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Calcio

Evani e la giovane Italia: “Finalmente più spazio ai ragazzi. Bisogna lavorare sull’aspetto umano”

Massimiliano Guerra

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Mai l’Italia under 20 era riuscita ad arrivare sul podio del Mondiale di categoria. Alberigo Evani, con la sua squadra, è riuscito a conquistare un terzo posto tra mille difficoltà e tante partite tiratissime che hanno trasformato l’avventura in Corea in una vera e propria impresa. Oggi Evani ci racconta questo grande traguardo, ma anche tutto il percorso e il lavoro che c’è stato per raggiungere questo straordinario obiettivo.

Mister, non possiamo non partire dallo splendido terzo posto raggiungo dall’Italia al Mondiale Under 20. Le sue considerazioni?

I ragazzi sono stati fantastici perché hanno fatto delle cose straordinarie date le tante difficoltà di organico. Le date del Mondiale coincidevano con la parte finale della stagione di Serie A e Serie B e quindi molti ragazzi era normale potessero pensare a i loro interessi. Abbiamo avuto anche giocatori importanti come Locatelli e Chiesa che sono stati aggregati con l’Under 21 e quindi non sono potuti partire con noi in Corea. C’era quindi il rischio di non riuscire a fare le cose per bene. I ragazzi invece hanno recepito e proposto in campo le indicazioni tattiche, mostrando anche uno spirito di squadra fantastico.

C’è più rammarico per non aver centrato la finale oppure più soddisfazione per aver centrato un risultato storico per l’Italia, che mai nei mondiali Under 20, era arrivata sul podio?

Prima di tutto c’è soddisfazione per aver fatto qualcosa che prima nessuno era riuscito a fare. Anche il modo in cui siamo arrivati a questo traguardo ci ha riempito d’orgoglio. Certo con l’Inghilterra vincevamo 1-0 a 20’ dalla fine e la Finale sembrava essere a portata di mano. Va detto però che nel secondo tempo gli inglesi ci sono stati superiori, anche perché nel turno prima abbiamo dovuto consumare tanta energia. Non credo però sia solo quello perché nella ripresa ci è venuto il classico “braccino”, ma tutto questo fa parte del percorso di crescita dei ragazzi.

Probabilmente in questa avventura la partita più bella ed emozionante è stata quella con lo Zambia. Quale è stato il momento più bello ed intenso di questo Mondiale?

Sì, è stato il momento più emozionante perché si vedevano i ragazzi che in campo gettavano il cuore oltre l’ostacolo. E’ stata una partita veramente emozionante anche perché gli episodi erano girati tutti contro di noi e siamo riusciti a portarli dalla nostra parte. In genere io sono uno che contiene sempre le mie emozioni, soprattutto nei momenti di entusiasmo, ma in questa situazione mi sono fatto trasportare e i ragazzi mi hanno fatto fare cose che non ho mai fatto.

Escludendo ovviamente l’Italia e i suoi ragazzi, quale nazionale l’ha più impressionata durante questa competizione?

La squadra che reputavo più forte era la Francia. In quell’occasione siamo stati bravissimi nell’imbrigliarli riuscendo a limitare la loro maggiore forza fisica. Anche l’Inghilterra, che alla fine ha vinto il Mondiale, ha dimostrato di essere di una categoria superiore e di essere una squadra già pronta rispetto a noi. Sono di un’altra cilindrata. Anche l’Uruguay ha messo in evidenza alcune individualità come Bentancur, Valverde e De la Cruz che giocano in realtà importanti e sono abituati a palcoscenici importanti.

L’Italia storicamente ha sempre fatto fatica in questa competizione, pur essendo una Nazionale di grande tradizione. Come si spiega questo?

Me lo spiego che a livello fisico e caratteriale a nelle squadre giovanili siamo un po’ più in ritardo rispetto alle altre nazioni. Ci arriviamo un pochino dopo, tant’è che poi a livello di Under 21 e Nazionali A siamo sempre al top. A livello fisico soprattutto paghiamo molto rispetto alle altre nazionali ma poi crescendo diventiamo superiori. Lo dico sempre ai miei ragazzi che quando ci mettiamo a fare le cose per bene, con le giuste motivazioni, siamo sempre superiori. Non sempre però ce ne ricordiamo, ma questo fa parte del percorso di crescita. Non si può nascere già pronti.

