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Gian Carlo Minardi e le Gare d’Epoca: “Un modo per vivere le Corse come non è più possibile in F1”

Tommaso Nelli

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«Credo che la molla che porta la gente a questi eventi, sia quella di rituffarsi nella storia e trascorrere una giornata a contatto con le vetture nei box, stringendo la mano e chiedendo gli autografi ai piloti. In poche parole, vivere da vicino quello che purtroppo oggi non è possibile fare sulle piste di F1». Così parlò Gian Carlo Minardi, fondatore dell’omonima ex scuderia di F1, a proposito delle gare d’epoca. Una tipologia di evento motoristico poco reclamizzata sui media, ma che riscuote un enorme interesse tra gli appassionati, come testimoniano le presenze alle varie manifestazioni e, soprattutto, il numero di quest’ultime. Tanto per avere un’idea del fenomeno, soltanto in Italia, a settembre, ne sono previste ventisette, tra le quali si segnalano il “Gran Premio Nuvolari” (dal 14 al 17/9), il “Gran Premio di Modena, sulle strade di Enzo Ferrari” (16/9) e il “Raid dell’Etna” (24-30/9).

Ma il racconto della storia su quattro ruote prosegue anche aldilà delle Alpi con la “Via Hellenica” (18-27/9) e con un’altra Goodwood (8-10/9). Dove tra la fine giugno e l’inizio di luglio s’era tenuta l’annuale edizione del “Goodwood Festival of Speed”. Presente, fra gli altri, anche Minardi, colpito dall’enorme partecipazione di pubblico: «La passione inglese è immensa e competente. Vedere tante vetture di alta qualità attrae decine di migliaia di appassionati che, credo, non resistano al fascino e all’esclusiva dei tipi di vetture e moto presenti».

A questo tipo di spettacolo contribuisce, dal 2016, anche lui stesso grazie all’Historic Minardi Day”, rassegna che ha ideato assieme ai fratelli e al figlio su richiesta di alcuni collezionisti delle sue vetture, che hanno attraversato un ventennio di F1 (340 gran premi tra il 1985 e il 2005, tra le scuderie italiane meglio solo il mito Ferrari). Come sede, il circuito di Imola. Che il 6 e il 7 maggio scorso, nonostante la presenza di un “imbucato” non gradito (il maltempo), ha permesso a molti amanti della velocità di vivere la F1 come piacerebbe allo stesso costruttore faentino: «Paddock aperto, macchine e piloti a contatto col pubblico. Chi è venuto, ha potuto incontrare piloti, meccanici e tecnici, vedere monoposto e vetture storiche, e fare un giro sulla Giulia Alfa Romeo a fianco di un pilota professionista». Nel programma, che ha richiesto circa 200.000 euro per essere allestito, anche l’esibizione di ventidue F1 storiche di vari costruttori, una sfilata Classic per le strade della Romagna e una gara di Golf tra piloti e vip. Un grande successo, allietato dalle note di Max Gazzè (appassionato di corse), che ha vissuto il momento di maggior interesse quando, al volante della M192, è sceso in pista proprio Gian Carlo Minardi. In passato non l’aveva mai fatto perché, come ha detto, chi avrebbe dovuto pagare in caso d’incidente sarebbe stato lui stesso. «Era la prima volta che guidavo una mia F1! Intorno al box si è radunata tantissima gente, che ha applaudito alla mia partenza e al mio ritorno. È stato un momento veramente molto emozionante, che non potrò dimenticare. Per questo devo ringraziare Frits Van Eerd, uno dei più grandi collezionisti di Minardi e F1».

Fra gli ex piloti presenti, chi è stato un “uomo Minardi” – Martini, Nannini, Moreno, Lavaggi, Lancieri, Stohr e Badoer – chi no – Patrese, Tarquini, Ballabio, Caffi, Paolo e Giorgio Francia, Larini, Montermini, Patrese – e chi lo è diventato nell’occasione, Emanuele Pirro. Per gli ingegneri, Tommaso Carletti, Giacomo Caliri, Simone Resta e Riccardo Adami, ingegnere di pista di Vettel da quando era in Toro Rosso. Proprio presenze di questo calibro, che hanno dato la possibilità alla gente di stabilire un contatto diretto con chi ha vissuto (o vive) la F1, simboleggiano quella speranza perché, in futuro, la categoria regina della velocità recuperi quella vicinanza col pubblico che la rese popolare nei decenni passati. Se tra gli anni Settanta e gli Ottanta molti piloti divennero icone, non fu soltanto per le loro gesta in pista, ma anche per la possibilità di esprimere, fuori dall’abitacolo, un lato della loro personalità con la quale entravano più facilmente nel cuore e nelle menti dei fans che, per vederli, si erano accampati davanti al circuito, fin dalla notte precedente le qualifiche, magari dopo essersi sobbarcati centinaia di chilometri.

Historia magistra vitae, dicevano gli antichi. E sarebbe bello che anche i timonieri della F1 odierna conoscessero un po’ di latino.

Fra le varie identità di Tommaso Nelli, una laurea specialistica in “Editoria e Giornalismo” alla “Sapienza Università di Roma” nel 2010 e giornalista pubblicista dal 2012, anche quella di sportivo. Calciatore maldestro in tenera età, podista amatoriale tutt'oggi, in sette anni come arbitro di calcio ha imparato che la cultura delle regole e del lavoro sono fondamentali anche nel quotidiano. Tolto il fischietto dalla bocca, continua a correre con la penna in mano. Ha fatto dieci chilometri a piedi dentro Roma per un'intervista perché bisogna sempre provare a raggiungere un obiettivo quando si ha almeno una possibilità, ha scritto di un torneo di calcio a 5 universitario come fosse un’Olimpiade perché non si sminuisce ciò che si fa e racconterebbe una maratona olimpica come una corsa fra amici a chi arriva primo perché è insofferente alla retorica e alla ridondanza. Per la Lazio di Maestrelli, l’Olanda di Cruijff, Mennea e Gilles Villeneuve avrebbe voluto nascere quindici anni prima. Il suo più grande difetto? La capacità di sintesi. Il top per un giornalista, no?

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