Connettiti con noi

Storie dell'altro mondo

Giro History: dalla cronometro di Venezia alla scalata del Passo Gavia

Francesco Beltrami

Published

on

Il Giro del 1979 poteva, e doveva, essere quello di Moser. Il trentino, ormai ventottenne, venne agevolato dagli organizzatori con l’inserimento nel percorso di ben 4 tappe a cronometro oltre al breve prologo di Firenze. Non lo fu perché un ben più giovane Giuseppe Saronni, novarese, classe 1957, irruppe sulla scena, dopo l’esordio del 1978 in cui pure aveva vinto due tappe terminando quinto nella generale, e fu più forte di lui. Lo batté nella crono di San Marino, partita da Rimini e forse un po’ troppo impegnativa per Moser per via dell’erta finale nella Repubblica del Titano, gli tolse la maglia  e la portò a Milano.

Saronni1

Fu il primo Giro che vidi in strada, per una fortuita combinazione. I miei genitori, cui non importava nulla di nulla del ciclismo e dello sport in generale, decisero di passare qualche giorno di vacanza a Venezia e del tutto inconsapevolmente prenotarono per il terzo week end di maggio, la domenica della storica cronometro sulle acque, lungo ponti e passerelle che attraversavano i canali di Venezia. Per me, avrei compiuto 14 anni a luglio, fu una festa. Certo non potei assistere al passaggio di tutti i corridori perché mia madre volle comunque onorare il programma delle visite culturali che aveva predisposto  per quel giorno, ottenni però il permesso di assistere sull’angolo di una calle, non ricordo quale, al transito dei migliori, e li vidi tutti da vicino. Attendevo in particolar modo il mio idolo Moser, con lui Saronni, e Contini, Visentini, Beccia e tanti altri…Moser vinse quella storica  tappa e io fui ancora più contento.

Hinault1

Nel 1980 disputò per la prima volta il Giro un altro gigante, Bernard Hinault, “ Il Tasso”, bretone classe 1954. Vinse con quasi sei minuti su Panizza. Tornò altre due volte, nel 1982 e nel 1985 vincendo ancora. Furono gli unici tre Giri che corse in 12 anni di carriera tra i professionisti, sulle strade italiane nessuno fu mai in grado di batterlo in classifica generale. Il 1981 era stato l’anno di Giovanni Battaglin, nel 1983 c’era stato il bis di Saronni.

Nel 1984 Moser aveva 33 anni, e sapeva che forse non avrebbe avuto altre occasioni. Vinse il prologo a Luca ma cedette la maglia il giorno dopo in occasione della cronometro a squadre al leader della Renault, Laurent Fignon, che la tenne fino alla quinta, quando sulla salita del Blockhaus sulla Majella Moser la riprese in una tappa vinta da Moreno Argentin. Il 5 giugno, giorno della diciottesima tappa, da Merano a Lecco, Moser è sempre in rosa, ma in programma c’è lo Stelvio, il tempo però è brutto e lo storico patron del Giro, Vincenzo Torriani, decide di non farlo affrontare ai corridori, Fignon non ci sta, accusa apertamente  l’organizzazione di voler favorire Moser, che difende il primato. L’otto giugno però, in occasione della ventesima tappa Fignon attacca sulle Dolomiti, vince sul traguardo di Arabba staccando  Moser e prendendo la testa della classifica con un minuto e 21 secondi di vantaggio sul trentino. Mancano due tappe, la Arabba – Treviso è per velocisti, la vince Bontempi senza nessun cambiamento in classifica. Domenica 10 a Verona arriva una cronometro di 42 chilometri. Non sono in molti a credere che Moser possa recuperare 1’21” a Fignon che oltretutto è nove anni più giovane di lui. Ma il campione trentino si trasforma in locomotiva, stacca il francese di 2 minuti e 24 secondi e conquista finalmente il Giro con 1′ 03” di vantaggio. Fignon si rifarà a luglio, vincendo il suo secondo Tour consecutivo.

