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Caudo: “Nessun rischio a Tor di Valle e nessuna speculazione. Progetto per la città”

Simone Nastasi

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Giovanni Caudo, urbanista, professore universitario all’Università di Roma Tre, ex assessore all’Urbanistica del Comune di Roma durante la giunta di Ignazio Marino. Colui che il progetto sullo stadio della Roma l’ha seguito da vicino dalla presentazione dello studio di fattibilità nel maggio 2014 fino all’approvazione della delibera 132 del dicembre dello stesso anno. Forse una tra le persone che il progetto lo conoscono meglio. Siamo andati ad incontrarlo per un’intervista.

Allora Professore, dovremmo essere arrivati alla battute finali sul progetto relativo al nuovo stadio della Roma. Voi dell’amministrazione Marino siete stati i primi a metterci gli occhi e le mani. Ripartiamo dall’inizio. Ci spiega come nasce questo progetto?

“Questo progetto nasce nel maggio del 2014 quando ci venne presentato dalla società Eurnova (società del costruttore Parnasi ndr) uno studio di fattibilità. A quel punto abbiamo proceduto con le verifiche”

Che genere di verifiche avete effettuato?

“Prima di tutto una verifica di legittimità del progetto alla legge 147. Poi una verifica tecnica, come prevede la legge, per capire se questo progetto avesse preso in considerazione il riuso delle strutture esistenti cioè lo stadio Olimpico e lo stadio Flaminio”

Perché non costruire lo stadio della Roma dove oggi ci sono l’Olimpico e il Flaminio?

Si trattava di costruire uno stadio con i requisiti per gli standard della Champions League, cioè un impianto che avesse almeno 60mila posti, il Flaminio, che avrebbe dovuto essere ampliato, non è risultato compatibile . Poi si è passati all’Olimpico che è di proprietà del CONI. E prima di tutto bisognava che il CONI lo vendesse in questo caso alla Roma. E poi, comunque, sarebbe stata necessaria una modifica sostanziale della struttura perché la pista di atletica non è compatibile con uno stadio di calcio. In sostanza l’Olimpico sarebbe dovuto essere demolito e poi ricostruito, come nel caso dello stadio “Delle Alpi” (oggi Juventus Stadium ndr). Si è così convenuto che  l’utilizzo delle strutture esistenti non era possibile. Siamo quindi passati alla verifica dell’area in questione”

Cioè l’area di Tor di Valle. Quali verifiche avete effettuato?

Prima di tutto abbiamo verificato se l’area fosse idonea secondo i requisiti di legge. Che prevede che non si possa costruire su un terreno che sia un terreno agricolo. Ai sensi della legge l’area di Tor di Valle, secondo il Piano Regolatore vigente, è classificata come un’area destinata a verde privato attrezzato. Che non significa “parco” ne che non si può costruire. Si può costruire, sempre secondo il Piano Regolatore, fino a 354mila metri cubi. Quindi la proposta rispetta i termini fissati dalla legge nazionale. Se ci fosse stata presentata una proposta in un’area non idonea avremmo detto di no”

Perché è  stata scelta proprio Tor di Valle?

“E’ la Roma che ha scelto l’area. Aveva un accordo con il costruttore (Parnasi ndr) per realizzare lo stadio in quell’area. Ritengo che la Roma (che per la scelta dell’area si è avvalsa come advisor della socieà immobiliare Cushmon&Wakefield ndr) abbia ritenuto più conveniente scegliere la proposta di Parnasi e non quella di altri costruttori. E’ stata una scelta avvenuta in un regime di libera competizione”

Il Comune è stato coinvolto nella procedura di selezione dell’area?

“Assolutamente no. L’amministrazione non fa l’intermediario Immobiliare (si rischia di andare in galera. Noi siamo intervenuti, come prevede la legge, quando ci è stato presentato lo studio di fattibilità”

Si ma perché scegliere un’area che anche secondo molti urbanisti è soggetta a diversi rischi primo tra tutti quello idrogeologico?

