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Hockey Ghiaccio: Milano alza la Coppa Italia

Lorenzo De Vidovich

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In quella che sembra, o perlomeno vorrebbe essere, la stagione zero dell’hockey italiano, è stato assegnato anche il secondo trofeo stagionale. Si tratta della Coppa Italia, messa in palio fra le squadre della Serie B, torneo cadetto, ma l’unico a disputarsi interamente in territorio italiano. Nella serata di martedì 28 febbraio, ad alzare la Coppa Italia sul ghiaccio del Pranives Eisstadion di Selva di Val Gardena, è l’Hockey Milano Rossoblu. Per la squadra che eredita la grande storia dell’hockey milanese, è il primo trofeo in bacheca con questo nome; il secondo se si conta anche la promozione dalla A2 alla Serie A, nel 2012, ottenuta sempre sulla stessa pista. Una conferma, quindi: la Val Gardena porta bene al Milano, che due anni fa, a Gennaio 2015, perse la Coppa Italia in finale contro il Renon (campioni d’Italia in carica) tra le mura amiche.

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Il trofeo di ieri sera metteva di fronte l’una all’altra due squadre sostanzialmente giovani: la società Hockey Milano Rossoblu è nata nel 2008, dopo la conclusione della vincente era Vipers (cinque volte campioni d’Italia). La sua sfidante, l’Hockey Club Nuovo Fiemme, è nata appena l’anno scorso, riportando l’hockey in Val di Fiemme con la partecipazione alla Serie dalla stagione 2015-2016. Al suo secondo anno, la squadra trentina è stata campione d’inverno in Serie B, ed ha accarezzato il sogno di vincere la Coppa Italia. Sì, perché dopo mezz’ora di gioco, il Fiemme era avanti per 3-1. Decisiva l’inferiorità numerica ad inizio del terzo periodo, dove in 5 contro 3 sul ghiaccio, il Milano ha pareggiato i conti, imponendosi poi fino alla rimonta per 4-3, e alla gioia finale (sulla pagina facebook della Curva del Milano si possono trovare i video di questi due importanti momenti). Un trofeo che il popolo rossoblù sognava e che sia la società, che i tifosi, che i giocatori avevano individuato fin dalle prime battute settembrine come un obiettivo stagionale da centrare. Andiamo a Comandare: così recitava la coreografia allestita dal tifo organizzato milanese che ha anche accolto i vincitori al loro ritorno in città alle prime luci dell’alba. In molti sono saliti in Alto Adige dal capoluogo lombardo, nonostante il giorno infrasettimanale. Lo stesso hanno fatto dalla più vicina Val di Fiemme i tifosi gialloneri. Ma la scelta di disputare l’incontro di martedì grasso, durante la settimana bianca, a Selva di Val Gardena, non è casuale: la FISG ha scelto questa location allo scopo di devolvere tutto l’incasso della partita (1.500 spettatori) alla famiglia di un giovane ragazzo gardenese rimasto paralizzato. C’è anche una questione organizzativa figlia di un dietrofront, che ancora una volta mette in luce le debolezze del movimento hockeystico italiano, ancora costretto a una programmazione precaria nonostante una buona volontà collettiva: la formula inizialmente prevista era quella della classica Final Four da disputare nei due giorni di un weekend, e il torneo era previsto per il weekend del 18-19 febbraio. Poiché nessuna squadra si è proposta di organizzare l’evento nella sua sede, ecco il cambiamento in corsa, con una finale secca determinata da due semifinali con andata e ritorno (forma non del tutto usuale nell’hockey, utilizzata però nel torneo internazionale europeo della Champions Hockey League). Il Milano ha staccato il pass per la finale superando la squadra di Appiano sulla Stada del Vino (6-0 all’andata, k.o per 1-0 al ritorno), mentre il Fiemme ha superato i cugini del Pergine, in un confronto fra le uniche due squadre professioniste del Trentino. La Coppa Italia è il secondo trofeo assegnato quest’anno, successivo al titolo di Campione d’Italia, quest’anno inusualmente stabilito nel bel mezzo della stagione, con i fari ben puntati sulla nuova Alps Hockey Liga, pronta ai sui primi playoff. Il risultato è stato una serata di hockey vero e puro, in una partita combattuta e tirata, caratterizzata dalla rimonta Rossoblù, dal grande inizio di partita del Fiemme, dove non sono mancate esclusioni di colpi. Ha trionfato il Milano, il capitano Alessandro Re, rossoblù doc, ha alzato il trofeo davanti a centinaia di tifosi ospiti, e non si sono risparmiati abbracci sul ghiaccio fra giocatori e tifosi.

