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Pugilato

Gleason’s Gym, il tempio newyorkese della Boxe Mondiale pronto a conquistare l’Italia

Fabrizio Rostelli

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Intervista ai protagonisti Bruce Silverglade, Alessio Lucciarini, Michele Carpinelli e Paulie Malignaggi

Sabato 9 Settembre non si è svolto nessun incontro pugilistico di rilievo ma è stata ugualmente una giornata storica per la boxe italiana. A Campagnano di Roma, presso l’autodromo di Vallelunga, è stata infatti inaugurata la prima sede italiana della Gleason’s Gym, la leggendaria palestra di pugilato di New York che ha sfornato ben 134 campioni del mondo. Gli amanti della noble art non avrebbero bisogno di presentazioni poiché la considerano semplicemente il tempio della boxe.

La storia inizia nel 1937, nel Bronx, quando il pugile e tassista italiano Peter Robert Gagliardi decise di aprire una palestra in una zona chiamata The Hub, frequentata prevalentemente da irlandesi. C’erano già la Stillman’s Gym e la Old Garden ma Gagliardi voleva un posto tutto suo dove allenare. A causa della rivalità con gli irlandesi e per la posizione assunta dall’Italia durante la guerra, gli italiani non erano ben visti negli Stati Uniti, per questi motivi Gagliardi decise di cambiare il suo nome in Gleason, prendendo spunto da un suo pugile che si chiamava così. Da quel momento la palestra venne ribattezzata Bobby Gleason Gym. I ragazzi si allenavano per 2 dollari al mese ma venivano seguiti da alcuni dei migliori allenatori del tempo: Patty Colovito, Freddie Brown, Charlie Galeta e Chickie Ferrara contribuirono a costruire la reputazione della Gleason. Nel giro di pochi anni arrivò anche la fama perché lì si allenava Jake LaMotta, il Toro del Bronx, che nel 1949 conquistò il titolo mondiale. Dopo di lui ne arrivarono molti altri. Roberto Duran (Manos de Piedra), Iran Barkley, Vito Antuofermo (che abbiamo intervistato), Pipino Cuevas, Arturo Gatti, Muhammad Ali (in vista dell’incontro con Sonny Liston), Mike Tyson sono solo alcuni dei campioni che si sono formati alla Gleason.

Torniamo ai giorni nostri. Grazie all’intuizione e al coraggio dei tecnici Alessio Lucciarini e Michele Carpinelli, della ASD Campagnano Boxing Team, la palestra fondata da Gagliardi avrà anche una sede a Roma, più precisamente a Campagnano, in Piazza benedetto Croce.

Un sogno americano che ritorna alle origini.

Non si tratta di una fusione, la ASD Campagnano Boxing Team continuerà ad esistere ma, attraverso il sodalizio con la Gleason’s Gym di New York, nascerà la Gleason’s Gym Roma Nord.

Lucciarini è convinto che i giovani pugili debbano conoscere sul campo la realtà della boxe americana e da diversi anni organizza dei viaggi con gli atleti per permettergli di allenarsi presso la nota palestra newyorkese. Alessio, che alla Gleason è di casa, sarà il direttore tecnico della sede romana con l’obiettivo di intensificare questo interscambio. Carpinelli e Lucciarini mi hanno spiegato inoltre come cambieranno le modalità di allenamento: “Non lavoreremo più con classi di agonisti ma seguiremo gli atleti singolarmente, come se fosse una lezione privata, solo in questo modo è possibile far esprimere al massimo un pugile, farlo crescere e lavorare sulle sue carenze”.

Per celebrare il gemellaggio è stato organizzato “The Boxing Twins”, un evento di tre giorni (7,8,9 settembre) presso il centro congressi dell’autodromo di Vallelunga in cui, tra simulazioni di allenamento, testimonianze ed esibizioni è stata lanciata ufficialmente l’iniziativa. La manifestazione è stata organizzata da Vittoria Consorzio, presidente della ASD Campagnano Boxing Team, e Bruce Silverglade, presidente della Gleason’s Gym. All’evento hanno partecipato protagonisti di spicco della boxe mondiale come il maestro Andrea Galbiati (coach olimpico a Rio 2016 e pluricampione di kick boxing), Paulie Malignaggi, campione welter Wba e superleggeri Ibf e Anthony Catanzaro, manager internazionale e Direttore pugilistico del Barclays Center di Brooklyn.

