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Giochi di palazzo

FORTITUDO BOLOGNA-TREVISO: TRA DIVIETI, MENZOGNE E PROIBIZIONISMO

Simone Meloni

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Seggiolini divelti e danni al controsoffitto, da cui sono stati staccati e fatti a pezzi alcuni pannelli. Questi sono solo alcuni dei danni provocati dai tifosi della Fortitudo Bologna domenica pomeriggio al Palaverde nel corso della Gara 1 delle semifinali playoff per la promozione in massima serie con la De Longhi Tvb Treviso”, così intitolavano diversi giornali lunedì mattina. E, ancora: “schiaffi al Questore e scontri con la polizia all’esterno del palazzetto”, con il presidente dei biancoblu Paolo Vazzoler che ha sottolineato come ci sia statagente senza biglietto che ha caricato la polizia per entrare”.

La “calata dei lanzichenecchi felsinei”, stigmatizzata a furor di popolo sia dalla società veneta che dal popolo del web, produceva, in ordine: il divieto di trasferta per i tifosi emiliani in vista di Gara 2 e, successivamente, egual provvedimento nei confronti di quelli trevigiani per i due match da disputare la PalaDozza tra domani e lunedì. Un provvedimento in linea con una gestione dell’ordine pubblico che a molti, al pari dei processi mezzo web, è parsa fallace. Con quanto accaduto totalmente travisato, funzionale però a fornire l’assist per chiudere i settori ospiti in base alle solite regole basate sulla discriminazione territoriale.

Per capire meglio come sono andate le cose, abbiamo innanzitutto analizzato un video girato da Treviso Today che circola in rete da domenica scorsa (http://www.trevisotoday.it/cronaca/treviso-fortitudo-bologna-danni-palaverde-30-maggio-2016.html). Media e istituzioni hanno, de facto, usato lo stesso come prova concreta per dimostrare la “furia” dei tifosi bolognesi e mostrare il celeberrimo “schiaffo del Palaverde”. Dalle immagini emerge una situazione di leggera tensione, ma di incidenti veri e propri non se ne vedono. Per quanto riguarda la presunta aggressione al Questore, si nota il “buffetto” di un tifoso fortitudino nei confronti di una persona appartenente alle forze dell’ordine.

Motivo? Per tentare di capirlo siamo andati a chiederlo direttamente a chi c’era, sul versante ospite. Cominciando dal Responsabile della Sicurezza al PalaDozza Massimiliano Zanetti:“A fine gara alcuni tifosi stavano defluendo dalla scaletta inferiore, dove c’è stato un po’ di parapiglia – esordisce – il bambino, in braccio a un conoscente, è passato mentre i genitori sono rimasti dietro al cordone. Gli stessi hanno chiesto di riprenderlo, ma inizialmente gli agenti non riuscivano a gestire la situazione, pertanto ci sono stati degli attimi concitati. Ci può stare che un genitore si faccia prendere dal panico in quella situazione. Peraltro molti supporter di casa, lasciati liberi di circolare, erano arrivati quasi in prossimità del settore ospiti”. Il divieto per i tifosi felsinei prima e per quelli veneti poi, è arrivato anche a causa di un forte tam tam virtuale: “Mi sento di dire che gli organi preposti abbiano preso tali decisioni anche e soprattutto a causa del caos creatosi in internet. Diciamo che anche le dichiarazioni del presidente trevigiano non hanno aiutato a stemperare gli animi. In merito a ciò, voglio sottolineare come il nostro silenzio non sia dovuto a una collusione con i nostri tifosi, ma ad un voler gettare acqua sul fuoco. Se cominciassimo questo botta e risposta, andremmo ancor più ad esacerbare la situazione. Ci sarà anche un tempo per parlare. Di sicuro non si deve far passare Bologna come una piazza di criminali. Abbiamo una tifoseria calda, ma non violenta.

L’inibizione al settore ospiti per i tifosi veneti appare una scelta quanto meno esagerata: “La Questura di Bologna – dice – era prontissima ad accoglierli. La decisione è venuta dall’Osservatorio di Roma, che ha pensato fosse la scelta più giusta. È ovvio che vietare una trasferta, soprattutto nel basket, è una sconfitta per tutti i tifosi e per questo sport, oltre che un qualcosa volto forse a scrollarsi di dosso il problema preventivamente. Io dico che al Palaverde non è successo nulla di grave, e le immagini lo dimostrano, tutto è stato fin troppo pompato, laddove invece ci doveva essere una maggiore elasticità mentale”.

