Enzo Scaini mancato nella clinica Villa Bianca di Roma dopo aver subito un innocuo intervento chirurgico al ginocchio. Enzo Scaini era nato a Varmo, in provincia di Udine il 13 settembre 1955, ed era un buon centrocampista, con un carriera che si era snodata dopo gli inizi nelle giovanili del Torino, tra Serie C e Serie B, ricordiamo stagioni nel Monza, nel Sant’Angelo Lodigiano, nel Perugia, nel Verona. Era un calciatore del Lanerossi Vicenza, quando, il 16 gennaio 1983 sì infortunò ai legamenti del ginocchio durante una partita col Trento. Pochi giorni dopo, il 21 di quel gennaio, la drammatica e impensabile conclusione della sua vita. L’inchiesta dell’epoca, durata cinque anni, non portò all’individuazione di nessun responsabile.

Siete davvero convinti di aver trovato la verità sulla morte di Scaini?

“Sì. La nostra ricostruzione è stata meticolosissima, è costata anni di lavoro nell’analisi degli atti del processo e delle perizie mediche, nell’incrocio delle varie testimonianze, nella verifica della coerenza dei fatti. Abbiamo vagliato le varie ipotesi possibili e alla fine la soluzione che abbiamo trovato riempie tutti i tasselli e non ha nessun dato che la contraddice”.

Perché il libro si intitola “Non ero Paolo Rossi”?

“L’avvocato Sergio Campana, fondatore del sindacato dei calciatori, una volta commentò il silenzio dei media sul caso con la frase ‘Purtroppo Scaini non era Paolo Rossi’, intendendo che se si fosse trattato di un campione noto come Pablito la vicenda sarebbe stata seguita con più attenzione. Ci è sembrato un titolo appropriato per la storia di un calciatore dimenticato”.

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Si possono fare dei paralleli tra la morte di Scaini e quella di altri giocatori morti prematuramente, come ad esempio Astori o Morosini?

“I tre sono morti in circostanze diverse, ma Scaini e Astori avevano in comune il cosiddetto “cuore d’atleta”, cioè avevano un battito cardiaco molto lento. Una circostanza comune a diversi atleti, tra l’altro favorevole a prestazioni atletiche di altro livello. Si dice ad esempio che la bradicardia fu la fortuna di Gino Bartali. Tuttavia forse gli sportivi con queste caratteristiche andrebbero monitorati con particolare attenzione, specie in casi come quello di Scaini, che fu sottoposto a un’anestesia generale”.

Che ritratto è uscito di Enzo Scaini?

“Quello di un bravo ragazzo di provincia, di buon cuore, generoso in campo e nella vita. Non è un caso che al contrario dei media i tanti compagni di squadra che abbiamo intervistato lo ricordino bene e con grande affetto. Anche sul piano strettamente calcistico rifletteva queste caratteristiche: era un mediano di grossa stazza, sempre pronto farsi in quattro per la squadra, ma anche con uno spiccato senso del gol, come dimostrano le quasi 50 reti realizzati da professionista. L’impressione è che anche sui campi di gioco avrebbe meritato miglior fortuna”.

Quali sono le differenze tra il calcio di oggi e quello degli anni di Scaini?

“Sono differenze abissali. Scaini visse gran parte della sua carriera prima di una serie di eventi che rivoluzionarono totalmente il calcio italiano. In primis la vittoria degli azzurri ai mondiali di Spagna del 1982, che portò in Italia i fuoriclasse di tutto il mondo e in breve tempo quintuplicò gli ingaggi. Poi la fine del vincolo sportivo. All’epoca di Scaini i giocatori erano come merce che i presidenti si scambiavano a prescindere dalla volontà degli interessati. Infine il ritorno degli stranieri e l’avvento degli sponsor. Prima di questi eventi il calcio italiano era povero, solo i veri fuoriclasse guadagnavano grandi cifre. I vari comprimari spesso campavano con poche lire e la loro vita non era poi troppo diversa da quella di qualunque giovane lavoratore”.

Sono sempre meno le inchieste giornalistiche, non solo sul mondo del calcio.

“Per condurre seriamente un’inchiesta bisogna essere armati di una grande passione perché richiede un’enorme mole di lavoro sia per ricostruire i fatti sia per verificarli. Nell’epoca del clickbaiting è generalmente poco remunerativo. Noi però siamo giornalisti un po’ vecchia maniera, ci piace andare a fondo alle cose, e una volta scoperte le prime incongruenze negli atti del processo siamo stati incapaci di fermarci. Inoltre lo dovevamo a Rossella, la moglie di Scaini, che ci ha fatto toccare con mano il dolore che l’ha accompagnata per tanti anni

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