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Calcio

Higuain-Dybala, una coppia che non decolla

Antonio Casu

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Il 26 luglio scorso si è concretizzato uno dei affari più grossi della storia del calcio. Gonzalo Higuaín, trionfatore dell’ultima classifica marcatori della Serie A con 36 reti, è passato dal Napoli alla Juventus per la cifra record di 94 milioni di euro. Un’assurdità, per alcuni. Un grande affare, per altri. I tre mesi e rotti trascorsi sembrano aver dato ragione ai secondi. Alla Juventus, in primis: i bianconeri, alla ricerca di un giocatore capace di trasformare in realtà il sogno Champions League, hanno portato a casa una delle migliori prime punte del mondo, oscurando allo stesso tempo la cessione di Pogba al Manchester United. Un colpo utile sia dal punto di vista tecnico che mediatico, insomma. Ma non sono gli unici ad averci guadagnato. Si pensi al Napoli: i partenopei hanno ceduto l’attaccante ad un cifra probabilmente superiore al valore reale dell’argentino, spostando di poco il potenziale offensivo della rosa con l’acquisto del giovane Arkadiusz Milik, grande protagonista d’inizio stagione fermato poi da un grave infortunio. La fatalità, in questo caso, non può certo cambiare le valutazioni sulla bontà dell’operazione in uscita.

E poi c’è Aurelio De Laurentiis. Il suo è stato un capolavoro assoluto: cedere una punta di 29 anni a 94 milioni di euro, nascondendosi dietro la maschera della clausola rescissoria, è definibile un colpo di genio.

Ovviamente non si può dimenticare il protagonista stesso della vicenda, Gonzalo Higuaín: l’argentino ha voglia di vincere e ha trovato la squadra ideale per farlo. Se a questo si aggiungono 7,5 milioni annui di ottimi motivi, il suo stato d’animo è fin troppo comprensibile.

L’affare ha accontentato tutti, in teoria. La Juventus ha rimarcato lo strapotere all’interno dei confini nazionali con un attaccante capace di risolvere le partite più difficili, alimentando inoltre le legittime ambizioni europee. Il Napoli continua ad autofinanziarsi applicando una strategia sostenibile di sviluppo sul mercato (da Cavani a Higuaín, da Higuaín a Milik) senza variare di molto i risultati sportivi, condizionati in questo momento soprattutto dall’infortunio dell’erede del Pipita. Higuaín esulta, De Laurentiis sorride e Marotta gongola. Chi manca in questo quadro? Paulo Dybala.

La Joya è l’unico che non sorride.  Il ventitreenne di Laguna Larga, star assoluta nella scorsa stagione, si è trasformato in un comprimario. La considerazione è supportata solo in parte dai numeri che ha offerto finora, in linea con il comprensibile avvio difficile della stagione d’esordio in bianconero (4 reti e 2 assist nell’annata in corso, medesimo rendimento nella scorsa fino al 3 novembre 2015), ma trova respiro in una semplicissima considerazione tattica: Mario Mandzukic, partner più frequente di Dybala fino all’arrivo di Higuaín, giocava per il compagno d’attacco. Lui, ora, deve giocare per il connazionale. Un’analisi superficiale del gioco del calcio porterebbe a pensare che una seconda punta giochi sempre in funzione della prima, ma la realtà è un’altra. Dybala, infatti, si è imposto in bianconero non solo grazie alle sue caratteristiche tecnico-tattiche e caratteriali, ma anche per merito del lavoro sporco del partner croato, una prima punta atipica abilissima nel portare via uno o più uomini e giocare spesso di sponda aprendo degli spazi interessanti per i compagni. La Juventus ha approfittato così degli inserimenti delle ali e dello stesso Dybala, risultando estremamente imprevedibile nella metà campo avversaria.

Higuaín è molto diverso da Mandzukic. Più attaccante d’area, maggiormente accentratore del gioco e più portato allo scarico sulle ali che sul compagno d’attacco. Il gioco di Dybala, collante perfetto tra mediana e trequarti, non è cambiato, ma sono diminuite drasticamente le chiavi possibili d’inserimento in zona gol. E lo stesso Higuaín, abituato a giocare come riferimento centrale a supporto di due attaccanti esterni, gioca complessivamente meno palloni rispetto ai tempi del Napoli di Sarri. I due, insomma, tendono ad essere in alternativa, più che complementari. E il potenziale di Dybala rischia di essere sprecato, un po’ come quello di Higuaín, anche se finora i numeri sono simili a quelli di un anno fa (8 reti e un assist nella stagione in corso, 10 reti e 2 assist al 3 novembre 2015 col Napoli). I numeri, però, dicono anche che Higuain non ha partecipato attivamente a nessuna delle azioni gol finalizzate finora da Dybala, e La Joja ha invece servito un solo assist al nuovo compagno. I due non si trovano affatto, al momento.

Tre mesi non sono sufficienti per dare dei giudizi finali sulla validità del tandem argentino, ma i dati messi in gioco finora ci pongono davanti a più di un interrogativo: se l’acquisto di Higuaín porterà al sacrificio delle potenzialità di Dybala, la Juventus potrà dire di aver fatto un grande affare? Puntare tutto sulle doti del Pipita ha reso i bianconeri più cinici sotto porta, però probabilmente anche più prevedibili. In campionato non si porrà il problema, ma in Champions League? E se la Juventus avesse scommesso su un altro nome? Un attaccante capace di essere altrettanto decisivo in zona gol e allo stesso tempo supportare meglio le doti di Dybala, per esempio. Una punta probabilmente meno costosa del Pipita e maggiormente funzionale allo scacchiere tattico messo in piedi prima con Tevez e poi con La Joja. Un investimento che avrebbe lasciato forse maggior libertà per acquistare anche uno o più centrocampisti capaci di sostituire degnamente Pogba, la cui cessione ha lasciato una voragine nella mediana. Solo il tempo offrirà le risposte a questi interrogativi e avrà modo di cancellare o alimentare ogni perplessità, ma una cosa è certa: il 3-5-2 non valorizza le enormi qualità di Higuaín quanto il 4-3-3, e uno schieramento con tre punte penalizzerebbe ulteriormente Dybala, una seconda punta con tendenze da prima che soffrirebbe non poco se venisse relegato sulla fascia.

L’unica soluzione, al momento, è questa: le doti realizzative di Dybala verranno sacrificate in nome di una maggior propensione all’ultimo passaggio. Delle 23 reti messe a segno nella stagione 2015/2016 non resterà che un pallido ricordo, probabilmente. Ne varrà la pena? Higuaín, come Dybala, non può vincere una Champions League da solo, e i numeri offerti dalla coppia d’attacco saranno più importanti di quelli messi a referto dal singolo. Il 26 luglio scorso si è concretizzato uno dei affari più grossi della storia del calcio, ma non sempre lo sport è una questione di economia. 94 milioni di euro sono sicuramente tanti, forse troppi. Quelle che sembravano delle certezze ferree potrebbero trasformarsi a fine stagione in dubbi amletici. Parola al campo, l’unica che conta.

Calcio

Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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