Il 7 e l’8 settembre diversi pugili dilettanti e professionisti hanno avuto la possibilità di effettuare un allenamento intensivo seguendo le direttive di Galbiati e con il contributo di Malignaggi.

Sabato 9 invece è stata la giornata del taglio del nastro. L’evento è stato presentato da Valerio Lamanna che, da un ring allestito al centro della sala, ha introdotto e intervistato i protagonisti della serata. Il primo ad intervenire è stato Carpinelli: “Ho realizzato un sogno, aprire una Gleason’s Gym a Roma. Dalla Gleason sono usciti tanti campioni del mondo e spero che da questa collaborazione e dalla nostra palestra si formeranno nuovi campioni, perché è quello che serve alla boxe italiana. Tutto è nato ad un torneo regionale quando, parlando con Alex Lucciarini, ho espresso la volontà di aprire una palestra di boxe a New York. Lui mi ha risposto con una domanda: perché non portare qui una palestra americana?” Carpinelli ha spiegato come si articolerà la collaborazione: “Noi applicheremo la loro mentalità e le loro tecniche. I pugili migliori li porteremo a New York dove si alleneranno con i campioni e avranno degli ulteriori stimoli. Anche noi ospiteremo i loro pugili e sono sicuro che questo porterà dei benefici al pugilato italiano. Spero che altre società si uniranno a questo progetto”.

Anche Galbiati esprime il suo entusiasmo per l’iniziativa: “Rispondo con grande orgoglio. È una sfida difficile, ma se non ci provi non potrai mai sapere cosa succederà”. Galbiati da anni vive e lavora a New York e conosce bene l’ambiente a stelle e strisce: “il cuore e l’impegno di un pugile americano sono diversi rispetto a quelli di un italiano, c’è un maggiore entusiasmo. È diversa anche la mentalità, in Italia la boxe è vista quasi come un hobby. Io dedico tutta la giornata al mio lavoro, in Italia a volte è considerato un secondo lavoro”.

Poi è stato il turno di Malignaggi che è salito sul ring tra gli applausi del pubblico. Durante tutto il pomeriggio Magic Man è stato accerchiato dai tanti ragazzi presenti all’iniziativa che hanno cercato di carpire consigli tecnici o anche solo di farsi raccontare qualche aneddoto dei suoi combattimenti. Paulie, che parla bene italiano, non si è di certo negato e ha accontentato i giovani pugili regalandogli una giornata che difficilmente dimenticheranno.

Lamanna ha esordito sottolineando come Malignaggi sia un vanto per l’Italia: “questa intervista te la faccio come Paolo. Hai combattuto sui ring più prestigiosi del mondo ma sempre con l’Italia nel cuore portando il tricolore ad ogni incontro. Sei un punto di riferimento per tanti ragazzi che sognano di diventare pugili professionisti”.

“Io infatti all’anagrafe mi chiamo Paolo, dopo tutti questi anni in America sono diventato Paulie” risponde Malignaggi “ci vogliono molti sacrifici nella vita, così come nel pugilato. Tutto si deve conquistare. Devi essere preparato mentalmente e fisicamente, i sacrifici sono necessari per arrivare ai momenti di gloria”. L’ex pugile ricorda i suoi allenamenti alla Gleason: “Lì è dove ho imparato il pugilato. Mi ricordo il primo giorno che sono entrato in quella palestra, il primo giorno che ho fatto i guanti. Alla Gleason non ho imparato solo la tecnica ma il carattere del pugilato. Giochi al calcio, giochi al rugby, ma non giochi al pugilato, fai pugilato”. Entrando nel merito della preparazione, Malignaggi spiega come “gli sparring alla Gleason rimangono nella storia, non solo quelli che ho fatto io, anche quelli che ho visto. Ho notato che lo sparring era molto duro e violento ma questo è ciò che ti prepara mentalmente alle difficoltà del match. La Gleason mi ha insegnato ad essere un uomo, ero molto immaturo quando ho iniziato. Il pugilato può essere un punto di riferimento per i giovani non solo per allenarsi e diventare dei campioni, ma anche per crescere e diventare uomini. La boxe in America fa parte della cultura, qui viene ancora considerata come un hobby”. Malignaggi, da poco diventato commentatore tecnico, conclude rispondendo ad una domanda sul suo futuro: “Ho annunciato il mio ritiro solo un paio di mesi fa ma il pugilato mi manca. Ho dei ricordi splendidi però nella vita devi saper passare al capitolo successivo. Ma ci penso ancora molto (sorride ndr)“.