A margine della partita, Maurizio Viscidi e Giorgio Bottaro hanno voluto sottolineare come questo risultato parta da molto lontano. Tranne Orsolini, questi ragazzi hanno giocato 30-40 partite insieme. Quanto è stato importante questo?

Da sette anni con l’arrivo mio, di Mister Sacchi e Maurizio Viscidi c’è stato un cambiamento di strategia. Ogni squadra è collegata all’altra. Partendo dall’Under 15 arrivando all’Under 21 ogni allenatore trova la strada spianata. Ogni allenatore ci mette del suo ma non cambiamo i principi tattici, la filosofia. Anche la selezione dei ragazzi e dei calciatori viene fatta in funzione di questo. Un lavoro indispensabile, perché ogni anno ci si troverebbe a ricominciare da capo. Facendo così i ragazzi ogni stagione, acquisiscono nuove conoscenze e crescono con noi.

Un percorso lungo quindi anche a livello Federale. Come si svolge questo lavoro?

In primo luogo scegliamo giocatori adatti al tipo di calcio che vogliamo fare. Come dice Sacchi va bene il talento, purché sia in funzione della squadra. Prima vediamo la persona, il ragazzo e poi il calciatore. Vogliamo ragazzi che sappiano cosa voglia dire venire in Nazionale e dare tutto per la maglia azzurra. Dopo si cerca di dare un gioco alla squadra. Ogni allenatore cerca di metterci del proprio ma in sostanza ogni Ct chiede le stesse cose ai ragazzi. Mi ricordo i primi anni delle sfide impossibili contro Francia, Inghilterra e Spagna. Con questo lavoro, invece, le distanze a livello giovanile si sono accorciate. Anche a livello individuale i calciatori sono cresciuti molto: Rispetto a prima parecchi giocatori dell’Under 21 sono titolari nelle loro squadre, cosa che prima era molto difficile. Molti sarebbero anche pronti per il salto tra i grandi. Se andiamo a vedere è cambiata anche la funzione del Ct. Ora non siamo più semplici selezionatori ma siamo allenatori a tutti gli effetti, che cercano di dare un gioco alle loro squadre.

Lei si è specializzato nel calcio giovanile. Uno Scudetto con gli Allievi del Milan e poi tutta la trafila delle Nazionali fino ad arrivare all’Under 20. Quali sono le maggiori difficoltà che un allenatore di giovani calciatori può incontrare o che a Lei è capitato di incontrare?

Sono stato 10 anni al Milan e ho fatto tutte le categorie. Ogni categoria ha le sue problematiche e le sue difficoltà. Ai ragazzi ho sempre provato a trasferire la passione per questo sport e la voglia di migliorarsi in ogni allenamento. Tra le difficoltà c’è senza dubbio la comunicazione. Una volta era più facile poter comunicare con i ragazzi perché c’era solo il pallone, mentre ora hanno molti più interessi e distrazioni. Alla fine conta molto l’educazione che hanno avuto dalla famiglia. Delle volte affronti delle problematiche particolari famigliari e li devi essere bravo ad essere d’aiuto ai ragazzi.

E’ nei suoi programmi in futuro il salto nel calcio dei “grandi” oppure vorrebbe seguire l’esempio di un tecnico come Alberto De Rossi che non ha mai voluto passare nel mondo delle prime squadre?

Non chiudo la porta a nulla. Non so uno che dice voglio fare solo questo. In passato ho già allenato una squadra di “grandi” a San Marino, un’esperienza che mi è servita molto. In ogni caso dovranno essere i “grandi” a chiamarmi per allenarli, di certo non posso dirlo io.

Per ciò che riguarda il calcio giovanile si discute sempre sul ruolo che deve avere un allenatore: Il mister deve essere più un istruttore oppure soprattutto un educatore ?