“L’area di TDV non è a rischio esondazione dal Tevere (R4), è classificata R3 e fascia B per rischio esondazione del fosso di Vallerano (che si trova nel quartiere di Decima), un fosso del reticolo idrografico secondario. L’Autorità di Bacino sul Tevere in sede di Conferenza dei Servizi preliminare ha infatti prescritto la messa in sicurezza del fosso e noi (la giunta Marino ndr) abbiamo riportato questa prescrizione nella delibera e individuato questo intervento come uno di quelli che consolidano l’interesse pubblico”.

Veniamo al progetto. Anche in questo caso sono state rilevate diverse criticità. Come quella legata ai trasporto su ferro. L’attuale amministrazione, a differenza vostra, ha preferito il potenziamento della Roma Lido anziché il prolungamento della Metro B. La vostra indicazione, era dunque sbagliata?

“Nella delibera 132 non si fa alcun riferimento all’una o l’altra scelta come se fossero alternative. Ma l’unica condizione che viene posta è che venga assicurato il passaggio di 16 treni ogni ora nella stazione di Tor di Valle. Che sia con la Roma Lido o attraverso la Metro B per noi era solo un dettaglio successivo. L’importante era che ad una buona parte di tifosi, fosse assicurato l’arrivo allo stadio attraverso il trasporto su ferro. Poi, sulla Metro B, si può fare un’altra considerazione”

Quale?

“Prolungare la metro B, considerando la sua estensione, consente per chi viene da Roma di accedere direttamente allo stadio senza dover cambiare a Piramide e questo avrebbe spinto una quantità maggiore di cittadini a scegliere il trasporto su ferro per andare allo stadio. Ad esempio, coloro che arrivavano da Ponte Mammolo (l’ultima fermata della Metro) sarebbero arrivati direttamente allo stadio. E poi la fermata della Metro B Tor di Valle, a prescindere dai giorni della partita, sarebbe potuta diventare un nodo di scambio per tanti cittadini. Ad esempio per coloro che arrivando dall’autostrada Roma Fiumicino, avrebbero potuto parcheggiare la macchina, prendere la metro e andare a Roma. Si sarebbe potuto risolvere così il problema del traffico attuale in questo quadrante.”

Secondo lei, dunque, è sbagliata la scelta di potenziare la Roma Lido?

“Non è sbagliata. Ma insieme al potenziamento della Roma Lido, otto treni l’ora, uno ogni 7 minuti è già un miglioramento rispetto alla condizione attuale, avrei prolungato anche la metro B. Una, la Roma Lido a servizio degli utenti del litorale e la Metro per chi si muove da e verso il centro della città. Intervenire solo sulla Roma Lido significa coprire solo una porzione limitata della Città (quadrante sud dalla stazione Ostiense a Ostia ndr) e per chi vuole proseguire c’è l’obbligo di cambiare a Piramide.”

Però il prolungamento della metro B non era così agevole. E i tempi di costruzione della metropolitana a Roma sono biblici. In questo caso che tempi ci sarebbero stati?

“Nella delibera 132 veniva posta la condizione che lo stadio non avrebbe aperto se non ci fosse stata la metropolitana. I tempi di realizzazione sia dello stadio che della metropolitana erano vincolati l’uno all’altro. Dunque, è ragionevole pensare che il privato abbia tutto l’interesse a velocizzare la tempistica. Per fare in modo di aprire lo stadio nei tempi previsti (36 mesi ndr). E poi c’è una considerazione di carattere tecnico.

Sarebbe?

“Che il prolungamento avrebbe interessato una piccola porzione di tratto ferroviario tutto in superficie, dove il rilevato è già esistente”.

Tra i pareri “non favorevoli” espressi dal Comune c’è quello proveniente dal dipartimento dell’Urbanistica (quello da lei diretto all’epoca) secondo il quale non sarebbe stato stimato in maniera sufficiente il flusso di traffico nel corso delle partite. Perché questa stima non è stata effettuata?