Bruce Silverglade ha assistito in prima fila e quando è stato il suo turno ha fatto sognare i presenti ricordando le origini della Gleason’s Gym ed evidenziando il legame con l’Italia, con i suoi pugili ed i suoi allenatori. “Molti italiani si sono allenati e formati nella nostra palestra. I primi due campioni della Gleason sono stati italiani: Phil Terranova e Jake LaMotta“. Alcuni mesi fa ho avuto il piacere di incontrare e intervistare Silverglade a New York, proprio nella sua palestra. Mi ha raccontato come abbia ereditato la passione per lo sport e per la boxe da suo padre: “ma non volevo seguire le sue orme, volevo essere indipendente, mi sono laureato e ho iniziato a lavorare alla Sears Roebuck and Co. Avevo i miei benefit, il mio stipendio ma ero infelice così ho chiesto a mio padre di coinvolgermi nella boxe come hobby, poi sono diventato arbitro”. Nel 1983 Silverglade incontra Ira Becker, diventato proprietario della Gleason due anni prima e alla ricerca di un partner. “Dopo una chiacchierata ho capito che volevo stare lì. Il giorno dopo ho dato le dimissioni, ho preso la mia liquidazione e sono diventato socio al 50%. Dal 1994, dopo la morte di Becker, sono l’unico proprietario”.

Bruce è il custode della memoria storica della Gleason. “Il mio aneddoto preferito riguarda Muhammad Ali. un giorno stava venendo in palestra per un evento ma a causa della sua condizione di salute mi ha chiesto se poteva prendere l’ascensore sul retro per non salire le scale. Sono sceso ad accoglierlo e quando la limousine ha accostato, nel momento in cui Ali stava scendendo dalla macchina, è passata una donna che stava parlando al telefono. ‘O mio dio’ ha esclamato e mentre lo diceva Ali si è avvicinato a lei, ha preso il telefono dalle sue mani e si è messo a parlare con la persona dall’altra parte. Penso sia pazzesco e credo sia molto tipico dei pugili”. Dal ring di Vallelunga Silverglade ha ricordato inoltre come la palestra sia stata scelta da numerosi registi come set cinematografico: “sono stati girati 34 film e 4 hanno vinto l’Oscar”. Tra questi è impossibile non citare il capolavoro di Scorsese Toro Scatenato; Robert De Niro, che interpretava LaMotta, si preparò fisicamente allenandosi in palestra. A distanza di anni, Hilary Swank imparò a boxare proprio alla Gleason, grazie alle preziose indicazioni del coach Hector Roca, e vinse l’Oscar con la pellicola di Eastwood The Million Dollar Baby.

Sul palco-ring sono intervenuti infine anche Anthony Catanzaro e il sindaco di Campagnano Fulvio Fiorelli; la serata si è conclusa con il fatidico taglio del nastro che idealmente inaugura questa esaltante avventura. A margine dell’evento abbiamo intervistato i protagonisti dell’iniziativa.

GUARDA LE INTERVISTE AI PROTAGONISTI

 

Pugilato

Holman Williams: il Ballerino omicida dal cuore d’oro

Marco Nicolini

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Eddie Futch, allenatore leggendario mancato nel 2001, era solito dire: “Preferisco vedere Holman Williams anche solo fare i vuoti, piuttosto di un qualunque incontro tra altri pugili!” Le parole di un immenso del nostro sport, davano il senso della grandezza di un combattente straordinario, da molti considerato uno dei più grandi pugili mai esistiti ma che poco credito ha riscosso tra analisti e storici della boxe.

Un talento raffinatissimo dedicato ad un pugilato di alta scuola, con abilità difensive di prim’ordine, era quello avuto in dono da Williams. Nato a Pensacola, in Florida, nel gennaio del 1915, crebbe a Detroit, città d’ispirazione per tante ricche pagine di boxe. Vittima di bullismo in un quartiere difficile della grande periferia industriale, il piccolo Holman abbandonò il sogno infantile di lavorare sulle automobili per dedicarsi, anima e corpo, al pugilato.

