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IL “GIRO DEI GIGANTI” NON MORIRÀ MAI

Matteo Zanon

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330 km, 24.000 metri di dislivello positivo, dall’Alta via (n.2) della Valle d’Aosta alla bassa Valle terminando a Courmayeur, passando dall’Alta via della Valle d’Aosta (n.1), ripercorrendo i sentieri ai piedi di alcuni tra i più importanti monti delle Alpi, attraversando il parco nazionale del Gran Paradiso e il parco regionale del Mont Avic. Il percorso attraversa 34 comuni, 25 colli oltre i 2000 metri, 30 laghi ed è compreso tra un’altitudine di 300 metri ad una di 3300 metri. Di cosa stiamo parlando? Del Tor des Geants, il Giro dei Giganti. Leggendo le regole del percorso ci si rende conto che il nome è azzeccatissimo e proprio per queste caratteristiche è considerato il trial più duro del mondo.

Il susseguirsi di valli e di cime rendono questa gara unica. I partecipanti vengono immersi nella natura, vera e stupenda che molte volte non perdona. Occorre essere preparati in ogni minimo dettaglio per affrontare una tappa simile: la velocità è libera e il tempo limite è di 150 ore. In un regime di semi-autosufficienza l’atleta deve portare con sé l’indispensabile per la sussistenza e può rifornirsi unicamente presso dei punti di assistenza prestabiliti. Lo scoglio principale, aldilà della fatica estrema, è la mancanza di riposo e di poter dormire. Se si vuole davvero riuscire a portare a termine la gara è fondamentale “tagliare” anche le ore di sonno (cicli di mini riposini di dieci minuti possono essere quasi eccessivi). Ciò sicuramente non aiuta e rende tutto ancora più difficile ed estremo. La mancanza di sonno logora corpo e mente al tal punto da portare molti atleti ad avere delle vere e proprie allucinazioni, rendendoli sempre meno capaci di controllarsi.

Tutto ciò non spaventa “i giganti” che ogni anno si presentano alla partenza. I numeri aumentano di anno in anno: nonostante il numero massimo di partecipanti è fissato a 700 atleti (660 precedentemente), nell’edizione 2015 le richieste di partecipazione sono state 2291. Per l’edizione 2016,  i numeri sono già stati ampiamente superati: è stato battuto il record degli aspiranti alla corsa e anche il record dei paesi rappresentati: 75 contro i 60 dello scorso anno. Anche i preiscritti sono andati ben oltre ogni previsione, 2544. Il numero finale che verrà fissato dopo il riconteggio delle iscrizioni, intorno ai 2500, rimarrà comunque decisamente superiore al 2015. Grande soddisfazione per gli organizzatori che si augurano di offrire un’offerta sempre più intrigante e avvincente.

Le sorprese però sono dietro l’angolo e può succedere che non siano solo positive. Sabato 2 febbraio viene riportata la notizia che la Regione Valle d’Aosta ha bloccato l’organizzazione della gara, dopo appena sei anni dalla nascita. Il presidente della Regione e l’assessore al turismo hanno annunciato che la gara sarà sostituita con una gara analoga e che sarà autogestita, senza la società Valle d’Aosta Trailers che in questi anni ha garantito l’organizzazione sportiva. Dal palazzo spiegano ulteriormente la decisione: «In tutti questi anni la Regione ha immesso risorse finanziarie, umane e di attrezzature oltre che di intervento diretto sulla sentieristica perché un evento come il Tor des Géants, nato su input della Regione, è stato inserito all’interno di una strategia più ampia di promozione di un territorio e delle sue peculiarità e non, quindi, fine a se stessa».

Il problema principale, oltre ad una privatizzazione eccessiva imputata alla società organizzatrice, sembra essere la sicurezza. Già nel 2015 si cominciarono i primi screzi tra gli organizzatori e la regione. Quanto successo nell’ultima edizione, chiusa in anticipo per il maltempo che rischiava di creare seri problemi ai partecipanti,  ha messo la Regione “sul piede di guerra”. Hanno deciso di proporre alla società organizzatrice “Valle d’Aosta Trailers” di anticipare lo svolgimento della gara, fissato ogni anno nella seconda settimana di settembre. A quanto riportato dai media, l’associazione ha fatto “orecchie da mercante” e lo scorso 15 gennaio ha annunciato che il Tor 2016 si farà l’11 settembre. Le parti si sono allontanate ancora di più e la riappacificazione sembra lontana. Gli organizzatori, forti dei grandi numeri derivanti da iscritti, sponsor e volontari, negano che tutto ciò possa portare alla fine del Giro dei Giganti.

Screzi e malintesi che stonano parecchio con i valori etici su cui si basa la corsa. Gli organizzatori e gli stessi partecipanti scelgono di prendere parte all’evento anche per i motivi che hanno fatto nascere quest’esperienza sportiva. In tutta la gara vige la sportività e in particolare la condivisione e la solidarietà. Durante il percorso ognuno, concorrente o volontario che sia, sostiene e si attiva per fornire supporto in qualsiasi situazione e i corridori sono tenuti a prestare soccorso a un altro corridore in difficoltà. Un caso di vera sportività è accaduto proprio in questa gara il 14 settembre 2011 allo svizzero Marco Gazzola, dopo 330 km e 75 ore di corsa ininterrotta senza dormire. I suoi avversari erano lontanissimi: il più vicino aveva quattro ore di distacco, mentre il terzo quasi dieci. All’uscita dal rifugio Bonatti, a poco più di 10 km dal traguardo di Courmayeur, Marco ha sbagliato sentiero ed è sceso lungo la Val Ferret, invece di proseguire in quota, “saltando” cosi il passaggio al rifugio Bertone. Al traguardo l’hanno accolto migliaia di persone e centinaia di flash di fotografi. Marco, emozionato più che mai, era finalmente riuscito a realizzare il suo sogno. Il risveglio però gli ha riservato un brutto colpo: due ore dopo la premiazione gli è stata comunicata la squalifica per mancato passaggio ad un punto di controllo.

Una beffa che avrebbe portato allo sconforto chiunque. Gazzola invece, è andato sul traguardo ad attendere l’arrivo di Gabioud per festeggiarlo come vincitore del Tor 2011. Ai giornalisti, che si aspettavano delle dichiarazioni polemiche, ha detto:  “C’è un regolamento e va rispettato. Se il mio percorso non è valido allora è giusto che il mio risultato non sia stato omologato. Lo dico senza alcuna polemica. Mi dispiace molto ma, tutto sommato, questo non cancella quanto ho fatto. D’altronde io non corro per i record ma per me stesso. E la gara l’ho portata a termine”.

Forse, se il Tor dei Giganti riuscirà a mantenere questo spirito, pulito e positivo, possiamo essere certi che non morirà mai.

FOTO: Stefano Torrione

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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