Per come sono fatto io, prima di fare richieste a livello tecnico cerco di lavorare sul livello umano. Io per i ragazzi cerco di essere come un padre, un punto di riferimento sempre pronto ad aiutarli. Ho sempre detto ai miei ragazzi che se mi dovessero giudicare per quanto li faccio giocare potrei rischiare di essere un asino per alcuni e un grande per altri. Purtroppo in campo ci si va in undici. Io cerco sempre di dare spazio a tutti quelli che lo meritano, tant’è che nel Mondiale, tranne il terzo portiere, tutti hanno avuto una chance. Il gruppo viene sempre prima di tutto perché tutti si lavora nella stessa direzione e tutti devono avere un riconoscimento seppur minimo.

Un importante dirigente come Sabatini, circa un anno fa, disse che tranne Bernardeschi e Romagnoli, non ci sono giovani calciatori italiani di valore. Il Mondiale Under 20 e la Rosa a disposizione di Gigi Di Biagio negli Europei Under 21 sembrano però dire il contrario. Cosa ne pensa?

Negli ultimi anni i nostri ragazzi sono cambiati, basta vedere il minutaggio che hanno avuto nelle loro società. Proprio questa crescita fa diventare le società più coraggiose e concedono più spazio ai giovani. Piano piano vengono fuori i reali lavori. Se un anno fa c’ erano solo Bernardeschi e Romagnoli, credo che questa lista debba essere notevolmente allungata ed il mercato dimostra quanta attenzione ci sia sui giovani italiani.

Pensa che gli allenatori italiani dovrebbero avere un po’ più di coraggio e buttare più spesso i giovani nella mischia, oppure reputa il loro impiego giusto?

Come ho detto prima le cose sono nettamente migliorate rispetto a prima. I ragazzi stranieri a 17-18 anni sono già pronti, mentre i nostri vanno un po’ più aspettati ma poi diventano più forti. Non dobbiamo avere fretta con loro perché poi ci danno grandi soddisfazioni.

Lei è un uomo di campo. Nel corso della prima partita contro l’Uruguay, l’Italia ha subito un calcio di rigore grazie alla VAR. Cosa pensa di questa novità avendola ,suo malgrado, vissuta sulla sua pelle?

Con la Var non siamo stati molto fortunati, sinceramente. Abbiamo subito un rigore e un’espulsione ingiusta. Nonostante questo sono favorevole a questa nuova tecnologia perché può limitare l’errore umano. Quello che dico io è che bisogna solo trovare una giusta applicazione ed essere chiari di quando viene usata la Var. Con l’Uruguay eravamo già dalla parte opposta e si è tornati indietro di parecchio. Cosi facendo però si rischia che la gente allo stadio non capisca quello che stia succedendo. Durante le partite giovanili non accade nulla, ma non oso immaginare cosa possa succedere durante una partita di campionato molto tirata. L’ importante è che vengano anche educati ed informati i tifosi di come verrà applicata la Var.

Archiviata questa bella avventura conclusasi con questo splendido risultato, quali sono ora i progetti futuri per quanto riguarda le nazionali giovanili?

Tutte le nostre nazionali hanno ottenuto ottimi risultati contribuendo alla crescita dei calciatori. Molti finiranno il biennio Under 21 mentre ad Agosto partirà il biennio 96-97. I 97 che hanno partecipato ai Mondiali hanno dimostrato di poter già essere pronti per l’Under 21 mentre altri come Cerri e Pellegrini possono continuare tranquillamente, magari affacciandosi in prima squadra come ha già fatto Lorenzo. Le prospettive sono ottime e la strada imboccata è sicuramente quella giusta. 

 

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La Strage allo Stadio Lenin di Mosca e l’insabbiamento del regime

Lorenzo Martini

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Il 20 Ottobre 1982 allo Stadio Lenin di Mosca una tragedia colpì il mondo del pallone. Durante una partita di Coppa Uefa 66 persone persero la vita. Una strage paragonabile all’Heysel, ma che a differenza di quest’ultima sappiamo poco perchè intervenne il Regime a nascondere tutto.

Da anni il problema della sicurezza negli stadi è uno dei temi che più sta a cuore agli organismi sportivi nazionali e internazionali. Controlli serrati all’entrata, le contestate tessere del tifoso, i DASPO e tanti altri provvedimenti sono stati gli strumenti principali per rendere gli stadi più vivibili e sicuri.

