Connettiti con noi

Primo piano

Johann Trollmann, il pugile sinti vittima delle Leggi Razziali

Matteo di Medio

Published

on

Con l’introduzione delle Leggi Razziali, nella Germania nazista e nell’Italia fascista la popolazione ebraica fu definitivamente messa al bando. Ma non furono i soli a subire le conseguenze del regime. Anche i sinti vennero perseguitati e uccisi in massa. Tra loro Johann Trollmann, il pugile “zingaro” che mai si piegò al germe che si era propagato in tutta Europa.

Adolf Hitler amava la boxe. Per lui la nobile arte rappresentava il massimo esempio di forza e supremazia sotto forma di prestanza fisica, disciplina e velocità di decisione, in barba a coloro che la volevano relegare ad attività volgare lontana dall’eleganza della scherma. Johann Trollmann era un pugile. Diverso dallo stereotipo del Fuhrer.

Nato nel 1907 in Bassa Sassonia da una famiglia sinti, in mezzo ad otto fratelli, cominciò a tirare a 8 anni, seguito da un allenatore ebreo. Cresce di età e di fisico diventando, incontro dopo incontro, uno dei pugili più richiesti del panorama tedesco. Fisico asciutto e scultoreo, chioma riccia e mora lo trasformano in “Rukelie”, l’albero, e a bordo ring le ragazze fanno a gara per accaparrarsi un sorriso, uno sguardo di quel rom che è già un divo e un rubacuori. Ma la sua diversità con il perfetto boxeur hitleriano non è solo nell’aspetto, così lontano dalle caratteristiche estetiche tanto amate dal dittatore. Trollmann è un pugile moderno, assimilabile per stile a Muhammad Ali. Veloce, leggero nei movimenti, Johann saltella intorno all’avversario, lo sfianca, lo irride per poi sferrare il colpo decisivo, quello della vittoria.

Nella categoria dei pesi medi è uno degli atleti più temuti. L’apice della sua carriera lo tocca in occasione dell’incontro valevole per il titolo contro il tedesco Adolf Witt, il 9 giugno 1933. In quella occasione, quello “zingaro” sconfigge l’avversario, sfruttando, appunto, le sue caratteristiche che lo hanno reso famoso. Caratteristiche vincenti ma che non piacevano all’ambiente nazista. Per questo, Georg Radamm, presidente dell’Associazione Pugili Tedeschi non vuole convalidare la vittoria, ma la rivolta del pubblico presente mette fine a questa ingiustizia, portandolo letteralmente in trionfo e obbligando la commissione a confermare il titolo. Le lacrime di Trollmann, in quell’occasione, sono il ricordo più vivo.

Ricordo che rimase vivo anche nella mente della Federazione che, una settimana dopo, per squallidi motivi legati al suo stile di combattimento (effeminato) e alle lacrime (non consone ad uno sport così virile), annullano il match, “concedendogli” la possibilità di rifarsi in occasione di un incontro organizzato contro Gustav Eder. Ma con delle limitazioni: niente balletti e giravolte, si boxa alla maniera nazista, maschia, al centro del ring.

La reazione di Trollmann vale il prezzo del biglietto e i fatti raccontati si mescolano con la leggenda: pare che l’atleta si sia presentato con i capelli ossigenati, biondo. Sul corpo un velo di farina che lo ricopriva completamente. La perfetta maschera dell’ariano perfetto. I cinque round che si susseguono sono una rivolta silenziosa: Johann fermo in mezzo al “quadratoincassa a ripetizione fino a perdere la sfida. Da quel giorno, Trollmann non fu più pugile, fatte salve alcune apparizioni in match secondari o fiere di Paese.

A partire dal 1938, fu costretto alla sterilizzazione, in quanto sinti, secondo le leggi razziali introdotte dal nazismo. Per evitare problemi alla sua famiglia, divorziò dalla moglie Olga, separandosi anche dalla figlia Rita, che cambiarono cognome.

Partito per il fronte con la divisa della Wermacht al confine russo, fa ritorno con licenza nel 1942. La situazione è drasticamente cambiata. La sterilizzazione non era più sufficiente. Un po’ di carcere ad Hannover e, più tardi, deportato nei campi di concentramento insieme ad altri 500.000 innocenti di etnia rom e sinti.

