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Calcio

I 10 numeri di maglia più strani nella storia del calcio

Matteo Luciani

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Compie oggi 39 anni Mohamed Kallon, talentuoso calciatore della Sierra Leone, ricordato in Italia per i suoi trascorsi soprattutto all’Inter e alla Reggina. Ma quello per cui è ricordato è l’insolito numero scelto. Ma non è il solo. Ecco i numeri di maglia più strani della storia del calcio.

Numeri di maglia e calciatori; talvolta connubio indissolubile tra un campione e la sua casacca (come per storici ’10’ quali Maradona, Del Piero, Totti, il ‘divin codino’ Baggio o l’inconsueto 14 del fenomenale e oggi compianto Johan Cruijff), in altre occasioni, invece, opportunità per atleti meno noti e talentuosi di salire comunque agli onori delle cronache sportive.

Lo spunto più interessante ce l’ha dato Nani, quando lo scorso anno come neoacquisto della Lazio scelse di indossare la maglia numero sette, evocando quel “Biancaneve e i 7 Nani” che tutti conosciamo. Ma non è il solo ad essere finito della storia dei numeri “leggendari”.

Sono innumerevoli, infatti, gli esempi di numeri assurdi nel mondo del calcio; in questa speciale classifica, pertanto, si è deciso di raggruppare soltanto i dieci casi più divertenti/sorprendenti secondo IoGiocoPulito. Pronti, partenza, via.

  1. Mohamed Kallon (Inter)

Siamo agli inizio degli anni Duemila e la numerazione dei calciatori è ancora piuttosto ‘regolare’. Poi arriva lui: ‘Momo’ Kallon. Giunto in Italia a metà del decennio precedente, il calciatore originario della Sierra Leone nell’estate del 2001 (dopo svariati anni di prestiti in giro per l’Europa ed il Belpaese) finalmente arriva all’Inter per restare e si fa subito notare. Il motivo? Non tanto gol e prestazioni quanto il numero 3 (tipico di un terzino o al massimo di un difensore centrale) sulle spalle!

  1. Fabio Gatti (Perugia)

Signore e signori, tutti in piedi. Con Fabio Gatti da Perugia siamo all’apice della genialità. Prime giornate del campionato 1999-2000, il Grifone è una realtà ormai solida nella massima serie italiana grazie al presidente Luciano Gaucci; un nuovo giovane della ‘cantera’ biancorossa inizia a segnalarsi per il piede delicato e le ottime prestazioni sul campo. Si parla ben presto di Roma e Juventus sulle sue tracce ma Gatti finisce sulle prime pagine dei giornali anche per il numero scelto: il 44. Per quale motivo? 44 Gatti..vi dice nulla?

  1. Marco Fortin (Siena)

Marco Fortin: ovvero quando il calciatore, oltre a voler mostrare la propria (ampia) dose di sana follia, decide di sfoggiare anche ottime doti in inglese. 14 nella lingua britannica si scrive ‘fourteen’ ma si pronuncia esattamente come il cognome dell’ex portiere (tra le altre) di Siena e Cagliari. Inutile aggiungere, quindi, le ragioni per le quali Fortin sul finire degli anni Duemila decise di indossare tale numero..

  1. Ivan Zamorano (Inter)

Il bomber cileno, ex Real Madrid ed Inter, potremmo dire che sia stato il vero pioniere nel campo della stravaganza in quanto a numeri sulla maglia. La storia è la seguente (e ormai anche piuttosto nota); estate 1997, Il presidente interista Moratti decide di fare il botto e porta a Milano il ‘Fenomeno’, Luis Nazario de Lima Ronaldo. Il numero nove è stato sino a quel momento appannaggio di Zamorano, che, però, da buon padrone di casa decide di lasciare senza polemiche la casacca del bomber per eccellenza al nuovo arrivato. Come dimostrare di essere ancora un vero nove? Zamorano ci pensa su e poi progetta la grande idea: “Datemi il 18 ma tra i due numeri metteteci un piccolo segno +”. 1+8 fa 9 ed ecco che per il cileno è rimasto esattamente tutto come prima…