Purtroppo, però, le azioni intraprese dallo Stato sono state adottate in maniera poco strutturata e organizzata, andando a colpire spesso solo i tifosi, tralasciando gli aspetti legati alla manutenzione e alla messa in sicurezza degli impianti. Le ripercussioni conseguenti a questa incapacità gestionale hanno sfociato, in molti casi, in disordini, tafferugli e persino vittime. Tali fatti di cronaca hanno amaramente campeggiato su tutti i giornali nazionali, causando un totale oscuramento del calcio giocato per dare spazio a episodi di violenza che non avremmo mai voluto vedere.

Ma come veniva affrontato questo tema più di trent’anni fa, quando l’ambiente stadio e i problemi ad esso associati avevano una risonanza mediatica completamente diversa?

Quella del 20 ottobre 1982 è una data chiave per capire come una tematica simile fosse tutt’altro che prioritaria. Quella sera si disputava la partita di andata di sedicesimi di Coppa Uefa tra i padroni di casa dello Spartak Mosca e gli olandesi dell’HFC Harlem. Allo Stadio Centrale Lenin di Mosca – oggi stadio Luzhniki – erano accorsi oltre 15mila tifosi, malgrado gli oltre 10 gradi sotto zero. Questo perché lo Spartak era la squadra rappresentativa del popolino, della gente umile che si animava per le giocate dei proprio beniamini, contrapposta al Lokomotiv, la squadra dei ferrovieri, alla Dinamo e al CSKA, con cui si identificavano le forze di polizia.

A causa del ghiaccio, alcuni settori dello stadio non erano agibili e tutti gli spettatori erano stati disposti nella Tribuna Est, che era stato sistemato all’ultimo alla bell’e buona. Questa scelta era stata anche apprezzata dai tifosi moscoviti, visto che la maggior parte di loro – soprattutto operai e studenti – avevano preso la metro per arrivare allo stadio e la fermata dava proprio sulla Tribuna Est.

Dopo 16 minuti dal fischio di inizio, è lo Spartak ad andare in vantaggio, grazie ad un gol di Edgar Gess. Poi la partita scorre lenta e monotona, anche a causa delle pessime condizioni climatiche e del campo. Con la partita in stallo, verso l’ottantesimo molti tifosi moscoviti, allora, decidono di abbandonare lo stadio, così da non trovare file o intoppi alla metro. Sembrerebbe una tranquilla serata di calcio come tante altre, quando all’85 il difensore Sergei Shvetsov  sigla il definitivo 2 a 0: la gente, accalcata sulle scale per l’unica uscita, sente l’esultanza proveniente dalle tribune e quindi in molti decidono di tornare indietro, venendo però bloccati dalla polizia.

E’ una bolgia.

 Ma il peggio ancora deve venire. Infatti, mentre la persone restano imbottigliate tra le scale, spintonate a destra e a manca, accade l’imprevedibile: inadatte a sopportare un peso simili, le scale cedono di schianto. E’ una carneficina.

Alla fine il bilancio ufficiale è di 66 morti e 61 feriti, anche se, secondo alcune fonti, le vittime sarebbero addirittura 300. Il tutto a causa, non solo del crollo delle scale e della calca che si era generata, ma anche perchè le milizie erano tutt’altro che preparate per un intervento immediato e i soccorsi arrivarono con molto ritardo. La totale disorganizzazione della polizia provocò inoltre problemi nell’uscita degli altri spettatori ancora sugli spalti, che rimasero a lungo intrappolati nello stadio.

Al contrario, la polizia fu tutt’altro che disorganizzata nell’insabbiare tutta la vicenda. Appena terminato l’incontro, mentre ancora si cercava di capire l’entità dell’incidente, le due squadre vennero sbrigativamente allontanate dallo stadio. Il giorno seguente sul giornale “Il Vespro di Mosca” riportò che nello stadio Lenin “c’erano stati degli incidenti che avevano comportato lesioni a qualche tifoso”. Una rilettura totalmente distorta di ciò che era avvenuto.

Nei giorni successivi, i rapporti ufficiali sulla vicenda non sono per nulla chiari e omettono di spiegare la gravità dell’incidente. Come capro espiatorio viene identificato un tale Panchickin, il custode dello stadio, che viene ritenuto il responsabile delle precarie condizioni dell’impianto e viene condannato a 18 mesi di lavori forzati.

