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Calcio

Il Genoa supermarket che fa il bene delle big

Lorenzo De Vidovich

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A prescindere dai risultati sul campo, ci sono due periodi dell’anno in cui il Genoa riesce sempre a dare il meglio di sé: le finestre di calciomercato. In un forte impeto di passione autenticamente genoana, e in seguito ad un dialogo con un amico sugli spalti del palazzo del ghiaccio di Milano, sono nate queste righe allo scopo di mettere ordine al discorso che spesso accompagna le operazioni di mercato che da parecchio tempo hanno trasformato il Genoa di Enrico Preziosi in uno vero e proprio supermercato da cui attingere per i nuovi innesti, dove il rapporto qualità-prezzo fa sempre gola a molte big del campionato italiano. Così, visti da un’altra angolatura, lo smantellamento costante e la rivoluzione della rosa che cambia ad ogni estate e ad ogni gennaio, possono tradursi in altre parole: nel suo viavai, il Genoa da diversi anni fornisce non pochi giocatori alle più grandi forze del calcio italiano.

Il diktat della plusvalenza (dovuto a esigenze di bilancio) ha generato una spirale di trasferimenti continui dove tanti giocatori tra cui alcuni di ottima caratura, sono passati dal Genoa per un periodo variabile da sei mesi a due, massimo tre stagioni. Il Genoa, che solitamente compie più di dieci acquisti nel mercato estivo, e vende volentieri pezzi pregiati a metà campionato, si è trasformato in una risorsa utile al calciomercato di Serie A che ha comprensibilmente creato malumori tra le scorribande della passione rossoblù. Il Vecchio Balordo è stato in qualche modo imbalordito anche da questa nuova realtà tipica dell’era Preziosi. Pochi giorni fa Davide Stuto su Il Grifonauta aveva coraggiosamente tentato di razionalizzare l’ormai costante disappunto di non pochi tifosi per un Genoa trasformato in un business e incapace di tenersi i propri gioielli per puntare più in alto: «me ne frego se Pavoletti e Rincon vanno via perché se il Genoa batte la Juve e segna Morosini io sono contento lo stesso», scrive il blogger rossoblù. Le congetture sulla squadra virtuale che avrebbe avuto il Genoa se…ormai si sprecano. Tra le decine di giocatori transitati da Genova, ci sono stati tanti giocatori di talenti ma anche tanti flop. Bergdich, Cabral, Zè Eduardo, Centuriòn, Hallenius, Rudolf sono solo alcuni degli stranieri meteore del Genoa negli ultimi anni di A. A questi si aggiungono tanti italiani che in rossoblù hanno vissuto un’esperienza da dimenticare (Lodi, Ariaudo, Gamberini, Floccari, Acquafresca, Greco…). A queste categorie si aggiungono però le cessioni illustri, quelle che hanno fatto rumore, che sono diventate plusvalenze, che hanno lasciato un logico malumore nel popolo rossoblù, spesso accompagnate da parole di cordoglio da parte del giocatore spesso, che fino a quel momento ha giurato amore eterno finché il romanticismo ha retto. Andando però oltre, prendendo una strada più orientata allo sguardo commerciale della cessione di un beniamino o un top player, si può sostenere che questa fastidiosa forma di business ha costantemente giovato ai vari top team che negli ultimi anni si sono riforniti al Supermercato Genoa.