Vinti i Detroit Golden Gloves ed arrivato alla semifinale per le qualificazioni olimpiche, Williams terminò la propria carriera da dilettante con soli quaranta match all’attivo. Alla famosa Brewster Boxing Center, dove ebbe, come detto, Eddie Futch allenatore, l’immenso talento non fu l’unica qualità di Holman a stupire gli atleti ed i frequentatori, date le sue grandi simpatia e correttezza: indossava da solo le fasciature da allenamento e, a fine serata, lavava a mano i propri indumenti. Dopo alcuni tentativi per dissuaderlo da tali attività, i tecnici e gli allenatori furono costretti ad accettare i suoi rituali. Passato professionista nel 1932, Holman Wiliams perse una sola volta nei primi trentadue incontri, conquistando il titolo riservato ai “negri” dei pesi leggeri, nel 1935.

La stampa gli affibbiò un soprannome leggendario: the Murderous Dancer, il Ballerino Omicida. In inglese suona senz’altro meglio e rende l’idea di quanta abilità risiedesse nella sua boxe fantasiosa. Con tattica spumeggiante ed avvalendosi di uno dei migliori jab della boxe moderna, Holman aveva un intricato ed efficace gioco di gambe con cui confondeva ogni avversario, sparendogli da davanti e materializzandosi sul fianco. Non era un feroce colpitore, mancando di un briciolo di potenza; questa fu forse l’unica pecca della sua straordinaria dotazione pugilistica.

Dal ’35 in avanti affrontò quasi tutti i più grandi della sua epoca, vincendo praticamente sempre, senza mai avere l’occasione di battersi per il titolo dei medi, categoria in cui si era definitivamente stabilito. Paulie Walker, Cocoa Kid, Gene Buffalo, Charley Bulley furono solo alcuni dei grandissimi avversari da lui affrontati, fino a giungere allo stellare doppio confronto col leggendario Archie Moore, la Vecchia Mangusta, con cui divise equamente la posta di un incontro vinto a testa. Nel 1946, dopo quattordici, logoranti, durissimi anni di professionismo, gli si offrì la possibilità di volare in Francia per combattere, nella signorile cornice del Roland Garros, contro l’astro nascente transalpino Marcel Cerdan. In un meraviglioso incontro tra stili contrapposti, Holman Williams deliziò la folla della borghesia francese con le sue tecniche sublimi, schivate millimetriche e precisi controtempi. I cartellini dei giudici, non arrivati alla nostra epoca, premiarono il pugile di casa sulla distanza dei dieci round, non senza dubbi sull’obiettività dei tali. Cerdan chiese all’unico giornalista americano presente come fosse possibile che il pugile di gran lunga più forte ch’egli avesse incontrato in carriera, non avesse mai potuto combattere per il titolo di campione del mondo. La domanda del Bombardiere Marocchino è parte di uno dei più grandi misteri della storia del pugilato.

Alcuni storici tendono ad addossare la colpa di questa mancanza al lungo periodo in cui Williams fu sotto contratto con Joe Louis, anche lui di Detroit, che a quel tempo era divenuto manager ed era molto mal visto dall’establishment newyorchese. Al contrario, le risposte sempre calme e misurate, l’umorismo intelligente e mai offensivo, la generosità di un cuore votato all’aiuto del prossimo, fecero di Murderous Dancer uno dei più benvoluti atleti dell’epoca. Maltrattato per tutta la carriera dalle autorità del pugilato, Holman Williams ricevette un po’ di giustizia solo nel 2008, con l’induzione nella prestigiosa International Boxing Hall of Fame come uno dei più grandi di ogni tempo. Malauguratamente, il tardivo riconoscimento giunse quarantuno anni dopo la sua morte.

A dimostrazione, infatti, che il buon Dio, se esiste, poco voglia mischiarsi con le cose terrene, Holman Williams, persona onesta e benvoluta, aveva trovato un’orribile morte soffocato dal fumo dell’incendio del Club Wonder, in Ohio, cui qualcuno aveva dato fuoco la notte del 15 luglio 1967. A nemmeno cinquantadue anni se ne andava, ancora nel pieno delle forze, uno degli atleti più grandi dello sport mondiale. Nella sua fallita fuga dalla casa in fiamme c’è tutta la sfortuna di un artista cui avere tutti i doni e le qualità caratteriali per sfruttarli, non fu mai abbastanza.

