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Storie dell'altro mondo

Germania-Francia: Quando i fantasmi parlano tedesco

Tommaso Nelli

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Se nei quarti temeva l’Italia perché non era mai riuscita a batterla nelle competizioni ufficiali, ora in semifinale la chimera sarà la Germania.

Contro di lei, infatti, la Francia non ha (quasi) mai vinto.

 Da avere gli incubi a essere un incubo. La qualificazione alle semifinali dell’Europeo ai danni dell’Italia, oltre ad aver interrotto un’atavica quanto all’apparenza interminabile maledizione sportiva, per la Germania equivale anche a un rovesciamento del suo ruolo nel momento in cui si legge il calcio sotto l’ottica della superstizione e della fenomenologia magica. E così ecco che se la Mannschaft vedeva nell’azzurro un tabù, ora tocca a lei essere una chimera agli occhi del suo prossimo avversario: la Francia. Finora, quattro precedenti fra le due nazionali e tre vittorie tedesche. E non al torneo dei bagni di Alassio, ma in tre campionati del mondo: Spagna ‘82, Messico ‘86 e Brasile ‘14. L’unica consolazione transalpina la finalina per il terzo posto vinta ai Mondiali del 1958 in Svezia.

Tutto cominciò trentaquattro anni fa, in un’umida sera andalusa che, per i transalpini, a lungo sembrò volgere più in un sogno di una notte piena estate (sì, lo sappiamo: quella di Shakespeare era “mezza”, ma qui si giocò l’8 luglio e a Siviglia, dove in inverno la temperatura più bassa è di 20°) che tramutarsi nel primo atto di un incubo ancora attuale.

Sull’erba del “José Sanchez Pizjuan” – ignaro che avrebbe ospitato una delle più belle partite di sempre (seconda solo a Italia-Germania di Messico ‘70) e passata alla storia del calcio come la “Notte di Siviglia” – al rampantismo francese del quadrato magico di centrocampo – Tigana, Giresse, Genghini e Platini – si oppose la fisica tenacia teutonica, ben espressa dal ruvido Kaltz, dal marmoreo Briegel e dall’anticonformista Breitner. In attacco, lo svolazzante Littbarski che, oltre a una traversa, colpì con l’1-0 pareggiato su rigore da Platini a metà frazione.

Nella ripresa, per dieci minuti, spazio al dramma. Harald Schumacher, numero uno tedesco quella sera oltremodo nervoso, travolse Battiston fuori area con un colpo d’anca in pieno volto, costringendolo al ricovero in ospedale con due vertebre incrinate e la perdita di tre denti. Deprecabile, nella circostanza, l’arbitro olandese Courbel, che assegnò la rimessa dal fondo senza espellere il portiere. All’88’, Amoros ebbe il pallone del sogno: traversa. E tutti ai supplementari, montagne russe di emotività. Antenato di Thuram per le comuni origini caraibiche e la comunanza tattica (difensore), Trésor segnò il 2-1 in acrobazia dentro l’area di rigore al 3’ del primo extra-time. Jupp Derwall, bundestrainer di provata esperienza, non fece in tempo a inserire Rummenigge che Giresse, con un bel destro in corsa, prenotò il biglietto per Madrid. Sugli spalti, la Marsigliese riecheggiava impetuosa.

Ma, da sempre, i tedeschi sono come i gatti: hanno sette vite. E seppur malconcio a una caviglia, al 102’ Rummenigge accorciò le distanze.

“Mai sanguinare davanti gli squali” avrebbe sentenziato qualche anno dopo Dan Peterson. Specialmente se dotati di un sesto senso fuori dal comune quando c’è da approfittare delle difficoltà altrui. Detto, fatto. Temendo la beffa, a inizio secondo tempo supplementare (108’) la Francia fu davvero beffata: da Fisher, in rovesciata, su sponda dell’erculeo e impronunciabile Hrubesch.

E i fantasmi cominciarono a prendere inesorabile possesso delle menti dei bleu, illusi in un primo momento ai calci di rigore da Stielike salvo essere nuovamente preda delle loro angosce perché Six si fece respingere il tiro da Schumacher. Proprio l’estremo difensore del Colonia, profilo da “cattivo” di un film di Sergio Leone, nella prima serie a oltranza, insieme alla trasformazione di Hrubesch, fece sgorgare fiumi di birra parando la conclusione di Bossis. Sarebbe toccato alla Germania contendere la coppa all’Italia.