Non sono a conoscenza delle carte che sono state consegnate durante la conferenza di servizi, so però che lo studio di fattibilità aveva allegato uno studio sul traffico e che questo è stato successivamente modificato a seguito delle prescrizioni sulla viabilità e il trasporto che furono date dalla giunta Marino. Ricordo inoltre che già in conferenza preliminare si pronunciarono tutti i dipartimenti, compreso quella della mobilità, e che non vi furono pareri contrari ma solo prescrizioni. L’esame del progetto definitivo consegnato per l’esame della conferenza di servizi decisoria deve essere valutato sotto il profilo della mobilità e se necessario chiedere tutte le simulazioni per migliorare le criticità,  Allo stesso tempo mi chiedo però come possano solo pensare di togliere il ponte sul Tevere e cancellare il collegamento carrabile con l’autostrada Roma Fiumicino? Se così ci sono dei problemi figuriamoci senza.

Un altro grande problema di questo progetto è che secondo molti, si tratterebbe di una grande speculazione. Dove lo stadio sarebbe una parte minoritaria del progetto (circa il 14%) e dove invece la parte più importante sarebbe destinata invece al cosiddetto Business Park (composto di 3 grattacieli). Che c’entrano i grattacieli con lo stadio e il calcio?

“Non c’è alcuna speculazione, e anche in questo caso ne sono state dette tante. Il Piano Regolatore prevede 112mila mq di costruito, e date le utilizzazioni previste che sono a basso o medio carico di traffico (non c’è lo stadio) non sono previste nuove infrastrutture. Quando c’è stato presentato il progetto noi abbiamo detto al privato: tutte le opere pubbliche come strade parcheggi eccetera che sono funzionali allo stadio devono essere a carico vostro. Per far funzionare lo stadio (un impianto di 60 mila posti) però c’era bisogno anche di tutta un’altra serie di opere esterne che non servono solo allo stadio per un totale di circa 195 milioni di euro. La legge 147 prevede che ci sia per l’operatore l’equilibrio economico finanziario e che possano essere previste funzioni e utilizzazioni aggiuntive a meno di quella residenziale. Bisognava quindi assicurare le opere pubbliche al comune mantenere l’equilibrio finanziario del progetto”.

E che cosa avete pensato?

“Che essendo il progetto tutto privato e i profitti tutti privati il Comune non doveva intervenire con soldi pubblici, ma poteva spendere la potestà urbanistica a vantaggio dell’equilibrio economico e quindi della realizzazione delle opere pubbliche”.

E quali, l’aumento della cubatura richiesto dal privato?

“Si, ma non richiesto dal privato, bensì calcolato dal comune in modo tale che la rendita prodotta da questa cubatura aggiuntiva potesse finanziare le opere pubbliche esterne all’era. Nel Piano Regolatore c’è una norma che si chiama contributo straordinario di valorizzazione che ci ha consentito di stabilire questo incremento nella misura di 242 mila mq che sommati ai 112 mila di PRG portano il totale dell’operazione a 354 mila mq di costruito, il famoso milione di metri cubi.”

Ecco, la famosa variante del Piano Regolatore. Un atto che molti considerano fuori dal perimetro della legge…

“Anche qui va fatta chiarezza perché ne sono state dette tante. La variante è assolutamente consentita dalla legge ed è una potestà dell’autorità comunale. E il Comune di Roma di varianti al Piano ne ha fatte diverse. Certo è che per operare una variante ci deve essere il riconoscimento di un interesse pubblico. Non è che si può fare una variante per fare un favore al privato”.

Ritorniamo al progetto e al contributo di valorizzazione. Come si è arrivati a questi benedetti grattacieli?

“Come detto i 242 mila mq di costruito aggiuntivo (i grattacieli) sono pari al 100% della rendita del privato che viene catturata dal Comune attraverso le opere pubbliche prescritte nella delibera. Il comune è dotato di un regolamento su come si calcola questa valore e nel caso in questione la rendita è stata valutata in 805 €/mq. Dividendo questa cifra per i costi relativi alle infrastrutture si sarebbe ottenuta la superficie utile lorda da poter utilizzare”.

E cioè, qual è stato il risultato ?

“Come detto 242 mila mq di superficie aggiuntiva a disposizione del privato che però deve realizzare le opere di interesse pubblico che ammontano a 195 milioni di €”.