Anche Luigi (nome di fantasia), tifoso fortitudino di vecchia data , è sulla stessa linea d’onda: “Voglio che la verità venga fuori – esordisce –  in virtù delle inesattezze raccontate sulla serata di domenica. Appena usciti dal casello ci siamo trovati di fronte a un massiccio schieramento di forze dell’ordine, già in tenuta anti sommossa con caschi e scudi. Ci hanno fatto scendere –  racconta – perquisendoci. In seguito sono passati al setacci i pullman, dove sono stati “blindati” i bagagliai, chiudendo dentro tutti gli oggetti indesiderati. In particolar modo bevande non ancora aperte (le abbiamo riprese soltanto alla sosta in Autogrill sulla strada del ritorno). Durante la perquisizione – continua – sono stati distribuiti i biglietti e, per ciò che ho visto, tutti ne erano in possesso, quindi mi risulta che nessuno sia entrato di straforo”.

Buona parte del polverone si è alzato per i presunti atti di vandalismo dei tifosi ospiti ai danni dell’impianto di Villorba. “Come si può notare da foto scattate in occasione del precedente match tra Treviso e Ferentino sottolinea –  la parte del controsoffitto mancante che ci viene addebitata, era già staccata in precedenza. Per quanto riguarda i seggiolini, non ho visto nessuno sradicarli e lanciarli. La verità è che erano già traballanti e semi divelti, pertanto le forze dell’ordine li hanno portati via per evitare qualsiasi problema di ordine pubblico. Di sicuro non siamo stati noi a fare i danni di cui ci accusano. Io ero abbastanza in alto, quindi non posso giudicare con certezza quanto successo nella parte inferiore, ma posso dire che c’erano diversi soggetti che sono stati a provocarci per diverso tempo. Semplici tifosi locali. Per la mia esperienza è stata una partita normale, tra due tifoserie calde che non si sono mai amate, ma nel panorama del tifo nazionale si sono viste scene davvero peggiori. Addirittura ho sentito dire che abbiamo “stuprato il Palaverde”, un’espressione a dir poco infelice. In tutto ciò – continuavoglio ringraziare gli steward, che durante tutta la partita distribuivano gratuitamente bottigliette d’acqua. La temperatura era altissima e noi, grazie alla perquisizione di cui prima, non avevamo più bevande né era possibile acquistarne, vista l’assenza di un bar”.

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A suffragare questa testimonianza, Mario (nome di fantasia), altro supporter fortitudino, aggiunge: “Cominciamo col dire che siamo stati “manganellati” all’ingresso, nonostante, come richiesto dalla polizia, fossimo tutti con regolare biglietto in mano. Durante la partita – sottolinea anche lui – i seggiolini venivano via da soli, evidentemente già seriamente danneggiati, mentre il controsoffitto non è stato minimamente toccato. Per quanto riguarda le persone entrate senza biglietto, mi sento di escluderlo categoricamente. C’erano alcuni tifosi in più, rispetto ai 150 biglietti del settore ospiti, grazie ad alcuni supporter della Fortitudo residenti in Veneto (l’acquisto di altri settori era vietato ai residenti nella regione Emilia Romagna) che avevano acquistato altri settori e che sono stati fatti accomodare in quello a noi dedicato. E comunque – conclude – ritengo vergognosa la decisione di vietare ai tifosi trevigiani la trasferta preventivamente”.

Se, come sempre diciamo, gli atti di violenza vanno sempre e comunque condannati, ci chiediamo quale sia la logica che porta ad imporre ben tre divieti di trasferta soltanto sulla scorta di un putiferio “virtuale” e scandalistico scoppiato sui social network, senza che nessuno si sia interessato ad approfondire realmente i fatti? È sensato vietare l’accesso in un luogo pubblico, invece di contestualizzare fatti e misfatti e predisporre un adeguato servizio d’ordine per contenere qualche centinaia di tifosi? Vorremmo concludere con un “ai posteri l’ardua sentenza”, ma occorre pensare ai contemporanei. Che sempre più subiscono passivamente e senza possibilità di contraddittorio una mistificazione mediatica ignobile e decisioni inibitorie sempre più degne di un sistema medievale e proibizionista. Pronto a punire preventivamente anziché prevenire. Come è francamente possibile.