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Abbiamo raccolto due interviste del dopo-partita, per testare gli umori da entrambe le parti. Per il Milano, commenta la gara Andrea Schina, difensore arrivato in rossoblù quest’anno, rimasto orfano del Val Pellice, e autore di due gol: «sarò sincero, due gol in finale non me li aspettavo, sono contento. Nonostante fossimo sotto 3-1 non ero preoccupato perché stavamo giocando bene e siamo riusciti a imporci. Una bella soddisfazione. Ora l’ultima gara di stagione regolare, e poi i playoff, ma intanto ci godiamo questo trofeo». Per il Fiemme invece, la voce è quella di Rudi Locatin, 34enne di Rovereto con tanta esperienza alle spalle, soprattutto nella squadra della Val di Fassa, e che ha subito sposato il nuovo progetto Fiemme: «Ovviamente c’è un po’ di amarezza, sei vicino all’obiettivo in una partita combattuta e lo vedi sfumare, ma devo fare i complimenti al Milano che ha messo 60 minuti di intensità dimostrando di essere una squadra completa. Ammetto che è stata determinante la serie di penalità ad inizio del terzo drittel, sulle quali nutro dei dubbi ma non entro nel merito delle decisioni arbitrali, siamo umani e possiamo sbagliare tutti». Le due squadre, inoltre, si erano già sfidate tre giorni fa in campionato, e lì il Milano ha vinto 5-2: «Abbiamo giocato meglio che a Milano, lì avevamo preso un gol a freddo che ci ha intimorito, in uno stadio che è una bolgia, ieri sera eravamo più sciolti, ma questa è una sconfitta da cui ripartire: non può che farci crescere». Avrà pure le sue difficoltà, ma agonismo, passione e supporto all’hockey su ghiaccio italiano non mancano assolutamente.

 

© Foto di Carola Fabrizia Semino

 

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Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Paul Allen: storia del Genio tifoso innamorato dello Sport

Alessandro Mazza

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Genio, rivoluzionario, magnate, filantropo. Non bastano le parole, gli aggettivi. Scrivo. Meglio: pigio i tasti del mio PC. Il Personal Computer in ogni casa, la visione, il sogno della Microsoft. E di uno dei suoi fondatori, Paul Gardner Allen, che ci ha lasciato a 65 anni, sconfitto dalle complicazioni legate ad un Linfoma non-Hodgkin, rara forma di cancro che già lo aveva colpito nel 2009 e contro il quale stava combattendo nuovamente, come lui stesso aveva annunciato soltanto pochi giorni fa. Il co-fondatore di Microsoft se ne va nella sua Seattle, la città dello smeraldo e della prestigiosa scuola privata Lakeside, dove giovanissimo conobbe William Henry Gates III, meglio noto come Bill, con il quale fonderà nell’Aprile del 1975 il colosso informatico destinato a cambiare la vita di miliardi di persone. Servirebbero libri, film, documentari. Ci sono stati, ci saranno.