Moser1

Dopo il terzo successo di Hinault nel 1985 nel 1986 vince Roberto Visentini davanti a Saronni e Moser, mentre nel 1987 è il turno dell’irlandese Stephen Roche. Il Giro 1988 ha un posto importante nella storia per due motivi: lo vince lo statunitense Andrew Hampsten, nato a Columbus nel 1962 che diventa il primo non europeo a vincere il Giro. Il secondo motivo è la quattordicesima tappa, da Chiesa Valmalenco a Bormio, con la scalata del Passo Gavia su cui gli organizzatori decidono di transitare nonostante abbia nevicato nella notte. Proprio mentre i corridori affrontano  la salita la neve riprende a scendere: l’olandese Van der Velde scollina per primo seguito da Breukink e Hampsten, ma sarà costretto a fermarsi in discesa a causa di un principio di congelamento, arriverà al traguardo staccato di tre quarti d’ora. Tante altre sono le vittime illustri: il francese Bernard, Visentini, Rominger, tutti pretendenti al successo finale perdono decine di minuti. Breuknik vince la tappa, Hampsten, secondo, prende la maglia e la  porterà a Milano. Quella giornata sul Gavia entra di diritto nella leggenda del ciclismo.

Fignon1

Nel 1989 Laurent Fignon si prende la rivincita, arrivando a Milano con 1’15” su Giupponi. Il francese correrà fino al 1993, vincendo anche due Sanremo, andrà poi ad aggiungersi alla lunga lista dei campioni sfortunati: un tumore allo stomaco se lo porterà via nel 2010 a soli cinquant’anni. Il primo giugno a Mira vince la tappa Mario Cipollini, il 10 a Prato Gianni Bugno, sono i primi successi al Giro di due grandi. Bugno vincerà il suo Giro l’anno seguente, in maglia dalla prima all’ultima tappa, Cipollini, velocista puro e dunque non interessato alla classifica generale,  di Giri ne correrà quattordici vincendo 42 tappe e tre volte la classifica a punti. Nel 2002 , suo anno migliore arriveranno sei tappe al Giro, tre alla Vuelta, la Sanremo e il Mondiale.

Indurain1

Nel 1991 la spunta Franco Chioccioli, nel 1992 arriva sulla scena un altro enorme campione, lo spagnolo Miguel Indurain, classe 1964. Vince nel 1992 e nel 1993, dal 1991 al 1995 conquista cinque Tour consecutivi. Un Mondiale a cronometro e un’Olimpiade, sempre a cronometro, completano il suo palmarès. Curiosamente non riuscirà mai a vincere in casa: disputa la Vuelta otto volte con ben quattro ritiri, solo nel 1991 sarà competitivo giungendo secondo.

Nel 1994 Evgenij Berzin è il primo russo a vincere il Giro, imitato nel 1996 da Pavel Tonkov, nel ’95 si era imposto lo svizzero Tony Rominger. Nel 1997 inizierà una serie di successi italiani che durerà undici anni, fino al 2007. Il primo nome è quello di Ivan Gotti. Nel 1998 toccherà a  un piccolo grande uomo che pochi anni dopo andrà purtroppo ad aggiungersi alla triste lista dei campioni sfortunati che ora pedalano in cielo: Marco Pantani. Lo ricorderemo la prossima volta

Altri Sport

Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

Published

on

TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

Continua a leggere

Pugilato

La storia dell’australiano Les Darcy, una fiamma bruciata troppo in fretta

Marco Nicolini

Published

on

James Leslie Darcy, detto “Les”, fu un pugile australiano di grande talento, i cui nonni erano emigrati agli antipodi da Tipperary, in Irlanda. Nacque a Maitland, nel Nuovo Galles del Sud, il 31 ottobre 1895, ed esordì quindicenne nel pugilato professionistico con una stupefacente serie di diciassette vittorie consecutive. Perso l’incontro per il titolo australiano dei welter, contro l’esperto Bob Whitelaw, la sua prestazione destò comunque l’attenzione di pubblico ed addetti ai lavori, favorendone il debutto al Sydney Stadium.