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Pugilato

Billy Collins e quel pugno “dopato” che ha distrutto la sua vita

Matteo di Medio

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Commissario! Commissario! Non c’è la dannata imbottitura!”.

Comincia così, o meglio, finisce così la storia che vi stiamo raccontando.

A fare da sfondo alla  nostra narrazione, gli anni 80 e il Madison Square Garden di New York. Il tempio della Boxe, o della “Noble Art” così com’è conosciuta ai più. Già, Arte nobile. Perché, malgrado i volti dei protagonisti, non certo dei fotomodelli, e quei colpi sferrati con impeto e violenza, il pugilato è fatto di regole ben precise che vanno rispettate, così come deve essere rispettato l’atleta che ti trovi di fronte su quel ring. Quel quadrato in cui sei tu contro un altro come te, da soli, dove coraggio e paura si fondono e solo chi saprà trovare il giusto equilibrio tra le due forze potrà emergere e conquistare la gloria in questa personale guerra contro il fallimento, fatta di concentrazione e tecnica.

Facciamo un passo indietro nella storia e torniamo alla nascita delle regole in questo sport: dopo che il pioniere James Figg, considerato da molti colui che ha coniato il termine “noble art”, ritiratosi dall’attività pugilistica per divenire allenatore, ha dato il via al movimento boxeristico moderno con tutta una serie di incontri tra atleti, la disciplina, durante tutto il 1700, prese sempre più piede e, di pari passo, anche le implicazioni economiche, quali premi vittoria e il traffico di scommesse.

Proprio per questo, nel 1865, il marchese di Queensberry, John Sholto Douglas scrisse, a quattro mani con l’atleta John Graham Chambers, le regole della boxe, contenenti il “codice della boxe scientifica“. All’interno di questo codice, vengono elencati i fondamenti base del pugilato moderno utilizzati da allora fino ai nostri giorni, chiaramente con qualche modifica apportata negli anni.

Vengono introdotte le categorie di peso, il sistema del conteggio e del KO, la durata dei round e, dulcis in fundo, i guantoni. Infatti, prima di Douglas, la disciplina veniva praticata a mani nude. Con l’introduzione dei guantoni, essendo spesso gli incontri organizzati tra persone di alto rango, si evitava, nelle uscite in pubblico, un imbarazzo estetico a fronte dei colpi ricevuti durante il combattimento.

Finita la digressione storica, molti di voi si staranno chiedendo il perché di tutte queste precisazioni in merito alle regole del pugilato.

Ebbene, perché la storia di Billy Collins nasce, esclusivamente, dal mancato rispetto dei principi per cui questa disciplina è praticata: mancato rispetto delle regole che si traduce in mancato rispetto del pugile, dell’uomo che combatte contro di te, mancata lealtà, mancata fierezza.

E i guantoni sono i protagonisti della nostra storia.

Andiamo ai fatti: figlio di un ex pugile degli anni 50, Billy nasce a Antioch, un sobborgo di Nashville in Tennessee, il 21 Settembre 1961. Di origini irlandesi, il giovane Collins, con quella faccia da eterno bambino incorniciata dalla tipica chioma rossa, è, in realtà, una macchina di pugni, come ci racconta lo scrittore Dario Torromeo nel suo “Non fare il furbo, combatti“. Il padre allenatore lo ha istruito bene e il suo record è di 11 vittorie di cui otto per KO e tre ai punti. Si presenta, quella sera del 16 marzo del 1983, da imbattuto. Di fronte a lui il pugile Luis Resto, portoricano di Juncos. Resto, è la nemesi di Collins: cresciuto nel Bronx, a 14 anni deve scontare 6 mesi in un centro per persone con problemi psichici, avendo preso a gomitate il professore di matematica.

Al Madison, il pubblico è quello delle grandi occasioni: in cartello la sfida mondiale tra Moore e Duran, ma c’è molta curiosità anche per l’incontro tra i due pesi welter.
L’incontro è duro e violento. Nessuno dei due pugili si risparmia e il match è in bilico fino al finale: dopo 10 riprese e 30 minuti di feroce battaglia, la bilancia pende, a sorpresa di tutti, verso Luis Resto, che pensa già all’incontro per il titolo mondiale con Don Curry.

