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Giuseppe “Nanu” Galderisi racconta Messico 1986

Paolo Valenti

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Giuseppe “Nanu” Galderisi racconta Messico 1986

Giuseppe “Nanu” Galderisi è stato il centravanti titolare della nazionale italiana che nell’86 andò in Messico per difendere il titolo di campione del mondo. Tolse il posto all’eroe di Spagna Paolo Rossi, arrivando all’apice di una carriera che, l’anno precedente, lo aveva visto campione d’Italia con la maglia del Verona di Osvaldo Bagnoli. Lo abbiamo intervistato per avere una testimonianza diretta di aneddoti e interpretazioni relative a quel mondiale che Galderisi ci ha fornito senza giri di parole.

Galderisi, tu eri il centravanti titolare della nazionale nel mondiale messicano dell’86. Come ti eri immaginato di giocare quella competizione? Alla fine fosti soddisfatto o portasti a casa qualche rammarico?

Anche se si era cominciato a parlare di una mia possibile convocazione già ai mondiali dell’82, io entrai stabilmente nel giro della nazionale nel 1984. Nei due anni prima del mondiale l’Italia disputò solo amichevoli e questo, secondo me, non fu un fattore positivo. Ricordo che c’era molto entusiasmo intorno alla nazionale, nella quale giocavano ancora diversi campioni del mondo che per me lo erano soprattutto dal punto di vista umano: Tardelli, Paolo Rossi, Cabrini, Scirea, tutta gente che avevo frequentato quotidianamente già ai tempi in cui giocavo nella Juventus. Insomma, arrivammo tutti al mondiale con una gran voglia di fare bene. Nella partita d’esordio con la Bulgaria, però, ci fu il primo segnale negativo: il gol del pareggio subito al 85° che ci creò dei problemi di classifica nel girone. Insomma, la realtà è che nell’86 non scattò mai quella scintilla che ci avrebbe consentito di esprimere appieno il nostro effettivo potenziale. Io, nelle quattro partite che disputammo, corsi come un disperato: alla fine tornai a casa che pesavo sei chili in meno. E’ vero che mi mancò il gol e questo fatto, unito all’eliminazione della squadra agli ottavi, si, in effetti per me ha costituito un rammarico.   

Come vi eravate preparati per gestire il problema dell’altura?

Andammo il ritiro in montagna, a Roccaraso: la mattina facevamo passeggiate in altura e il pomeriggio svolgevamo gli allenamenti. Eravamo un grande gruppo composito: del Verona c’eravamo io (anche se quell’anno avevo appena firmato per il Milan), Fanna, Tricella e Di Gennaro; ragazzi come De Napoli e Beppe Baresi che avevano fatto grandi cose; e infine i reduci del Mundial 82, di elevato spessore. Come detto, però, non riuscimmo a rendere per come potevamo: è stato un mondiale filato via troppo facilmente nella direzione che non volevamo. La prima partita, in questo senso, fu determinante: se l’avessimo vinta magari negli ottavi avremmo incontrato una squadra diversa e noi saremmo riusciti a trovare quella scintilla di cui avevamo bisogno. 

Bearzot scelse solo all’ultimo il portiere che doveva giocare titolare tra Galli e Tancredi. Credi che questa incertezza possa aver influito sul rendimento dei due e sull’assetto difensivo della squadra?

In effetti a pochi giorni dall’esordio noi ancora non sapevamo chi sarebbe stato il portiere titolare. Io credo che non ci fosse molta serenità, c’era molta attesa anche se Giovanni e Franco si rispettavano molto. Forse è vero, questo dualismo non aiutò. Conoscendoli, entrambi a me sembravano poco sereni. Sapendo, però, l’importanza che dava Bearzot all’aspetto umano, immagino che lui abbia cercato di dare forza a entrambi e di spiegare le sue decisioni. Alla fine, comunque, non credo che sia stata una questione così determinante. 

Come mai Bearzot portò al mondiale Paolo Rossi e Marco Tardelli sapendo che non li avrebbe fatti giocare? In una competizione così tirata non sarebbe stato più opportuno convocare due giocatori pronti a scendere in campo?