5 Commenti

5 Comments

  1. Pigi

    giugno 4, 2016 at 2:47 pm

    Ma si può scrivere un articolo del genere citando fonti solo di una parte? Vergogna!

  2. Vancouver

    giugno 4, 2016 at 3:30 pm

    Alla fine della partita, le famiglie sono corse via perché c’era gente che spingeva sui cordoni per sfondarli: alcuni spingevano, altri tentativo di tenerli calmi. La tifoseria bolognese, con provocazioni, parolacce e minacce non si rivolgeva ai “Fioi dea Sud”, dall’altra parte del Palaverde, ma ad un settore attiguo popolato solo parzialmente di adulti. I seggiolini, durante i decenni in cui ho frequentato il Palaverde, non li ho mai visti staccare, se non in questa occasione. Non avranno messo a ferro e fuoco il palazzetto, ma hanno colpito in faccia il questore (poco importa l’entità del colpo o dei danni, chi alza le mani è in torto e deve tacere), hanno impegnato la Celere, hanno avuto una condotta scorretta e tanto basta. O si devono vedere teste rotte e sangue che scorre? Bello quest’articolo, calcolando anche FQ è sempre polemico quando ci scappa il morto o quando c’è guerriglia a margine di eventi sportivi. Forse dovremmo aspettare un evento del genere per poi darvi materiale per altri 10 articoli in cui sentite solo i bolognesi. Cosa dovevano affermare? “Sì, siamo dei vandali ed eravamo su di giri?”

  3. Io

    giugno 4, 2016 at 3:46 pm

    Articolo di una faziosita disarmante. Scritto da chi non c’era e tifoso, presumibilmente, di Bologna. L’unica cosa in cui sono d’accordo è che con la Fortitudo, di norma, succede di peggio.

  4. Roby

    giugno 4, 2016 at 5:05 pm

    Ho letto le vostre risposte, abbiate l’umiltà di ammettere che i casini li avete fatti voi, non entro in merito ai danni del Palaverde che li posso essere d’accordo, ma se quelle persone se ne stavano tranquilli senza rispondere alle provocazioni non succedeva nulla. Io ho visto delle persone agitate molto agitate che avevano solo voglia di far casino e non guardare la partita.

  5. Tina Moccia

    giugno 5, 2016 at 1:29 am

    non seguo il basket e non conosco le dinamiche ma di sicuro l’autore dell’articolo non è di uno parte, lo leggo spesso ed è sempre estremamente imparziale ( tra l’altro non è neanche di Bologna) se ha scritto quello che ha scritto evidentemente aveva solo quegli elementi sui quali intervenire ( la testimonianza di chi c’era). Inoltre mi pare ci sia da parte sua la ferma condanna della violenza ma nello stesso tempo la sacrosanta condanna agli innumerevoli divieti che ormai sono diventati una costante per le tifoserie di alcuni sport….della serie è più semplice vietare che prevenire

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Calcio

Mistero Bergamini: Cronaca di un suicidio che non è mai accaduto

Luigi Pellicone

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Avrebbe compiuto oggi 56 anni Donato Bergamini, il calciatore del Cosenza la cui misteriosa vicenda era tornata sotto i riflettori dopo che il procuratore Eugenio Facciolla aveva chiesto la riapertura del caso e la riesumazione del corpo del giocatore: l’ipotesi era che Bergamini fosse già morto prima di finire investito da un tir. La nuova perizia ha sancito che la morte avvenne per soffocamento, escludendo di fatto la pista del suicidio.“Io Gioco pulito” ricostruisce i passi salienti di una storia archiviata, ma non dimenticata. 

Sono le 19.00 del 18 novembre del 1989. Roseto Capo Spulico, Calabria, quasi Basilicata.  Sulla statale ionica 106, una delle strade più pericolose d’Italia, giace un corpo senza vita ai bordi della carreggiata. Non è una novità. Questa volta, però, c’è qualcosa di strano. Misterioso. Velenoso. Irrisolto.

Il corpo è di Donato, Denis, Bergamini. Calciatore talentuoso di un Cosenza ambizioso. Leader  tecnico e carismatico di una squadra che lotta per la promozione in serie A. Denis, talento destinato alla massima serie, con o senza il Cosenza, è esanime. Quel che resta, è a pochi metri da un autoarticolato dell’Iveco.

Bergamini si è suicidato. Si è gettato fra le ruote di un camion guidato da Raffaele Pisano. Che non può evitarlo”.

“Suicidio”. O omicidio?

La testimone è solo una. Si chiama Isabella Internò. É la ex fidanzata di Donato Bergamini. Una storia d’amore tormentata iniziata nel 1988. Lui 26enne, lei poco più che maggiorenne. Sullo sfondo, una gravidanza, l’accettazione del figlio, ma il rifiuto dell’uomo di sposarsi. E un presunto aborto. La storia finisce, divorata da incomprensioni. Una rottura dolorosa. Isabella racconta che Denis, dopo la fine della relazione, perde serenità. E decide di farla finita. Secondo la  sua deposizione, il calciatore, dopo l’ennesimo litigio, scende dalla macchina e si butta sotto un camion. Il mezzo lo avrebbe travolto e trascinato per circa 60 metri.

Ipotesi che non ha mai convinto né familiari, né compagni di squadra, né  amici del calciatore.

Anche perchè, nel primo pomeriggio del 18 novembre, Bergamini è al cinema: come sempre, prima di andare in ritiro. Strano, non viaggia mai da solo. Al termine della proiezione, riceve una telefonata.  Un appuntamento. Prende la sua macchina. E sparisce. É l’ultima volta che i compagni lo vedono vivo. Isabella dirà che voleva partire, lasciare tutto. Era diretto verso Taranto, per poi partire verso la Grecia. Strano. Da Taranto, non si parte per la Grecia. Al massimo, da Bari. E comunque, difficile che Bergamini volesse fuggire senza bagaglio e con pochissimo contante….

Il giallo”  prosegue: entra in scena il professor Francesco Maria Avato.  La sua relazione autoptica consta di 25 pagine. É consegnata un mese e mezzo dopo la morte del ragazzo, il 4 gennaio 1990.  “La causa della morte va riferita all’ emorragia iperacuta connessa alla lacerazione pressoché totale dell’iliaca comune destra”. Sul corpo, “fratture multiple del bacino, in particolare del pube e il reinvenimento dei testicoli estrusi dallo scroto, pene parzialmente solidale con i tessuti legamentosi della radice”. Avato sostiene che Bergamini fu schiacciato da una sola ruota del camion quando era già steso sull’asfalto.

Non certo, insomma, trascinato per 60 metri.

Brividi: tutto lascia pensare, oltre all’ ”arrotamento lento”, alla sceneggiatura di un suicido-omicidio.

Qualcuno sapeva. Forse, due magazzinieri del Cosenza: “scompaiono” il 3 giugno 1990 in un incidente stradale sulla statale 106. Strane coincidenze. E la sensazione di una punizione macabra, quanto simbolica, risalente a una Calabria arcaica. A una questione d’onore. Risolta attraverso l’evirazione e il taglio dei testicoli di chi ha “sbagliato”.  E la messa a tacere di chi sapeva troppo.

L’atto firmato dal dottore Avato non è preso in considerazione dal procuratore capo di Castrovillari, Franco Giacomantonio che non giudica incidente probatorio. “Le ferite sono quelle, ma non sono mai emersi fatti che facessero pensare ad un’azione voluta o ad un atto consapevole”. 

La famiglia Bergamini non si arrende. Vuole chiarezza. É innaturale, per un genitore, seppellire un figlio. Se poi alla morte si aggiunge il mistero, diviene insopportabile. Eugenio Gallerano, l’avvocato che si occupa del caso, non molla.

Passano dodici anni.

Il 29 giugno 2011, il caso è riaperto dalla Procura di Castrovillari. L’ipotesi cambia. Cosi come il reato di accusa. Si ridisegna la scena del suicidio.

Il 22 febbraio del 2012 i Ris di Messina depositano presso la Procura della Repubblica di Castrovillari una nuova perizia.

La tesi è che Bergamini non sia stato investito dal camion. E che il corpo sia stato lasciato lì, già esanime. Emergono ulteriori interrogativi. Inquietanti. Se Bergamini si fosse gettato fra le ruote dell’autoarticolato così come ha sempre sostenuto la fidanzata, perché le scarpe sono pulite? Perché catenine, vestiti e orologio sono intatti?  Eppure, un corpo trascinato da un autoarticolato per 60 metri, avrebbe dovuto subire danni consistenti. Invece è pressoché intatto. E pulito. Per la cronaca: quel 18 novembre pioveva a dirotto. Sul corpo di Bergamini, non una traccia di fango.

Il 15 maggio 2013 Isabella Internò è raggiunta da un avviso di garanzia per omicidio volontario.

Nel dicembre 2014 la magistratura chiede l’archiviazione del caso. Non vi sono indizi sufficienti, né assolute certezze per istruire un processo per omicidio volontario. La tesi del suicidio è sempre più debole. La famiglia Bergamini non molla. Prosegue la ricerca, anche se la strada della verità, è sempre più difficile da percorrere. La nuova perizia dona in parte giustizia ai suoi cari. E la storia di Denis è nuovamente ancora tutta da scrivere.

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Calcio

I benefici del Fair Play Finanziario: il calcio europeo vola

Emanuele Sabatino

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Per la prima volta il calcio europeo è in attivo. Nel 2017 il ricavo del mondo pallonaro ha superato i 20 miliardi di euro secondo i dati forniti dalla UEFA.

Le alte sfere della massima federazione calcistica europea hanno ovviamente attribuito questo dato positivo al Fair play finanziario che proprio ieri ha compiuto 9 anni dalla sua introduzione. La regola del pareggio del bilancio, invece  introdotta nel 2011, in quell’anno il calcio europeo subì una perdita di 1.7 miliardi di euro.

Un aumento dei ricavi totali superiore di 1,6 miliardi di euro rispetto all’anno precedente per un profitto, dopo trasferimenti e costi di gestione, parti a 600 milioni di euro. Il calcio europeo ha 711 clubs contando solo le massime serie divise in 54 nazioni, e 27 di esse, pari proprio al 50 % sono in profitto.

Il Fair Play Finanziario è stato introdotto proprio con il proposito di limitare le spese folli dei club ed evitare che i proprietari ricchi potessero comprare il successo distorcendo il mercato trasferimenti. Su questo punto però la strada è ancora molto lunga.

Grazie a questa regola i club che non rispettano le regole rischiano di essere escluse dalle competizioni UEFA, proprio come era successo in prima battuta al Milan, poi riammesso dopo il cambio di proprietà.

Su questi dati si è pronunciato il presidente Ceferin:Il calcio europeo non è mai stato più sano di così. Le regole da noi imposte funzionano alla perfezione. Il Fariplay finanziario previene i piccoli problemi sul nascere prima che diventino gigantesche catastrofi. La Uefa è in prima linea per valutate ed aiutare i club ad uscire dalle difficoltà e rispettare le regole.”

Regole più strette come ad esempio quella che non tutti conoscono che ogni club che spende più di 100 milioni di euro in una finestra di mercato entra automaticamente sotto stato di osservazione.

La Premier League è ovviamente il torneo con più ricavi pari a 5,34 miliardi di euro, con un incremento pari a 452 milioni rispetto alla stagione precedente. Il loro profitto netto è il più alto con  1.19 miliardi di euro.

Il calcio nostrano, la nostra Serie A, ha avuto un incremento dei ricavi pari al 3,7 percento rispetto alla stagione precedente e per la prima volta dopo sette anni consecutivi in perdita è riuscita ad andare in profitto anche se di pochissimo. I ricavi sono pari a poco più di due miliardi di euro, di cui solo il 10% dai botteghini che dovrebbe farci non solo interrogare sullo stato del calcio italiano, su quello degli stati fatiscenti e di proprietà comunale ma soprattutto sulla strategia dei prezzi in netta contrapposizione con la realtà reddituale e lavorativa attuale.

 

 

 

 

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Calcio

Non solo De Laurentiis: quando il presidente fa collezione di squadre

Matteo Luciani

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Nei giorni scorsi, attraverso un articolo di un quotidiano sportivo croato, è rimbalzata anche da noi la notizia che Aurelio De Laurentiis, il vulcanico presidente del Napoli, dopo il recente acquisto anche del fallimentare Bari, sia interessato a rilevare un altro club, questa volta straniero, l’Hajduk di Spalato, gloriosa squadra croata che naviga in acque burrascose travolto da problemi finanziari. Per adesso non c’è niente di concreto, se non una dichiarazione dello stesso AdL che non chiude la porta. Il numero 1 partenopeo non è il solo in Italia, e all’estero, ad essere proprietario di più squadre. I casi più recente sono sicuramente quelli della Red Bull e del gruppo Suning. Il Toro Rosso oltre al Lipsia (del quale formalmente è solo sponsor) e al Salisburgo, è proprietario anche dei New York Red Bulls mentre il colosso cinese al Jiangsu ha aggiunto l’Inter, pur rimanendo il presidente Thohir, già proprietario del Dc United americano e in cordata della proprietà dei Philadelphia 76ers della Nba. Ma la lista dei multiproprietari nel mondo del calcio è molto lunga.

In Italia, per quanto concerne i casi di multiproprietà di squadre militanti in diversi campionati più vicini temporalmente a noi, si staglia la figura di una famiglia su tutti: i Gaucci, proprietari fino al 2001 di Perugia e Viterbese e poi di Perugia e Catania (fino al 2004).

Personaggio decisamente importante nel calcio di casa nostra tra gli anni Novanta e Duemila, anche Franco Sensi fu proprietario di ben tre club: Roma (che condusse allo storico Scudetto del 2001), Palermo (seppur con presidenza lasciata a Sergio D’Antoni) che portò dalla serie C1 alla serie B e poi cedette a Zamparini, ed, infine, Nizza.

Oggi, il caso più eclatante riguarda certamente Claudio Lotito, patron della Lazio dall’estate del 2004 e della Salernitana (condotta, dopo il fallimento, dalla serie D alla serie B) dall’estate del 2011.

Le storie di questo genere, come dicevamo, sono veramente tante. Eccone alcuni esempi.

Prima del clamoroso crac finanziario avvenuto nel 2003, la Parmalat del presidente del Parma Tanzi aveva anche il controllo del Palmeiras, in Brasile dove militò per un periodo uno dei calciatori simbolo dei gialloblu degli anni d’oro: Faustino Asprilla.

Attualmente, invece, in Europa, c’è la ‘nostra’ famiglia Pozzo, proprietaria di Udinese, Watford e, fino a pochi mesi fa, del Granada (ceduto, poi, ai cinesi di Desport).

Un caso che in Inghilterra ha fatto discutere, invece, è quello del proprietario del Manchester City, lo sceicco di Abu Dhabi Mansour, comproprietario di una franchigia della MLS (New York City FC), di una squadra in Australia (Melbourne Heart) e proprietario del 20% di un club giapponese (Yokohama). La causa scatenante delle polemiche riguardò uno dei calciatori più importanti degli ultimi anni: Frank Lampard. Questi, infatti, dopo essere stato scaricato da quel Chelsea in cui aveva trascorso praticamente l’intera vita calcistica, accettò la proposta di New York; qualche mese dopo, però, tornò in Premier League, proprio al City, in prestito dai NYFC. Per molti, in primis il tecnico dell’Arsenal Wenger, si trattò di una furbata per aggirare le regole del Fair Play finanziario e di una mossa pericolosa, che avrebbe potuto aprire scenari preoccupanti per eventuali altri club satellite in futuro (su questa scia, vedasi il caso, mai chiarito del tutto, Chelsea-Vitesse).

La stessa Red Bull è proprietaria di altre due squadre nel mondo: i New York Red Bulls e Red Bull Brazil; ma le multiproprietà nel calcio toccano il proprio apice in un altro territorio: America settentrionale e centrale.

Negli Stati Uniti, anno 2004, viene fondato il C.D. Chivas dallo stesso proprietario del Chivas de Guadalajara messicano e del Deportivo Saprissa in Costa Rica.

In Messico, TV Azteca ha acquistato l’altra squadra di Guadalajara, l’Atlas, che risulta essere la seconda squadra di sua proprietà dopo il Monarcas de Morelia. Televisa, altro colosso televisivo del medesimo paese, è invece proprietario del Necaxa e dell’America. Alle società già citate, si aggiunge America Movil, proprietario del 30% del Grupo Pachuca, che controlla Leon e Pachuca.

Infine, trattasi di partnership e non di multiproprietà per Atletico Madrid e Fiorentina che ‘controllano’ indirettamente squadre indiane (rispettivamente Kolkata e Pune) o per il Parma con l’NK Gorica sloveno.

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