A Neuengamme, vicino ad Amburgo, torna ad essere pugile. Nel campo di lavoro è costretto, pur di avere una doppia razione di cibo, a combattere come “sparring partner“, più che altro come punching ball, negli incontri organizzati dalle guardie naziste. Vittima sacrificale, umiliato e deriso pur di mangiare, di resistere. Si è spenta la luce che incantava le ragazze negli occhi di Johann. L’ironia, quella danza intorno all’avversario, il non prendersi sul serio hanno lasciato spazio a disperazione e rabbia.

Viene trasferito al campo adiacente di Wittenberge. Anche qui, riconosciuto da un ex arbitro, non sfugge al suo amaro destino.

Ennesima nottata, ennesimo incontro. Di fronte a lui, il kapò Emil Cornelius. Solo il nome incute terrore. Trollmann è stremato e pelle ossa. Malgrado questo, lo spirito dell’uomo che fu rivive nei guantoni del pugile che, con l’ultimo sforzo, sconfigge il suo aguzzino, urlando metaforicamente la sua anima libera. L’umiliato che umilia l’umiliante. Inaccettabile per un devoto nazista: giorni dopo, mentre era a lavoro, Cornelius raggiunge Trollmann e si prende la sua vendetta. Lo uccide. C’è chi dice con una pallottola in testa, chi massacrato a badilate. E’ il 9 Febbraio 1943. Si parla di morte accidentale. Ma nessuno ci crede. Robert Landsberger, un testimone, racconterà la verità, a conflitto terminato.

Il ricordo di Trollmann è vivo nel popolo tedesco: nel 2003 viene consegnata alla famiglia la cintura di campione dei pesi medi (quella che gli avevano negato) e nel 2010 nel Viktoria Park, quartiere di Kreuzberg a Berlino gli viene dedicato un monumento a forma di ring. Molti autori hanno trattato la sua storia: ricordiamo il nostro Dario Fo, con il libro “Razza di Zingaro.

Ennesima vittima innocente di un folle ideale, Trollmann non si è mai piegato. Come un Rukelie, un albero, ha accettato la sua condizione, la privazione della libertà e della gioia di essere atleta, colpito nel corpo ma con l’anima di chi ha provato a resistere, oltre l’umiliazione di essere considerato inferiore dai veri inferiori. Non fu la resa a spegnere il sorriso di Trollmann, ma il livore di chi, incapace di batterti sul “campo”, con una pallottola o una pala, poco conta, ti ha lasciato steso nella terra.

LEGGI LA STORIA DI MATTHIAS SINDELAR, IL PATRIOTA ANTI HITLER

3 Commenti

3 Comments

  1. Orval87

    gennaio 27, 2016 at 6:13 pm

    Crucchi, brava gente.

  2. jacopo

    gennaio 27, 2016 at 8:48 pm

    Solo sessanta anni per fare i conti, col proprio barbarico, moderno passato..
    Avrebbero potuto essere meno precipitosi.
    in fondo stiamo parlando di uno zingaro,
    mica di un tedesco purosangue

  3. franco

    gennaio 28, 2016 at 2:52 am

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

dodici + 17 =

Primo piano

Lucio, la Lazio e il suo canto libero

Jacopo DAntuono

Published

on

Il 9 Settembre 1998 Lucio Battisti, uno dei più grandi della storia della musica italiana. Un artista la cui musica è diventata l’inno dei tifosi della Lazio che hanno sempre rivendicato la sua passione per i colori biancocelesti.

Lucio Battisti era tanto grande quanto riservato. Per questo non ha mai manifestato apertamente la sua passione per la Lazio. Proprio non sopportava l’idea di essere etichettato. Eppure di etichette in quegli anni, gliene sono state affibbiate addosso tantissime. Un giorno era di destra per ‘Il mio canto libero’, un altro era fascista perchè tifava Lazio. Insomma il festival dei luoghi comuni e delle banalità.

Lucio non è mai stato compreso fino in fondo. Spesso è stato frainteso. Quando ha tagliato con i fan e i giornali qualcuno ha pensato che si fosse montato la testa. E Lucio ne avrebbe avuto tutto il diritto, perchè la sua musica era come la mano di re Mida. Ha rappresentato qualcosa di importante per ognuno di noi. E continua farlo ancora oggi.

