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FRANCO ALINOVI, IL SEMPREVERDE DEL CALCIO LIGURE CHE A 47 ANNI ANCORA GIOCA IN PORTA

Matteo Calautti

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Quella che sta per essere raccontata è una storia di sport né di primo livello né dal fascino internazionale, bensì un racconto che racchiude dentro sé l’essenza dello sport stesso e l’amore che spinge chiunque oltre l’ostacolo. È la storia di un portiere che a 47 anni calca ancora i campi delle categorie dilettantistiche liguri, a ben 36 anni di distanza dal suo primo allenamento. È la storia di Franco Alinovi.

Nato a Genova nel 1968, Franco muove i suoi primi passi su un campo di calcio quando frequentava la quinta elementare. «È passato molto tempo dall’inizio della mia carriera», ricorda, «anche se definirla così mi sembra eccessivo non avendo mai calcato campi professionistici». Una passione, quella per il ruolo, che era già evidente fin da bambino. «Credo che il “gene” del portiere fosse già dentro di me probabilmente da quando sono nato», confessa Franco. «I primi ricordi li ho già all’asilo sul terrazzo, poi nel corridoio di casa con mio cugino coetaneo che tirava e io paravo». Ricorda ancora oggi il giorno del suo primo allenamento, avvenuto quando frequentava ancora la quinta elementare. «Per la prima volta avevo avuto il “via libera” da parte dei genitori che fino ad allora avevano preferito che io provassi a dedicarmi ad altri sport», rivela Franco ricordando anche il terreno di gioco della sua prima squadra, il Little Club Genoa: «Un campo con ancora i pali quadrati in legno e la tipica ghiaia che segnerà le mie ginocchia ed i miei gomiti fino all’avvento del sintetico»

Giovanissimi Sori 1984

Una carriera passata tra la Seconda Categoria e la Promozione, interamente in Liguria. Delle sei occasioni in cui è riuscito ad assaporare il campionato di Promozione, l’esperienza che ricorda con più piacere è quella con il Bogliasco. «Conquistammo la promozione sul campo grazie a mister Tanghetti e ad una squadra incredibile», ricorda Franco con piacere, «mantenendola nei due anni successivi e arrivando perfino sesti alla prima apparizione». Durante il secondo dei due anni, Franco lavorava ad Ivrea e così ebbe la possibilità di allenarsi con la squadra locale, allenata allora da Giuseppe Brucato e tra le fila della quale giocava Massimo Storgato, rispettivamente futuro allenatore del Mantova in Serie B ed ex difensore di Juventus ed Udinese. «Massimo durante una partitella mi fece i complimenti per un’uscita e io ne fui particolarmente fiero». Ma ricorda con piacere anche un’altra promozione, anche se meno prestigiosa dal punto di vista sportivo. Quella in prima categoria con la Sant’Olcese, «perché conquistata a quarant’anni compiuti». E la parata che ricorda con più piacere? «Forse il rigore parato nel derby tra Altarese e Carcarese», quando Franco militava tra le fila degli ospiti in Prima Categoria, «a tre minuti dalla fine, con la nostra vittoria finale e ben 3.000 persone sugli spalti».

Lo sport, tuttavia, non è mai stato un lavoro. «Il calcio è stata ed è sempre parte integrante della mia vita», precisa, «ma sempre a livello di hobby». Nel mezzo, infatti, ci sono stati un Diploma come perito elettrotecnico ed una Laurea in Ingegneria Elettrica a pieni voti. Dimostrazione, secondo Franco, di come «studiare e mantenere un hobby con passione sia certamente possibile». Tuttavia, il suo obiettivo sarebbe quello di proseguire nel ruolo di preparatore dei portieri una volta appese le scarpette al chiodo. Un ruolo che ha già ricoperto in alcuni settori giovanili, come quello del Savona, e nella prima squadra della Voltrese. Su cosa si dovrebbe lavorare meglio da questo punto di vista? «Qui tocchi un tasto a me molto caro», esordisce il portiere, «troppe volte ho visto improvvisare tale ruolo da personaggi ai quali per quattro soldi venivano affidati portieri, anche giovani e quindi ancora da formare». «Io a quel gioco non mi sono prestato perché ritengo di avere una preparazione ed una passione che non possono essere sminuite in quel modo». E non si parla di stipendi, ma di un «riconoscimento del tempo che si impiega per documentarsi, andare ad assistere ad allenamenti di professionisti e preparare gli allenamenti della settimana».

