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Storie dell'altro mondo

Belgio e l’altra Molenbeek: Lukaku, gol contro la paura

Andrea Corti

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Un Paese intero è sotto choc. Un Paese intero si domanda come sia stato possibile covare una serpe in seno per tanti anni, ritrovandosi a vivere giorni che sembravano ormai retaggio del passato, così come le parole coprifuoco e guerra. Ma il Belgio, in cui continua la caccia ai terroristi dopo le stragi di Parigi, è anche un Paese in cui persone di culture e provenienze diverse sono riuscite a coesistere nella vita di tutti i giorni ma soprattutto nello sport, regalando a loro stessi, e al popolo che le ha accolte, soddisfazioni e speranze che in molti campi sembravano impossibili.

Si fa un gran parlare in questi giorni dell’Europeo di calcio in programma in Francia, che in tanti temono per il rinnovato allarme attentati: beh, se c’è una squadra che questo torneo ha la convinzione di poterlo vincere è proprio il Belgio di Wilmots, un vero melting-pot di calciatori dalle origini più disparate. Hazard, Nainggolan, de Bruyne, Benteke e Origi: questi sono solo alcuni dei talenti che la prossima estate sperano di coronare il sogno di una straordinaria generazione calcistica, che ha portato i ‘Diavoli Rossi’ di Bruxelles a comandare per la prima volta nella storia la classifica Fifa per Nazioni.

A dare l’idea di quanto la delicata situazione sociale che si vive in questi giorni non sia estranea nemmeno a questa fantastica realtà sportiva è, però, la storia di Romelu Lukaku, da anni protagonista in Premier League con le maglie di Chelsea, WBA ed Everton. Il centravanti classe 1993 è nato ad Anversa, ma la chiamata dell’Anderlecht (il club belga più vincente, famoso anche per il suo vivaio in grado di sfornare importanti talenti come ad esempio Scifo e Kompany) lo porta a trasferirsi giovanissimo a Bruxelles. “Vivo dove la polizia in questi giorni sta facendo molte operazioni. Vivo a Molenbeek – ha spiegato Lukaku al ‘Mirror’ – . Sono stato in un appartamento in quella zona per sei anni. E’ un posto tranquillo, non ho mai avuto alcun problema. Ma con quel che sta succedendo ora la situazione è diventata piuttosto difficile. Tutta la mia famiglia è ancora lì, e ovviamente proveremo a trasferirci il prima possibile. Voglio solo che la mia famiglia sia al sicuro”.

Molenbeek, quartiere a pochi minuti a piedi dal centro di Bruxelles, in questi giorni è al centro delle cronache della caccia ai terroristi: nella zona in cui ci sono 22 moschee e una popolazione in gran parte di origine araba la Polizia belga sta cercando di stanare Salah e gli altri responsabili delle stragi del 13 novembre a Parigi, nel tentativo di prevenire altri attentati. Sempre a Molenbeek, Amedy Coulibaly aveva comprato le armi che poi gli erano servite nell’attentato al supermercato Hyper Cacher di Parigi successivo all’attacco a Charie Hebdo.

Ma se c’è un Belgio in cui l’Isis ha trovato terreno fertile, ce ne è anche uno in cui talenti come Lukaku portano in alto il nome dei ‘Diavoli Rossi’ pur avendo alle spalle storie familiari di emigrazione spesso simili a quelle dei terroristi. Il calcio è nel destino della famiglia Lukaku: il padre Roger è stato un calciatore professionista, rappresentando anche il suo Paese d’origine, lo Zaire, e si è trasferito in Belgio all’inizio degli anni 90 grazie alla chiamata del Boom, un club di seconda divisione. Il suo nome finirà poi sulle pagine di cronaca a causa dell’arresto, nel 2012, per violenze contro la moglie.

Il talento di Romelu è evidente sin dai primi passi nelle giovanili: all’Anderlecht dal 2006, il debutto in prima squadra arriva nel 2009, a 16 anni appena compiuti. E la prima stagione tra i professionisti è semplicemente da urlo: Lukaku si laurea capocannoniere della Pro League, e i suoi 15 gol hanno un peso decisivo per la conquista da parte dell’Anderlecht del trentesimo titolo della sua gloriosa storia. A 17 anni non ancora compiuti arriva anche l’esordio nella Nazionale maggiore, di cui diventa presto uno dei protagonisti.

Centravanti dal fisico possente, bravo con entrambi i piedi, Lukaku si conferma nella seconda stagione tra i grandi, e attira su di sé l’interesse dei più grandi club europei. A scommettere pesantemente su di lui è il Chelsea di André Villas-Boas, che lo acquista per 12 milioni di euro più bonus (per un totale massimo di 20 milioni): a Stamford Bridge, però, la concorrenza è forte, con gente del calibro di Fernando Torres ma, soprattutto, del suo idolo Didier Drogba nel reparto offensivo. Il giovane belga trova poco spazio, e la cosa non può andare a genio a chi ha personalità e ambizione da vendere, tanto da rifiutare la medaglia da vincitore della Champions League (conquistata dal Chelsea nella rocambolesca finale con il Bayern Monaco) perché non riesce a sentirla ‘sua’.

In accordo con Di Matteo, subentrato a Villas-Boas nell’inverno precedente, Lukaku decide di andare a farsi le ossa in un club ‘minore’ di Premier League: a spuntarla è il West Bromwich Albion, che lo prende in prestito per un anno. La stagione nel WBA si rivela ottima per la crescita di uno degli attaccanti più promettenti in circolazione: con 17 reti si guadagna la massima considerazione di tutti, tranne, però, quella di Josè Mourinho, che dopo averlo valutato attentamente nel precampionato decide di mandarlo in prestito all’Everton. Archiviata la delusione per non essere riuscito ad essere protagonista con la maglia blu del Chelsea, Lukaku lo fa con quella dei ‘Toffees’: nella stagione che porta al Mondiale realizza 15 gol, diventando uno dei beniamini del ‘Goodison Park’. L’Everton decide di riscattarlo staccando un assegno da ben 28 milioni di sterline al patron del Chelsea Abramovich, facendo di lui la stella di una squadra che ambisce a un definitivo salto di qualità.