Da quello che sta dicendo lei, sembra quasi che il privato in tutta questa storia, alla fine ci rimetta..

“Il privato ci guadagna se punta a un progetto di qualità, e tutti i punti di vista, architettonico, tecnico amministrativo e anche gestionale nonché di organizzazione del cantiere. Certamente ci rimette se i tempi entro cui rientra dell’investimento iniziale, stadio e opere pubbliche ammontano a circa 400 milioni, si allungano oltre misura per inadempienze del comune o per altre ragioni. In ogni caso le condizioni che abbiamo posto sono state accettate dal privato. I grattacieli, cosi come dovrà essere riportato nella convenzione Urbanistica saranno costruiti in più fasi e comunque dopo lo stadio e le infrastrutture di pubblica utilità”

E come è possibile tutto questo se i grattacieli servono a finanziare le opere di pubblica utilità?

“Dal punto di vista finanziario l’impegno iniziale è importante, circa 400 milioni di euro, non è un intervento che può essere sostenuto da operatori locali, c’è bisogno di investitori internazionali. Anche questo è un requisito di qualità dell’operazione che non può essere fatto alla “romanella”- Ripeto: noi abbiamo posto delle condizioni che il privato ha accettato. Ritengo che sia Pallotta che Parnasi fossero perfettamente consapevoli dell’importanza delle nostre richieste”.

Adesso, però a quanto pare, si starebbe lavorando ad una decurtazione del progetto. Verrebbero tolte circa il 25% di cubature. Ma stando a quello che ha appena detto lei, se si toglie qualcosa il rischio è che si vada ad alterare l’equilibrio economico finanziario. Come stanno realmente le cose?

E questo è un altro problema. Perché la delibera riconosce la possibilità di “tagliare” qualcosa senza tuttavia andare ad intaccare le opere di pubblica utilità. Ma entro un certo margine”.

Senta, professore, secondo lei alla fine come andrà a finire?

Non lo so. Posso soltanto dire che mi sembra che sia stato perso molto tempo. L’impressione è che l’amministrazione abbia iniziato a lavorare su questo progetto adesso, quando invece avrebbe dovuto farlo 7 mesi fa. E vorrei aggiungere anche un’altra cosa. Un suggerimento personale”.

Quale sarebbe?

“Questo è un progetto europeo che coinvolge attori di rango internazionale. Se deve essere realizzato nella consapevolezza di tutto questo bene. Altrimenti meglio lasciare perdere. Non è un progetto che può essere fatto “tanto per” come si dice a Roma”.

6 Commenti

6 Comments

  1. Leonard

    febbraio 17, 2017 at 12:46 pm

    Gia’ che c’eravate, novelli pulitzer dell’informazione, perche’ non avete chiesto a questo galantuomo il motivo per cui si dice si sia recato piu’ volte con il suo principale a Boston con il progetto in bocca, tipo cagnolino che porta il giornale al padrone?

    • Max

      febbraio 17, 2017 at 4:58 pm

      E tu come lo sai? hai partecipata alle riunioni? o dici tanto per dire?

  2. Simone Nastasi

    Simone Nastasi

    febbraio 18, 2017 at 11:23 am

    Gentile Leonard,
    Le rispondo senza essere un novello pulitzer ma semplicemente una persona mediamente informata. La città dell’incontro di cui lei ha scritto non era Boston ma New York e in quell’incontro i rappresentanti del Comune (l’assessore Caudo e l’allora sindaco Marino) andarono a ribadire ai privati le condizioni per l’approvazione del progetto. Spero di esserle stato utile, cordiali saluti