Al momento della proclamazione, Collins è devastato: occhi tumefatti e tagli su tutto il volto. Ma è normale: la boxe è questo, si vince o si perde, il fisico è sempre quello che ha la peggio. Ma lo spirito va salvaguardato: per questo, il padre, sale sul ring, consola il ragazzo e si va a congratulare con lo sfidante, uscito vincitore. In quel momento, il sangue di Collins Senior gela: stringendo i guantoni di Resto, sente che sono sottili, troppo sottili.

Non c’è l’imbottitura – urla – hanno tolto l’imbottitura!”.

Lo sguardo di Resto da felice si trasforma in incredulo: si volta verso il suo angolo, verso il suo coach Panama Lewis, che si affretta a portarlo negli spogliatoi.

Il commissario sequestra i guantoni di Resto e, dopo attenta analisi, viene rinvenuto un profondo foro all’interno e la mancanza di gran parte dell’imbottitura, all’epoca crine di cavallo. Il risultato è che Resto, in quell’occasione, aveva “boxato” praticamente a mani nude.

I risultati di questa negligenza da parte dell’entourage del portoricano sono tragici: Collins viene portato in ospedale e gli viene diagnosticata la lesione dell’iride dell’occhio destro, nonché gravi danni al sinistro. Il giovane irlandese, a soli 22 anni, rischia di rimanere cieco.

Col tempo, le sue condizioni fisiche migliorano, ma del pugilato non se ne parla minimamente: Billy non sarà più atleta, e i risvolti psicologici fanno più male dei pugni presi sul ring: trova, in sequenza, due lavori, che perde in breve tempo, annegato dalla depressione e dell’alcol.

Nel frattempo, la commissione di inchiesta espone il caso alla Commissione di Atletica di New York, la quale riconosce colpevoli Luis Resto e Panama Lewis di aggressione, possesso criminale di un’arma (i pugni di Resto) e cospirazione per un periodo totale di detenzione di 3 anni.

Ma questo non basta: non può bastare a chi della boxe aveva fatto la sua vita: Billy Collins, a distanza di nove mesi dal maledetto incontro, viene ritrovato morto dentro un fiume, vicino casa, con la sua auto. E’ il 6 marzo 1984, ma Billy era, ormai, “morto” da tempo. Il tasso alcolico rinvenuto sul corpo è a livelli altissimi e la moglie Andrea Collins-Nile, così come il padre del pugile, sono sicuri che non si trattasse di un incidente, ma bensì di un suicidio.

A distanza di anni il dubbio ancora resta, come restano molte ombre circa l’inappropriato comportamento da parte degli organi di controllo di correttezza da parte della commissione nei momenti antecedenti l’incontro e posteriori allo stesso (ad esempio, i guantoni di Resto, in fase processuale, non furono confiscati).

Ma il peggio deve ancora essere svelato: dopo due anni e mezzo di reclusione, Panama e Resto escono di prigione. Panama, sebbene radiato dalla boxe, continua ad allenare i futuri campioni e a fare la bella vita circondato da lusso e denaro, pur non potendo più presiedere agli incontri. Luis Resto, invece, quasi inseguito dal fantasma di Billy Collins, vuota, definitivamente, il sacco e porta alla luce la più tremenda delle verità: prima dell’incontro, sul bendaggio delle sue mani, il suo staff aveva spruzzato una polvere indurente, una sorta di stucco a presa rapida con il quale era inevitabile che Billy venisse irrimediabilmente reso inabile a continuare l’attività agonistica. Aggiunge, inoltre, che questo stratagemma era stato usato anche in altri due incontri precedenti a quello con Collins. In pratica, Luis Resto combatteva con dei sassi al posto delle mani.

“Basta che lo colpisci al volto e vincerai”. Queste le parole di Panama, urlate ripetutamente al pugile, a detta di Resto.

Pare che il suo clan avesse scommesso una grande cifra su di lui, largamente sfavorito.

