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Calcio

Henrik Larsson: Nemo propheta in patria

Francesco Cavallini

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Compie oggi 47 anni Henrik Larsson, iconico giocatore svedese la cui storia ci insegna che alcune volte, per raggiungere la Leggenda, è necessario andare lontano. E non tornare.

Se mai dovesse capitarvi (e ve lo auguro) di passeggiare sul lungomare di Helsingborg, potreste avere una gradita sorpresa. A nord del porto, quasi alla fine della lunghissima spiaggia attrezzata, c’è una piccola rotonda, abbellita da una statua. È un’opera semplice, che ben si adatta al mood del luogo, splendidamente sospeso tra passato e futuro. Ma rappresenta quello che per gli abitanti di Helsingborg è la vera gloria cittadina. Più dell’incantevole castello di Kärnan, più del municipio, che con i suoi mattoni rossi completa alla perfezione il blu del mare che la bagna. È proprio di fronte al mar Baltico, nel punto dove la Danimarca è più vicina (basta una traversata di quattro chilometri scarsi per arrivare a Helsingør, la città di Amleto), che la Perla dello Stretto celebra la sua personalissima leggenda. È un uomo con un pallone tra i piedi. La testa è rasata, ma è facile immaginarla piena di biondissime trecce. La divisa, neanche a dirlo, è quella dell’HIF. Che nella statua perde ogni colore, ma che è rossa come i mattoni del municipio e blu come l’acqua del mare. Il numero sulla maglia è il 17 e quel sorriso quasi guascone, che trasmette orgoglioso le proprie origini tropicali, è quello che ogni amante del calcio potrà facilmente ricordare. Quelli di Malmö possono anche tenersi stretto il loro Zlatan. Perché a Helsingborg, c’è solo Henrik Larsson.

Arrivano in tanti a farsi una foto. Alcuni lo ricordano bambino, mentre rincorreva il pallone giù per le ripide vie che portano verso il mare. Altri l’hanno ammirato ragazzo all’Olympia, quando con la maglia rossa terrorizzava le difese di tutta la Svezia. Cinquantuno reti in sessantuno partite, che gli valgono un biglietto per Rotterdam, a vestire il biancorosso del Feyenoord. È l’inizio di una carriera da sogno. La nazionale, il Celtic e la Scarpa d’Oro. Chiama il Barcellona di Deco, di Eto’o, di Ronaldinho. E proprio il Gaucho, il Pallone d’Oro, uno dei talenti più cristallini della storia del calcio, saluta Larsson ogni mattina con un termine inequivocabile. Ciao, idolo. In blaugrana arrivano la gloria, gli allori, la Champions League alzata al cielo di Parigi. Centrato ogni obiettivo, giunge finalmente il momento di tornare a casa. In mezzo, un breve trasferimento allo United. Ma a Manchester non c’è il mare. E quindi di nuovo la Svezia, ancora una volta in quel catino verde, tra il blu dei seggiolini ed il rosso delle sciarpe. Altre reti, altre gioie, altri abbracci. Fino all’addio, agli scarpini appesi per sempre nello spogliatoio della squadra della sua città. Helsingborg però non dimentica, celebra il suo re, lo rende immortale. E mentre scruta il freddo Baltico, Larsson attende. Perché le leggende scandinave raccontano che ogni sovrano, nel momento del bisogno, tornerà a lottare per il suo popolo.

Quel momento, inesorabilmente, arriva. È il 10 novembre 2014 e Henrik Larsson prende possesso della panchina dell’Olympia. Trova un club da rifondare e gli viene affidato ogni potere. Sarà allenatore, direttore tecnico e sportivo, ma potendo gli affiderebbero anche la gestione economica e l’irrigazione del campo. Tale è la fiducia che club e città ripongono in lui. Ad attenderlo negli spogliatoi, un gruppo totalmente rinnovato ed una faccia conosciuta. Quel sorriso lo riconoscerebbe tra mille, lo sguardo è lo stesso di quando Henrik lo portava con sé a Celtic Park a tirare calci a un pallone durante l’intervallo o a festeggiare uno dei tanti trofei vinti. Jordan Larsson, diciassette anni e qualche mese, con addosso tutta l’inesperienza e la splendida incoscienza della gioventù. Stesso percorso di papà Henrik, dal neroverde dell’Högaborg al rosso dell’HIF. Stessa confidenza con il gol, sprazzi di tecnica assoluta ed un futuro assicurato.

