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Giovanni Carnevali: “Vi spiego il metodo Sassuolo”

Matteo di Medio

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di Massimiliano Guerra e Emanuele Sabatino

In nove anni è passato dalla prima promozione storica in Serie B, alla qualificazione altrettanto memorabile ai play-off di Europa League. In nove anni il nome del Sassuolo da semplice realtà di provincia è arrivato ai vertici del campionato italiano, introducendo nel mondo del pallone nostrano un nuovo metodo di gestione societaria e non solo. Per capire e conoscere a fondo il metodo Sassuolo, abbiamo intervistato il Direttore Generale e Amministratore Delegato del club neroverde, Giovanni Carnevali.

 Lei ha già lavorato nel mondo del calcio e anche dello sport, essendo dal 1996 Amministratore Unico della Master Group. Nel Giugno 2014 è diventato Direttore Generale e Amministratore Delegato del Sassuolo. Quali sono le differenze o le difficoltà, se ci sono state, tra gestire un’azienda normale ed una sportiva ad alto livello?

Le premetto che io ho già lavorato nel calcio prima di fondare la Master Group Sport. Ho lavorato al Monza con Beppe Marotta, al Como e a Ravenna. Dopo di che ho deciso di fare un’attività mia che fosse legata al mondo dello sport e ai miei studi di marketing e comunicazione creando proprio la Master Group Sport. Poi ho accettato la proposta del Dott. Squinzi di lavorare nel Sassuolo. Per è stato un grande onore essere stato scelto da un uomo come lui che possiede ben 78 società in tutto il mondo e che è stato anche presidente di Confindustria. Premesso questo posso dirle che non ho trovato alcuna difficoltà nel lavorare in una società come il Sassuolo perché la volontà della proprietà è quella di gestire la società come un’azienda e grazie alle conoscenze e all’esperienze maturate precedentemente per me è stato più facile. Senza dubbio gestire una società sportiva, e in particolare di calcio, è più complicato perché oltre alla parte aziendale c’è una parte sportiva che alcune volte può essere legata al caso. Un tiro che finisce su un palo anziché in rete, può cambiare i destini di un’azienda . Comunque la cosa più positiva che le posso dire è che la proprietà non interferisce in alcun modo con il lavoro che facciamo noi. La proprietà ci dà le chiavi della società e ce la fa gestire. Possiamo tranquillamente dire che nel mondo del calcio questa è una rarità.

Parliamo di organizzazioni societarie e programmi. Cosa manca secondo Lei alla Serie A per arrivare al livello dei grandi campionati europei come Premier, Liga e Bundesliga che fatturano molto di più e sembrano quasi inarrivabili.

E’ una domanda per la quale servirebbe molto tempo per rispondere. Sinteticamente posso dire che mancano alcuni elementi fondamentali: Programmazione, progettualità, idee nuove e voglia di fare. Tante società vedono solo quello che possono fare e guadagnare nell’immediato e non guardano al futuro. Ci vuole progettualità a lungo termine. Servono idee nuove per avere nuove risorse e voglia anche di applicarle. Lo vediamo anche nell’ambito della nostra Lega: Molte cose non si fanno perché c’è confusione e la confusione non aiuta a portare a casa i risultati.

Passiamo alla grande annata del Sassuolo. Quanto vi ha reso orgogliosi e quanto vi stimola in vista della prossima stagione.

Quello che ha fatto la squadra entrando in Europa League ci ha reso orgogliosi. Siamo molto fieri anche del lavoro che c’è dietro alla squadra che magari non si vede ma che è davvero immenso. La gestione della società ci permette anche di avere uno stadio di proprietà che quest’anno ha ospitato eventi importanti come la Finale di Champions League femminile e le finali del Campionato Primavera. Anche questo ha contribuito a rendere straordinaria quest’ annata. Le grandi soddisfazioni ci danno la forza per fare sempre meglio e sempre di più. Questo fa parte della nostra programmazione e la proprietà ci incita sempre ad andare più avanti e a migliorarci.

Il percorso di crescita del Sassuolo è quello che vi aspettavate oppure si stanno bruciando le tappe?

Io credo che quest’anno abbiamo fatto qualcosa di straordinario. Il nostro percorso deve proseguire su una gestione sana, guardando sempre il bilancio e portando avanti il nostro progetto dell’italianità. Quest’anno abbiamo affrontato una stagione con 25 giocatori di cui solo tre stranieri. Anche questo per noi significa crescita anche perché ora abbiamo in rosa tutti giocatori di nostra proprietà a differenza di tre anni fa quando eravamo appena saliti in Serie A.