  1. Cristiano Lupatelli (Chievo)

Siamo sul finire degli anni Novanta quando un giovane portiere italiano si fa notare tra i pali della Fidelis Andria; mezza Serie A vuole accaparrarsi le sue mani d’oro ma alla fine la spunta la Roma del presidente Sensi. Si chiama Cristiano Lupatelli e alla fine rimarrà nella Capitale solo per due anni (vincendo però uno Scudetto da secondo del titolare Antonioli). Nell’estate del 2001, il passaggio al neopromosso Chievo Verona, una delle più belle favole mai proposte dal calcio dello stivale. Si arriva alla consegna della lista con i numeri dei calciatori e Lupatelli decide di sorprendere l’Italia e l’Europa con una scelta incredibile: il numero dei fantasisti, dei fenomeni con la palla al piede, il 10!

  1. Hicham Zerouali (Aberdeen)

Zerouali è stato (purtroppo è deceduto nel 2004 a soli 27 anni) un calciatore marocchino che tra il 1999 e il 2002 ha militato in Scozia, con la maglia dell’Aberdeen. Probabilmente con l’intento di richiamare il suo cognome, l’attaccante africano in quell’esperienza opta per il numero 0! Si trattò di una decisione che suscitò molte polemiche, tanto che la Federazione scozzese dall’anno seguente iniziò a vietare l’utilizzo del folkloristico numero zero.

  1. Jonathan De Guzman (Chievo)

Storia dei giorni nostri. Il centrocampista De Guzman lascia Napoli ed approda al Chievo Verona alla corte di Rolando Maran. Una mezzala dinamica come lui che numero avrà potuto scegliere? 7? 8? Macché! Come cantava Lucio Dalla ‘l’impresa eccezionale, dammi retta, è essere normale’, pertanto De Guzman si prende il numero 1! Chissà, magari un tentativo di ‘parare’ gli avversari già dalla metà campo..

  1. Salvatore Fresi (Salernitana)

Difensore centrale di La Maddalena, ‘Totò’ Fresi nel 1998 torna alla Salernitana dopo tre anni di Inter. Il numero 6 è occupato pertanto a Fresi scatta la ‘zamoranata’. ‘Prendo il 33..tanto tre più tre fa sei..“. E via alla maglia granata con ‘Fresi 3+3’ sulle spalle (seppur soltanto per poche gare rispetto all’ex compagno cileno).

  1. Luca Bucci (Parma)

Parafrasando ‘La Solitudine dei Numeri Primi’, nel caso del portiere Luca Bucci potremmo affermare ‘La noia di avere il numero uno’. L’ex estremo difensore, nella sua seconda esperienza al Parma, decise di scegliere dapprima il numero 5 ed in seguito addirittura il numero 7. Chiamatelo come volete ma non ‘numero uno’..

  1. Salvatore Soviero (Crotone)

Salito alla ribalta delle cronache nei primi anni Duemila per una clamorosa rissa innescata (da solo) nei confronti dell’intera panchina del Messina, il portiere ‘Sasà’ Soviero entra a far parte di questa classifica del tutto particolare poiché durante la sua esperienza crotonese, tra il 2005 ed il 2007, scelse di abbandonare il tradizionale ‘1’ in favore di un maggiormente ‘pazzo’ numero ‘8’

Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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Dario Fo: il Premio Nobel che amava il calcio “vecchie maniere”

Matteo di Medio

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Il 13 Ottobre 2016 moriva Dario Fo, uno degli artisti italiani più stimati al mondo. Un uomo che aveva capito come sarebbe finito il nostro calcio e l’aveva detto chiaro e tondo.

Sono passati due anni esatti della morte del premio nobel per la letteratura Dario Fo. Dopo giorni di ricovero all’ospedale Sacco di Milano, l’istrionico drammaturgo salutava il mondo, lasciando una traccia indelebile nel panorama artistico nazionale ed internazionale. Un uomo senza peli sulla lingua, in prima fila nelle battaglie contro i poteri forti. Logiche di potere che nel tempo hanno coinvolto tutti i livelli della società compreso lo sport, in particolare il calcio.