Ma prima c’è un presente di cui occuparsi. E si chiama Allsvenskan, un campionato spesso ignorato, ma sempre molto competitivo. I rossi sono una compagine storica, hanno alzato il trofeo cinque volte, ma non mancano gli avversari di livello. C’è il Norrköping, che già dal nome sa di gloria, che mostra orgoglioso le maglie di Liedholm e Nordhal e i gagliardetti delle sfide europee contro la Roma di Falcao e la Samp di Boskov. O il Göteborg, gli Angeli dell’ovest, la squadra da temere in qualsiasi situazione, capace di sorprenderti nelle stagioni in cui meno te l’aspetti. Le tre di Stoccolma, AIK, Hammarby e Djurgården, che portano con sé l’aura di potere e l’indiscutibile appeal della capitale. E soprattutto, ci sono gli insopportabili cugini. Helsingborg e Malmö sono divise da settanta chilometri di costa e da un odio quasi millenario. Ma la bacheca parla chiaro, nel calcio non c’è mai stata competizione. Eppure ogni stagione i ragazzi in rosso e blu sognano di impartire una lezione ai rivali, di rimandare, perlomeno metaforicamente, i cugini al confine con la Danimarca a suon di reti. La chiamano “la battaglia della Scania”, vincerla significa prendersi la supremazia regionale. Questo chiedono i tifosi, questo è, due volte l’anno, il sogno di una città intera. E chi a Helsingborg è nato e cresciuto, non può rimanere sordo alla supplica.

Eppure, non è un’impresa facile. L’HIF, che nel 2011 ha realizzato uno storico treble domestico, è in piena fase di ristrutturazione, esattamente come il suo stadio. E mentre si rinnovano le tribune dell’Olympia, scorrono i titoli di coda sulla generazione che Larsson stesso ha in parte contribuito a crescere negli ultimi anni da calciatore. Ma non tutte le ciambelle riescono col buco. La squadra soffre il ricambio, il carisma di Larsson non basta. La stagione 2015 è un mezzo flop, un ottavo posto senza infamia e senza lode, non quello che ci si aspettava. Mal comune mezzo gaudio però, perché anche il Malmö incappa in un’annata storta. Ma oltre alla quinta posizione in classifica, i ragazzi dell’Øresund portano a casa la guerra. E se il 3-1 subito alla Swedebank Arena a maggio non si discosta molto dal classico risultato del derby in trasferta per l’Helsingborg, è il match di ritorno ad infliggere ai tifosi rosso-blu una ferita difficile da rimarginare. Zero a tre, con un Olympia totalmente ammutolito. La peggior sconfitta casalinga contro il Malmö dal 1965, da quel tremendo 1-10 di cui le vecchie generazioni ancora parlano. Henrik Larsson soffre quanto e più dei suoi tifosi. In città ci è nato, ci vive, sa quanto l’ambiente possa essere scosso dopo una simile debacle. Solo un pensiero lo rincuora. Jordan. Jordan cresce bene, gioca, segna la sua prima rete in campionato. Entra nelle rotazioni, ma non per il cognome. È un ragazzo che per la maglia dà tutto, a volte anche esagerando. È il vero tifoso in campo, il calciatore in cui tutti sognano di rivedersi.