“Mio figlio era un grande tifoso della Lazio, amava andare allo stadio senza farsi riconoscere” rivelò tempo fa suo padre Alfiero. Battisti distingueva nettamente la vita privata da quella artistica. Voleva parlare al suo pubblico esclusivamente attraverso la musica. E basta. Tanto da dribblare abilmente questi argomenti non inerenti al suo lavoro.

Ma un bel giorno Lucio si stufò anche di questo. Era stanco di dover far fronte ad un qualcosa più grande di lui: la sua popolarità. Decise il silenzio totale. Battisti era un gran tifoso della Lazio, ma non solo. Tanti altri aspetti della sua vita privata restano ignoti al grande pubblico. Ed è giusto così in fondo.

Un artista non può camminare dietro il suo pubblico, un artista deve camminare davanti“. E’ difficile camminare davanti al proprio pubblico. E’ molto pericoloso e ci vuole gran coraggio. Ma in queste parole è racchiusa tutta la sua essenza. L’essenza di un artista che vuole lasciare incontaminata la sua immagine. Fu così che all’apice della sua carriera Lucio decise di non rilasciare più interviste ai giornali, rifiutò di posare per fotografie e diede una mazzata alle tv sostenendo che l’olio di ricino fosse meglio.

I toni si inasprirono, la critica cominciò ad attaccarlo. Nel frattempo arriva la separazione da Mogol. Il grande amore finisce, i due viaggiavano su binari diversi. Lucio voleva evolversi, spingendosi artisticamente fino al limite della sperimentazione.

Inizia la collaborazione con Panella. Il taglio col passato è nettissimo. I testi sono dei giochi di parole e doppi sensi. Musicalmente esplora luoghi inusuali, sfornando brani come “La Sposa Occidentale”, “La Metro eccetera”, “Almeno l’inizio”, “Estetica”, “Fatti un pianto”, “Cosa farà di nuovo”  e “Il Diluvio”. Dei capolavori.

E al diavolo chi ha osato bestemmiare dicendo che ormai fosse diventato un dilettante spaventoso. Lucio ha ricevuto tanto amore meritato. Ma anche tanti insulti. Musicalmente parlando e non. Che fosse tifoso della Lazio ormai è risaputo. Da genoano, vantando Faber e Savoretti non dovrei provare alcuna invidia. Ma Lucio è Lucio e un po’ di gelosia c’è. Ma in fondo cosa importa. Nemmeno a lui interessava. Battisti parlava attraverso la musica. E ciò che aveva da dire era fantastico, oltremodo fantastico.

Continua a leggere

Primo piano

Bianchi contro Neri, la partita “razzista” dove nessuno si sentì discriminato

Matteo Luciani

Published

on

Estate 1979; West Midlands, più precisamente West Bromwich.

La società di casa allo stadio The Hawthorns è alla ricerca di una grande idea da proporre al proprio pubblico per omaggiare il calciatore Len Cantello; un nome che dalle nostre parti non dice molto ma che per i tifosi del WBA è da considerare una vera e propria leggenda.

Nato a Manchester nel 1951, ma cresciuto nelle giovanili del West Brom, Cantello inizia la propria, lunga, militanza tra le fila dei ‘Baggies’ nel 1968. Resta in maglia bianco-blu per ben undici anni, con 301 partite e 13 gol in First Division (i tempi della Premier League e della ‘rivoluzione inglese’, infatti, sono ancora piuttosto lontani).

Proprio nel 1979, tuttavia, le strade del WBA e di Cantello si dividono, con quest’ultimo che decide di trasferirsi al Bolton.

Il club in cui è cresciuto, comunque, non può fare a meno di rendergli il giusto tributo per una così grande fedeltà mostrata negli anni.

C’è, però, un problema che inizialmente blocca l’iniziativa: “come dividiamo le squadre?”, la domanda che si pongono i vertici della società anglosassone.

Alla fine, ecco il ‘colpo di genio’: i ragazzi del WBA si sfideranno divisi in due squadre in base al colore della pelle. Il match sarà tra ‘Blacks’ e ‘Whites’.

