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Calcio

Il calcio inglese nel pallone: Blackpool FC, Oyston Out e il ‘boicottaggio etico’

Stefano Pagnozzi

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Il calcio inglese nel pallone: Blackpool FC, Oyston Out e il 'boicottaggio etico'

Gestioni approssimative, che spesso privilegiano gli aspetti legati al business piuttosto che quelli sportivi, incomunicabilità e mancanza di empatia con la base del tifosi, conti delle società spesso in disordine e l’ostinazione di chi non vuole cedere il ‘suo’ giocattolo, nonostante città intere invochino la fine della ‘tortura’, queste le ragioni ricorrenti che animano i contrasti più accesi emersi negli ultimi mesi, e che in alcuni casi durano da anni, tra tifoserie e proprietari di diversi club sparsi per tutta la piramide del calcio inglese.

Realtà rivali, spesso lontane e divise dalle categorie, che però condividono un’idea diversa del ruolo che un club dovrebbe avere nei confronti della propria comunità. Lo scorso 6 Maggio l’ennesimo esempio, il ‘Judgement Day’ dei tifosi del Blackpool, giunto alla terza edizione per altrettanti anni di ‘guerra’ tra la tifoseria e la famiglia Oyston, che è diventato l’occasione per una mobilitazione che ha coinvolto gruppi di tutte le categorie, uniti per salvaguardare i propri club e per restituirli alle comunità. Una marcia dei tifosi compatti nella contestazione contro le derive sempre più ricorrenti nelle realtà locali del calcio inglese, le grandi escluse dai faraonici contratti TV, preda di avventurieri senza scrupoli giunti con grandi promesse e che invece lasciano, o non mollano, club in rovina.

In questo contesto anche quest’anno le associazioni di tifosi/Supporters’ Trust hanno svolto un ruolo chiave di raccordo tra le diverse anime del tifo locale e sono emerse sempre di più come punto di riferimento nel coordinamento delle manifestazioni di contestazione pacifica e per il lancio di iniziative di ‘boicottaggio etico’ con l’obbiettivo di colpire i portafogli di chi tiene in ostaggio il proprio club. Protesta che si spesso legata ed estesa a proposte concrete per acquisire il club, rimandate spesso al mittente, e ad un’opera di informazione e confronto con la base per trovare soluzioni condivise per riconsegnare le società alle città.

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Con la stagione del calcio inglese che volge al termine, e con qualche verdetto atteso ancora sul campo, il punto sui club in crisi e sulle principali storie di conflitto tra proprietà dei club e le rispettive tifoserie che hanno attraversato i campionati inglesi nel 2016/17, caratterizzato dal valore trasversale che assume con sempre più frequenza lo scontro tra due modi diversi di vedere il calcio e dalla crescente consapevolezza che uniti si possono cambiare le regole e ricostruire un ambiente più a misura di tifoso.

Blackpool FC, Oyston Out e il ‘boicottaggio etico’

Il primo caso è quello del Blackpool FC. Il club dei Tangerine è fermamente nelle mani della famiglia Oyston dal lontano 1987, dopo oltre un decennio nelle divisioni della Football League dai primi anni del 2000 il club inizia la scalata fino a tornare in Premier League, riconquistata dopo oltre 20 anni, dopo esserne stati protagonisti dal secondo Dopoguerra fino alla fine degli anni ’60 dove in 20.000 fissi gremivano lo stadio. Quelli nella massima divisione sono però gli anni in cui inizia a maturare il distacco tra base e proprietà. E l’ebbrezza della massima serie del calcio inglese dura poco, le ingenti risorse che arrivano dalle TV finiscono per spostare l’attenzione del board verso il business, e il logoramento dei rapporti con il tifo è accompagnato dai pessimi risultati sportivi che lo conducono alla caduta verticale in poco tempo fino in League Two. Negli ultimi anni la rottura definitiva, da tre stagioni una quota sempre più crescente della tifoseria diserta i match e ha lanciato una serie di iniziative per boicottare la proprietà. La richiesta di un cambio di proprietà diventa un voce sempre più forte che però si scontra con il muro degli Oystons.