E quindi, seduto sul lungomare di Helsingborg, ai piedi della sua statua e con lo sguardo rivolto verso l’orizzonte, Henrik Larsson prepara la stagione 2016. È conscio che la sua popolarità lo abbia protetto, ma è altrettanto consapevole che un altro fallimento non potrebbe essere tollerato. Dalla città, dai tifosi, ma anche e soprattutto da se stesso. E assieme a Jordan mette in gioco l’importanza di quel cognome, sulla maglia ed in panchina. Eppure il 2016 per i rossoblù inizia male. Molto male. Due sconfitte in tre partite, una partenza preoccupante. Per fortuna, seguono tre vittorie consecutive. Maggio si apre con una prevedibile batosta in casa dei campioni in carica del Norrköping, che però passa in sordina, dato che giusto una settimana dopo, in un’Olympia incandescente, va in scena l’ennesima battaglia. Mezzo stadio è ancora in ristrutturazione, una tribuna è chiusa e la curva dei tifosi ospiti è a mezzo servizio. Ma l’atmosfera non manca. Fumogeni, qualche disordine nei dintorni dello stadio, il solito assordante tifo dei tifosi dell’Helsingborg. E davanti a loro, un padre ed un figlio, stretti in un abbraccio, si preparano ad affrontare il “nemico”.

È un derby firmato Larsson, e non potrebbe essere altrimenti. Sono passati appena tre minuti quando Martin Christensen, che è nato dall’altra parte dello Stretto e che, come ogni danese che si rispetti, disprezza la Svezia e odia profondamente Malmö, scodella una palla dall’out sinistro. La sfera scende verso la riga dell’area di rigore, ma giusto prima di toccare terra si accomoda dolcemente sul mancino di Jordan. La girata è fulminea e sorprende l’estremo difensore biancoblu. Sugli spalti si scatena il delirio, ma in campo il giovane Larsson è freddo, glaciale, come lo sguardo di sfida che rivolge ai tifosi avversari, appollaiati dietro il portiere appena trafitto. La guerra è guerra, è un gesto che ci sta. Ci sta un po’ meno il Malmö, che si lancia in un forcing tanto intenso quanto sterile. E se le statistiche raccontano un dominio degli ospiti, il risultato conferma la serata speciale dei padroni di casa. Rusike, appena entrato, finalizza un quattro contro tre in contropiede e il due a uno di Eikrem allo scadere non riesce a scalfire l’euforia dell’Olympia. La battaglia è vinta. E a fine partita i tifosi rossoblù improvvisano un pellegrinaggio verso la statua del loro condottiero. Per una sera, Carlo XVI Gustavo deve cedere il suo trono. Il vero re è tornato a Helsingborg.

Sembra essere l’inizio di un sogno, ma purtroppo è solo l’ultima gioia prima di un incubo che pare infinito. Dalla vittoria nel derby d’andata fino al match di ritorno, l’HIF porta a casa i tre punti solo due volte, in entrambe le sfide contro il GIF Sundsvall. In mezzo, una sfilza di pareggi e sconfitte, alcune sfortunate altre sconfortanti. Nel frattempo i cugini volano, impegnati in una lotta a tre con Norrköping e AIK per la vittoria in campionato. La sfida del 25 settembre è quindi doppiamente importante. Fare risultato a Malmö significherebbe mettere i bastoni tra le ruote ai rivali nella corsa per il titolo, ma soprattutto ottenere punti fondamentali in chiave salvezza. Il Falkenbergs è praticamente già in Superettan da giugno, ma l’Helsingborg è al quattordicesimo posto, che basterebbe a evitare la retrocessione diretta ma non lo spareggio. Alla Swedebank Arena, il Malmö passa subito in vantaggio, controlla facilmente una partita nervosa e a tempo scaduto legittima la vittoria con la seconda rete. La battaglia, stavolta, è persa. E la sconfitta rischia di trasformarsi in disfatta. Due vittorie nelle ultime due giornate di campionato servono solamente a certificare che per rimanere in Allsvenskan l’HIF dovrà affrontare l’Halmstad, terzo in Superettan.