  3. Leonard

    febbraio 18, 2017 at 11:40 pm

    Gentile Simone
    da persona certo non informata come Lei…e Le sembra normale che il sindaco di una citta’ come Roma senta il bisogno di recarsi addirittura negli Usa per “..ribadire ai privati le condizioni…” (sic,).. Lei offende la Sua intelligenza…sarebbe bastato inviare ai “privati” tale messaggio tramite,per esempio, il comune amico Fatello, oppure usare l’ufficio di rappresentanza statunitense di Unicredit, non crede? (Le ho suggerito due temi di approfondimento….)
    Comunque finisca, era e resta una porcata di dimensioni gigantesche che mi porta a rispettare, paradossalmente ma proprio in quanto tali, solo gli imprenditori coinvolti , che almeno fanno il loro lavoro/interesse, molto meno politici e giornalisti..che dovrebbero privilegiare verita’ e pubblico interesse.ricambio i cordiali saluti

    ti

  4. filrouge

    febbraio 19, 2017 at 1:01 am

    Leonard, persa una grande occasione pe’ sta’ zitto. 🙂

  5. Antonio

    febbraio 22, 2017 at 9:51 pm

    No, io lo ringrazio, per aver parlato… Trovo io molto strano che Sindaco e Assessore siano andati loro a New, suppongo a spese del contribuente romano… La questione è: a chi interessa l’opera? A un investitore straniero o ai cittadini romani?…

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Calcio

Quelli che sono stati anche figli di Beppe Viola

Ettore zanca

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Il 17 Ottobre 1982 ci salutava quel genio giornalistico, ma non solo, di Beppe Viola. Un uomo unico nel suo genere che è rimasto nella memoria di tutti. Per ricordarlo vi riproponiamo l’intervista alla figlia Marina, che ha scritto un libro a lui dedicato, facendoci scoprire quel Beppe che solo una figlia può conoscere.

Marina Viola ha un cognome importante, almeno lo è per chiunque si avvicini a lei dall’esterno. Perchè lei è figlia di una icona del giornalismo sportivo e non solo. Un uomo poliedrico e geniale, un punto di riferimento per chi parla e scrive di sport ancora adesso. Autore anche di una canzone indimenticabile, E la vita, la vita, cantata da Cochi e Renato e da Enzo Jannacci. Ma anche dei dialoghi di “romanzo popolare”, film con Ugo Tognazzi, Michele Placido e Ornella Muti. Marina ha scritto un libro in cui invece mostra l’animo intimo di quest’uomo, parliamo di Beppe Viola, il signor “Quelli che”. Parliamo insieme a Marina di questo manoscritto, del suo percorso. Mio padre è stato anche Beppe viola, il titolo.

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Il libro su tuo papà dà l’impressione di un buon vino in decantazione, è stato un percorso di consapevolezza graduale, un rimettere a posto le tessere di un mosaico. Quando scrivevi di lui, che spirito avevi? Le parole venivano fluide o è stato un percorso ad ostacoli?

Stava crescendo in me il terrore di dimenticarmi alcuni dettagli della mia vita con lui. Quando è morto avevo solo 15 anni, e già molte cose si stavano offuscando. Questo desiderio di mettere nero su bianco i miei ricordi e in qualche modo cementarli da qualche parte è stato il motivo che mi ha spinto a scrivere di lui. Spesso quindi scrivevo esattamente quello che la mia mente ricordava in certe occasioni: quando andavamo con lui alla RAI, o quando eravamo in vacanza insieme, o quando sono andata con lui a intervistare Umberto Tozzi o a fare una pubblicità per l’olio IP. In quei casi è stato abbastanza facile scrivere, perché era un po’ come raccontare un film. Poi ci sono stati alcuni passaggi difficili, per esempio quando mi sono sentita in dovere di analizzare, in un certo senso, questa figura emblematica che era mio padre, nascosto nell’ombra della sua popolarità. L’ostacolo più difficile da superare è stato raccontare alcuni episodi pertinenti al rapporto fra i miei genitori, che finora non erano mai stati discussi né all’interno della nostra famiglia e men che meno pubblicamente. Sapevo di far soffrire mia mamma e le mie sorelle, ma ho deciso comunque di parlarne, perché altrimenti non sarebbe stato un racconto onesto. Ma mi è costata moltissima fatica, devo ammetterlo.

Emerge un padre di grande cuore, dai molti gesti per dimostrarlo, una sorta di sanbernardo emotivo, dannoso, ma mai pernicioso, irruento, di cuore. Tanto da lasciare una traccia forte in molte persone, che anche dopo la sua scomparsa vi sono venute a dare prova del loro affetto. Sembra che tua mamma con la sua pazienza fosse l’ideale contraltare, come è stato il loro amore, che impressioni ti ha lasciato e che patrimonio?