Io ricordo che il giorno prima della partita d’esordio con la Bulgaria, Bearzot convocò in camera me e De Napoli per dirci che vedeva meglio noi di Rossi e Tardelli e quindi saremmo stati noi i titolari.  Penso che Bearzot avesse valutato tutte le componenti in gioco e alla fine ritenne che la presenza di Paolo e Marco, dal punto di vista del gruppo, fosse comunque la cosa migliore. Certamente non fece le convocazioni per riconoscenza. Comunque ti posso dire che fino all’ultimo giorno né io né De Napoli immaginavamo di giocare. Poi, facendo sempre i titolari, pensai che forse era qualcosa che Bearzot aveva già in mente.

Chi era, nella nazionale di quegli anni, il partner d’attacco col quale ti trovavi più a tuo agio?

In quel mondiali avevamo un bel parco attaccanti. Oltre a me c’erano Bruno Conti, Vialli, Serena, Altobelli e Paolo Rossi. Insomma, Bearzot aveva la possibilità di mettere sempre in campo un attacco pericoloso. In realtà, io avevo la capacità di adattarmi alla punta con cui ero chiamato a far coppia: nel Verona giocai sia con Elkjaer che con Iorio, trovandomi bene con entrambi nonostante avessero caratteristiche completamente diverse. Io riuscivo a muovermi bene tra le linee come seconda punta ma anche come attaccante centrale in mezzo all’area. In quella nazionale, Altobelli era più centrale e io gli giravo intorno. E anche se le cose non andarono così bene, io mi porto dietro un ricordo splendido di quel mondiale perché, anche dopo l’eliminazione, Bearzot mi disse che avevo fatto un gran campionato e che dovevo andare avanti per la mia strada. 

Chi fu, dopo Maradona, il giocatore che ti colpì di più in quel mondiale?

Intanto ti voglio raccontare un aneddoto su Maradona. Quando eravamo in ritiro a Puebla ci venne a trovare e spese un po’ di tempo con noi. Era talmente tirato, talmente in forma che sembrava bellissimo: strutturato, forte. Insomma, ci dette da pensare visto che eravamo nello stesso girone… Quanto agli altri, a me impressionò molto Elkjaer: facevo il tifo per lui. Anche l’altro mio compagno Briegel giocò molto bene. Poi a me piacevano sia Butragueno che Hugo Sanchez, il centravanti messicano.

Arrivasti a toccare l’apice della tua carriera proprio in quel mondiale, a soli 23 anni. Perché non riuscisti a mantenere le tue prestazioni a quei livelli?

E’ una domanda che mi sono posto anche io. Dopo quel mondiale andai al Milan. Eravamo io, Hateley e Virdis, c’era un po’ di confusione perché in effetti non si sapeva bene chi giocava. Non lo so, io avevo molta voglia di dimostrare che ero forte, forse alcune scelte non sono state del tutto oculate. Successivamente andai alla Lazio in serie B per riportarla in A ma quella fu un’annata un po’ particolare e alla fine non venni più chiamato in Nazionale. Mi persi un po’ fino a quando non ritrovai continuità a Padova ma certo un po’ di rammarico c’è: per le scelte fatte e per il modo in cui ho affrontato determinate situazioni.

Passando all’attualità, cosa pensi che potrà fare Mancini?

Io già in tempi non sospetti avevo dichiarato la mia preferenza per il Mancio. Lo conosco bene, abbiamo fatto insieme il corso a Coverciano, conosco la sua forza interiore e so che aveva il sogno di tornare in nazionale. Non mi ha stupito che abbia rinunciato a tutto e abbia messo il suo entusiasmo a disposizione dell’Italia: sono davvero felice che adesso ci sia lui. Sono sicuro che farà bene perché è un allenatore che sa esaltare le qualità dei giocatori. E poi, dopo aver girato il mondo, ha accumulato una grandissima esperienza: ha personalità, classe, eleganza per essere apprezzato dai calciatori azzurri e dai nostri avversari.

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Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica applicandosi a diverse discipline, su tutte calcio a otto e corsa sulle lunghe distanze. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo a Goal di Notte, quarantennale trasmissione calcistica condotta da Michele Plastino.

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