Ottanta sono i chilometri che separano Helsingborg da Halmstad. Ottanta sono i minuti che sono trascorsi all’Örjans Vall quando l’arbitro tira fuori un cartellino rosso. Ad uscire dal campo è Kojic, terzino sinistro dei padroni di casa, che si becca un giallo e protesta un po’ troppo. Sembra fatta per Larsson e i suoi. Sono in vantaggio, con un uomo in più e hanno segnato fuori casa. Anche per questo la sfortunata autorete che riporta la partita in parità viene vista come un semplice incidente di percorso. La squadra ha dimostrato di esserci ed il venti novembre all’Olympia ha tutta l’intenzione di tenersi stretta la permanenza nella massima serie. Ottanta sono i chilometri che separano Halmstad da Helsingborg. E ottanta sono i minuti che sono trascorsi quando undicimila persone esplodono in un urlo di gioia sfrenata. Nell’ennesimo ribaltamento di fronte, Ralani è lanciato verso la porta avversaria. Invece di tirare sull’uscita del portiere, serve la palla all’indietro. La sfera scorre accanto a due calciatori dell’Halmstad, ma il più lesto ad arrivarci ha la maglia rossa con sopra il numero diciotto ed un cognome importante. Jordan Larsson calcia con tutta la forza e gonfia la rete tra i fumogeni agitati per tutta la partita dai tifosi dell’Helsingborg. Stavolta niente sguardi torvi, niente mute sfide al pubblico avversario. È gioia, felicità pura, da condividere con l’enorme famiglia che riempie quel che resta delll’Olympia. Padre e figlio, Henrik e Jordan, due generazioni unite dall’amore incondizionato di una città, di un popolo intero.

Finirebbe così, se l’arbitro decidesse di soprassedere ad un piccolo particolare. Ottanta sono i chilometri, ottanta sono i minuti di gioco quando Larsson segna l’uno a zero. Ma chi il calcio lo conosce, sa bene che a fine match ne mancano ancora almeno dieci. E quando il cronometro segna l’ottantacinquesimo, la storia improvvisamente cambia. Ralani stavolta è nell’area sbagliata quando decide di abbattere un attaccante dell’Halmstad. È un rigore solare, che il danese Mathisen realizza con tranquillità. All’Olympia Stadion si sta consumando un dramma sportivo. Quando già si esultava per la salvezza, di colpo si avvicina lo spettro della retrocessione. La squadra è sulle gambe, i tifosi fischiano di paura, ma non riescono a scuotere i calciatori. Mathisen è un difensore centrale, ma all’ottantanovesimo sembra la reincarnazione danese di Crujiff. Prende palla a tre quarti campo, dribbla un avversario, vince un contrasto, recupera la sfera dopo un rimpallo e lascia partire il tiro della domenica, della settimana, probabilmente dell’anno. Undicimila cuori vanno in frantumi nello stesso istante. Quando il pallone gonfia la rete, su Helsingborg cala un silenzio irreale. Non c’è tempo per recuperare. Cinque minuti più tardi, l’arbitro fischia la fine. L’HIF è la terza squadra retrocessa dell’Allsvenskan 2016.

 

E in quel preciso momento il silenzio diventa mormorio, il mormorio si tramuta in rabbia. Uno, dieci, cento tifosi a volto coperto entrano sull’erba dell’Olympia. Cercano il confronto con i calciatori e non hanno intenzioni pacifiche. Gli atleti si sottraggono a questo processo sommario. Tutti, tranne uno. Il coraggio a Jordan Larsson non è mai mancato. Li affronta, capisce benissimo come si sentono e tenta di calmare gli animi. Ma i teppisti non vogliono sentire ragioni. Larsson ha già avuto dei piccoli screzi con una frangia della tifoseria e ora è giunto il momento di fargliela pagare. Insulti, spinte, fino ad arrivare alla vergogna più assoluta. Gli viene strappata a forza la maglia, la sua seconda pelle. È la triste fine di una storia d’amore. Jordan Larsson quella divisa rossa e blu non la indosserà mai più. A gennaio 2017 si trasferisce in Olanda, al NEC, continuando anche in questo a seguire le orme di suo padre.