A proposito di Bossis. Classe ’55, difensore centrale che non disdegnava le incursioni aeree, quattro anni più tardi quella sera andalusa, nel catino di Guadalajara, ebbe l’occasione per la rivincita. Personale e collettiva. Forte del titolo europeo del 1984 e trascinata da un Platini al top della carriera, la Francia era in semifinale dopo un Mondiale arrembante, dove aveva eliminato l’Italia negli ottavi e il Brasile nei quarti. Ad aspettarla, prima dell’ultimo atto, ancora la Germania. Si giocò alle 12 del 25 giugno e, complice l’altura (1560 metri sul livello del mare), in campo poco spettacolo.

I fantasmi, però, non risentono mai del clima e impiegarono appena nove minuti per infestare la mente del portiere Bats, che non trattenne la punizione dell’1-0 di Brehme. Da un paio d’anni, sul grande schermo era uscito Ghostbusters e proprio Bossis sarebbe stato un degno emulo del dottor Stanz quando alcuni minuti dopo si trovò sui piedi, non trattenuto da Schumacher, un pallone calciato da Platini. La porta era spalancata e lui, bandiera del Nantes, era dentro l’area piccola. Ma con il corpo troppo all’indietro. Alto. In quell’attimo mancarono soltanto le note del Carmina Burana, che il 2-0 in pallonetto di Völler a un soffio dal novantesimo avrebbe tramutato in un Requiem. Per quella nazionale e per un sogno iridato che si sarebbe realizzato soltanto dodici anni più tardi.

Ne sono trascorsi invece ben ventotto prima che la Francia ritrovasse la Germania. Non più Ovest, ma solo “Germania” perché nel frattempo è caduto il Muro di Berlino. Squadra più giovane e più tecnica rispetto agli anni Ottanta, ma immutata nel dna pugnace. La conferma? Il 4 luglio, al “Maracanà” di Rio de Janeiro, quando Hummels insaccò di testa il gol di un successo sigillato dai guanti di Manuel Neuer. Cioè colui che, respingendo i rigori di Bonucci e Darmian, ha spinto i campioni del mondo alle semifinali di questo Europeo per una sfida dove la Storia dice “Germania”.

«Ma la Storia non conta, conta il presente» ha dichiarato Joachim Löw alla vigilia della partita contro l’Italia. Ragionamento ineccepibile, in campo vanno i valori e non gli almanacchi, e confermato dai fatti. Ora però dovrà tenerlo a mente anche giovedì 7 luglio, al Velodrome di Marsiglia, quando sarà al cospetto della Francia. Altrimenti per la Mannschaft ci sarà sì un’altra prima volta. Ma molto meno wunderbar (“meravigliosa”) rispetto a sabato scorso.

Altri Sport

Stupende lo stesso! Italvolley, la speranza (non solo sportiva) da cui ripartire

Emanuele Sabatino

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TricoloRosa: si ferma sul piú bello, ad un passo, il sogno mondiale della nazionale di pallavolo femminile. Dispiace per le ragazze ma arrivati a quel punto il risultato, che anche se positivo, sarebbe stato celebrarlo poco in quella triste e ridondante sfortuna che spetta agli sport minori, conta veramente poco.

Quello che resta é l’emozione, é il trasporto che queste ragazze hanno regalato al popolo italiano tanto da mettere i maxi-schermi nelle piazze.

Quello che invece non va dimenticato mai é che questo paese, nella magia che lo contraddistingue, nonostante i messaggi di chiusura e di xenofobia, per non usare altri termini, da parte dei suoi governanti, che sta pian piano incredibilmente rivalutando e rispolverando certe ideologie da solo, proprio perché magico, tramite lo sport, che é uno dei viatici piú importanti e popolari, mostra l’esempio da seguire e la realtá dei fatti.

Tutti conoscono il termine sliding door, porta girevole, un bivio esistenziale che determina il percorso di vita di ognuno di noi. La sliding door della nazionale azzurra risale a tanto tempo fa, quando non c’erano Ministri pronti a chiudere i porti e gli aeroporti, tanto da permettere ai genitori nigeriani di Paola Ogechi Egonu di approdare nel Bel Paese e nel 1998 dare alla luce un angelo di 190 cm, dal corpo marmoreo e dalla pelle color ebano che dal cielo, guardando le mani dei muri sgretolati delle avversarie, come il piú vendicativo degli stessi, sempre col sorriso genuino e stampato sul viso ha trascinano le sue compagne a suon di “martellate”.

É nata a Cittadella quindi per chi bada a queste cose, evidentemente nella vita non ha nulla da fare o a cui pensare, é 101% italiana.

Questa nazionale è il fulgido esempio di quello che una nazione nel 2018 la logica ci dice dovrebbe essere ed in parte nel silenzio é. Spavalda, giovane, multietnica. Perchè non esiste solo Paola: c’è  la Nwakalor, la Malinov, la Fahr e la Sylla.

