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Giuseppina Torre, la pianista star all’estero. “In Italia è difficile emergere facendo musica di nicchia. Il farsi conoscere è ormai una esclusiva dei talent.”

Angela Failla

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Ha vinto ben quattro “Los Angeles Music Awards” e ha suonato davanti a personaggi del calibro di Bernardo Bertolucci, Paolo Sorrentino e Gabriele Muccino. Lei è Giuseppina Torre, artista e mamma, pianista siciliana di indiscusso talento. Un successo, il suo, scritto dal destino. Una mail, quella ricevuta dai supervisori del Los Angeles Music Awards che avevano notato un suo brano su iTunes, che le cambia la vita. E poi inizia il sogno. Una vera e propria fiaba che porta Giuseppina prima a Los Angeles e poi, con l’album “Il silenzio delle stelle”, in giro per il mondo. Acclamata più volte negli Stati Uniti, si esibisce davanti a platee con più di mille persone. A Giacarta, in Indonesia, tiene un suo concerto all’Istituto di Cultura Italiana per la Settimana della lingua e della cultura italiana nel mondo. La sua musica ha fatto da colonna sonora ad alcuni servizi speciali del Tg1, tra cui il docufilm “L’amore dopo la tempesta”, sui sopravvissuti della Shoah. Un’artista che ha già vinto tutto ma che in Italia fa fatica a mostrare il suo talento. «Direi che è difficile fare musica in Italia. L’emergere e il farsi conoscere è ormai esclusiva dei talent e, per chi fa musica di nicchia come me, è veramente molto difficile» racconta. Nel frattempo Giuseppina continua a fare musica, musica che fa del bene. Come il concerto di beneficenza, al Polo Culturale Palazzo Toldeo, per Carla Ilenia Caiazzo, (la donna data alle fiamme a Pozzuoli dall’ex fidanzato) in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. E ancora il recente concerto organizzato dall’associazione studentesca “Orbis” il cui ricavato andrà interamente speso per organizzare una cena solidale in collaborazione con gli scout del gruppo Vittoria 7, a cui Giuseppina Torre ha preso parte suonando il suo bellissimo “Silenzio tra le stelle”. Una compositrice che, attraverso la musica, riesce a mostrare la sua anima regalando emozioni. E mentre lavora al nuovo album e sogna di esibirsi sul palco dell’Ariston a Sanremo, spera, un giorno, di comprare una casa al mare, di fronte all’oceano, a Santa Monica.

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Che cosa ha provato quando ha ricevuto la mail che le comunicava che le era stato assegnato il  “Los Angeles Music Awards”?

«Avevo considerato quella mail, proveniente dai supervisori dei Los Angeles Music Awards, una spam, così l’ho subito cestinata. Alla fine mi sbagliavo, perché quello era semplicemente l’inizio di un sogno. A quella mail, infatti, ne seguì un’altra che mi sollecitava a inviare la mia biografia, delle foto e altre tracce delle mie composizioni».

Possiamo dire che da quella volta la sua vita è cambiata?

«Sì, da quel momento la mia vita si è trasformata in un vero e proprio sogno. Ho vinto quattro “Los Angeles Music Awards” e ho vissuto a Los Angeles esperienze professionali indimenticabili suonando davanti a platee con più di mille persone e soprattutto esibendomi davanti ad artisti del calibro di Paolo Sorrentino, Gabriele Muccino, Bernardo Bertolucci e Andrea Morricone, figlio del grande Ennio. Dal 2012 faccio la spola tra la Sicilia e gli Stati Uniti».

Ha vinto tanti premi. Ce n’è uno a cui è più legata?

«Sicuramente porto nel cuore quello che mi fu consegnato la sera dei “Los Angeles Music Awards”. Dopo aver ricevuto l’Awards come “International Artist of The Year”, la presentatrice annunciò che mi veniva consegnato un altro Awards, assegnato quella stessa sera dalla giuria di qualità come migliore “Performer della serata”. Ero così emozionata che sono riuscita solo a dire un commosso “Thank you so much!”»

Com’è nata l’idea del suo disco “Il silenzio delle stelle”? Di cosa parla?