Già, suo padre. Henrik non si accorge del parapiglia a fine partita, ma non appena gli viene riportato rassegna immediatamente le dimissioni. Non è una fuga. Rimane comunque in città, sfidando apertamente gli ultras ad un confronto pubblico, che ovviamente non avverrà mai. Resta però nel suo cuore la ferita della retrocessione, l’incapacità di aver saputo donare una gioia alla gente che lo ha cresciuto e che da quasi trent’anni lo ama e lo rispetta. Nemo propheta in patria, sostenevano i latini. Chissà se in svedese esiste un detto simile. Eppure, nonostante tutto, se dovesse capitarvi (e continuo ad augurarvelo con tutto il cuore) di visitare Helsingborg, è lì che troverete Henrik Larsson. Magari al parco dietro la torre, mentre si allena per mantenersi in forma. O sulle scale del municipio, mentre spende la sua popolarità e la sua influenza per il bene della sua città. O in tribuna all’Olympia, a sostenere quelli che sono stati i suoi ragazzi nel tentativo di tornare subito grandi. E se proprio non dovesse capitarvi di incontrarlo, saprete comunque dove cercare una parte di lui. Nel mezzo di quella rotonda, la sua statua c’è ancora. Continua a scrutare l’orizzonte, mentre attorno passano uomini e donne di ogni età, turisti o semplici cittadini, quasi come se stesse decidendo dove piazzare quella sfera che ha ai piedi. E di certo sul lungomare passano ogni giorno dei bambini che danno calci ad un pallone sognando di essere Larsson. Henrik o Jordan, non fa differenza. In quel momento, e non può essere altrimenti, il sorriso diventa più splendente ed il Re torna, anche se solo per un attimo, sul suo trono, in attesa di svegliarsi di nuovo e vestire ancora quei colori. Il rosso sanguigno e indelebile di una passione ed il profondo blu del mare di Helsingborg.

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Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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Il Derby delle due Tirano e il Regio Decreto 28 giugno 1863

Francesco Beltrami

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Come anticipato qualche settimana fa, presentandovi il nuovo campionato unico Seconda e Terza Categoria della provincia di Sondrio, abbiamo approfittato di uno dei frequenti viaggi di famiglia in Valtellina, per andare a vedere una partita di questo particolare campionato, e riprendere le nostre cronache dal calcio minore. Non una partita qualunque tra l’altro, ma un derby che non credo abbia un nome, ma che mi verrebbe di chiamare Derby delle Due Tirano. Un po’ di storia.

Tirano è una cittadina di 9.000 abitanti in Alta Valle. Importante crocevia con la vicinissima Svizzera,  famosa per il Santuario della Madonna di Tirano e per essere capolinea di ben due ferrovie, quella nazionale sulla linea Milano-Lecco-Tirano e del cosiddetto Trenino Rosso del Bernina, linea elvetica di alta montagna che attraverso il Passo del Bernina raggiunge Saint Moritz. Il Trenino Rosso è da qualche anno patrimonio dell’umanità dell’Unesco e Tirano oltre che capolinea è l’unica stazione in territorio italiano.

La squadra calcistica di Tirano è la US Tiranese, attualmente in Seconda Categoria, con qualche trascorso in categorie superiori, una stagione in Promozione quando era quarta serie nell’immediato dopoguerra come livello più alto raggiunto.

Villa di Tirano invece di abitanti ne ha 3.000 e non è e non è mai stato una frazione di Tirano. E’ un comune autonomo confinante e transitando lungo la Strada Statale 38, la famosa via del Passo dello Stelvio, si attraversa, andando in direzione Nord prima Villa, poi ci si trova a Tirano senza quasi accorgersene visto che ormai tra gli abitati non c’è più alcuna separazione. Fino al 1863 Villa di Tirano era solo Villa, con le sue undici frazioni. Poi, con l’unità d’Italia sorse il problema che di località chiamate Villa ce n’erano troppe e un Regio Decreto del 28 giugno 1863 stabilì di aggiungere un determinativo. Villa del mandamento di Chiavenna divenne Villa di Chiavenna e Villa del mandamento di Tirano divenne Villa di Tirano. Percorrendo la statale 38 prima ancora di Villa, ma questa è un’altra storia e tra l’altro l’abbiamo già raccontata, si attraversa un altro comune, quello di Bianzone, patria del primo oro olimpico invernale italiano, Nino Bibbia che vinse la prova dello skeleton a Saint Moritz nel 1948. Torniamo al calcio.