A parte appunto un periodo difficile nella loro relazione, mia madre e mio padre si amavano moltissimo. Sono cresciuti insieme, e si conoscevano intimamente come poche altre persone. Il loro rapporto (da quel che mi posso ricordare) era basato su un profondo rispetto e era estremamente bilanciato: mio madre sapeva che non avrebbe mai potuto chiedere a suo marito di non volare via e fare il marito e il papà tradizionale. Non avrebbe funzionato. E mio padre sapeva che mia madre sarebbe stata una compagna perfetta con cui condividere una famiglia, ma non solo: per mio padre mia madre è stato forse l’unico punto fisso della sua vita: una persona estremamente intelligente e sensibile con cui confidarsi e a cui tornare, sempre e comunque. C’è anche da dire che erano altri tempi, e che allora i papà non si prendevano le responsabilità che si prendono adesso. Poi, fortunatamente per la moglie ma anche per i figli, la figura del papà è diventata più prominente nelle famiglie.

Da tutto il libro sembra emergere un dato interessante, più che le parole, nella vostra famiglia hanno contato i gesti. Si dimostrava il proprio amore con quelli. Molto bella ad esempio, la scena dell’orologio, tua mamma si tiene un ricordo di tuo papà molto significativo, senza dire una parola. è giusta questa impressione?

Mah, non saprei. Quando muore qualcuno così improvvisamente, quello che rimane sono le sue cose, che assumono d’un tratto un’importanza enorme, per esempio, appunto, l’orologio. Ci sono alcune cose che mi ricordano moltissimo mio padre, per esempio la sua scrivania, in sala. Quando vado a Milano mi piace sedermi su quella sua sedia e osservare il mondo da lì. Ma credo che tutto questo sia abbastanza normale per chi, come me non ha che alcuni ricordi. Un papà, specialmente per una figlia femmina, è una figura essenziale, e cerco spesso di rivivere alcune sensazioni, inventandomele, ovviamente.

Che cosa ti ha trasmesso sapere che alcune pietre miliari della canzone ironica italiana, del giornalismo, dei film, vengono da tuo papà, come hai vissuto questo suo continuare nelle cose che ha fatto?

Mah, mio padre non ci ha mai coinvolto nel suo lavoro, in parte perché eravamo piccole e in parte perché non gliene fregava assolutamente nulla di far sapere a noi o a nessuno i contributi che dava a amici e colleghi. Certamente è bello ritrovare il suo lavoro e le sue parole in alcune canzoni, o alcuni dialoghi nei film a cui ha partecipato ascrivere la sceneggiatura. Noi non eravamo interessate al fatto che mio padre fosse giornalista o men che meno famoso, anche perché per noi era solo il nostro papà.

Hai avuto nella tua vita alcuni momenti non facili, per cui hai combattuto, che cosa diresti di te, in questo momento? Come ti vedi nei tuoi traguardi e nelle tue lotte da fare?

Come tutti, anche io ho avuto la mia bella dose di momenti non facili, per esempio un figlio severamente autistico e con la sindrome di Down, che è sì il mio fiore all’occhiello, ma anche abbastanza difficile da gestire. Fortunatamente ho un marito molto bravo che supporta e sopporta ogni mio momento difficile e mi aiuta a superarlo. Non solo, ho il supporto di mia mamma e delle mie sorelle che anche se lontane sento vicinissime. Non vedo la vita o le sue difficoltà come una lotta da superare, ma piuttosto come delle opportunità di crescita e di esplorazione. Solo così, credo, si può raggiungere un certo strano tipo di cosa che qualcuno insiste a chiamare felicità.

Vi invito a porre una piccola attenzione in più a questa ultima frase, che credo contenga un buon modo di vedere la vita, anche quando sembra tutto prossimo al crepaccio del nulla.

Quelli che la vita la vivono esistendo, a volte fin troppo brevemente, come Beppe Viola, perchè la vita l’e bela.

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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