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Gloria in Laguna: Intervista a Walter De Raffaele, il Doge della Reyer Venezia

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Gloria in Laguna: Intervista a Walter De Raffaele, il Doge della Reyer Venezia

Tra le regole non scritte dello sport c’è quella che vincere se si è forti e ambiziosi è possibile, ma cosa ben più dura è confermarsi e rivincere in un ambiente competitivo come quello del basket nostrano. Cosa che è riuscita alla Reyer Venezia che negli ultimi tre anni si è portata a casa due tricolori sudatissimi e meritatissimi, grazie alla leadership di coach Walter De Raffaele timoniere sublime di entrambe gli storici trionfi. Vittorie che sono frutto di lavoro, sacrificio, abnegazione e gestione dei momenti difficili che il cinquantenne allenatore livornese ha affrontato e superato durante la stagione appena conclusa affrontandoli col piglio e la determinazione  del grande condottiero, dando serenità e convinzione ad un ambiente fertile che lo ha sempre supportato. Soprattutto quando il gioco si è fatto duro nei playoff, Venezia ha sempre dimostrato lucidità e serenità, veri e propri marchi di fabbrica targati De Raffaele. Abbiamo avuto il piacere di contattarlo per commentare a freddo questo incredibile secondo scudetto e lo stato attuale della palla a spicchi nostrana.

Coach buongiorno, partiamo della cavalcata trionfale di questa stagione. Sensazioni a freddo sul tuo-vostro capolavoro?

 Ripetersi è stata certamente una grande impresa, per come si è sviluppata la stagione con tutte le problematiche che abbiamo affrontato. Più passa il tempo e più ci rendiamo conto di aver fatto un piccolo capolavoro che mi rende doppiamente orgoglioso.

Tre trofei in tre anni, frutto di un gruppo solido e tanto lavoro. Sono queste le ricetta per rimanere vincenti ai massimi livelli?  

La cosa importante è rimanere sempre ad alti livelli al di là delle vittorie che possono o meno venire, conta la qualità del lavoro di tutte le componenti del club e la capacità di cogliere il momento. L’insieme di tutti questi fattori può darti il quid per rendere al massimo ed essere competitivi 

 Giocare e allenare. Differenze, similitudini? La tua esperienza su entrambe i fronti?

Sono due cose completamente diverse, allenare vuol dire avere la responsabilità di un gruppo intero mentre giocare ti libera la testa dandoti quell’adrenalina e quelle percezioni vissute che allenando ti porti dietro. Entrambe ti appagano e ti soddisfano, l’approccio è diverso ma ricco di connessioni.  

 Il tuo rapporto simbiotico con la piazza. Cosa hai dato e cosa ti ha dato la Reyer?

La Reyer mi ha dato tantissimo, innanzitutto la possibilità di vincere. Con la piazza ho un ottimo rapporto, sono uno schietto e diretto e questo mio modo di fare ha avuto riscontro con la dirigenza. Cosa ho dato io a loro? Un sistema di lavoro di sicuro e credo un’idea tecnica valorizzando le persone prima che i professionisti.

Trenta vittorie su cinquanta nel playoff non si raggiungono per caso. Come lavori sull’aspetto mentale e sullo stress durante incontri così decisivi e ravvicinati?

La componente mentale è la fetta di lavoro più importante sulla quale si lavora in gruppo, faccio leva sull’identità del collettivo e non sui singoli, poi è ovvio che all’interno del gruppo non tutti sono importanti allo stesso modo. Ogni giocatore ha una sua specifica personalità e il lavoro di un allenatore consiste proprio nel far sì che il valore aggiunto di un team sia maggiore della somma algebrica dei suoi componenti. 

I tuoi esordi. Come Walter De Raffaele ragazzo è diventato Walter De Raffaele professionista? A chi devi dire grazie?

Innanzitutto alla mia famiglia che non mi hanno mai ostacolato lasciandomi provare a fare il professionista in Sicilia lontano da casa. Ho fatto tanta gavetta raggiungendo la serie A con tanta fatica perseveranza e lavorando su me stesso, e da allenatore devo ringraziare Venezia che mi ha dato grande fiducia e altrettanto Pavia dove ho vissuto due bellissime stagioni.

Siamo alla vigilia dei Mondiali in Cina. Sacchetti avrà l’arduo compito di gestire un gruppo eterogeneo e pieno di aspettative. Quanto è complicato allenare una nazionale rispetto a un club?

Partecipare a questo mondiale dopo tanti anni di assenza è in primis una grande soddisfazione, non è facile rappresentare una nazione perché le dinamiche di lavoro sono diverse, ma credo che Sacchetti sia la persona giusta perchè ha ridato entusiasmo all’intero movimento. Tanta responsabilità da un lato, ma allo stesso tempo tanto orgoglio e voglia di esserci.


Ricambio generazionale. Vedi in giro talenti? Si dovrebbe fare di più? E in che modo? 

Credo che anche quest’anno si siano messi in mostra tanti buoni giocatori provenienti dai vari settori giovanili. E’ giusto che giochino e facciano esperienza dimostrando di meritarsi il campo, sono contrario a priori a posti garantiti agli italiani per statuto. Quest’anno punterò ancora di più su Stefano Tonut e inserirò un sedicenne da subito in prima squadra perché si deve cambiare la mentalità che ci impone di aspettare che un talento giovane maturi per gradi, cosa che non condivido affatto.

Scudetto alla “Livornese” è un termine che ti piace? Cosa significa per te essere livornese? Ricordi di quello scudetto perso all’ultimo secondo da giocatore?

Ricordo quello scudetto benissimo, perché perderlo in quel modo credo sia stato un unicum che rimarrà indelebile nel tempo. Alla livornese significa non mollare mai, dare tutto se stessi, dare valore alle piccole cose coinvolgendo tutti e lottando fino alla fine. E’ un modo di essere che riflette pienamente me stesso.  

Obiettivi a medio lungo termine. Un top club di Eurolega ti alletterebbe o per ora stai bene a Venezia? 

l’Eurolega è uno dei miei obiettivi perché li ti misuri al livello massimo continentale, mi piacerebbe farla per testarmi e confrontarmi con i migliori allenatori in circolazione. Ora sto benone a Venezia e vado avanti anno per anno con lo stesso entusiasmo di sempre e sarebbe straordinario riuscire a raggiungerla con loro, perché no?

 

Napoletano, Diplomato in Ragioneria, impiegato al M.E.F., due anni presso la testata www.lineadiretta24.it per il patentino da giornalista pubblicista. Amo gli sport meno battuti – ciclismo, sci e basket - e le storie brutte, sporche e cattive ad essi connesse. Adoro la libertà dello scrivere e lo sport ti da la possibilità di raccontare favole di vita vissuta, quella vera, dove ogni uomo è costretto a mettersi in gioco e scendere in campo lottando con i propri limiti.

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