«Considero “Il Silenzio delle Stelle” una sorta di libro. Ascoltare il cd è quasi come sfogliare un libro dove le pagine descrivono e raccontano il mio vissuto. In questo album, prodotto da Bideri S. P.A. e distribuito dalla Sony, ci sono collaborazioni importanti. Alcune mie composizioni, infatti, sono state arrangiate creando dei featuring molto interessanti come quelli con i Solis String Quartet; con Michele Signore; con Consilia Licciardi; con Paki Palmieri e con Mimmo Cappuccio che è anche il mio produttore artistico, fino ad arrivare alla tromba di Fabrizio Bosso. Il risultato è un vero e proprio viaggio nei meandri del cuore e dell’anima dei protagonisti di tutto il cd.»

Perché ha scelto questo titolo?

«Il titolo prende il nome da una composizione contenuta all’interno del disco. Racconta lo sgomento nel trovarsi davanti al meraviglioso spettacolo di un cielo stellato d’ estate e quell’assordante silenzio che provoca mille riflessioni. “Il silenzio delle stelle” non solo ha cambiato la mia vita, ma è anche la composizione che mi ha portato fortuna. Questo brano, infatti, è stato quello pluripremiato».

Mi racconta un po’ l’album “il silenzio delle stelle”?

«In questo album c’è tutta me stessa e quello che ho vissuto in questi anni. Ci sono tutte le mie gioie, i miei dolori, le ansie, le attese, le speranze. In pratica mi descrive totalmente! Le tracce rappresentano parti di me. Ad esempio il brano “L’Amor perduto” non è altro che l’aver perso l’amore per se stessi. “Aspettando il sole” è un’altra composizione che rappresenta il clima di attesa, di un momento migliore; “Il  mio cielo” è invece la serenità, l’essere. Poi ci sono le ultime tre composizioni: “Always in my hands”, “You are my destiny” e “Because I need you” che sono dei veri e propri inni all’amore».

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Come si fa a far raggiungere le note al cuore della gente?

«In ogni concerto mi prefiggo di raggiungere il cuore del pubblico cercando di coinvolgerlo emotivamente. Lo trasporto in un viaggio musicale – emozionale dove ognuno vedrà riaffiorare ricordi ed emozioni sedimentate nel cuore. La cosa più bella, alla fine di ogni concerto, è raccogliere a voce le emozioni del pubblico!»

Quanto è difficile fare musica in Italia?

«In Italia l’emergere e il farsi conoscere è ormai esclusiva dei talent e, per chi fa musica di nicchia come me, è veramente molto difficile. La mia esperienza insegna: dapprima i riconoscimenti in America e poi, dopo qualche anno, l’ interesse in Italia. Qui è sempre molto più difficile fare e vivere di musica».

Prossimi progetti?

«Sto già lavorando alle musiche del prossimo album, non riesco a stare ferma. Tra esse ci sarà “Dove sei”, una composizione nata di getto, durante la notte. E’ dedicata alla mia terra. L’ho scritta mentre mi trovavo a Milano, avevo appena visto un episodio di Montalbano e ho provato una nostalgia così forte della mia terra che mi sono messa al pianoforte e ho composto questa musica».

«Tra dieci anni spero di continuare a vivere di musica girando il mondo. Spero di riuscire a realizzare un sogno: comprare una casa al mare, di fronte l’oceano, a Santa Monica!».

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3 Commenti

3 Comments

  1. Roberto laferla

    marzo 5, 2017 at 8:04 am

    Quando nella tua mente hai i compositori classici, nel tuo cuore hai la tua terra e la sua gente, hai la sensibilità di una donna e le capacità di una grande artista, sei capace di creare armonia, serenità e pensiero nelle anime gentili.
    Giuseppina sei tutto questo, la nostra società distratta effimera ed abbrutita può trovare la sua salvezza anche attraverso l’arte, abbiamo noi tutti bisogno di artisti come te, non mollare e rimane fedele alla tua integrità presente in ognuna delle tue note.
    Roberto

    • Giuseppina Torre

      aprile 27, 2017 at 3:53 pm

      La ringrazio per le bellissime parole e per l ‘ incoraggiamento. Grazie di cuore

  2. GIANNI MODICA

    ottobre 1, 2017 at 4:54 pm

    TALENTO, MODESTIA, BELLEZZA E CLASSE.

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Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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