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Storie dell'altro mondo

Giro 2016 : il Caleidoscopio dell’Italianità

Andrea Muratore

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Da Apeldoorn, in Olanda, il prossimo 6 maggio scatterà il 99° Giro d’Italia. Nonostante le logiche imperanti del marketing, delle sponsorizzazione e dell’internazionalizzazione dello sport moderno abbiano, per l’ennesima volta, convinto gli organizzatori a individuare al di fuori dai confini nazionali la sede della Grande Partenza della corsa rosa, esse non hanno avuto alcuna influenza sullo spirito di fondo del Giro, che anno dopo anno si rivela sempre di più come un vero e proprio caleidoscopio dell’italianità.

Nel Giro, l’Italia rivede sé stessa: attraversando le sue strade la carovana rosa ammira i suoi paesaggi variegati e continuamente mutevoli, viene a contatto con il calore suscitato dal sempre affezionatissimo popolo del ciclismo e viaggia idealmente nella storia del nostro paese. Una storia con la quale il Giro si è in diverse occasioni trovato a contatto, trascendendo col passare dei decenni la dimensione della corsa ciclistica e raggiungendo quella del mito tutto italiano, della componente inscindibile della realtà nazionale. Una nazione che il Giro aiuta a cogliere nella sua altra innegabile realtà, quella di “strapaese” in cui il locale acquisisce una dimensione pari al globale, troppo spesso vista come concorrenziale o alternativa all’idea di nazione ma con la quale è in ultima istanza collegata, rappresentandone l’altra faccia della medaglia e il naturale completamento. Snodandosi attraverso migliaia di chilometri di strade italiane, dunque, il Giro acquisisce la funzione di trait d’union tra le varie componenti locali, unendole idealmente tra di loro al di sopra di campanilismi e rivalità di ogni sorta.

A testimonianza del forte vincolo instauratasi tra la storia del Giro e la storia d’Italia è doveroso ricordare lo straordinario ruolo giocato dalla corsa nella ricostruzione del morale del paese dopo il tragico vissuto della seconda guerra mondiale; nel 1946 il comitato organizzatore, presieduto da Bruno Roghi, direttore de “La Gazzetta dello Sport”, si scontrò con immani difficoltà logistiche, legate alla totale devastazione della viabilità italiana a seguito del conflitto, ma riuscì infine a disegnare un percorso allo stesso tempo competitivo e simbolico.

Gli italiani, che pochi giorni prima avevano decretato la fine della monarchia sabauda con lo storico referendum del 2 giugno, seguirono col fiato sospeso la corsa che prese il via il 15 giugno da Milano e si concluse, sempre nel capoluogo lombardo, il 7 luglio. Dalla Lombardia alla Campania, il Giro toccò tutte le regioni più sconvolte dal conflitto da poco conclusosi, il suo percorso si snodò fino a Napoli e i corridori lo affrontarono portandosi appresso la volontà di un paese stremato che anelava esclusivamente a ritornare alla normalità.

Le cronache del tempo raccontano di migliaia di spettatori assiepati a bordo strada per assistere al passaggio dei “girini” e pedalare idealmente al loro fianco, spinti dalla volontà di lanciarsi a tutta velocità loro stessi sulla strada che avrebbe condotto a un futuro migliore.

La corsa visse le sue ore più emozionanti nella città maggiormente simbolica per gli italiani della prima metà del Novecento, Trieste. Roghi si era speso in prima persona per l’inclusione della città, ai tempi aspramente contesa tra l’Italia e la Jugoslavia titina che ne reclamava l’annessione come compensazione dei danni patiti durante la guerra, nel tracciato del Giro ai fini di affermare in maniera inequivocabile la sua appartenenza all’Italia, alla quale si era unita dopo la prima guerra mondiale. Tra le squadre partecipanti, inoltre, figurava la Wilier Triestina, che sfoggiava le vistose alabarde simbolo della città sulla sua divisa ufficiale ed era capitanata da Giordano Cottur, desideroso di vincere la tappa che si sarebbe conclusa nella sua città natale.