Quali sono le armi che società piccole (numericamente parlando) come il Sassuolo hanno dovuto mettere in campo per confrontarsi con le Big del calcio italiano?

La nostra è una piccola città di 40mila abitanti. Il Sassuolo fa parte dell’ultima fascia dei diritti televisivi e questo comporta delle diversità economiche non solo con le squadre di alta classifica ma anche con quella di media. La nostra fortuna è quella di avere alle spalle una grossa proprietà che ci da una grande tranquillità nel lavoro che svolgiamo. Come ho detto prima la progettualità e le idee chiare su quello che si vuol fare hanno rappresentato le armi principali. Abbiamo potuto costruire il nostro progetto sportivo anche grazie ad un grande allenatore come Di Francesco che non a caso ha rinnovato per altri tre anni con noi. La nostra vera forza a livello sportivo è proprio mister Di Francesco. Il suo lavoro ha permesso di far crescere e migliorare tanti giocatori. Tra me ed il mister c’è un grande feeling anche perché lui in passato ha ricoperto anche ruoli dirigenziali e quindi riesce anche a cogliere degli aspetti che magari altri allenatori non capirebbero subito.

Lei arrivò al Sassuolo nel Giugno 2014 dopo che la squadra aveva raggiunto una sofferta salvezza al primo anno di Serie A. In quella stagione Di Francesco fu esonerato salvo poi essere richiamato e portando il Sassuolo alla permanenza nella massima categoria. Si può dire che il progetto tecnico del Sassuolo è partito proprio nel momento in cui si è deciso di richiamare il tecnico abruzzese?

Senz’altro quella è stata la svolta. Io credo anche il Sassuolo avesse già una sua linea, perché un certo modus operandi era già presenti prima con la scalata dalla Serie C alla Serie A.

Qualche settimana fa la Roma ha vinto proprio al Mapei Stadium il Campionato Primavera. Voi in Rosa avete diversi giocatori nati calcisticamente nel vivaio giallorosso come Politano, Pellegrini e Mazzitelli. Siete interessati a qualche altro giocatore della Roma Primavera?

Noi guardiamo sempre i giovani interessanti. Pellegrini per noi è stata una conferma, Politano ha fatto benissimo quest’anno. Mazzitelli ha giocato molto bene in Serie B in questa stagione è siamo fiduciosi che si possa ripetere anche in Serie A con il Sassuolo. Noi ci siamo anche creati il “Metodo Sassuolo” che prima magari non era conosciuto ma che ora invece è famoso in Italia. Ora molti giocatori conoscono la nostra politica ed il nostro modo di lavorare e vogliono venire a giocare con noi.

Rimanendo in orbita Roma e Made in Italy, Sabatini qualche tempo fa ha detto che delle volte è costretto ad andare a cercare dei talenti all’estero anziché in Italia perché qui non ci sono. Lei è d’accordo? E’ così difficile il salto in prima squadra per un giovane in Serie A oppure è solo un alibi per i grandi club per fare a meno dei giovani giocatori?

Io penso che in tutte le cose serve sempre l’esperienza. Anche noi a livello dirigenziale e aziendale siamo cresciuti in queste tre stagioni in Serie A. Se si fa la gavetta si ha più possibilità di fare bene perché ci si è costruiti un’esperienza importante alle spalle. Il salto in Serie A per un giovane non è facile soprattutto se devi indossare maglie pesanti come quelle della Roma, della Juve o via discorrendo. Qui al Sassuolo ci possiamo permettere di avere meno pressioni e di far lavorare meglio i nostri giovani. Magari può essere un passaggio intermedio per arrivare ad grande club.

Avete anche ottimo rapporto con la Juventus. Berardi rimane?

Berardi è un giocatore di nostra proprietà sul quale la Juve aveva un’opzione. Insieme al giocatore e con la Juve abbiamo cercato di capire quale è la soluzione migliore per lui e la società. Ovviamente l’anno scorso non immaginavamo di arrivare in Europa League e neanche la Juve poteva pensare all’evolversi ci certe sue situazioni in attacco. Per questo abbiamo comunque deciso di trattenere Berardi per un’altra stagione qui al Sassuolo.

La Juve ha appena acquistato Miralem Pjanic, potrebbe vendere Pogba per una cifra astronomica che potrebbe permettere ai bianconeri di rinforzarsi maggiormente. Secondo lei a Giugno il pronostico del prossimo campionato è già chiuso?