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Senza voler difendere delle logiche con cui Preziosi gestisce la squadra più antica d’Italia, una rassegna delle varie cessioni può dimostrare come il Genoa abbia spesso venduto alle big giocatori completi, fatti e finiti, pronti per l’uso, capaci di dire la loro in una realtà più importante, oltre che con un contratto più ricco. Non tutti si sono imposti, ma c’è chi invece ha regalato grandi gioie. Ma non solo: alcuni prima di arrivare al Genoa erano giocatori da rigenerare. Da dove cominciare se non da Milito e Thiago Motta? Protagonisti nel Genoa che andò in Europa League, il primo è rimasto l’idolo dei tifosi grazie ai numerosi gol, ed è l’unico ad aver realizzato una tripletta in un derby della Lanterna, mentre il secondo arrivato al Genoa era un giocatore sulla via del tramonto. Dall’anno dopo fecero le fortune dell’Inter, Milito si rese protagonista anche nella finale di Champions League vinta dai nerazzurri. Thiago Motta (al Genoa a parametro zero) è addirittura arrivato alla corte del PSG. Era il 2006-2007, Milito fu solo il primo di una lunga serie, che in realtà cominciò già l’anno prima con Borriello, rinato a Genova con 19 goal in una stagione, e gli anni dopo utile al Milan. Lui dal cuore dei tifosi non se ne è mai andato, troppo belli i ricordi lasciati al Ferraris. Altri, sino all’ultimo Pavoletti, hanno invece salutato il Genoa fra più polemiche.  Domenico Criscito dopo tre anni a Genova ha trovato spazio allo Zenit (ma non esclude un ritorno prima o poi), Stephan El Shaarawy ha fatto tutta la trafila nelle giovanili del Genoa assieme a Mattia Perin, ma la prima squadra l’ha solo assaggiata, finì al Milan per circa 12 milioni. Ai rossoneri andò anche Sokratis Papastathopoulos, che però non brillò. Dal 2013 il greco gioca al Borussia Dortmund. Al suo arrivo al Genoa Juraj Kucka in Italia era un perfetto sconosciuto slovacco. Dopo 4 anni di trafila rossoblù, il Milan decise di puntare anche su di lui, come su Luca Antonelli, terzino moderno di cristallo che al Genoa, dove divenne anche capitano, fece però le cose migliori. Altro nome altisonante è stato quello di Rodrigo Palacio. El Trenza non era un fuoriclasse, al Boca Junior segnò poco più di 50 goal in cinque anni, e quando firmò per il Genoa era già avanti con gli anni. Dopo tre stagioni in cui deliziò il Ferraris con assist, giocate pregevoli e gol di tacco da una volta nella vita, è andato all’Inter nel 2012 dove sinora ha segnato 32 goal in 132 presenze. L’età l’ha ormai portato in fondo alle gerarchie nerazzurre. Dalla cantera genoana è anche emerso Stefano Sturaro, che la Juve decise di acquistare a gennaio 2015 con un semestre d’anticipo, non appena aveva puntato gli occhi su di lui. Oggi alla Juventus è un ottimo rimpiazzo con prospettive davanti, assieme al suo ex compagno di giovanili rossoblù Rolando Mandragora. Nelle ultime due stagioni, ricche di cessioni, il Genoa ha anche rigenerato due giocatori del Milan in difficoltà: prima Niang, poi Suso. Dopo sei mesi a Genova, i due hanno ben figurato nella stagione successiva al Milan, l’ottimo momento di Suso ne è la conferma. Due anni fa al Milan finì pure Andrea Bertolacci per 20 milioni, talento inespresso esploso nell’ultima stagione in rossoblù (2014-2015) con Gasperini. E cosa vi dice il nome Iago Falque? Arrivava dal Rayo Vallecano, i numeri non erano incoraggianti. 13 reti in 32 partite convinsero presto la Roma in cui fece flop. Ora al Torino, è solido con Mihaijlovic. Senza il Genoa, chissà, magari ora sarebbe in serie B spagnola. Come lui, anche Diego Perotti è stato ceduto alla Roma. Uno dei migliori giocatori passati da Genova negli ultimi quattro anni. La sua cessione fu bruciante, a gennaio 2016. El Diez, ha confessato di recente che prima del Genoa, meditava il ritiro. A luglio è stata la volta di Ansaldi all’Inter, reduce da un declino allo Zenit dove Criscito persiste. Gli ultimi due addii pesanti sono quelli di Leonardo Pavoletti e Tomas Rincòn. Il primo è arrivato in punta di piedi, con un grande curriculum in serie B, ma da sesto attaccante del Sassuolo. Si è preso l’attacco rossoblù in poco tempo, fra tre infortuni. Il Napoli ha sborsato 18 milioni dopo solo 6 partite e 4 reti, ma la stagione precedente ha fatto grandi cose. Il venezuelano Rincòn, el general, arrivò al Genoa dall’Amburgo, a parametro zero. Rivenduto a quasi 11 milioni ai Campioni d’ Italia, è uno dei giocatori più forti della sua nazionale, da quando ha giocato al Genoa. Solo in questa lunga serie si contano 19 giocatori che si sono rivelati utili in alcune big italiane, in particolare Inter, Milan e Juventus. Tra la sofferenza rossoblù, il Supermarket Genoa resta aperto. Tra le polemiche e i dissapori, il Grifone è diventato una risorsa per il calciomercato.

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Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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