 

La squadra locale è la sezione calcio Polisportiva Villa, associazione che si occupa di molti sport e anche collabora all’organizzazione di feste e sagre come la ormai trentennale Sagra dell’Uva e della Mela, motivo per cui eravamo in Valle lo scorso week-end. La squadra milita in terza categoria e gioca nello stadio di Stazzona, una delle undici frazioni, probabilmente quella in cui ci furono in epoca remota i primi insediamenti, in riva all’Adda dalla parte opposta della 38. Risalendo il fiume lungo la strada locale che attraversa vigneti e meleti si arriva al Comunale di Tirano, casa della US Tiranese.

Il Derby, reso possibile dalla fusione dei due campionati, non si giocava da oltre dieci anni, ed era dunque attesissimo, anche se la concomitanza con la Sagra della Mela a Villa e con la Corsa del Sole a Tirano oltre al non grande seguito che il calcio di provincia ha ormai in questi tempi in cui le TV offrono Ronaldo, Messi e compagnia in alta definizione tutti i giorni a tutte le ore, ha fatto sì che al Comunale di Tirano arrivassero non più di un centinaio di persone.

 

Zona tutta dedicata allo sport quella dove sorge il Comunale, campi da tennis, piscine, stadio, che confina a sua volta con il poligono di tiro, da cui per tutta la partita è arrivato l’assordante rumore di fucilate e pistolettate. L’esterno si presenta da impianto di una certa importanza, doppia biglietteria divisa da una parete su cui è dipinto lo stemma della US Tiranese. Come sempre vado in incognito, pago i miei 5 euro di biglietto ed entro, circa venti minuti prima dell’inizio. Il campo è in erba sintetica, la tribuna coperta. Lavori effettuati una decina d’anni fa con un notevole esborso economico, oltre 500.000 euro trovo su articoli di siti locali. I seggiolini singoli sui cinque gradoni della tribuna sembrano precedenti, a un rapido conteggio sono circa 350 il che fa pensare che in periodi antecedenti, quando ci si sedeva direttamente sul cemento, la struttura potesse arrivare ad ospitare quasi 500 spettatori.

Le squadre terminano il riscaldamento e qualche sostenitore inizia ad arrivare. Ci sono parenti e amici dei giocatori, diverse sorridenti fidanzate e qualche immancabile anziano che probabilmente vede calcio da una sessantina d’anni. Anche tre asinelli che guardano da un terreno confinate, insieme al loro proprietario e ad alcuni ragazzini. Si comincia. La Tiranese è nettamente favorita, ma nei derby non si può mai dire. Infatti la Polisportiva Villa regge tutto il primo tempo e al trentottesimo va addirittura in vantaggio con un tiro da fuori di Acquistapace. Passano cinque minuti e la Tiranese, punta sul vivo arriva al pareggio, grazie a un’autorete di Fiorina. Un minuto e con un altro tiro dalla distanza il Villa torna avanti con Bruga e va al riposo sorprendentemente in vantaggio.

In tribuna le fidanzate chiacchierano tra loro, lo stesso fanno gli anziani. Uno sostiene che un certo giocatore della Tiranese debba essere sostituito immediatamente perché non in grado di controllare la palla. Poi confida all’amico di aver mangiato la sera prima la crostata di frutta. – E il diabete? . Gli domanda subito l’altro. – E’ andato a 165! Ma per una volta…- Il discorso torna al calcio.

La ripresa è un assedio, dopo venti minuti la Tiranese ha l’opportunità di pareggiare grazie a un calcio di rigore, ma il portiere Zubiani del Villa si supera e devia in corner. L’assalto dei padroni di casa continua, gli ospiti si difendono come possono, qualche fallo in più ma il clima resta sostanzialmente sereno. Lunghissimo il recupero, poi il fischio finale e la festa dei giocatori della Polisportiva può iniziare. Per loro è un successo che vale quasi una stagione. In casa della Tiranese c’è tristezza, un ragazzo delle giovanili, sul campo come raccattapalle, si sfoga attraverso la recinzione col padre: – Che vergogna! Abbiamo perso con quelli del Villa!-

E’ il fascino del calcio più vero, della provincia più lontana, ai piedi delle grandi montagne. Che nessuna sigla CR7 trasmessa da TV certificate da altre sigle come HD o SuperHD, potrà mai avere.