Oggi si sarebbero sollevati polveroni enormi; allora, invece, tutto sembrò normale, come spiegato da Cyrille Regis, uno dei membri del ‘Black Team’.

“Durante i nostri allenamenti spesso capitava di dividerci tra bianchi e neri. Penso che l’idea sia sorta quasi in modo naturale nella dirigenza, dopo aver pensato a tale fatto.”

“Nessuno ci contattò per dirci ‘hey, ma non pensate alle implicazioni che questa faccenda potrebbe avere?’. Per noi fu solo un’occasione di enorme divertimento. Ricordo negli spogliatoi prima della partita che eravamo fuori di testa per salutare Len”

I problemi, semmai, accadevano durante lo svolgimento delle gare stagionali: le banane lanciate sul campo all’indirizzo di calciatori neri furono solo uno dei tristi esempi che molti ragazzi dovettero affrontare in giro per l’Europa già da quegli anni.

Un esempio viene riportato alla BBC da George Berry, uno dei partecipanti alla gara in onore di Cantello, che alcuni anni prima, proprio sul campo del WBA, ma con indosso la maglia del Wolverhampton, dovette affrontare un tifoso di casa, reo di averlo definito ‘negro bastardo’ e di avergli consigliato di ‘tornare sopra gli alberi’.

Per fortuna, comunque, la partita al The Hawthrons si svolse in un clima di assoluta serenità.

Len Cantello ottenne un tributo straordinario da oltre ventimila persone, accorse solo per salutare il suo eccezionale esempio di fedeltà calcistica.

Per la cronaca, la partita terminò 3-2 in favore dei calciatori di colore. Il dato interessante riguardò il fatto che molti tifosi neri si precipitarono sulle tribune dell’impianto per guardare la partita e partecipare alla festa.

Nessuna protesta.

Zero polemiche per una scelta, comunque, non proprio lungimirante.

Continua a leggere

Primo piano

Dirk Nowitzki: quando il Basket incontra la matematica

Lorenzo Martini

Published

on

Compie oggi 40 anni Dirk Nowitzki, il fenomeno tedesco che in NBA ha fatto la storia sempre con la stessa maglia, quella dei Dallas Mavericks. Un giocatore che deve molto del suo successo ad un uomo e alla matematica.

Aaah, la matematica, una delle materie più odiate dagli studenti italiani! Formule astruse piene zeppe di logaritmi e radici, teoremi su triangoli e trapezi, integrali, derivate..tutte nozioni così distaccate dalla realtà, dalla vita quotidiana, da rendere la matematica la materia incomprensibile per eccellenza.

E’ pur vero che molte delle applicazioni matematiche riguardano scienze più vicine alla quotidianità come la fisica, l’economia e l’ingegneria, ma resta il fatto che se si parla di algebra o geometria, di analisi o probabilità, in molti non possono che strabuzzare gli occhi e sbuffare. Del resto, ma a che mi serve la matematica?

Di risposte più che soddisfacenti ce ne sarebbero a bizzeffe, ma cercandone una tanto provocatoria quanto inaspettata, si potrebbe dire: guardate come gioca Dirk Nowitzki. Sì, sto parlando proprio di lui, di quel gigante tedesco di oltre 2 metri e 10 che ha giocato 20 stagioni in NBA e ha fatto registrare record incredibili: primo giocatore europeo ad essersi laureato MVP – ossia miglior giocatore in assoluto – in una stagione regolamentare nel 2007, vincitore del titolo NBA nel 2010, dall’11 novembre 2014 miglior marcatore non americano di sempre in NBA e di recente ha sfondato il tetto dei 31 mila punti. Insomma, un cestista dalla carriera incredibile, un vincente nato. Ma cosa c’entra con la matematica?

Per capire il nesso è necessario trovare l’anello di congiunzione, e in questo caso l’anello ha un nome e cognome: Holger Geschwindner. Ex-giocatore professionista e rappresentante della Germania nelle Olimpiadi del 1972, il signor Geschwinder è sempre stato noto per la sua eccentricità e le sue idee stravaganti. Oltre ad essere un ottimo cestista è anche una mente sopraffine, tant’è che ottiene una laurea sia in fisica che in matematica. Ma la sua grande passione resta il basket, a cui vorrebbe dedicare tutta la sua vita.