Ma, a volte, il destino viene tragicamente influenzato dal karma: la vita di Luis Resto, dopo l’accaduto, ha preso una parabola vertiginosamente discendente: ha vissuto per 10 anni in uno scantinato di 6 metri quadrati sotto una palestra, senza bagno, lontano dai figli, dalla moglie e dai nipoti. Ha chiesto accoglienza alla sorella, in un monolocale dove vive con i suoi tre figli. Divorato dall’alcol e dalla droga, soffocato dalla depressione, a 59 anni, piange ogni notte. Tornato nel Bronx, ha cominciato il suo percorso di redenzione, allenando i ragazzi in una palestra del suo vecchio quartiere. Insegna la tecnica, il coraggio e la lealtà. Quella che non ha avuto lui, artefice, e vittima allo stesso tempo, vista la sua condizione, di un mancato rispetto delle regole.

Il ricordo di Billy Collins, punta i riflettori su tutto quello che l’interesse economico può scatenare all’interno dell’attività sportiva, eludendo la fatica, le ore di allenamento e le regole, riuscendo così a sporcare, anche, una nobile arte come il pugilato.

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Pugilato

LaMotta – Robinson: Il Massacro di San Valentino

Marco Nicolini

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Esattamente un anno fa moriva all’età di 96 anni moriva Jake LaMotta, il Toro del Bronx. Simbolo degli emigranti italiani negli Stati Uniti, fu protagonista di incontri leggendari. Il più emozionante e cruento fu quello contro Robinson. Ve lo raccontiamo.

Il 14 febbraio del 1951, nel giorno degli innamorati, non ci fu amore tra pesi medi sul ring approntato all’interno del Chicago Stadium. Ray Sugar Robinson di Detroit e Jake LaMotta di New York si incontravano per la sesta volta; il bilancio sorrideva al grande boxeur di colore, impostosi in quattro occasioni su cinque, ma era l’italoamericano ad avere in mano il titolo, che difendeva per la terza volta. Sul piatto c’era lo straordinario record di Robinson, in quel momento 122 vittorie contro una sola sconfitta; quell’odiata, unica sconfitta patita proprio dal Toro del Bronx, otto anni prima, peraltro vendicata in un re-match di sole tre settimane più tardi.

Dopo tanti incontri tra loro, il più grande pugile di tutti i tempi sapeva quali fossero i difetti del fighter newyorchese: conosceva il lento ingresso nel match da parte di LaMotta e sapeva di dover imporre un ritmo forsennato nei primi tre round, in maniera tale da accumulare vantaggio in punti e costringere “Toro Scatenato” alla rincorsa. La volontà di Jake LaMotta, però, trascendeva i calcoli accurati, i pugni devastanti, le ferite più profonde. Ray Robinson, dall’alto della sua immensa classe, lo investì con la furia del diretto sinistro e del montante destro, cambiando spesso le basi, in maniera da aggirare la guardia statica di Jake. Le gambe di LaMotta non si piegarono nemmeno per un instante.

Nel quarto round, dopo un’infinita serie di Sugar Ray, Jake rispose dalle corde con un secco gancio sinistro. Le gambe di Ray tremarono ed il pubblico si zittì per la sorpresa: LaMotta pareva tornato dal mondo dei morti, a cui sembrava esser andato in visita nei primi round. Nella quinta ripresa, La Motta tentò di ripetersi, ma Sugar aveva preso le misure e lasciò sfilare il gancio di Jake, per riprendere nuovamente a tamburellare la testa ed il costato dell’avversario. Nei piani di LaMotta vi era l’attesa che il match scendesse ad un ritmo blando, a lui più congeniale; fino al settimo era sicuro di aver vinto, o quantomeno pareggiato, un paio di round, quindi contava di far suo l’incontro dominando il finale, secondo sua caratteristica. Sugar Ray Robinson, però, non abbassò il ritmo: lo incrementò!

I round successivi si trasformarono in un’infinita punizione: LaMotta incassava, Sugar Ray picchiava con violenza inaudita non avendo più bisogno di difendersi, perché i guantoni di Jake erano alti a difesa della testa ed i gomiti attaccati al corpo a protezione della figura. Il campione non portava più colpi e Robinson lo stava tempestando di jab taglienti e poderosi uppercut. Ma Jake LaMotta, all’anagrafe Giacobbe, non cedeva; le sue gambe non si piegavano. Quando Robinson prendeva fiato, lui alzava la testa sanguinante, lo guardava attraverso gli occhi gonfi e lo sfidava col suo infinito orgoglio. Alla fine del decimo round, molti dei quindicimila presenti invocavano l’intervento dell’arbitro Frank Sykora, affinché ponesse termine ad una tale punizione; non era, però, una soluzione così immediata, dato che LaMotta era il campione in carica ed il suo angolo non mostrava segno di volerla finire.