 

 

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St. Pauli: i Pirati tedeschi che giocano contro l’odio

Ettore zanca

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Contro slogan di intolleranza e razzismo o provvedimenti che prendono a calci il buon senso, parlando di panini e mense autorizzate solo per pochi, contro l’autorità che si travisa dietro la legge per fare provvedimenti dubbi, una delle soluzioni sarebbe andare in un quartiere a luci rosse, poi, vedere una partita.
No, non è una boutade, è la realtà.

Ad Amburgo c’è un motto, esistente da sempre in quella che viene definita la Venezia del nord: «I posteri abbiano cura di conservare degnamente la libertà che gli antenati partorirono.». 
Già avete capito che qui la democrazia passeggia libera e anche un po’ libertina. Infatti al suo interno, c’è il covo, o l’alcova di un quartiere a luci rosse, che si confonde con portuali che farebbero arrossire un camallo, per la loro forza espressiva. Una zona in cui poco tempo fa perfino un serial killer era meglio girasse scortato.

Dentro questo ventre, o meglio, monte di Venere della città, alberga una squadra. Il suo nome è St. Pauli FC. Gioca in seconda divisione e fino a poco tempo fa sognava di scontrarsi e battere i cugini dell’Amburgo, famosi per avere un orologio che segnava da sempre il loro non essere mai retrocessi, fino all’anno scorso.

Il St. Pauli non è una squadra trascendentale, si suda salvezze impossibili e spesso con giocatori che si applicano tanto, ma poco ottengono. Eppure l’amore per questa squadra è incondizionato. Intanto perchè è una squadra dichiaratamente antinazista e multirazziale. Non è raro, come quest’anno, trovare sulle loro maglie ricamato anche l’arcobaleno, simbolo di pace e di molto altro. Inoltre sono una a polisportiva che ospita molti ragazzi che stanno lontani dalla strada.

I ragazzi di marrone vestiti però hanno tanti motivi per far battere i cuori dei rudi portuali. Intanto lo stadio e le sue zone limitrofe sono sede di vaste iniziative di creatività, musica pittura, scrittura e arti varie, qui sono bene accette e stimolate.

Poi tutto quanto quello che la squadra decide, viene concertato con i tifosi più rappresentativi, che cercano sempre insieme ai giocatori di organizzare incontri benefici o iniziative a favore delle categorie più deboli e svantaggiate.
Una delle giornate più belle, allo stadio del St.Pauli, si ebbe quando si giocò contro la Lampedusa Hamburg Football Club, nel 2013, una squadra improvvisata di migranti, venuti appunto da Lampedusa e rifugiatisi qui. La partita servì a finanziare acquisti di cibo, coperte e vestiti, inoltre la società cercò attivamente di favorire l’integrazione di chi era arrivato in questo covo di bellissimi pirati del calcio.

Già perchè il simbolo della squadra è la bandiera del Jolly Roger, quella dei pirati, portata per scherzo da alcuni tifosi tanti anni fa e rimasta nella tradizione del club. Inoltre, piccolo particolare, andatevi a vedere le maglie che hanno indossato dal 2014 ad adesso, sono delle meraviglie.

Insomma un posto dove la democrazia non è solo un modo per sciacquarsi la bocca. Già perchè anche a guardare un compagno di squadra a cui passare il pallone, dovremmo ricordare che “compagno”, ha origine dall’etimo del “mettere il pane in comune”, dividerlo.
E perchè forse bisogna ripartire da una forma di bellissima pirateria ribelle e sana, perchè tutto non vada a puttane. E non mi riferisco al quartiere a luci rosse, stavolta.

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