Il Mondiale brasiliano dell’estate del 2014 sembra, complice anche l’infortunio del centravanti titolare Benteke, il trampolino per il lancio definitivo di Lukaku nel calcio d’elite. Le cose però non vanno benissimo: a causa anche di alcuni problemi personali, come il ricovero del padre in ospedale per una malattia, Romelu non riesce ad incidere come era nelle attese. Complice l’esplosione di Origi, che gli ‘scippa’ il posto da titolare, riesce a realizzare un solo gol, quello del momentaneo 2-0 con gli Stati Uniti nei supplementari degli ottavi di finale. La corsa dei ‘Diavoli Rossi’ si interrompe nella partita successiva, con l’Argentina di Messi e Higuain che si aggiudica il remake di Messico ’86, quando Maradona trascinò i suoi alla finale eliminando praticamente da solo la Nazionale belga più forte di sempre prima dell’attuale.

Ma quella in Brasile, seppur dolce-amara, è stata di sicuro un’esperienza formativa per un gruppo giovane e dal talento immenso, che tra pochi mesi in Francia spera di tornare a mostrare il lato ‘buono’ di un Paese scosso dai recenti fatti. Che in attacco, poi, ci sia un ragazzo che è cresciuto a Molenbeek è un segnale di speranza che va ben oltre il campo di gioco.

 

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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Calcio

Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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Calcio

Predrag Pasic: una scuola calcio per resistere alla Guerra

Simone Nastasi

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Compie oggi 60 anni Predrag Pasic, l’ex calciatore dell’ex Jugoslavia, che è voluto tornare in Patria per amore della sua terra e del suo popolo. Vi raccontiamo la sua storia e quella della scuola calcio da lui fondata per dare un calcio alla Guerra.

Ero orgoglioso di essere un cittadino di una città così aperta tutti. Solo a Sarajevo si potevano ascoltare le campane delle Chiese Cattoliche, i suoni delle Moschee e vedere gli ebrei andare in Sinagoga”. Agli inizi degli anni Novanta Sarajevo è ancora la città simbolo del multiculturalismo. La “Gerusalemme dei Balcani”. Aperta a tutti, dove le tre religioni convivono; l’Oriente e l’Occidente si incontrano e cristiani, musulmani ed ebrei possono finalmente darsi la mano. Una “città gioiello”, un laboratorio di integrazione etnica e religiosa. Fino a quando anche qui prevalgono i nazionalismi e arriva la guerra a distruggere tutto. E in poco tempo Sarajevo diventa una città ferita.

I palazzi sono deturpati dalle bombe. Molti di essi non esistono più: diventano solo un cumulo di macerie. La gente ha paura ad uscire per strada.  A molte ore del giorno c’è il coprifuoco. Non c’è più traccia di quella che può essere considerata una vita sociale. Non ci sono persone che camminano; non ci sono bambini che giocano per la strada.

Predrag Pasic, a Sarajevo, è tornato da qualche anno. Ha voluto terminare qui la sua carriera di calciatore, nella sua città, di ritorno dalla Germania, dove ha vestito le maglie di Stoccarda e Monaco 1860. E’ voluto tornare in patria per indossare la maglia della sua squadra del cuore: il FK Sarajevo. Quando nel 1992 scoppia la guerra, è ancora un calciatore in attività. Deve decidere che cosa fare. Potrebbe andare via, all’estero. Strappando magari un altro contratto con qualche altra squadra che lo cerca. Ma Pasic, invece, decide di restare. E in una città che per colpa della guerra è diventata l’ombra di se stessa annuncia di voler fondare una scuola calcio per bambini. Per aiutarli a tornare a giocare. Per qualcuno, l’idea di aprire una scuola calcio in una città assediata dalle bombe e con la gente nel mirino dei cecchini è semplicemente “una pazzia”. Ma ciò nonostante Pasic decide di andare avanti.

E’ così che nasce la scuola calcio di Bubamara. Vicino ad un cimitero che prima era un campo di calcio. Pasic è il suo fondatore e vuole che la scuola calcio sia prima di tutto un punto di incontro. Non vuole sentir parlare di nazionalismi. Non vuole ascoltare la gente come Radovan Karadzic che prima di diventare il temuto leader dei serbo-bosniaci era lo psicologo della sua squadra l’FK Sarajevo. Niente muri, soltanto ponti. Come quello che i bambini che si iscrivono alla Bubamara devono attraversare ogni volta per arrivare al centro sportivo. Sempre sotto l’occhio vigile dei cecchini, che sul ponte, hanno i fucili puntati. Oggi a distanza di anni, sono in molti a credere che Pasic abbia avuto ragione. Ventiquattro anni dopo la scuola calcio di Bubumara è ancora lì. Nel frattempo, le cose sono cambiate in meglio. Grazie al progetto Intercampus, la scuola calcio ha ricevuto il sostegno dell’Inter. E i ragazzi che giocano al Bubumara indossano la maglia nerazzurra. La soddisfazione più grande per Pasic è comunque sempre quella di vederli giocare. Con un piccolo rammarico. “La gente che mi incontra per strada mi ricorda sempre come calciatore. Vorrei che mi  riconoscesse per il Bubamara

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