Durante il suo svolgimento, tuttavia, un gruppo di facinorosi filo-titini sbarrò la strada alla corsa, tendendo un agguato ai corridori a colpi di sassi e spari isolati. Si scatenò il pandemonio, con i dimostranti decisi a impedire l’accesso del Giro a Trieste, le forze di sicurezza intervenute per calmare le acque e i corridori della Willer, con Cottur in testa, intenzionati a raggiungere comunque la città nonostante la compromissione della tappa dal punto di vista sportivo. Iniziò allora l’epica marcia di avvicinamento alla città dei corridori, che usufruirono del passaggio di una squadra di veicoli delle truppe americane e fecero il loro ingresso nella città che sin dalle prime ore di quel 30 giugno attendeva l’arrivo del Giro. Trieste visse ore meravigliose, narrate splendidamente da Roberto Degrassi nel suo libro Trieste in maglia rosa”.

Così l’autore racconta gli attimi più importanti di quella sensazionale giornata:

“I ciclisti vengono sbarcati a Grignano per completare il percorso fino a Montebello. Barcola, viale Miramare, la gente ai bordi della strada è impazzita. Una sfilata fino all’ippodromo? Forse, o forse no. Cottur aveva un sogno la sera prima: arrivare primo al traguardo. Il gruppo capirà. Attacca dove aveva previsto, non è una rasoiata feroce, gli altri non reagiscono. Qualche decina di metri che gli basta per arrivare per primo a Montebello. Un trionfo. L’estasi. Non si poteva rinunciare a una gioia così.

Fiori, baci, occhi lucidi, applausi. Una città che diventa un infinito abbraccio per un uomo solo. Potenza dello sport: quell’omino lì in maglia alabardata sembra un gigante”.

Basterebbero le ultime due righe a dimostrare l’importanza giocata dal Giro d’Italia nella storia di quel fatidico 1946. A trionfare a Milano sarà Gino Bartali, che negli anni successivi sarebbe stato, assieme a Fausto Coppi e al Grande Torino, un mito umano ancor prima che sportivo per l’Italia intenta a ricostruire sé stessa.

Settant’anni dopo, il Giro continua ad appassionare, a regalare emozioni e a portare sulle strade centinaia di migliaia di persone, il colorato e rumoroso “popolo del ciclismo” che contribuisce all’unicità di una corsa vicina alla centesima edizione, destinata a concludersi il 29 maggio a Torino dopo aver abbracciato nel suo sviluppo scenari ineguagliabili come l’area del Chianti, che per la prima volta sarà scenario esclusivo di una decisiva tappa a cronometro individuale di oltre 40 km. La contesa si preannuncia assai aspra, dato l’alto coefficiente di difficoltà medio del tracciato che, sebbene presenti un numero minore di grandi salite alpine rispetto alle precedenti edizioni, è caratterizzato da tutta una serie di tappe incerte e potenzialmente insidiose, disseminate in particolar modo nell’area appenninica che sarà attraversata durante la seconda settimana della corsa. Gli appassionati e i cultori del ciclismo, in Italia e nel mondo, non devono far altro che attendere e prepararsi per gustare lo spettacolo riservato, edizione dopo edizione, da questo straordinario caleidoscopio dell’italianità.

FOTO: www.nonsolociclismo.com

Altri Sport

Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Pugilato

La storia dell’australiano Les Darcy, una fiamma bruciata troppo in fretta

Marco Nicolini

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James Leslie Darcy, detto “Les”, fu un pugile australiano di grande talento, i cui nonni erano emigrati agli antipodi da Tipperary, in Irlanda. Nacque a Maitland, nel Nuovo Galles del Sud, il 31 ottobre 1895, ed esordì quindicenne nel pugilato professionistico con una stupefacente serie di diciassette vittorie consecutive. Perso l’incontro per il titolo australiano dei welter, contro l’esperto Bob Whitelaw, la sua prestazione destò comunque l’attenzione di pubblico ed addetti ai lavori, favorendone il debutto al Sydney Stadium.