Dario Fo, che in un’intervista aveva dichiarato di aver praticato da dilettante il nuoto di fondo e la corsa di montagna, evidenziò il cambiamento radicale che l’universo sportivo ha vissuto nel corso del tempo, passando da una logica popolare verso una visione solo legata al business e al successo a tutti i costi. Lo sport come specchio di una collettività che stava perdendo la dignità e l’allontanamento dei valori di comunità che il popolo italiano, e non solo, stava vivendo e che, tragicamente, vive quotidianamente. “Quando ero giovane io, accadeva che fare dei viaggi, andare in un’altra città al seguito della tua squadra del cuore era costoso ed un privilegio che si concedeva ai gruppi di supporters ufficiali dell’équipe. Ora ci sono questi “faccendieri” che organizzano trasferte e chiamano chi vogliono loro, approfittando dei soldi che circolano in quantità maggiore nelle casse delle squadre. Questo mutamento radicale di sistema ha provocato la creazione di un clima più acuto, più esacerbato, aggressivo. Lo sport ora è diventato un affare da gestire, come in una lotta tra multinazionali, con conseguente perdita di valori, quelli genuini che nutrivano le discipline. Quello spirito della correttezza sportiva che caratterizzava i tempi miei non c’è più o c’è sempre meno: mi riferisco al motto del “Vinca il migliore”, non un modo di dire puro e semplice, piuttosto un sentire vero, profondo, che albergava nell’animo dei giocatori e degli atleti“. Accuse forti che risultano essere tremendamente profetiche visti i tempi moderni e la direzione che lo sport sta prendendo giorno dopo giorno, anche in tema di demonizzazione a tutti costi dei tifosi:Quando perdi le relazioni con il prossimo, perdi la dignità, la generosità verso il tuo compagno, verso il collega e il “diverso” diventa il tuo principale nemico, da aggredire, da mortificare“.

Forte e diretto come sempre, si scagliò contro il razzismo e i “poveri” del calcio: “I giocatori che vengono dall’Africa nei grandi club italiani sono pagati meno. E’ una guerra di poveri contro i ricchi. Diverso è per il Rugby, uno splendido sport non ancora macchiato dalle grandi logiche del guadagno e del potere. Tutto il contrario del football americano, che vive la sua giornata di gloria con la finale di Super Bowl“. Sempre il business al centro della critica e la guerra contro quei Presidenti di calcio spinti solo da mire affaristiche. Ed è stato proprio il calcio moderno ad allontanarlo dalla passione per il pallone, in particolare per la sua Inter di cui era tifoso: “Ero tifoso dell’Inter di Meazza, ma ho smesso di seguire da vicino questo sport quando sono iniziate le manfrine e lo si usava per fare politica. Certe cose non mi piacciono. Adesso mi appassiono soprattutto per la Nazionale che spero torni ad essere vincente come nel 2006“. Così diceva nel 2014 quando Thohir era a capo della squadra nerazzurra da poco più di un anno. E anche per il magnate indonesiano, l’artista varesino non lesinò bordate che, anche in questo caso, risultarono essere in linea con quanto sarebbe accaduto in tempi non sospetti con il passaggio di proprietà al gruppo cinese Suning: “Pensate che si senta a casa a Milano? Che abbia dentro lo spirito milanese? Oppure credete che sia venuto qua perché considera l’Inter un affare? Purtroppo non c’è più la dimensione greca dello sport, la voglia di confrontarsi che avevano tutte le Polis. Gli anni sono passati e i valori sono diversi“.

Ma non risparmiò neanche il Milan e la città in generale:”Lo sport è lo specchio della società e in questo caso della città. Io fingo di non interessarmene ma in realtà il calcio un po’ lo seguo e non posso non accorgermi che si sono perse la chiarezza, la pulizia e l’esempio che Milano ha dato per anni. Sfoglio i giornali e leggo solo di ‘business’, di ‘progetti’, di giocatori da comprare e vendere come se il mondo del pallone fosse diventato il mercato degli Obej Obej. Prima le due società milanesi non erano così“.