Non possiamo già dire che il campionato è assegnato alla Juventus. Ci sono tanti fattori come la Champions che possono incidere nel corso del campionato e che possono modificare gli equilibri. Senza dubbio è la favorita ed è la società meglio strutturata in Serie A.  Io dico che in questo momento il divario tra le squadre è molto ampio a causa degli introiti dei diritti televisivi. La forbice di guadagno per i diritti tv tra le prime squadre e le ultime in Serie A  è nettamente più elevata rispetto a quella che c’è in Premier o nella Liga che sono i campionati con più appeal in Europa. Io credo che ci dovrà essere una ridistribuzione dei  diritti televisivi prendendo esempio anche da quello che succede negli altri paesi. Se c’è una forbice così elevata di differenza tra le varie squadre, viene meno la competitività e di conseguenza anche l’appeal del nostro campionato. Alla fine rischia di diventare un prodotto non vendibile perché non appassionante. Ovviamente non devono essere le singole società a fare questo ma la Lega che è il consorzio di tutte i club di Serie A. Se tutti guardano i propri interessi allora non si va da nessuna parte. Ovviamente gli interessi del Sassuolo sono diversi da quelli del Milan, della Juve o dell’Inter. Bisogna cercare di far si di essere super partes, per fare qualcosa per il bene del calcio. Il calcio rappresenta un sogno per i bambini e noi grandi dovremmo essere in grado di promuovere questo sport nel suo significato più autentico, difendendo la competitività tra le squadre. Servirebbe un management in grado di vedere l’interesse collettivo rispetto a quello della singola società.

Torniamo a Di Francesco, lei ha detto che è il vostro valore aggiunto. La prossima stagione sarà per lui anche un bell’esame, in vista del triplo impegno stagionale, sperando ovviamente che il Sassuolo passi il play off per l’ingresso in Europa League.

Sarà un grandissimo impegno, ma anche un motivo per migliorarci sempre di più. Per noi sarà la prima esperienza in Europa che senz’altro ci aiuterà nel futuro. Sappiamo che ci saranno tante difficoltà: Ad esempio non siamo abituati a giocare gare infrasettimanali e sappiamo che il mister ha bisogno di allenamenti quotidiani per far esercitare al meglio la squadra a livello tattico. Siamo consci del fatto che aver raggiunto questo traguardo ci metterà davanti a molte difficoltà, ma sono sicuro anche che questa esperienza ci permetterà di migliorare sempre di più.

Adesso il Sassuolo è nel calcio dei grandi avendo raggiunto per la prima volta l’Europa. Lei pensa che ora, dovendo alzare l’asticella, gli ottimi rapporti che avete con alcune grandi società potrebbero essere messi in pericolo dalla vostra crescita esponenziale?

Se ciò accadesse saremmo molto felici perché vuol dire che avremmo raggiunto il nostro scopo (ride ndr). Si è vero che abbiamo ottimi rapporti con alcune grandi società di serie A, ma da poche ore il Sassuolo ha concluso, con la cessione di Sime Vrsaljko all’Atletico Madrid, il primo trasferimento internazionale della sua  storia. Questo vuol dire che ora il Sassuolo ha anche una panoramica internazionale con società che sono al top del calcio europeo come l’Atletico con cui tra l’altro abbiamo concluso un accordo di collaborazione. Noi continueremo con i giovani italiani e ci mancherebbe, ma il nostro progetto sta diventando sempre più di respiro internazionale, iniziando a intessere rapporti con società anche al di fuori dei confini italiani.

Massimiliano Guerra – Emanuele Sabatino

FOTO: Vignoli

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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Calcio

L’Antipatico Van Gaal, l’uomo Louis

Francesco Cavallini

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Compie 67 anni oggi Louis Van Gaal, uno dei tecnici più vincenti della storia del calcio. Un carattere forte, per molti antipatico, il tecnico olandese ha mostrato con il suo addio un lato che nessuno conosceva.

Da che mondo è mondo, vincere rende antipatici. Lo cantava anche Morrissey, we hate it when our friends become successful. E se siamo in grado di invidiare i nostri amici, figuriamoci qualcuno che non conosciamo e che già di suo non fa molto per accaparrarsi le nostre simpatie. Prendiamo Louis Van Gaal. Vincente come pochi, odiato come quasi nessun altro. Sarà quel volto perennemente corrucciato, l’espressione severa o quell’aura di superiorità che sembra sprizzare da ogni poro. O forse la causa è la sua profonda conoscenza calcistica, quella capacità di comprendere il gioco più bello del mondo che pochi hanno, che l’ha portato a far risorgere l’Ajax dalle sue ceneri e a vincere ovunque andasse.