A guidare la protesta e le rivendicazioni della tifoseria il Blackpool Supporters Trust (BST), l’associazione di tifosi nata nel 2014, proprio sulla scia della crescente contestazione agli Oyston, è stata protagonista con il supporto dei gruppi organizzati della campagna di ‘boicottaggio etico’ “Not A Penny More” che si protrae da anni per colpire il merchandising del club con la maglia alternativa a quella ufficiale, e attraverso l’esortazione all’abbandono dei match casalinghi che hanno visto crollare le presenze quest’anno verso il record storico negativo con poco più di 3.000 persone di media alle partite nonostante la stagione sul campo più che positiva. ‘Meglio seguire l’AFC Blackpool!’, club amatoriale della North West Counties League, diventato il punto di ritrovo alternativo ai match ufficiali per poter vivere una partita di calcio in serenità e per qualche ora lontani dai problemi della propria squadra.

I numeri parlano chiaro: dai 14.217 spettatori di media della stagione 2013/14 sia passa agli 11.172 del 2014/15 in Championship, quindi la retrocessione e i 7.052 in League One e ancora retrocessione per i 3.456 di quest’anno in League Two. Lontani dai 15.000 in Premier, e dalle ambizioni di espansione del Bloomfield Road di cui si parlava qualche anno fa, ma anche dai 6-7.000 che in media hanno occupato gli spalti negli ultimi 20 anni, e la protesta potrebbe arricchirsi di un nuovo episodio. Già nel corso nella stagione la folta frangia che contesta la proprietà aveva colto l’occasione di match rilevanti per sfruttare l’onda mediatica che li accompagnava e far valere le proprie ragioni con proteste pacifiche, come era accaduto per il match di FA Cup del 28 Gennaio in trasferta contro il Blackburn Rovers dove le due tifoserie avevano marciato congiuntamente e lanciato il boicottaggio del match con la campagna #OperationEmptyEwood come forma di dissenso contro la gestione dei loro club.

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Il club ora è impegnato nella finale dei Play-off della League Two il prossimo 28 Maggio dove affronterà nello stadio Wembley l’Exeter City FC, match che assume contenuti speciali se si pensa che la società dei Grecians è uno dei Community Club più longevi del calcio UK, dal 2004 guidato dall’Exeter City Supporters’ Trust che lo salvò dal fallimento. La tifoseria nonostante l’occasione speciale ha però annunciato che non retrocederà nelle rivendicazioni e che diserterà il match, a meno che il club non si impegni a devolvere l’incasso verso qualche organizzazione sociale no profit.

Il direttivo del BST sulla propria pagina Facebook lo scorso Venerdì: ‘Se il Blackpool FC desidera che i tifosi siano presenti per il match della finale di Play-Off a Wembley a sostegno della squadra, il BST propone quanto segue ai proprietari: dovrebbero accettare di donare tutta la quota di ricavi di pertinenza del BFC della Finale Play-Off (vendite di biglietti Ecc.) verso una o più organizzazioni no profit di Blackpool, secondo modalità condotte in modo trasparente e indipendente‘.

Dopo una prima offerta formale per l’acquisto della maggioranza del club nel 2015, da circa 16 milioni rispedita al mittente, il BST ha proseguito la propria opera di pressione per spingere gli Oyston alla cessione, manifestando la volontà di essere coinvolti direttamente o a sostegno di investitori validi con un piano serio di sviluppo. La contestazione anche nella finale resta un segnale importante per il board, con i tifosi è ormai rottura, ha senso proseguire ancora così? Qualche risposta arriverà dall’esito dell’ultima partita stagionale contro l’Exeter, con l’augurio che il terzo Giorno del Giudizio sia finalmente l’ultimo e che il club possa, dopo anni di contrasti, ritrovare la propria comunità e intraprendere la strada per un nuovo inizio.

 

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Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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Calcio

St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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