Dedicò anche un libro ad un pugile sinti, raccontando la storia di Johann Trollmann, deportato nei campi di concentramento nazisti.

Un personaggio scomodo che ha sempre detto quello che pensava, giusto o sbagliato che fosse, e che, per quel che concerne lo sport, aveva centrato in pieno le dinamiche che lo stanno lentamente portando al collasso.

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Bruno Neri, storia del calciatore partigiano che non si piegò al Fascismo

Simone Nastasi

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Il 12 Ottobre 1910 nasceva a Faenza, Bruno Neri, il calciatore partigiano divenuto simbolo della Resistenza al Regime Fascista. Lo celebriamo raccontando la sua storia e quel gesto che gli valse la gloria eterna.

 

Anche l’Italia ha avuto il suo Carlos Caszely. Il calciatore ribelle che non ha voluto accettare il corso della storia. Che non si è piegato al cambio di potere in atto all’interno del suo Paese, il Cile: fuori la democrazia e dentro la dittatura militare. Che ha sbagliato un calcio di rigore importante o si è fatto espellere in una partita dei Mondiali e soltanto, a quanto pare, per fare uno screzio al tiranno. Beccandosi perciò gli strali del generale Augusto Pinochet.

Molti anni prima di Carlos Caszely c’è stato chi ha voluto anticipare le sue gesta. Ribellandosi al potere governante e diventando un “eroe” popolare, ma non per quanto fatto vedere sul campo, ma fuori. E’ successo in Italia. Ai tempi del fascismo. Quando Bruno Neri vestiva la maglia della Fiorentina. Ancora oggi, lo ricordano come il “calciatore partigiano”. Per via di quella sua militanza antifascista che lo portò, una volta scoppiata la guerra, a decidere di imbracciare perfino le armi.

Ma il gesto che entrerà per sempre negli almanacchi della storia del calcio, accadrà in un giorno del 1931. Quando a Firenze si deve inaugurare il nuovo stadio progettato dall’architetto Pier Luigi Nervi. Un impianto voluto direttamente dal Duce, che infatti sarà progettato a forma di lettera “D”.  Si sarebbe chiamato “Giovanni Berta”, in onore del celebre squadrista fiorentino. Per poi negli anni successivi, diventare dapprima lo “Stadio Comunale” e poi successivamente (come si chiama oggi) “Artemio Franchi”.

La partita inaugurale è prevista il 13 settembre del 1931. Quel giorno è infatti in programma la sfida tra la squadra di casa la Fiorentina e la compagine austriaca dell’Admira Vienna. Sugli spalti gli spettatori presenti sono 12 mila. Lo stadio può contenerne molti di più ma i lavori non sono ancora stati terminati. Prima del fischio di inizio è previsto (come di norma) il saluto alle autorità presenti in tribuna. Per l’occasione, quel giorno, allo stadio “Berta” ci sono anche il podestà fiorentino Della Gherardesca e altri gerarchi fascisti . Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro per omaggiare i rappresentanti del regime. Tutti meno che uno. Lui, Bruno Neri il quale sarà l’unico di quella formazione a non rivolgere verso le autorità il consueto “saluto romano” (come fece, allo stesso modo, Matthias Sindelar in occasione di Germania-Austria). Nonostante sia ancora un calciatore,  Bruno Neri è già un convinto antifascista. Il quale, molti anni più tardi, dopo l’armistizio di Cassibile nel 1943, deciderà di arruolarsi nella Resistenza partigiana. Assumendo il ruolo di comandante del Battaglione Ravenna, con il nome di battaglia “Berni”.

La guerra, tuttavia, non gli impedisce di continuare a giocare a pallone. Con la maglia del Faenza, nel 1944, partecipa infatti al campionato Alta Italia. Sarà quello, l’ultimo campionato della sua vita. Morirà infatti, il 10 luglio del 1944 dopo uno scontro a fuoco con i soldati tedeschi avvenuto ad Eremo di Gamogna, sulle montagne dell’Appenino tosco-Romagnolo. Da quel giorno, Bruno Neri detto “Berni” diventerà per tutti il calciatore partigiano.

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