Nel lontano 1994 Holger è sugli spalti di un piccolo palazzetto di Wurzburg, assiste ad una partita di poca rilevanza tra under 18. Ma tutt’a un tratto nota sul parquet un biondino altissimo e tutto pelle e ossa, ma con una grazia nei movimenti stupefacente. E’ un attimo, un flash: Holger capisce che quel ragazzo potrebbe diventare qualcuno, se solo lui potesse provare su di lui tutto quello che ha teorizzato.

A fine match, si avvicina al biondino e gli spiega che gli farebbe piacere fare qualche seduta di allenamento insieme. Gli dice che vede del talento in lui, ma il sedicenne è scettico, non si fida di quello sconosciuto così strambo.

Ma Holger non si arrende, è sicuro di non aver sbagliato sul conto del biondino. Riesce alla fine a contattare i suoi genitori, li convince e organizza un paio di sedute di allenamento. E fu così che il giovanissimo Dirk Nowitzki trovò un coach, una guida che lo accompagnerà per tutta la vita.

 Il ragionamento del dottor Gescwindner è piuttosto semplice: Dirk ha doti atletiche pazzesche, ma in un mondo come quello NBA patirebbe tantissimo la fisicità e la stazza di giocatori grossi anche più di lui, quindi deve trovare un modo per ovviare al problema e risultare immarcabile. Per questo le loro sedute in palestra si concentrano su un unico aspetto del gioco: la ricerca del tiro perfetto.

Ed è qui che Holger sfrutta la matematica per creare qualcosa di assolutamente perfetto. Prima dell’ allenamento si isola dal mondo e fa calcoli complicatissimi: studia differenziali di funzioni, ne fa integrali e derivate, si calcola curve e parabole. Si occupa di argomenti che per la maggior parte delle persone suonano come arabo, ma poi entra in campo, si avvicina a Dirk e gli spiega nei minimi dettagli la meccanica del tiro, corregge i suoi errori, analizza gli aspetti positivi e quelli negativi. Tutto deve essere studiato affinchè il movimento di tiro sia fluido e senza sbavature.

Dirk dal canto suo è di una costanza fuori dal comune: prima di ogni partita inizia ad allenarsi tre quarti d’ora prima degli altri e prova tiri da ogni posizione del campo. Dopo ogni rilascio della palla memorizza sempre più il movimento che deve compiere, lo rende proprio, come fosse per lui naturale. Anche se acquisisce piena sicurezza nei suoi mezzi, Dirk rimane umile, conscio che per essere il miglior tiratore non può fare a meno di migliorarsi e di allenarsi.

 La premiata ditta Nowitzki – Geschwindner non solo riesce ad approdare in NBA nel 1998, ma rivoluziona una buona fetta del gioco. Infatti Holger riesce a plasmare Dirk di modo che diventi un giocatore fuori dagli schemi, ingestibile dalle difese avversarie. A differenza di qualsiasi altro giocatore della sua stazza, Dirk predilige giocare lontano dal canestro, laddove qualsiasi altro centro o ala grande si trova spaesato. Grazie al suo tiro perfetto e alla sua altezza che gli permette di rilasciare la palla molto in alto, il gigante tedesco diviene un giocatore capace di spostare gli equilibri di una partita.

Il resto è storia: le sue vittorie, il suo strepitoso palmarés, le  sovraumane percentuali al tiro in carriera, il rispetto dei compagni, dei coach, degli avversari.

In un’intervista al De Spiegel di qualche anno fa a WunderDirk fu chiesto di spiegare quanto fosse stato importante per la sua carriera l’aiuto di Geschwindner: “Senza di lui ora sarei un noioso businessman o un pittore nell’azienda dei miei genitori”. 

Giusto per ribadire l’incredibile umiltà e riconoscenza di una persona speciale come Dirk. Una persona che non solo ha saputo sapientemente avvalersi della matematica e dell’ingegneria nel basket, ma è stato in grado di stravolgere le visioni di gioco di uno sport, diventando il più forte cestista europeo di tutti i tempi.

 

 



 

Continua a leggere

Trending

Copyright Io Gioco Pulito srls | Mail: redazione@iogiocopulito.it | Direttore Responsabile Antonio Padellaro | Sito web realizzato da Why Not Web Communication