Perché tutto questo? Perché di mezzo c’è la politica. Breznev, ormai malato e sul punto di lasciare la guida della Russia, voleva che comunque l’Unione Sovietica avesse dato ancora un’immagine di sé forte e invincibile, lontano da qualsiasi debolezza. Uno scandalo come quello dello stadio Lenin sarebbe inaccettabile, ed è  per questo che viene dato inizio ad un’autentica campagna di disinformazione. Pur di non apparire una nazione in declino e lontana dalle superpotenze mondiali, si cerca di nascondere tutto.

Solo anni dopo, il nuovo segretario del PCUS Jurii Andropov ordinò un’inchiesta sul disastro avvenuto e vennero riportati alla luce molti dettagli e aspetti della vicenda che erano stati celati. Eppure il tentativo di insabbiamento durò ancora per anni e alcuni decessi furono tenuti nascosti dalle alte sfere del Cremlino.

Oggi lo stadio Luzhniki è uno stadio all’avanguardia, cinque stelle nel ranking UEFA, ed è uno degli impianti più sicuri al mondo. Eppure quelle 66 persone sono morte proprio su quegli spalti, a causa dell’incuria e dell’inesistente manutenzione della struttura.

 “Non avrei mai voluto segnare quel gol.”

Molti giorni dopo il tragico evento, furono queste le dichiarazioni del difensore Sergei Shvetsov, autore del raddoppio dello Spartak Mosca. Si sentiva responsabile di quanto era accaduto.

Ed è proprio per questo che il tema della sicurezza negli stadi deve essere affrontato con sempre maggiore attenzione e determinazione. Perché un momento di gioia sportiva non può e non deve essere mai la causa di una strage di vittime innocenti.

 

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Calcio

Ranieri, il Leicester e lo zampino di Santa Rita, protettrice dei casi impossibili

Andrea Corti

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Compie oggi 67 anni Claudio Ranieri, attuale allenatore del Nantes, che verrà per sempre ricordato come colui che ha compiuto una delle imprese più belle della storia del calcio, quella del Leicester Campione d’Inghilterra. Una vittoria miracolosa, non a caso collegata ad un fattore divino che vi raccontiamo.

I gol di Vardy, ovviamente. I dribbling di Mahrez e la parate di Kasper Schmeichel, of course. E la tanta saggezza di mister Ranieri in panchina, nemmeno a dirlo. Ma a dare una grande mano al Leicester laureatosi clamorosamente campione d’Inghilterra nel 2016 potrebbe essere stato anche un fattore decisamente insospettabile: “Da anni Ranieri è devoto a Santa Rita – ci raccontò Claudia Mannelli nel ristorante ‘La Porrina’ di Roccaporena, gestito dalla sua famiglia da generazioni -, e credo ci sia lo zampino della protettrice degli impossibili nello scudetto che ha vinto”.

Siamo in Umbria, nel pieno della Valnerina, a pochi minuti da Cascia. Roccaporena è un paese tanto piccolo quanto grazioso, adagiato alla base di una piccola conca e abitato da poco più di 50 persone. In questo luogo è nata nel XIV secolo Santa Rita, passata alla storia per essere la patrona dei casi impossibili e disperati, e proprio qui Claudio Ranieri negli ultimi trent’anni ha portato molte delle sue squadre in ritiro pre-campionato. Il cuore pulsante di Roccaporena è il centro sportivo, gestito fino a poco tempo fa dal Rettore dell’Opera di Santa Rita, don Sante Quintiliani, scomparso nel 2017, con cui Ranieri aveva costruito negli anni una solida amicizia. L’Opera accoglie ormai da decenni orfani e ragazzi provenienti da famiglie difficili, che nelle scorse estati hanno potuto ammirare da vicino fior di campioni. Sul bel campo di calcio si sono allenati, tra gli altri, il Chelsea di Zola e Desailly e la Fiorentina di Batistuta e Rui Costa. Ogni volta che una squadra del tecnico testaccino ha fatto tappa qui è stata organizzata una sfida amichevole contro una selezione locale: “Tutte le volte abbiamo preso belle ‘imbarcate’ – ci racconta Luca Rasi -, ma ci siamo sempre divertiti e qualche volta siamo anche riusciti a segnare!”.