In quegli anni perse contro Fritz Fred Holland e Jeff Smith, ma vendicò ogni sconfitta subita in incontri epici che ne sancirono la qualità di combattente e rilanciarono, in suo nome, l’orgoglio nazionale degli australiani. Dall’incontro perso con Smith, avvenuto nel febbraio del 1915 e maturato grazie ad un colpo sotto la cintura da parte del suo avversario, non visto dall’arbitro, infilò un lungo filotto di ventidue vittorie consecutive terminato il 30 settembre del 1916, durante il quale arrivò a fregiarsi, nonostante la piccola statura, del titolo australiano dei pesi massimi. Durante questo periodo, trovò anche il tempo per combattere molti incontri d’esibizione e recitare in un film.

Alla fine del 1916, tutti i passaporti degli australiani in età da militare furono requisiti per impedire diserzioni alla coscrizione obbligatoria in atto: l’Inghilterra reclamava ogni potenziale soldato del Regno e l’Australia stava per pagare un prezzo elevatissimo in termine di giovani vite spezzate. Su una popolazione totale di 4,9 milioni di persone, quasi il 40% della popolazione maschile con meno di 45 anni e più di 17, pari a 420.000 individui, fu arruolata: 61.000 di questi trovarono la morte. La percentuale di deceduti dell’Australia, per numero di soldati impegnati in combattimento, fu la più alta dell’intero conflitto. Les Darcy chiese di aggirare il divieto, essendo in partenza per una serie di match d’esibizione negli Stati Uniti grazie ai quali avrebbe potuto sistemare la propria famiglia, ma rilasciò la dichiarazione per cui, una volta terminati gli incontri, avrebbe raggiunto il Canada per arruolarsi.

Il 27 ottobre 1916, prima che una decisione delle autorità preposte fosse presa al riguardo, Darcy s’imbarcò clandestinamente per l’America, affrontando il viaggio infinito nell’Oceano Pacifico chiuso in uno scompartimento minuscolo. Questa sua condotta, povero ragazzo, gli portò grande sfortuna. Un ricco e prestigioso match, organizzato a New York per pochi mesi dopo il suo arrivo, fu cancellato dal Governatore, il quale spiegò di non gradire la maniera in cui il campione australiano aveva abbandonato il proprio paese. Altri incontri, previsti in tutti gli Stati Uniti per il grande richiamo del suo nome, subirono la stessa sorte. Les, per sfuggire alla povertà, cominciò ad accettare incontri d’esibizione dallo scarso appannaggio finché, a fine aprile del 1917, stramazzò al suolo dopo un inatteso collasso. Ricoverato per una sospetta setticemia, gli furono asportate le tonsille ma, quasi un mese dopo, si spense per una polmonite contratta in ospedale. Il suo corpo ricomposto fu trasportato nell’Australia piegata dalla guerra, dove una processione di mezzo milione di persone lo accompagnò a sepoltura.

Sconfitto in soli quattro incontri, senza mai aver messo un ginocchio al tappeto, Les Darcy è tuttora figura di eroe popolare di grande potenza; se la fuga dall’Australia ne incrinò l’immagine eroica, la sua triste morte solitaria gli donò un’aura romantica che perdura nel tempo. A quasi cento anni dal suo addio alla vita terrena, ogni anniversario dell’infausto giorno della sua morte si ricorda con una bandiera a mezz’asta nel municipio di Sydney. Per generazioni, le penne di giornalisti e scrittori si sono mosse sulla carta con l’ispirazione giunta dalle sue gesta sul ring. Questo accadeva un secolo fa, negli anni in cui James Leslie “Les” Darcy da Sydney, pugile professionista scomparso a soli ventuno anni, scolpiva il proprio nome nel ristretto novero degli immortali.

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Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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