Bravo, ma antipatico. Un uomo solo al comando, che porta con sé il fardello di una reputazione ormai dura da cancellare. Reputazione che probabilmente si è anche guadagnato, nel corso di una carriera da allenatore quasi trentennale. I suoi addii al veleno e i suoi ritorni in grande stile sono rinomati quasi quanto le sue vittorie. Un lungo filo rosso di scontri, incomprensioni e polemiche, ingredienti immancabili in ogni sua esperienza manageriale. Un palmarés come quello di Van Gaal dovrebbe garantire genuflessioni al suo passaggio un po’ ovunque. Del resto, su ogni panchina, nazionale esclusa, ha lasciato perlomeno un trofeo. Eppure non c’è mai quell’unanimità di pensiero, quel comune accordo sulla leggendarietà della sua figura che altri, vedi Ancelotti, riescono a guadagnarsi in ogni dove. Lui non piace a tutti. Soprattutto, non piace a chi ha un ego simile al suo. Lì, il conflitto è pressoché inevitabile. In un’idea di calcio in cui tutti sono utili ma nessuno indispensabile, chiunque, anche il Pallone d’Oro, deve piegarsi alla logica di squadra. E non importa che Rivaldo creda di rendere meglio da trequartista, se Van Gaal decide che deve giocare ala, il brasiliano deve adattarsi. Perché Van Gaal è testardo. A volte è un pregio, molte altre un difetto enorme.

Gli si chiede spesso di scendere dal suo piedistallo, ma lui quel piedistallo se l’è costruito con cura, con la consapevole mancata accettazione di un qualsiasi confronto con gli altri. Una volta che ha stabilito un’opinione, solo l’ortodossia più totale può garantire un accordo. Le critiche? Che vadano a farsi benedire, in particolare se provengono dagli odiati giornalisti. Amici della stampa, me ne vado. Complimenti. Il primo addio al Barcellona è il perfetto riassunto di una carriera intera. Vincente, ma mai amato. Forse accettato, di certo mal sopportato. Anche a casa sua. L’Ajax, che a lui tanto deve, lo richiama più volte come direttore tecnico, ma quando è costretto a lavorare con altre icone del club dalla personalità importante, come Koeman o, peggio ancora, Crujiff, lo scontro è garantito. In ogni città c’è spazio per un solo sceriffo, che deve necessariamente chiamarsi Aloysius Van Gaal. Per chiunque altro, le regole sono semplici. Niente personalismi, nessuno spazio per i sentimenti o la gratitudine, a Monaco di Baviera come a Manchester. Contano solo il cervello e le gambe.

Un tipo del genere porta persino a dubitare della effettiva presenza di un cuore sotto l’immancabile cravatta. Fa pensare che l’olandese sia un cyborg insensibile, il cui unico obiettivo è accumulare trofei, fama e denaro. Ma non è così. Il mondo se ne è accorto a inizio 2017, quando la facciata del manager di ghiaccio crolla inesorabilmente davanti alle difficoltà della vita umana. Cosa se ne fa Louis Van Gaal dei milioni cinesi se non è in grado di riportare il sorriso a sua figlia, che in quel periodo ha perso suo marito? Dà più emozioni alzare un’altra Champions oppure trascorrere il tempo che ti resta assieme alla donna, tua moglie, che ami? Già, l’amore. La più improbabile delle motivazioni, per uno come Van Gaal. Quella che offusca il cervello, che non fa ragionare, che a volte ti porta a scelte totalmente assurde. E che ora è lo specchio dell’anima di un uomo, che per anni si è auto-dipinto come una statua in un eremo solitario, ma che come tutti noi ride, piange e, soprattutto, ama. E quindi ha lasciato il calcio Van Gaal, tornando ad essere semplicemente Louis. Lascia la prosopopea delle dichiarazioni pre-partita, l’adrenalina dei novanta minuti e le polemiche del giorno dopo. Se ne è andato dal calcio con pochi amici e molti critici, come era naturale che fosse. Ma con quell’addio, per l’ultima volta in carriera, ha vinto. Ha vinto quell’apprezzamento, quel calore e quella stima che per anni si è volontariamente negato, uscendo tra tanti applausi e qualche lacrima. Perché i trofei soddisfano il cervello. L’amore, quello vero, accarezza il cuore.

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