Al centro di Roccaporena c’è lo Scoglio di Santa Rita, piccolo promontorio sulla sommità del quale la Santa andava a pregare e ora c’è un santuario a lei dedicato. Tra gli allenamenti che Ranieri faceva fare alle sue squadre c’era anche la salita e la discesa di corsa di questa ripida scalinata: “Normalmente ci vogliono 20 minuti per arrivare su, – continua Rasi -, ma i giocatori impiegavano al massimo cinque minuti…”. Chiaramente questa piccola comunità ricorda ancora con stupore i giorni caotici in cui folle di tifosi invadevano gioiosamente la loro quiete: “All’epoca in cui qui veniva la Fiorentina – assicura Enrico Di Curzio, il direttore dell’hotel dove soggiornano le squadre – facevo salire Batistuta sulla mia Panda per evitare di farlo andare al campo di allenamento a piedi, e per fare un tratto di strada per il quale solitamente ci vogliono due minuti ce ne mettevamo trenta a causa dei tifosi che bloccavano il percorso”. Non mancano poi gli aneddoti: “Qui c’è poco da fare – spiega Rasi -, al massimo ci sono i bar: mi ricordo che i giocatori del Chelsea bevevano come matti!”. Inevitabile poi qualche ‘scappatella’: “I giocatori durante il ritiro sono sottoposti a una dieta ferrea – ricorda Claudia -, e spesso venivano nel mio ristorante per mangiare di nascosto dall’allenatore. Mi ricordo che una volta Ranieri stava per entrare e i ragazzi sono scappati dalla finestra nel retro!”.

Ovviamente nella vittoria della Premier non è intervenuta la mano divina, quel che è certo è che la sua devozione per la protettrice dei casi impossibili gli ha quantomeno portato bene nel realizzare quella che è da più parti considerata la più grande impresa dello sport inglese, che a molti ha ricordato le vittorie del Nottingham Forest di Brian Clough, regalando una boccata di ossigeno a chi si ostina a non arrendersi alla logica del calcio moderno in cui dominano le regole dello show business.

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Calcio

Truffe e affini: quando lo Sportivo è vittima di raggiro

Emanuele Sabatino

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Il detto parla di gallina dalle uova d’oro ma se ribaltiamo il sesso possiamo tranquillamente parlare del pollo dalle uova d’oro. Il pollo in questione è il calciatore, o atleta di successo in generale, spesso miliardario in giovane età, improvvisamente o quasi, contornato da persone che gli vogliono bene ma anche da falsi cortesi che salgono sul carro del vincitore, di chi nella vita ce l’ha fatta e ha un bel po’ di grana. Indifeso e sprovveduto corre spesso il rischio di fidarsi troppo buttando alle ortiche gran parte della propria fortuna monetaria. Di seguito una carrellata di casi in cui i poveri atleti sono stati vittime di truffe e raggiri più un paio di chicche extra.

ALESSANDRO GAMBERINI

Ultimo in ordine cronologico la truffa ai danni dell’ex giocatore della Fiorentina Alessandro Gamberini che sarebbe stato raggirato da due suoi ex amici di Prato ed un banchiere per una cifra intorno al milione e seicento mila euro. Gamberini credeva di aver investito 1 milione di euro in un fondo obbligazionario al 3% (era scontento della gestione della banca precedente che gli fruttava solo lo 0,7% annuo), rivelatosi inesistente, e gli altri 620.000 in una fideiussione che non si ricordava neanche di aver firmato. Questi soldi sono stati usati dai due truffatori per coprire i loro debiti e comprare delle case. Ora dopo la deposizione in tribunale è in attesa che la giustizia faccia il suo corso.

MACCHINE PAGATE E MAI ACQUISTATE

Cosa hanno in comune Mexes, Ferrari, Zotti e Vucinic? Oltre ad aver militato nella Roma, gli stessi sono stati truffati da un concessionario della capitale che vendeva le auto, incassava i soldi ma non era in grado di fare il passaggio di proprietà perché queste ultime non erano di proprietà del concessionario ma in leasing. Scoperta fatta dalle forze dell’ordine in seguito alla denuncia di uno dei tanti comuni cittadini raggirati.