Un uomo diverso, dai molteplici interessi, la sua enorme ricchezza (oltre 20 miliardi di Dollari secondo Forbes) messa a disposizione di svariati progetti. E delle sue passioni. La musica, con la sua band, gli Underthinkers, e il mito di Jimi Hendrix che lo accompagnerà tutta la vita. E lo sport, l’altro grande amore di Paul Allen. Nel Giugno del 1988, Allen acquista i Portland Trail Blazers, storica squadra NBA: 70 milioni di Dollari a Larry Weinberg, uno dei fondatori della franchigia e un “sogno che diventa realtà” per il genio dell’informatica. La squadra è buona, futuribile, la stella del giovane Drexler ha cominciato a brillare e il tocco di Allen (all’epoca il più giovane proprietario nello sport professionistico americano) sembra quello di Re Mida. Dopo una prima stagione interlocutoria, Portland cambia marcia: tre Finali di Conference consecutive, due delle quali vinte. Si perde in Finale NBA, troppo forti i Bad Boys di Detroit nel 1990 e il Michael Jordan del ’92, lanciato nell’Olimpo dal primo titolo conquistato l’anno prima contro i Lakers (che avevano sconfitto proprio i Blazers nelle finali dell’Ovest). Vinceranno, si pensa, questo giovane miliardario troverà il modo di trionfare anche nello sport. E invece non vince. Si ricomincia con le uscite al primo turno dei Playoffs, Drexler chiede e ottiene la cessione, la squadra non ingrana. Alla fine degli anni ’90, uno spiraglio: un gruppo nuovo, giovani promettenti (Wallace, Stoudamire), veterani di spessore (Pippen, Smith), leggende europee (Sabonis, Schrempf). Sembrano pronti, dopo le Finali dell’Ovest perse nel ‘99, nel 2000 si mettono alle corde i soliti Lakers, stavolta in versione Kobe&Shaq. Ma il quarto periodo della decisiva gara7 è un calvario, la rimonta di Los Angeles stronca i sogni di Portland e la finale di Conference va di nuovo ai gialloviola.

Paul Allen spende tantissimi soldi, spesso male. La squadra non migliora, anzi, si riempie di personalità e caratteri discutibili (a qualcuno viene in mente di chiamarli Jail Blazers vista l’attitudine comportamentale di qualche giocatore di riferimento). Fuori dal campo le cose non vanno meglio: la Rose Garden Arena va in bancarotta, per molti Allen pensa di cedere la squadra o addirittura di trasferirla nella sua Seattle, destinata di lì a poco a perdere la franchigia che verrà spostata dai nuovi proprietari ad Oklahoma City. Paul Allen, invece, mantiene il controllo dei Trail Blazers. Non solo, smentisce categoricamente l’idea del trasferimento a Seattle. Dove invece aveva salvato un’altra squadra. Già, perché nel 1996 Paul Allen decide che la NFL deve rimanere a Seattle e acquista i Seahawks da Ken Behring, orientato a trasferirli in California. Col Football, la storia sembra ripetersi: la squadra va bene praticamente da subito, cominciano ad arrivare le vittorie in Regular Season, le qualificazioni ai Playoffs e soprattutto il primo Superbowl, anno 2006. Anche stavolta, però, una sconfitta: sulla strada dei Seahawks, gli Steelers di Roethlisberger, la storia che va ancora una volta da un’altra parte, anche decisioni arbitrali controverse. Ma quando vince Paul Allen? Fidatevi, vince. E lo fa proprio con la squadra della sua città, trionfando nel Superbowl XLVIII in una partita in cui la clamorosa difesa dei Seahawks, la “Legion of Boom”, metterà in ginocchio l’attacco dei Denver Broncos e del leggendario QB Peyton Manning. Paul Allen alza al cielo il Vince Lombardi Trophy, festeggia, si narra che nel party per la vittoria abbia nuovamente imbracciato la chitarra e suonato. Come faceva nelle sue celebri feste sull’Octopus, lo yacht (oddio “yacht”, il palazzo galleggiante di sua proprietà) che ospitava la serata più divertente dell’intera settimana del Festival di Cannes. Chitarra che, a proposito, secondo il leggendario Quincy Jones sapeva suonare proprio come Hendrix.

Paul Allen perderà ancora: un Superbowl in maniera clamorosa, con uno scellerato ultimo possesso che toglierà ai Seahawks il bis del titolo e consegnerà l’anello ai Patriots dei monumenti Brady e Belichick. E perderà ancora con Portland, dove infortuni, scelte sbagliate e avversari oggettivamente troppo superiori hanno tenuto i Blazers lontano dalle Finali e da un titolo (l’unico) che manca dal 1977. Ma questo miliardario tifoso c’è sempre stato, fino alla fine, nella vittoria e nella sconfitta. Persino in qualche trasferta (cosa assai rara per i proprietari statunitensi), seguendo le proprie squadre con una passione probabilmente unica. Domenica per Seattle c’è il turno di riposo, Portland invece comincerà ufficialmente la stagione tra un giorno, tra le mura amiche e proprio contro i soliti Lakers. Sarà l’esordio con Los Angeles di LeBron James, per i Blazers sarà soprattutto la prima gara senza Paul Allen. Il posto vuoto sotto al canestro, il ricordo, certamente le lacrime.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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