Le ragazzine terribili sono il segno che si può emergere indipendentemente dall’etá anagrafica, e che se messi nelle condizioni giuste tutti possono essere integrati, essere felici e rispettare le regole arricchendo la nostra giá sconfinata cultura. Lo stato si auto-batte e ammette la sconfitta se evita il problema con mezzucci invece di affrontarlo e trovare una soluzione credibile e soprattutto al passo con i tempi.

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Pugilato

La storia dell’australiano Les Darcy, una fiamma bruciata troppo in fretta

Marco Nicolini

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James Leslie Darcy, detto “Les”, fu un pugile australiano di grande talento, i cui nonni erano emigrati agli antipodi da Tipperary, in Irlanda. Nacque a Maitland, nel Nuovo Galles del Sud, il 31 ottobre 1895, ed esordì quindicenne nel pugilato professionistico con una stupefacente serie di diciassette vittorie consecutive. Perso l’incontro per il titolo australiano dei welter, contro l’esperto Bob Whitelaw, la sua prestazione destò comunque l’attenzione di pubblico ed addetti ai lavori, favorendone il debutto al Sydney Stadium.

In quegli anni perse contro Fritz Fred Holland e Jeff Smith, ma vendicò ogni sconfitta subita in incontri epici che ne sancirono la qualità di combattente e rilanciarono, in suo nome, l’orgoglio nazionale degli australiani. Dall’incontro perso con Smith, avvenuto nel febbraio del 1915 e maturato grazie ad un colpo sotto la cintura da parte del suo avversario, non visto dall’arbitro, infilò un lungo filotto di ventidue vittorie consecutive terminato il 30 settembre del 1916, durante il quale arrivò a fregiarsi, nonostante la piccola statura, del titolo australiano dei pesi massimi. Durante questo periodo, trovò anche il tempo per combattere molti incontri d’esibizione e recitare in un film.

Alla fine del 1916, tutti i passaporti degli australiani in età da militare furono requisiti per impedire diserzioni alla coscrizione obbligatoria in atto: l’Inghilterra reclamava ogni potenziale soldato del Regno e l’Australia stava per pagare un prezzo elevatissimo in termine di giovani vite spezzate. Su una popolazione totale di 4,9 milioni di persone, quasi il 40% della popolazione maschile con meno di 45 anni e più di 17, pari a 420.000 individui, fu arruolata: 61.000 di questi trovarono la morte. La percentuale di deceduti dell’Australia, per numero di soldati impegnati in combattimento, fu la più alta dell’intero conflitto. Les Darcy chiese di aggirare il divieto, essendo in partenza per una serie di match d’esibizione negli Stati Uniti grazie ai quali avrebbe potuto sistemare la propria famiglia, ma rilasciò la dichiarazione per cui, una volta terminati gli incontri, avrebbe raggiunto il Canada per arruolarsi.

Il 27 ottobre 1916, prima che una decisione delle autorità preposte fosse presa al riguardo, Darcy s’imbarcò clandestinamente per l’America, affrontando il viaggio infinito nell’Oceano Pacifico chiuso in uno scompartimento minuscolo. Questa sua condotta, povero ragazzo, gli portò grande sfortuna. Un ricco e prestigioso match, organizzato a New York per pochi mesi dopo il suo arrivo, fu cancellato dal Governatore, il quale spiegò di non gradire la maniera in cui il campione australiano aveva abbandonato il proprio paese. Altri incontri, previsti in tutti gli Stati Uniti per il grande richiamo del suo nome, subirono la stessa sorte. Les, per sfuggire alla povertà, cominciò ad accettare incontri d’esibizione dallo scarso appannaggio finché, a fine aprile del 1917, stramazzò al suolo dopo un inatteso collasso. Ricoverato per una sospetta setticemia, gli furono asportate le tonsille ma, quasi un mese dopo, si spense per una polmonite contratta in ospedale. Il suo corpo ricomposto fu trasportato nell’Australia piegata dalla guerra, dove una processione di mezzo milione di persone lo accompagnò a sepoltura.

Sconfitto in soli quattro incontri, senza mai aver messo un ginocchio al tappeto, Les Darcy è tuttora figura di eroe popolare di grande potenza; se la fuga dall’Australia ne incrinò l’immagine eroica, la sua triste morte solitaria gli donò un’aura romantica che perdura nel tempo. A quasi cento anni dal suo addio alla vita terrena, ogni anniversario dell’infausto giorno della sua morte si ricorda con una bandiera a mezz’asta nel municipio di Sydney. Per generazioni, le penne di giornalisti e scrittori si sono mosse sulla carta con l’ispirazione giunta dalle sue gesta sul ring. Questo accadeva un secolo fa, negli anni in cui James Leslie “Les” Darcy da Sydney, pugile professionista scomparso a soli ventuno anni, scolpiva il proprio nome nel ristretto novero degli immortali.

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Calcio

La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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