All’undicesimo round, un colpo nella nebbia di LaMotta scosse Robinson; il Toro del Bronx diede segno di avvedersene e si lanciò sull’avversario alla sua maniera, con un nugolo di colpi che, però, Robinson incassò con la grande classe in lui innata. Poi ricominciò l’opera di demolizione. Alla campana del dodicesimo round, LaMotta si avviò all’angolo ormai incapace di vedere e di sentire. Dirà, nell’intervista successiva al match, che il forte dolore l’aveva sentito alla quinta ed alla sesta, ma poi gli sembrava di essere uscito dalla tempesta. Ma non era così. Al contrario, i colpi erano aumentati e si erano fatti più precisi. Due minuti e quattro secondi dall’inizio della tredicesima ripresa, il ring coperto del sangue di un ormai irriconoscibile LaMotta convinse l’arbitro Sykora dell’averne abbastanza di quella mattanza, che alzò il braccio al nuovo campione mondiale dei pesi medi. LaMotta fu condotto all’angolo e poi immediatamente negli spogliatoi, dove sarebbe rimasto attaccato all’ossigeno per oltre un’ora e mezza; prima che superasse le corde, però, uno stanchissimo Robinson riuscì a regalargli un sincero abbraccio. Sapeva che quella era la fine della loro epica serie di battaglie e che lui aveva vinto la guerra, ciò nondimeno non volle privare il suo grande avversario dell’onore che si era meritato. Dirà poche ore più tardi: “Credevo non avrebbe finito la ripresa già alla sesta, ma più lo picchiavo, più sembrava determinato a rimanere in piedi! Non capisco di cosa sia fatto: gli ho rifilato i colpi più duri della mia carriera ed era ancora lì“.

Il sesto match tra Jake LaMotta e Sugar Ray Robinson, subito ribattezzato “il massacro di San Valentino” lasciò anche molti strascichi polemici, a causa dell’indubbia violenza di alcuni passaggi, soprattutto nelle ultime riprese. The Indianapolis News descrisse l’incontro come “un crimine nel nome dello sport, un malato tributo alla brutalità“. Ognuno deve essere libero di dire la propria opinione, che va rispettata fino in fondo. Il pugilato non è uno sport che favorisca gli incontri impari; nella sua stessa filosofia è un combattimento con precise regole tra uomini disposti allo scontro, dello stesso peso e di similare abilità. Il “massacro di San Valentino” fu un match all’apparenza poco equilibrato ma io, personalmente, lo vedo come un confronto tra la magistrale abilità di Robinson e l’insondabile determinazione di LaMotta. A me mancavano vent’anni per nascere, alla maggioranza dei lettori di questo mio articolo parecchi di più: eppure, è un fatto che noi si sia ancora qui a parlarne e discuterne. Questa è la magia del pugilato, la più controversa disciplina sportiva, ma di gran lunga la più affascinante del pianeta.

Sugar Ray Robinson e Jake LaMotta avevano entrambi trent’anni. Considerato, dai più, il miglior pugile pound for pound di tutti i tempi, Robinson è mancato ormai ventinove anni fa. La Motta, invece, dopo essere tornato a vivere nel suo vecchio quartiere, ha continuato ad essere il vecchio Jake, sempre pronto con parole pesanti per chiunque lo contraddicesse e, alla veneranda età di novantasei anni, è sopravvissuto a tutti i suoi avversari, a molte ex mogli e, purtroppo, anche ad un paio dei suoi figli, prima di spegnersi nel pomeriggio di ieri. Sulla scorta di quanto successo a Chicago, in quel lontano giorno di San Valentino, ed in molti altri frangenti della sua tumultuosa esistenza, mi pare chiaro che per mettere definitivamente al tappeto lo spirito indomabile di Giacobbe LaMotta, avrebbe dovuto scomodarsi il Signore in persona.

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