Quali sono stati i suoi idoli sportivi? «In sequenza rigorosamente anagrafica Dino Zoff, Silvano Martina, Gianluigi Buffon e Mattia Perin», ma afferma anche che il suo idolo attuale sia Gianluca Spinelli, ovvero l’attuale preparatore dei portieri del Genoa e della Nazionale, «che ho avuto modo di conoscere e seguire negli allenamenti». Ma anche idolo non strettamente calcistici, come Pirmin Zurbriggen, «sciatore che ha avuto la capacità di presentarsi al cancelletto di partenza di una delle discese libere più impegnative a venti giorni da un’operazione al menisco». E la squadra del cuore? «Sono viscerale nel mio amore verso il Genoa». Per descriverne meglio l’intensità, rivela un aneddoto: «Mi sono sposato il 12 giugno del 2005, ovvero il giorno dopo la partita con il Venezia», che sancì la promozione in Serie A con conseguente doppia retrocessione per illeciti sportivi. «Secondo te dove ho passato l’ultima serata da single?», conclude simpaticamente. Ricorda anche quando, tra le fila del Sori nel campionato Giovanissimi, incontrò i Rossoblù per ben due volte. «In quella squadra giocava Roberto Murgita», rivela Franco, «alla fine della partita è venuto negli spogliatoi a farmi i complimenti e da quel giorno siamo diventati amici». In seguito fu anche chiamato ad allenarsi per dieci giorni con la squadra più antica d’Italia: «Dieci giorni di allenamento assaporando il calcio che conta, ma il sogno è poi svanito».

Dino Zoff che vince il Mondiale nel 1982 a 40 anni, Buffon che a 38 anni conquista il record di imbattibilità in Serie A ed Edwin Van Der Sar che a 45 anni ritorna tra i pali di una squadra dilettantistica in cui era cresciuto, il Noordwijk. «In effetti i giocatori di movimento hanno esigenze fisiche aerobiche differenti», afferma Franco circa il ruolo che ha sempre ricoperto, «ma io credo che ci arriva a questo tipo di longevità lo fa perché si allena molto duramente, mantiene uno stile di vita sano e ha una “testa” e una determinazione che forse solo chi si mette a difendere una porta può avere».

«È divertente lo stupore degli avversari e dei tifosi quando all’uscita dal campo mi chiedono conferma dell’anno di nascita che leggono sulla distinta», con commenti ironici del tipo «alla tua età non riuscirò nemmeno a scendere le scale». «Se a 47 anni continuo ad allenarmi», afferma Franco, «è soprattutto grazie ad una struttura fisica che mi ha permesso di subire un numero limitato di infortuni», nonché «grazie ad una mentalità da professionista anche nel mondo dilettantistico». Conclude affermando che «questo approccio allo sport, che poi può essere esteso alla vita quotidiana, è quello che cerco di trasmettere ai colleghi più giovani che si allenano con me ed a quelli che ho allenato in passato e spero ricomincerò ad allenare». Questa stagione è da poco terminata con la salvezza con la maglia della Burlando. Sono così un miraggio i cinquanta?

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Altri Sport

Storia di Ciprian, l’atleta Special Olympics salvato da Madre Teresa di Calcutta

Olympics Italia

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Il 17 Ottobre 1979 veniva assegnato il Premio Nobel per la Pace a Madre Teresa di Calcutta, una donna divenuta Santa per le sue immense opere di carità verso i più poveri e i più sfortunati al mondo. Tra le tante storie che accompagnano la sua vita, c’è quella di Ciprian. Insieme a Special Olympics vi raccontiamo la sua meravigliosa vicenda.

Madre Teresa di Calcutta è stata proclamata santa da Papa Francesco; tra i suo “miracoli” c’è certamente quello di aver salvato la vita a Ciprian, oggi un Atleta Special Olympics.
La sua rinascita ha inizio quando, a Tirgoviste vicino Bucarest, Madre Teresa di Calcutta varcando la soglia di un orfanotrofio, per casi incurabili, con scarse condizioni igieniche e cibo insufficiente, lo prese in braccio e decise di portarlo via con sé, ancora piccolino. Un incontro che, invertendo un destino già segnato, ha aperto le porte ad una nuova vita fatta di attenzioni, cure ed attività di riabilitazione che gli hanno permesso di sentirsi parte di una famiglia e di avere le giuste condizione per poter vivere pienamente.

La nascita
Ciprian è nato in un piovoso giorno di gennaio, durante gli anni della dittatura di Ceausescu. Per i medici è già un miracolo che sia ancora vivo perché le conseguenze del parto si rivelano drammatiche: le ossa del cranio non si saldano, non permettendo un corretto sviluppo del cervello; il neonato è destinato ad andare incontro a seri problemi durante la crescita. Le gravi malformazioni alla nascita e le conseguenti preoccupazioni portano probabilmente la madre ad abbandonarlo.

L’arrivo in Italia
La sua nuova casa diventa, fino a quando non gli viene permesso di arrivare in Italia, l’Istituto delle Suore Missionarie della Carità a Bucarest. Accolto successivamente a Roma in un Convento delle Suore Missionarie, viene sottoposto, al Policlinico Gemelli, a diverse operazioni chirurgiche che riescono a salvargli parte della vista dell’occhio destro. Madre Teresa, negli anni, non si è mai dimenticata di Ciprian al quale, tornando in Italia nel 1993, fa da madrina di battesimo.

Il Serafico, una nuova famiglia
Nel 1995 per il Tribunale dei Minori di Roma Ciprian può essere adottato; le Suore Missionarie si adoperano per trovargli una famiglia ma le sue difficoltà spaventano così tanto che nessuno porta avanti, fino in fondo, l’intenzione di adottarlo. Ad occuparsi di lui nelle vesti di tutore legale, fino ai 15 anni, è una religiosa delle Suore Missionarie della Carità; successivamente si aprono le porte del Serafico di Assisi, centro di riabilitazione e ricerca per ragazzi con disabilità plurime, nonché team Special Olympics. Ciprian soffre di una encefalocele fronto-nasale a suo tempo corretta chirurgicamente con un residuo visivo e un ritardo mentale medio lieve, ma la riabilitazione, le numerose attività svolte, lo sport e l’affetto hanno fatto un vero e proprio miracolo in termini di crescita.

Lo Sport e Special Olympics
Ciprian è un ragazzo simpatico, vitale, sempre allegro; i volontari raccontano “uno straordinario smontatore di oggetti”, che ama conoscere nei dettagli per avere la certezza che ogni pezzetto, anche il più piccolo, ha un ruolo ed è prezioso. Nella struttura di Assisi diventa attore negli spettacoli del laboratorio teatrale, pittore al laboratorio grafico e un grande sportivo.
Partecipa ai primi Giochi Nazionali Special Olympics, nel 2007 a Lodi, dove conquista le sue prime medaglie, entrambe d’oro nei 100 metri e nel salto in alto; da lì un percorso di crescita continua la strada da fare è ancora lunga ma Ciprian non ha paura, ha già dimostrato a se stesso di avere una gran voglia di continuare a correre.

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Altri Sport

Usa-Messico: quando un muro serve per unire

Emanuele Catone

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Sono iniziati i lavori per la costruzione del famigerato muro tra il Messico e gli Stati Uniti, uno dei punti fondamentali della campagna elettorale di Donald Trump, che non riesce per ora ad ottenere il completo appoggio economico da parte del Congresso. La barriera in costruzione, infatti, andrà a sostituire e rafforzare quella già esistente, fatta di reti e recinzioni e sarà lunga 6 chilometri su 3200 totali di frontiera. Ma tra i due Stati, c’è chi quel muro lo utilizza per giocare e per unire, non per dividere.

Innalzare un muro per bloccare l’immigrazione, ma costruirlo anche scrivendo la parole fine ad una pratica sportiva che dal 1979 coinvolge le popolazione del Messico e degli Stati Uniti d’America. Donald Trump non molla l’idea di voler rafforzare il muro tra le due nazioni. Rafforzare perché, in effetti, esiste già una trincea separatoria in quella vasta area dove ogni anno ad aprile, in una tradizione nata nel 1979 e divenuta continuativa dal 2006, messicani ed americani si riuniscono per giocare a Wallyball; una partita di pallavolo che ha la particolarità di trasformare quel muro, che ancora tale non è, come rete da gioco. Il match viene disputato precisamente nella zona di Naco, nello stato del Sonora per il Messico e in quello dell’Arizona per gli Stati Uniti.

Di schiacciate non se ne vedono data l’altezza della recinzione e del gesto di “murare” gli amici-avversari neanche l’ombra; solo pallonetti, tanta voglia di divertirsi e il desiderio di dare uno schiaffo alla politica mostrando la nullità delle barriere di fronte all’umanità della “gente comune”. Il tutto, però, limitato nell’arco di tre ore ovvero il tempo limite dettato della legge che non permette una sosta più lunga in quella zona di confine.

Col tempo questa tradizione si è estesa anche a zone diverse dal confine messicano-statunitense: sulle spiagge di San Diego, ad esempio, si è giocato un Beach Wallyball” contro i dirimpettai messicani abitanti di Tijuana.

E il muro ideato da Trump, cavallo di battaglia nella sua corsa all’elezione, potrebbe far terminare questa bellissima iniziativa. La costruzione sarebbe troppo alta per permettere agli atleti di giocare, non riuscirebbero neanche a guardarci attraverso; anche se il presidente non dovesse riuscire nel suo progetto per il costo troppo elevato, ci sarà comunque un rinforzo delle barriere e una aggiunta di recinzione che renderebbero allo stesso modo la partita impraticabile.

“Per noi è un modo per celebrare l’unione dei due paesi”. Questo aveva dichiarato Jorge Villegas, sindaco di Sonora. Parole che vanno ben oltre lo scevro patriottismo trumpiano e che da sole potrebbero servire a mostrare l’inutilità e futilità del progetto Trump.

Illustrazione Copertina: Victor Abarca

 

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Sport & Integrazione

Giornata Mondiale della Pace: I bambini israeliani e palestinesi giocano insieme

Matteo di Medio

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Il 21 Settembre si celebra la Giornata Mondiale della Pace ONU. Per l’occasione vi raccontiamo il grande insegnamento che i bambini israeliani e palestinesi hanno dato a tutti coloro che non credono che un futuro migliore sia possibile.

Ormai le tecnologie e i videogame si stanno pian piano togliendo la cattiva reputazione di essere il male assoluto e la rovina dei giovani. Gli Esports sono diventati a tutti gli effetti degli Sport 2.0 con il riconoscimento da parte del Cio come disciplina e si sta tentando addirittura di farla rientrare nel calendario olimpico.

Esistono casi in cui i videogiochi ricoprono un ruolo fondamentale e rompono definitivamente con gli stereotipi della critica che vorrebbe abolire del tutto l’uso di questi nuovi strumenti come elemento di svago.

Riprendendo quanto scritto da Edwin Evans-Thirlwell nel sito Motherboard.com, raccontiamo il progetto portato avanti da Uri Moshol.

Uri Moshol, ex CEO della società di software Incredibuild, nonché ex militare dell’esercito israeliano, sfruttando il grande interesse verso il mondo del gioco digitale da parte delle ultime generazioni, ha realizzato un programma di carattere sociale per contrastare il clima di odio ed intolleranza religiosa sul territorio della Striscia di Gaza tra Israele e Palestina che ora più che mai è tornato ad essere rovente con conseguenze tragiche e sanguinose per tutta la popolazione.

La Games For Peace (G4P), con sede a Tel-Aviv, è un’organizzazione no profit che, attraverso videogames multiplayer ha l’obiettivo di formare ed informare i giovani delle comunità ebraiche e palestinesi, impegnati in partite online, sul tema dell’integrazione e del rispetto della diversità di fede verso quelle persone che fin da piccole vengono educate al disprezzo del diverso.

L’idea di Moshol nasce dopo una partecipazione nel 2013 ad una Conferenza a New York di Games for Change, organizzazione che pone l’attenzione sul ruolo positivo che i giochi possono avere all’interno della società. Uri è rimasto talmente colpito da questa realtà, non essendo un esperto del settore, da voler esportare questa nuova visione dell’universo videoludico anche verso i territori che ha più a cuore come la Palestina e Israele. Con l’aiuto di esperti del settore, ha individuato come la migliore strada da percorrere l’utilizzo di giochi già esistenti, piuttosto che crearne nuovi ad hoc, per combattere il razzismo e gli stereotipi verso culture che tra loro, in alcuni casi, non sono mai venute a contatto, non si sono mai confrontate.

Il motivo principale di utilizzare videogame già conosciuti è stato dettato dall’intento di creare, sin da subito, coinvolgimento ed adesione da parte dei giovani. Proprio per questo, il gioco scelto per il progetto G4P è stato Minecraft. Con milioni di copie vendute, il videogame creato dalla Mojang nella persona del Presidente Markus Persson, poi venduto per la cifra record di 2,5 miliardi di dollari alla Microsoft, ha come obiettivo quello di costruire città ed edifici di vario genere in un mondo virtuale nel quale il giocatore è il protagonista.

Come racconta Moshol, in alcuni casi, attraverso il videogame, molti bambini si mettevano in contatto per la prima volta con il mondo “dall’altra parte”.

Il progetto Games for Peace porta avanti due diverse iniziative: nella prima, la “Play for Peace”, viene chiesto, ad un numero indefinito di giocatori, di collaborare insieme online per costruire la città. Nella prima occasione di incontro virtuale, il 17 gennaio 2014, parteciparono 50 giovani provenienti da Israele, Palestina, Cisgiordania ed Egitto con l’obiettivo di creare la “Città della Pace”. Alla quinta edizione, nel luglio dello stesso anno, bisognava costruire uno stadio di calcio per i Mondiali.

In queste occasioni, così come nelle altre, le reazioni sono state più che positive e confortanti, tolti singoli casi di comportamenti abusivi, come quando un giocatore cominciò a creare svastiche ovunque. La risposta del resto della comunità fu esemplare: tutti insieme si sono adoperati a cancellarle immediatamente.

La seconda iniziativa è la “Play to Talk”, dove ragazzi di due scuole diverse si sfidano nella costruzione di una città, attraverso la cooperazione e la condivisione di informazioni, pur essendo di religioni od estrazione diversa. Al termine della sessione di gioco, vengono organizzati degli incontri reali tra i giocatori così da commentare tutti insieme l’andamento della partita e conoscersi un po’.

Moshol evidenzia come la Games for Peace stia portando a risultati promettenti e l’evidenza di quanto esposto sta nel fatto che molti giocatori sono rimasti in contatto tramite i social network o addirittura attraverso una frequentazione offline.

L’obiettivo finale del CEO è quello di esportare il G4P in tutto il mondo e in tutte quelle zone dove l’intolleranza e la mancanza di integrazione è il pane quotidiano per le giovani generazioni, diffondendo un messaggio universale senza bandiere o ideologie.

Questa volta, mettiamo da parte la facile critica verso i videogiochi, i peggiori nemici di mamme e papà “disperati”, e poniamo l’attenzione, riconoscendone il merito, sul ruolo che, grazie a persone illuminate come Moshol, la tecnologia ludica può avere per superare ostacoli vecchi un’eternità e far conoscere ai propri figli una realtà che gli è sempre stata tenuta nascosta.

 

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