QUELLA PORSCHE FANTASMA

Stessa città, Roma, sempre una concessionaria. Sorte malevole è toccata anche ai calciatori Giorgio Venturin ed Andrea Silenzi che hanno comprato una porsche da 200 mila euro ma che non hanno mai visto dal vivo. Per loro una doppia beffa: oltre a non guidare mai la supercar anche l’archiviazione del caso da parte del giudice e addio soldi.

IL MADOFF DEI PARIOLI

Vittime del più classico degli schema Ponzi sono stati i due calciatori ex Roma Stefano Desideri e Ruggero Rizzitelli che hanno mal riposto i loro soldi nella mani (bucate) di Gianfranco Lande detto “Il Madoff dei Parioli”. Garantiva investimenti con ritorni incredibili nel corto-medio termine e riusciva a pagare tutti fintanto che riusciva a portare soldi nuovi dentro il suo schema. Una volta saturo è scappato con la cassa. Rizzitelli ha perso circa 3 milioni di euro. Lande è stato condannato a 5 anni e mezzo di carcere, già scontati, per un ammontare di soldi rubati pari a 170 milioni di euro ma c’è chi giura siano molti di più.

MAMMA HO PERSO L’AEREO

Dall’erba al parquet il discorso non cambia. Anche un grande campione come Scottie Pippen è stato truffato alla grande. L’ex stella degli imbattibili Bulls di MJ ha comprato un aereo, rivelatosi poi rotto, per 4 milioni di dollari. Oltre il danno anche la beffa: per riparare ha dovuto spendere un milione di dollari aggiuntivo.

SE TI TRUFFA ANCHE LO STATO

Quante volte abbiamo sentito parlare della Spagna come il paradiso fiscale per i giocatori che lì pagavano meno tasse? Fu proprio Galliani a dire anni fa, prima che la situazione cambiasse, che non c’era partita perché la fiscalità spagnola a parità di offerta era sempre la metà preferita dai calciatori.

In Spagna però le cose sono cambiate ed i calciatori che pagano in Spagna il 50% di tasse, una volta venduti all’estero e cambiando la residenza fiscale abbattono l’aliquota fino al 20%. La differenza deve tornare nelle casse dei contribuenti. Non è stato così però per alcuni calciatori come ad esempio Sahin ai tempo del Real, Salvio con l’Atletico Madrid e Zapata con il Villarreal che una volta cambiato squadra e lasciata la Spagna non hanno ricevuto nulla. Dove finivano i soldi? Su un conto off-shore intestato ad un’ispettrice del dipartimento fiscale spagnolo. Il piano era perfetto perché in teoria i calciatori ignari del vantaggio fiscale non avrebbero mai preteso la cifra. Peccato per lei che alcuni calciatori sono sprovveduti ma altri si affidano a fior di professionisti per pagare meno tasse e avere vantaggi economici in continuazione (come il trasferimento di Ronaldo alla Juve).

TRUFFARE UNA FEDERAZIONE

Dovrebbe vincere il premio di truffatore del millennio. Il personaggio in questione è Wilson Perumal ora in carcere ma prima una delle persone più potenti ed influenti del calcioscommesse mondiale. Cosa faceva? Organizzava finte amichevoli tra nazionali comprando le divise e raccattando le persone per strada. Così da far uscire risultati clamorosi e scommettendoci sopra. Come è stato scoperto? Grazie ai suoi agganci organizzò a Manama un’amichevole tra Bahrein e Togo. Il Togo era una nazionale forte perché annoverava tra le sue fila Adebayor mentre il Bahrein era una squadra modesta. Quote stra-sbilanciate a favore dei togolesi che però persero 3-0. Il perché è da ricercarsi proprio nel fatto che chi vestiva la maglia della nazionale togolese erano dei figuranti. Mentre in Bahrein festeggiavano la vittoria, il ministro dello Sport del Togo lesse sul giornale di quella partita e incredulo scrisse una lettera alla Fifa: la nazionale, quella vera, era impegnata in Botswana nelle qualificazioni della Coppa d’ Africa.

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