In quegli anni perse contro Fritz Fred Holland e Jeff Smith, ma vendicò ogni sconfitta subita in incontri epici che ne sancirono la qualità di combattente e rilanciarono, in suo nome, l’orgoglio nazionale degli australiani. Dall’incontro perso con Smith, avvenuto nel febbraio del 1915 e maturato grazie ad un colpo sotto la cintura da parte del suo avversario, non visto dall’arbitro, infilò un lungo filotto di ventidue vittorie consecutive terminato il 30 settembre del 1916, durante il quale arrivò a fregiarsi, nonostante la piccola statura, del titolo australiano dei pesi massimi. Durante questo periodo, trovò anche il tempo per combattere molti incontri d’esibizione e recitare in un film.

Alla fine del 1916, tutti i passaporti degli australiani in età da militare furono requisiti per impedire diserzioni alla coscrizione obbligatoria in atto: l’Inghilterra reclamava ogni potenziale soldato del Regno e l’Australia stava per pagare un prezzo elevatissimo in termine di giovani vite spezzate. Su una popolazione totale di 4,9 milioni di persone, quasi il 40% della popolazione maschile con meno di 45 anni e più di 17, pari a 420.000 individui, fu arruolata: 61.000 di questi trovarono la morte. La percentuale di deceduti dell’Australia, per numero di soldati impegnati in combattimento, fu la più alta dell’intero conflitto. Les Darcy chiese di aggirare il divieto, essendo in partenza per una serie di match d’esibizione negli Stati Uniti grazie ai quali avrebbe potuto sistemare la propria famiglia, ma rilasciò la dichiarazione per cui, una volta terminati gli incontri, avrebbe raggiunto il Canada per arruolarsi.

Il 27 ottobre 1916, prima che una decisione delle autorità preposte fosse presa al riguardo, Darcy s’imbarcò clandestinamente per l’America, affrontando il viaggio infinito nell’Oceano Pacifico chiuso in uno scompartimento minuscolo. Questa sua condotta, povero ragazzo, gli portò grande sfortuna. Un ricco e prestigioso match, organizzato a New York per pochi mesi dopo il suo arrivo, fu cancellato dal Governatore, il quale spiegò di non gradire la maniera in cui il campione australiano aveva abbandonato il proprio paese. Altri incontri, previsti in tutti gli Stati Uniti per il grande richiamo del suo nome, subirono la stessa sorte. Les, per sfuggire alla povertà, cominciò ad accettare incontri d’esibizione dallo scarso appannaggio finché, a fine aprile del 1917, stramazzò al suolo dopo un inatteso collasso. Ricoverato per una sospetta setticemia, gli furono asportate le tonsille ma, quasi un mese dopo, si spense per una polmonite contratta in ospedale. Il suo corpo ricomposto fu trasportato nell’Australia piegata dalla guerra, dove una processione di mezzo milione di persone lo accompagnò a sepoltura.

Sconfitto in soli quattro incontri, senza mai aver messo un ginocchio al tappeto, Les Darcy è tuttora figura di eroe popolare di grande potenza; se la fuga dall’Australia ne incrinò l’immagine eroica, la sua triste morte solitaria gli donò un’aura romantica che perdura nel tempo. A quasi cento anni dal suo addio alla vita terrena, ogni anniversario dell’infausto giorno della sua morte si ricorda con una bandiera a mezz’asta nel municipio di Sydney. Per generazioni, le penne di giornalisti e scrittori si sono mosse sulla carta con l’ispirazione giunta dalle sue gesta sul ring. Questo accadeva un secolo fa, negli anni in cui James Leslie “Les” Darcy da Sydney, pugile professionista scomparso a soli ventuno anni, scolpiva il proprio nome nel ristretto novero degli immortali.

Continua a leggere

Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

Published

on

Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication