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Calcio

Filippine, i “figli della diaspora” in Coppa d’Asia

Roberto Brambilla

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Filippine, i “figli della diaspora” in Coppa d’Asia

Una partita che rimarrà nella Storia, anche se sarà consegnata agli annali come una sconfitta. È quella che la Nazionale filippina di calcio, guidata da Sven-Göran Eriksson, ha perso a Dubai 1-0 contro i vice-campioni continentali della Corea del Sud nella prima giornata della Coppa d’Asia 2019. Un match storico perchè  è stato il debutto assoluto nella competizione per la formazione del sud-est asiatico ma anche perché dieci anni fa nessuno avrebbe mai immaginato di vedere quella squadra sul massimo palcoscenico del calcio asiatico.

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Se le Filippine, che contano una delle Federazioni più antiche del Continente (1907) ma dove lo sport di squadra più seguito è storicamente il basket, sono infatti arrivate negli Emirati Arabi Uniti lo devono a un campionato in crescita, al lavoro della Federazione ma soprattutto a un gruppo di giocatori cresciuti calcisticamente lontano dall’arcipelago. Sono i figli e i nipoti di quei filippini, spesso donne, che hanno lasciato in massa il Paese, in particolare nella seconda metà del Novecento, per cercare un futuro migliore. E proprio tra i 10milioni di “pinoy” che vivono all’estero gli scout dei club e della Federazione hanno trovato il loro tesoro calcistico. Portandolo prima nel campionato locale e poi in Nazionale, sfruttando la legge di cittadinanza, basata sullo ius sanguinis che consente a chiunque sia nato dopo il 17 gennaio 1973 da almeno un genitore filippino di avere la cittadinanza per nascita.

Così tra i 23 giocatori a disposizione di Eriksson tredici militano in patria ma solo quattro, il portiere Villanueva, il difensore Sato e gli attaccanti Bedic e Aguinaldo sono nati nelle Filippine, mentre gli altri raccontano con le loro carte d’identità una diaspora che ha toccato più 100 Paesi. Ci sono gli “inglesi”, come il capitano Phil e suo fratello James Younghusband, entrambi cresciuti nel settore giovanile del Chelsea, Adam Tull, scuola Sunderland e una sfilza di prestiti tra League One e League Two e Luke Woodland, ex Under 18 dei Tre Leoni, uscito dall’academy del Bolton. Assente invece il numero 1 Neil Etheridge, bandiera della Nazionale e titolare in Premier League con il Cardiff, club che ha deciso di non lasciarlo libero, visto anche che la Coppa d’Asia non si gioca nelle “finestre” FIFA .

Accanto alla colonia britannica, c’è quella tedesca: con l’ex RB Lipsia II John-Patrick Strauß, i fratelli Manuel e Mike Ott e soprattutto il 32enne Stephan Schröck, che è stato bandiera del Greuther Fürth e che ha giocato in Bundesliga con Hoffenheim e Eintracht Francoforte prima di diventare una stella del campionato locale con i Ceres-Negros.

E poi ci sono gli “spagnoli” come la punta Javier Patiño. Lui, papà iberico e mamma filippina come Paulino Alcantara stella del Barcellona degli Anni Venti nato nel 1896 quando le Filippine erano ancora una colonia spagnola, ha “cercato” la Nazionale del Paese asiatico dopo essersi consultato con Juani Guirado, veterano delle serie minori andaluse e anche lui figlio di una coppia mista. In più nella rosa a disposizione di Eriksson figurano un ungherese cresciuto in Austria, Stephan Palla, due giocatori nati in Danimarca come i due portieri Falkesgaard e Mendoza e uno statunitense formatosi in Spagna come il centrocampista Miguel Tanton.

Una squadra con tante storie e culture calcistiche, le cui redini dopo essere state nelle mani di un uomo di visione come Michael Weiß (uno che ha allenato in Ruanda e che ora lavora in Mongolia) e di un ottimo manager come lo statunitense Thomas Dooley, dopo varie vicissitudini sono state affidate allo svedese Eriksson. Che cosmopolita per mentalità e formazione a stupire, fin dai tempi della Coppa UEFA vinta con il Göteborg, è stato abituato. Per lui e per gli Azkals, alla cui qualificazione in Coppa d’Asia hanno contribuito anche gli italo-filippini Simone Rota (fuori per infortunio) e Dennis Villanueva, passare il turno in un girone con Corea del Sud, Cina e Kirghizistan sarebbe un’impresa vera.

Anche se la favola è già esserci.

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