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Calcio

Gennaio 2003: Quando a Cragnotti “scipparono” la Lazio

Simone Nastasi

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C’è stato un tempo in cui, anche il calcio italiano ebbe i suoi “sceicchi”.  Non portavano il turbante e non venivano dal Medio Oriente o dal Golfo Persico ma spendevano quattrini come se il loro portafoglio fosse veramente un pozzo (petrolio a parte) senza fondo. Anche grazie a loro, il calcio italiano diventò veramente l’ombelico del mondo. Per una decina d’anni, a cavallo tra l’ultima decade del Novecento e i primi anni del Duemila, tra questi “sceicchi” di fatto, che bazzicavano nel calcio italiano, ci fu certamente anche Sergio Cragnotti, che oggi festeggia il suo settantacinquesimo anno in concomitanza con la fondazione della S.S. Lazio.

Prima dirigente d’azienda, poi banchiere d’affari, infine imprenditore e presidente della Lazio. Un “uomo intelligentissimo con grande senso degli affari”, come veniva definito ai tempi d’oro nei migliori salotti finanziari del Belpaese. “Un venditore di granaglie” come preferì apostrofarlo Silvio Berlusconi al quale, Cragnotti, alla fine degli anni Ottanta, vendette i magazzini Standa per una cifra considerata di gran lunga superiore al suo valore d’acquisto. Un “affarone” (per Cragnotti chiaramente) che evidentemente a Berlusconi non deve essere andato giù.


Per una volta (non sarà certamente l’unica), il Cavaliere aveva trovato sulla sua strada un altro abile uomo d’affari in grado di tenergli testa. Ma non fu soltanto Berlusconi l’unico avversario negli affari al quale Cragnotti nella sua lunga carriera seppe tenere testa.  Nel mondo del calcio, iniziò la sua scalata ai vertici a partire dal 1992, quando acquistò il pacchetto di maggioranza della Lazio detenuto da Gian Marco Calleri, investendo una parte della faraonica liquidazione di 80 miliardi ricevuta dalla Montedison. Da allora, la Lazio, dopo anni di serie cadetta e piazzamenti di media classifica, divenne una delle “sette sorelle” (insieme a Juventus, Milan, Inter, Fiorentina, Parma e Roma) del calcio italiano. Per i suoi tifosi, che non a caso vollero incoronarlo come il loro “imperatore”, la presidenza di Sergio Cragnotti fu il momento nel quale arrivarono le vittorie più importanti. Dalla Coppa Italia dell’aprile 1998 (primo trofeo) per arrivare alla Supercoppa italiana del 2000 (ultimo). Passando per la Supercoppa Italiana (agosto 1998), la Coppa delle Coppe (maggio 1999), la Supercoppa Europea (agosto dello stesso anno) e, dulcis in fundo, lo storico Scudetto del maggio 2000 e la seconda Coppa Italia, conquistata a distanza di soli pochi giorni. Sette trofei in tre stagioni che portarono la Lazio, allenata da Sven Goran Eriksson, ad essere considerata per bocca di Sir Alex Ferguson (allenatore del Manchester United avversario nella Supercoppa 1999) “la squadra più forte del mondo”. Tutto questo fino a quando le cose anche per Cragnotti iniziarono ad andare male.

D’altronde, proprio lui, forse con un pizzico di sventatezza,  dichiarò in una storica intervista realizzata in occasione del centenario della Lazio (gennaio 2000) che prima o poi “le cose belle devono finire” . E infatti, puntualmente, anche l’era di quella Lazio stratosferica e vincente finì. Giunse al crepuscolo un giorno di gennaio (il 3 per la precisione) del 2003 quando, per bocca dello stesso Cragnotti, gli “scipparono” la Lazio. A raccontare come andarono le cose è stato proprio l’ex presidente biancoceleste nel libro scritto nel 2007, e pubblicato da Fazi editore, dal titolo Un calcio al cuore. Nel quale Cragnotti dedica un intero capitolo alla vicenda che segnò la fine della sua presidenza. Secondo quanto scrive l’ex presidente biancoceleste, alla base di tutto ci fu la richiesta “ultimatum” formulata a Cragnotti da Capitalia di rassegnare le dimissioni da tutte le cariche dirigenziali all’interno della Lazio. Una richiesta che Cragnotti non ha esitato a definire una vera e propria  conditio sine qua non, per salvare il Gruppo Cirio. L’esposizione finanziaria della Cirio era infatti considerata, dai nuovi vertici di Capitalia (il colosso finanziario sorto dalla fusione tra Banca di Roma, Banco di Sicilia, Bipop Carire e Medio Credito Centrale), troppo elevata per non essere diminuita.

Inoltre, preoccupava la situazione di alcune controllate della Cirio in Stati come il Brasile e l’Argentina, la cui situazione finanziaria si era nel frattempo aggravata. Messo sotto pressione dai vertici dell’allora Banca di Roma (e di quel gruppo di banche che poi costituirà Capitalia), Cragnotti non ebbe troppe alternative. Nel gennaio del 2003 avvenne così il passaggio di mani che decretò la fine dell’era Cragnotti alla presidenza della Lazio.

Tra coloro che spinsero la Cirio al “rientro” dell’esposizione debitoria, l’allora direttore generale di Capitalia Matteo Arpe il quale, sulla Cirio e su Cragnotti, evidentemente, non la pensava come il presidente di Capitalia, l’allora dominus della finanza italiana e amico personale del presidente laziale, Cesare Geronzi. Fu proprio Arpe che decise di chiudere i rubinetti nei confronti del Gruppo presieduto da Cragnotti. Fu lo stesso Arpe, inoltre, come scrive sempre Cragnotti, a pensare all’idea del prestito obbligazionario convertibile ( in azioni Cirio-Del Monte) da 150 milioni di euro che avrebbe permesso alla Cirio di estinguere il bond in scadenza nel novembre del 2002.

Se Cragnotti avesse accettato le condizioni di Capitalia ( sottoscrizione del prestito e dimissioni dalla Lazio), la banca di Arpe e Geronzi avrebbe promesso di  “salvare” il Gruppo Cirio. Ma alla fine, per Cragnotti, oltre al danno arrivò anche la beffa. Infatti, nonostante avesse lasciato la Lazio con conseguente controllo nelle mani di Capitalia,  che affiderà la gestione al manager Luca Baraldi, Cragnotti verrà accusato, anni più tardi (nel 2004), come ricorda nel suo libro, di aver “truffato” i risparmiatori nella vicenda del prestito obbligazionario. Il 3 gennaio 2003, al termine della drammatica riunione che pose fine alla sua avventura biancoceleste, il dimissionario presidente della Lazio, Sergio Cragnotti si sarebbe alzato dal tavolo  e, rivolgendosi ai presenti, avrebbe detto loro: “ E così alla fine ci siete riusciti, mi avete scippato la Lazio”.

Mai uno “scippo” sarà stato tanto doloroso.

1 Commento

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  1. Domenico

    gennaio 10, 2016 at 11:34 pm

    Perché non è intervenuto il governo, a salvare la Cirio e la Parmalat, come in questi giorni scorsi ha salvato le banche?

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Calcio

Jules Rimet, il visionario padre dei Mondiali che ha cambiato il ‘900

Leonardo Ciccarelli

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Il 16 ottobre 1956 moriva Jules Rimet, il padre dei Mondiali di Calcio. Ripercorriamo la sua vita che attraversa tutti i momenti cruciali della storia moderna. Un uomo di sport, oltre lo sport.

Al civico 45 in Avenue Marx-Dormoy, in Bagneaux, provincia di Parigi, c’è un meraviglioso cimitero extra muros in cui sono sepolti alcuni importanti francesi, da Claude Berri a Frida Boccara, da Jules Laforgue a Charles Denner, c’è anche la salma di un visionario che ha cambiato per sempre la storia dello sport più radicato del pianeta, il calcio. Parliamo di Jules Rimet.

Nato nel 1873 e cresciuto nel bel mezzo del niente nelle colline della Francia di fine ‘800, si trasferisce a ridosso del nuovo secolo a Parigi insieme alla famiglia per sfuggire alla fame e alla povertà. Nella capitale ad 11 anni lavora nella drogheria di suo padre, ed in questa splendida città scopre il calcio giocato dai ragazzi nelle strade e si convince dei benefici dello sport nell’educazione fisica e morale dei giovani, che porta benessere e amicizia tra le persone. Diventa uno studente coscienzioso fino a diventare un avvocato.

Contemporaneamente si impegna nello sport e fonda col fratello nel 1897 i Red Star, una delle società più antiche della Francia, attualmente in Ligue 2, la Serie B francese, e l’anno dopo fonda anche un giornale cristiano, repubblicano e democratico, La Revue, che si fonde nel gennaio del 1899 con Le Sillon di Marc Sangnier, una rivista per la quale numerosi cristiani divennero ostili alla monarchia.

La politica è centrale nella vita di Jules Rimet che fin da giovane si avvicina alla Democrazia Cristiana transalpina, restando però con ideali vicini alla sinistra, chiedendo una collaborazione forte e reale tra la chiesa ed il popolo e pretendendo un riformismo che avvicini le classi sociali, smussando i conflitti sociali.

Vede nel calcio il mezzo per smussare i suddetti conflitti, vede lo sport e proprio il football in particolare, un veicolo serio e concreto di emancipazione per i meno fortunati e crede fermamente nello sport come un fattore reale di avvicinamento tra i popoli.

Rimet è un contemporaneo di Pierre de Coubertin, l’inventore delle Olimpiadi moderne e all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale la voglia di non spargere più sangue e risolvere i propri dissensi nello sport è davvero forte, prende forma in questo clima l’idea di un Campionato del Mondo di Calcio, un clima fortemente politicizzato proprio dal suo fondatore che usa questa idea per scalare i vertici della Fifa che approva questo nuovo torneo.

Il primo organizzatore è l’Uruguay che negli anni ’20 e ’30 è un felice Paese del Sudamerica e che nel calcio sta dominando nell’unico torneo mondiale fino ad allora esistente, il torneo olimpico, che la nazionale vince sia nel ’24 sia nel ’28. Sono i più forti del mondo, ed infatti vincono la prima edizione del torneo iridato, organizzato da loro che festeggiano quell’anno proprio il centenario dell’indipendenza. Il 31 luglio oggi è festa nazionale in Uruguay, per ricordare quel glorioso giorno.

E’ stato un successo, Jules Rimet diventa uno degli uomini più potenti del mondo, le nazioni guardano con coraggio questo sport inventato dagli inglesi e i capi di governo si ingolosiscono. Tra questi, Mussolini ottiene l’organizzazione dela Coppa del Mondo del ’34, vinta dalla stessa Italia che sulla bandiera ha il fascio littorio, impresa ripetuta 4 anni dopo nell’edizione francese della competizione iridata.

La Coppa del Mondo del ’38 è il manifesto di quello che sarebbe successo l’anno successivo: la Germania schiera 5 austriaci, poco dopo l’annessione dell’Austria al Terzo Reich, ed esclude ogni atleta di origine ebraica dalla competizione.

Dopo la Guerra le cose cambiano. Si riuniscono i comitati a Lussemburgo e stilano alcune regole ancora oggi in vigore, come quella di dedicare la coppa al suo ideatore e soprattutto di donare il trofeo alle nazioni in grado di vincerlo per 3 volte. La prima a riuscirci è stata la nazionale brasiliana, poi ha seguito l’Italia nel 1982, infine la Germania, nel ’90.

Rimet lascia la presidenza Fifa ad 84 anni, due anni dopo sarebbe morto in solitudine, con un ideale ben chiaro a lui, ben poco a chi i campionati li avrebbe organizzati come ha dimostrato l Italia e come dimostreranno il Cile di Pinochet, l’Argentina di Videla.

La sua idea di calcio romantico, che unisce i popoli sotto un unico dominatore, è parzialmente riuscita e forse l’esempio migliore è stata la sua nazionale, che nel ’98 lo omaggia con una piazza nei pressi del Parco dei Principi e con una scritta sulla fiancata del pullman: “Liberté, Égalité, Jules Rimet”. Una nazionale fatta da francesi, algerini, baschi, sudamericani, africani, tutti uniti sotto un’unica bandiera, quella francese, tutti uniti per un bene ideale, quello del Calcio.

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Calcio

65 anni del Divino: Falcao, l’addio, la politica e il Papa

Matteo Luciani

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Compie oggi 65 anni Paulo Roberto Falcao, l’ottavo Re di Roma, rimasto nella memoria dei tifosi giallorossi per aver portato il tricolore a Roma. Ma ci fu un momento in cui il brasiliano fu ad un passo dall’Inter. Vi raccontiamo questa storia di calciomercato sfumata per un soffio.

Giugno 1983. La capitale d’Italia è in tripudio dopo che la sua parte giallorossa ha appena conquistato il secondo tricolore della propria storia. Merito di un gruppo di uomini e calciatori eccezionali guidati sapientemente dal ‘Barone’ Nils Liedholm.

Neppure il tempo di gustarsi il sapore della vittoria, però, che nei pressi di Trigoria scoppia la bomba: il ‘Divino’ Paulo Roberto Falcao, uno dei simboli del successo ottenuto soltanto poche settimane prima sul campo, vuole andare via ed ha trovato l’accordo con l’Inter per trasferirsi all’ombra della Madunina.

I tifosi della lupa sono sconvolti. Proprio lui, l’uomo che, arrivato a Roma soltanto tre anni prima (quando i giallorossi erano in possesso di una squadra ancora non eccellente), dichiarò subito senza dubbi “entro pochi anni vinceremo lo Scudetto”, cambiando il modo di pensare e rapportarsi alla realtà calcistica di supporter tutt’altro che abituati a trionfi e coppe, decide di abbandonare la nave ora che questa si appresta a salpare pure in Europa per dare l’assalto alla Coppa dei Campioni.

A gettare benzina sul fuoco, in quei giorni caldissimi, arrivano le dichiarazioni dello stesso Falcao, che da Porto Alegre, dove si trova in vacanza, parla già da ex giallorosso e dichiara: “Lasciare Roma è stato un trauma”. Sembrano ormai non esserci più speranze, dunque, per la permanenza del numero cinque nella Capitale. Dino Viola, però, sa bene che nessun club ha raggiunto un accordo anche con la società per lasciare libero il campione brasiliano e non si preoccupa più di tanto.

Si parla di offerte da parte di Verona e Napoli ma la realtà è che Falcao vuole solo l’Inter. Il merito dell’operazione è da ascrivere a Sandro Mazzola, allora dirigente nerazzurro, che insieme al procuratore del nazionale verdeoro Cristoforo Colombo ha lavorato per molto tempo nell’ombra. Alla fine, Mazzola riesce a portare l’accordo con Falcao tra le mani del presidente interista Fraizzoli. E’ ormai tutto fatto. Manca solo l’ultimo tassello: l’accordo economico con la Roma.

Fraizzoli, mostrando una correttezza d’altri tempi, alza il telefono per chiamare Dino Viola e comunicargli che ha la firma del numero cinque romanista in mano. La richiesta implicita è: “Quanto serve per lasciarlo andare?”. La risposta del numero uno giallorosso è sorprendente: l’assoluto silenzio. Viola, infine, comunica di aver preso atto della faccenda e attacca.

Da questo punto in poi, il calcio inizia ad entrarci poco. Per bloccare la partenza di Falcao, infatti, si muove addirittura Giulio Andreotti (insieme al fido braccio destro Evangelisti). La prima mossa riguarda il contatto con la mamma di Falcao, la signora Azise, a cui viene fatto sapere che anche Papa Wojtyla desidera che il campione brasiliano rimanga nella Capitale. “Non vorrai mica dare un dispiacere al Santo Padre?”, saranno le parole di Azise al figliolo.

L’accordo con l’Inter, ora, vacilla. A dare il colpo di grazia a Fraizzoli ci pensa Andreotti in persona. Quest’ultimo, infatti, chiama Fraizzoli e, ancor prima di parlare di Falcao, si rivolge al presidente interista con le seguenti parole: “mi dicono si tratti di affari importanti…..”. Il riferimento è ai capi d’abbigliamento che Fraizzoli fabbrica e che vengono distribuiti anche ai ministeri.

Il numero uno nerazzurro capisce che ormai la situazione si è fatta più grande di lui e contatta immediatamente Sandro Mazzola. “Il contratto di Falcao va stracciato”. La macchina della politica si è messa in moto ed il povero Fraizzoli non può far altro che lasciare il ‘Divino’ lì dove ha appena fatto la storia.

Il calciomercato non è mai sembrato argomento tanto ‘piccolo’.

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Calcio

Fasce e lacci arcobaleno, ma il Calcio resta ancora uno sport omofobo

Matteo Luciani

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Il 14 Ottobre 1979 negli Stati Uniti, a Washington, si svolse la prima marcia per i diritti LGBT. A distanza di anni le cose sono migliorate, ma grandi problemi rimangono palesemente. Anche lo Sport soffre le stesse criticità. In particolare il calcio, dove è quasi impossibile mostrarsi per quello che si è.

Novembre 2016: i capitani delle squadre della Premier League indossano fasce color arcobaleno mentre tutti i calciatori scendono in campo con i lacci delle scarpe dello stesso tipo. La ragione? Tutto ciò è parte integrante della campagna anti-omofobia ‘Rainbow Laces’ promossa dall’organizzazione Stonewall.

L’evento viene visto dai media come un grande passo per uno sport spesso ritenuto reticente nei confronti delle comunità LGBT; ma lacci e fasce arcobaleno sono veramente un segno tangibile di progresso nel trasformare il calcio in uno spazio in cui i giocatori LGBT si sentano liberi di esprimere la propria sessualità anche in pubblico?

Francamente, no.

È piuttosto singolare, infatti, che soltanto un ex atleta della Premier League, passato pure in Serie A per una fugace apparizione con la maglia della Lazio, il tedesco Thomas Hitzlsperger, abbia ufficialmente fatto coming out (peraltro, soltanto a carriera conclusa) quando il 2% della popolazione maschile britannica oggi si identifica come gay e si è a conoscenza del fatto che oltre 500 giocatori della Premier League, tra passato e presente, sono omosessuali.

Hitzlsperger affermò, riguardo alla sua dichiarazione pubblica, di essersi ispirato a quanto fatto dal cestista John Amaechi, dal tuffatore Tom Daley, dalla stella gallese di rugby Gareth Thomas e dall’ex calciatore di Leeds United e LA Galaxy Robbie Rogers; il tedesco spiegò pure di sperare che il proprio gesto potesse aiutare altri colleghi a fare lo stesso.

Parole, purtroppo, poco utili se si pensa che addirittura il presidente della FA, Clarke, non certo il primo venuto, ha recentemente dichiarato che sarebbe “impossibile” per un giocatore attuale fare coming out poiché la lega non sarebbe in grado di proteggerlo a sufficienza dagli attacchi esterni di tifosi avversari.

Di certo, il precedente dell’ex attaccante del Norwich City e del Nottingham Forest, Justin Fashanu (peraltro, il primo calciatore di colore ad essere pagato un milione di sterline nel calcio inglese), in tal senso, ha segnato un profondo solco.

Fashanu, uscito allo scoperto nel 1990, decise di porre fine alla sua vita soltanto otto anni dopo a causa degli enormi problemi (lavorativi e non) che il suo coming out gli aveva creato.

Presso il già citato ‘Rainbow Laces Summit’, diversi atleti britannici si sono riuniti per discutere sul modo in cui poter aiutare la comunità LGBT nel mondo dello sport.

Due stelle dell’hockey britannico, Kate e Helen Richardson-Walsh, regolarmente sposate, sono intervenute, così come il rugbista Keegan Hirst.

A quanto pare, soltanto il calcio è rimasto così indietro sull’argomento.

In tal senso, durante il vertice, il presidente Clarke, ha dichiarato che il calcio è “due decenni indietro” rispetto alla possibilità di diventare oggi un posto sereno anche per gli omosessuali.

Clarke ha affermato che sta tentando di parlare con molti calciatori gay del mondo inglese, in merito alla chance di effettuare il coming out, ma che, tuttavia, nessuno si sente veramente tranquillo all’idea.

Mancherà ancora molto, in Inghilterra e non, per rendere anche il calcio uno sport più civile?

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